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Riflessioni su Vittorio Bachelet a 25 anni dal suo sacrificio

di Fulco Lanchester

A nome della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma “La Sapienza” porgo un non formale ,grato ed affettuoso benvenuto agli organizzatori ed ai partecipanti al Convegno “Vittorio Bachelet , servitore autentico delle istituzioni” ,promosso dall’Associazione Vittorio Bachelet .

Ringrazio in modo particolare il Presidente Conso ,così come ho fatto mercoledì con la Fuci e l’Azione cattolica, per aver avuto la sensibilità di coinvolgerci nella serie di manifestazioni che in questi giorni ricordano Vittorio Bachelet . E’ passata ,infatti, una generazione ,ma il sacrificio di Vittorio Bachelet è ancora inciso nella carne della nostra Facoltà .

Gli omicidi Moro e D’Antona hanno rispettivamente preceduto e seguito quello di Bachelet,ma per una serie di motivi sono stati sentiti in modo diverso.

Bachelet è morto qui ,sulle scale della Facoltà che ogni giorno percorriamo ,dopo la lezione di Diritto amministrativo , martedì 12 febbraio 1980 .

Una parte del personale docente ed amministrativo della Facoltà può dire ancora oggi “noi c’eravamo “ e rievocare quei tragici momenti ,situando la propria esperienza in un momento di memoria collettiva condivisa.

Possiamo ,quindi, ancora una volta riflettere , in quest’Aula dedicata proprio a Vittorio Bachelet, e in maniera sempre diversa da come è stato fatto nel corso degli anni passati , su cosa abbia voluto e voglia dire quell’avvenimento per tutti noi.

Dico subito che per la Facoltà e per ciascuno di noi non si tratta di un fatto storico ,ovvero di un avvenimento oramai lontano e senza conseguenze,ma di un evento che ancora oggi ci appartiene e ci coinvolge .

L’assassinio del prof. Bachelet costituisce ,infatti, un fatto presente e pieno di significati ancora oggi . Dal punto di vista generale esso ha scandito e segnato -come in altri casi - i cosiddetti anni di piombo ,ma da quello individuale e di gruppo ha anche esplicitato che il tunnel della violenza era vicino a noi e che ci stava investendo come un gorgo ,inghiottendo le persone che lavoravano e con cui collaboravamo qui a “La Sapienza” .

Questo vale in particolare per i giuristi della Facoltà ,che sono stati nell’occhio del ciclone .Dopo Moro (stanza 2 dell’Istituto di studi giuridici ora Dipartimento di Teoria dello Stato) Bachelet (stanza 3), e poi D’Antona (stanza 5). Era evidente :nessuno era sicuro e quell’ insicurezza a volte si rivela ancora ed è incomprensibile per chi non abbia vissuto quegli anni,ma anche l’ultimo lustro segnato dal delitto D’Antona .

Me lo ricordo bene quel martedì 12 febbraio , così come rammento il 16 marzo 1978(anche se allora non ero a Roma) e il 20 maggio 1999. In questi casi i ricordi individuali costruiscono quelli collettivi e li specificano con la sfaccettatura della testimonianza minuta dell’esperienza di vita . L’annunzio di via Fani lo ebbi scendendo in quello che fu il circolo ufficiali del IV Alpini ( era in programma che avrei sostenuto il concorso per assistente ordinario qui a Roma nel luglio successivo e Vittorio Bachelet era uno dei tre commissari ). Vedendo da lontano la diretta dall’aula di Montecitorio ,pensai ,invece, che sarei rimasto a Torino e in divisa per molto tempo . Nel maggio 1999 mi avvertirono sul telefonino ,mentre stavo arrivando a “La Sapienza”, di precipitarmi in Facoltà che un nostro docente era stato ucciso in via Salaria e che si chiamava D’Antona. Ma nel 1980 ero qui al secondo piano . Nei primi tre giorni della settimana facevo assistenza nella mattinata :erano le 11,45 circa. Ricordo Mario Galizia che esce dalla stanza 8 in cui erano ammassati i costituzional-comparatisti per andare a fare lezione (incontrava Bachelet per una simbolica staffetta didattica sulle scale) ;ricordo il grido :l’hanno ucciso!;il precipitarsi al piano terra ;l’abbraccio con Mario Galizia attonito ; l’ora circa passata sulle scale senza che nessuno intervenisse ufficialmente ; la discussione sul sudario con cui ricoprire il corpo ;il mazzo di fiori deposto vicino alla salma ;la discussione con le forze dell’ordine;la telefonata in stanza 14 (l’allora presidenza ) con cui Rosy Bindi ed io avvertivamo (Lei la famiglia ,io l’albergo) che eravamo bloccati in Università per ordine del magistrato ;lo sfollamento dalle porte laterali a metà pomeriggio con il permesso del Rettore; la veglia funebre alla sera al CSM.

Ricordo anche il giorno dopo. Il vuoto in Facoltà ,se si eccettuano le presenze di Giuliano Amato (allora Direttore dell’Istituto) e di Federico Mancini ;l’imponente manifestazione sindacale e ,poi, i funerali con le esemplari ed allora non completamente comprese parole di perdono dei familiari.

Ricordo anche il primo consiglio di Istituto dopo l’assassinio e ,nel silenzio sbigottito, le brevi e decise parole di esacrazione e di condanna di Giuseppe Sperduti per il delitto perpetrato da chi aveva colpito un uomo “buono” .

Ricordo anche la lapide (riprodotta ora anche sul sito della Facoltà) sotto la quale andremo a deporre una corona d’alloro , che testimonia la memoria di quell’evento ed anche oggi rinnovo lo sconcerto semantico per la singolare formulazione della stessa ,dove non si parla di dovere “tout court” , ma di adempimento del “suo dovere”. Un simile testo l’ho considerato allora ed ancor oggi sono di questa opinione come tipico ,anche se inconsapevole ,sintomo di un timore sostanziale e della tendenza ad un distacco da coloro che sono caduti .

Il tema di questo pomeriggio è Vittorio Bachelet, servitore autentico delle istituzioni. Proprio in questa specifica dimensione - e voglio sottolinearlo a chiare lettere - Bachelet è stato assassinato nell’adempimento del dovere di docente e di vicepresidente del CSM ,nella sua Facoltà ,nella città in cui era nato e vissuto e per testimoniare un impegno integrale , in cui sacro e profano ,pubblico e privato vengono ad unirsi nella testimonianza individuale.

Si , quel giorno per Bachelet ,con quel sorriso mite ed affabile, fu il giorno della testimonianza e quindi il giorno del martirio per i valori in cui aveva creduto e che aveva intensamente praticato durante la sua esistenza .

Da quel giorno sono passati 25 anni : il tempo di una generazione ,scanditi per molto tempo dalla silenziosa meditazione vespertina del fratello Paolo che dalla Cappella faceva tappa davanti alla lapide .

L’altra sera ho incontrato ,invece, il figlio del prof. Vittorio, oggi ordinario di Fisica in questo Ateneo .Il prof. Giovanni Bachelet mi ha fatto riflettere sul tempo ,dicendomi come questo 25° anniversario sia importante per il suo essere apice naturale nello scorrere degli anni .

Forse tutto ciò è umanamente vero e prevedibile come l’imbiancarsi o il diradarsi delle capigliature . Ma io credo che Vittorio Bachelet ,al di là di ogni retorica, con il suo sacrificio inerme e coraggioso sia riuscito a traguardare gli affetti familiari più intensi e quelli delle persone che l’hanno conosciuto . Egli è assurto ,infatti, a quell’esemplarità ,che -al di là dello stesso credo religioso- si collega alla scritta che sta alla base del monumento ai caduti davanti al quale sta appassendo un’altra corona , che abbiamo deposto in onore della prima medaglia d’oro al v.m. de “La Sapienza”:”a morte ad immortalitatem” . Bachelet non ha soltanto raggiunto l’immortalità ultraterrena di chi crede ,ma ha anche conquistato quella laica di chi si è speso al servizio della comunità e delle sue istituzioni . E’ quindi riuscito a sintetizzare nella sua azione ,in modo alto ed incontroverso , l’esempio di un umanesimo integrale, fondato sui valori della dignità umana ,della solidarietà e della responsabilità per cui la sua generazione ,testimone della nascita della Carta costituzionale , tanto ha speso e tanto ha prodotto,lasciandoci un indispensabile legato , di cui tutti siamo portatori e responsabili.

(22/02/2005)


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