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I problemi del processo di cognizione tra passato e presente

di Franco Cipriani

(file Word Testo integrale con note)

1.- Il processo civile di cognizione è stato sempre costellato di problemi. I problemi, per la verità e per fortuna, non sono stati sempre gli stessi, né tanto meno della stessa gravità, ma, in compenso e purtroppo, ve ne sono alcuni che, specie negli ultimi cinquant'anni, non sono stati risolti nel migliore dei modi, con la conseguenza che a lungo andare si sono incancreniti e che tuttora non si sa che fare per risolverli.

Questo nostro convegno, che si tiene nel sessantesimo anniversario dell'entrata in vigore del c.p.c., rappresenta una preziosa occasione non solo per soffermarsi sui grandi problemi della giustizia civile italiana, ma anche per fare il punto della situazione sul processo di cognizione, che per non pochi aspetti rappresenta il problema per antonomasia della giustizia civile. Trent'anni fa, nel 1971, quando si fece il bilancio del processo di cognizione a trent'anni dal codice, Virgilio Andrioli ci avvertì: «la casa brucia». L'avvertimento, che oggi potrebbe sembrare eccessivo, era in realtà più che giustificato e avrebbe dovuto indurci quanto meno a prendere le distanze da quel che si era fatto in quei trent'anni, ma sta di fatto che, dal 1971 in poi, non essendosi provveduto a spegnere l'incendio, le cose sono decisamente peggiorate.

Oggi, infatti, la casa brucia sicuramente più di ieri e, probabilmente, brucia veramente, ma, a parer mio, si fa ancora in tempo a spegnere l'incendio. L'essenziale è che, contrariamente a quel che avvenne trent'anni fa, quando non si seppe individuare la terapia esatta e ci si avviò verso il baratro attuale, si abbiano idee chiare sul da farsi.



2.- A voler analizzare i grandi problemi che hanno contrassegnato la storia del processo di cognizione e che, per il loro significato, ci possono essere d'insegnamento, comincerei col ricordare che col codice del 1865 si ebbe subito un grande problema che per certi aspetti è ancora sul tappeto: quello del procedimento sommario.

Il codice del 1865, sulla scia del code de procédure civile francese del 1806, prevedeva due procedimenti, il formale, che era la regola, e il sommario, che era ammesso in via di eccezione (art. 155). Il primo si apriva con una citazione a rispondere e si snodava attraverso comparse da scambiare entro 15 giorni (artt. 164 e 165). Non vi erano limiti allo scambio di comparse, ma ogni parte, quando riteneva di non avere altro da dire, poteva far iscrivere la causa sul ruolo di spedizione (art. 173), ossia sul ruolo di udienza, alla quale, dunque, si arrivava a «istruttoria chiusa», ossia senza alcuna possibilità di avanzare nuove richieste. Il procedimento sommario, invece, si apriva con una citazione a udienza fissa, ossia invitando il convenuto a comparire direttamente davanti al giudice per un'udienza scelta dall'attore tra quelle del calendario giudiziario, e poi si snodava per udienze fissate di volta in volta dal giudice. Il convenuto, quindi, nel sommario, rispondeva all'udienza, che ovviamente si svolgeva a «istruttoria aperta», ossia con la possibilità per le parti di difendersi come meglio ritenevano, anche con deduzioni del tutto nuove. Quindi, mentre nel formale il giudice scendeva in campo quando tutto era pronto per la decisione, il sommario, che era stato pensato per le cause più semplici, comportava (non un maggior impegno, ma) una maggiore presenza del giudice.

Ebbene, subito dopo l'entrata in vigore del c.p.c. del 1865, si verificò un fatto non previsto dal legislatore e che avrebbe angustiato la giustizia civile italiana sino alla fine dell'Ottocento. Poiché era possibile chiedere al presidente l'autorizzazione a utilizzare il sommario anziché il formale, avvenne che quasi tutti gli avvocati la chiedevano e che tutti i presidenti la concedevano. Il sommario, da essere l'eccezione, divenne così, di fatto, la regola: gli avvocati italiani preferivano la citazione a udienza fissa e l'incedere per udienze, perché – ce lo assicura Lodovico Mortara - preferivano aspettare un'udienza (e, quindi, io direi, il giudice e quel che implica il giudice, ossia la possibilità della decisione) e non la scadenza di un termine. Che è un dato di fatto che è forse il caso di tenere presente.

Il sommario, però, nella misura in cui, prevedendo udienze a istruttoria aperta, consentiva a ogni parte di formulare nuove richieste all'udienza, esponeva ogni parte al rischio di avere delle sorprese, tanto che ben presto lo si definì «il procedimento delle sorprese». Dalle quali sorprese ci si difendeva con le richieste di rinvio. I problemi quindi erano due: evitare le sorprese e limitare i rinvii.

Così stando le cose, la dottrina era divisa: Luigi Mattirolo proponeva di far rispettare il disegno del legislatore e, quindi, d'impedire alle parti di usare il sommario; Lodovico Mortara, invece, riteneva che bisognasse prendere atto della realtà che si era venuta a creare e disciplinarla. Alla fine, il legislatore, nel 1901, accogliendo questo secondo suggerimento, consentì alle parti di usare di norma il procedimento sommario e disciplinò i rinvii: ogni parte, per difendersi, aveva diritto a un rinvio; le parti, d'accordo, potevano chiedere quattro rinvii; dopo il quinto rinvio, il giudice, se le parti volevano ancora traccheggiare, poteva cancellare la causa dal ruolo d'ufficio (art 6 l. 31 marzo 1901, n. 107). Da notare tuttavia che, grazie a quella legge (art. 5), ogni parte, depositando tutti i documenti entro quattro giorni dall'udienza e dandone notizia alla controparte, acquistava il diritto di far discutere la causa: di fronte al deposito dei documenti, l'altra parte poteva far tutto, meno che chiedere rinvii.

Quella riforma, varata recependo «le indicazioni sicure e decisive» fornite dalla pratica, resse il processo civile italiano fino al 1942. I problemi, ovviamente, non furono tutti risolti, ma nella realtà applicativa non si ebbero più polemiche. Evidentemente, io direi, il legislatore, quella volta, seppe capire bene quel che conveniva fare e seppe creare un apprezzabile equilibrio tra le tre personae del processo: all'udienza si andava sempre ad istruttoria aperta, ma ogni parte aveva sia gli strumenti per sventare le sorprese, sia il diritto di chiedere, nel rispetto delle esigenze difensive dell'altra, sentenza; per converso, il giudice poteva liberarsi delle cause che le parti pretendevano di far dormicchiare per troppo tempo.

Bisogna pur dire, però, che nella quarantennale vita della riforma del 1901 ci fu una piccola parentesi, che ci può essere di grande insegnamento. Nel 1912-13, il legislatore, improvvisamente, invocando esigenze finanziarie che potevano pure esistere, ma che verosimilmente potevano ben essere soddisfatte in altro modo, istituì, ancora con la supervisione di Mortara, il giudice unico in primo grado in materia civile (l. 19 dicembre 1912, n. 1311, e r.d. 27 agosto 1913, n. 1015). Questa nuova riforma, però, a differenza di quella del 1901, scatenò un putiferio nei tribunali, tanto che, per la prima volta nella storia, si registrò uno sciopero degli avvocati e che il giudice unico, dopo appena un anno di vita, fu soppresso. E' vero che gli avvocati furono pilotati dai grandi avversari di Mortara, ma pure vero è che quella riforma non era stata auspicata da alcuno e non rispondeva alle esigenze della pratica, ma fu pensata nelle alte sfere e calata dall'alto sulla realtà. Quasi a dimostrare che le riforme che non sanno interpretare le esigenze degli operatori giuridici e non razionalizzano l'esistente, sono salti nel buio e, 99 su 100, son destinate a fallire.

3.- Il Novecento, apertosi con la riforma Mortara, è stato indubbiamente il secolo di Giuseppe Chiovenda e dell'oralità, che nel 1997, con la Commissione bicamerale, è stata addirittura sul punto di essere inserita, con le sue consorelle «concentrazione» e «immediatezza», nella nostra Costituzione.

Il principio dell'oralità, affermatosi nell'Ottocento essenzialmente nel processo penale e in contrapposizione alla segretezza che caratterizzava gli antichi procedimenti giudiziari, incontrò inizialmente grosse resistenze nel processo civile per via dell'impossibilità di far leva sulla parola per risolvere le cause documentali, ma poi, quando fu inteso come processo che si snoda per udienze e che assicura un maggior contatto tra parti e giudice, ebbe successo, tanto che lo si invocò nel varare la riforma del 1901.

Con Chiovenda il principio dell'oralità fu inteso in senso profondamente diverso e diventò un problema. Inizialmente, nel 1909, egli lo propugnò facendo leva sulla maggiore rapidità della parola rispetto alla scrittura e, quindi, al fine di semplificare e accelerare il processo civile. Successivamente, invece, Chiovenda, nel battersi per la «radicale riforma» del processo civile, puntò essenzialmente sulla necessità che a giudicare fossero gli stessi giudici che avevano assunto le prove. In ciò egli aveva un (apparente) alleato nel vecchio codice, che prevedeva che le prove fossero ammesse dal collegio, ma assunte fuori udienza da un giudice delegato dallo stesso collegio. In ciò io non vedrei nulla di strano o di pericoloso, specie se il collegio ha il potere di ordinare la rinnovazione delle prove davanti a sé (come è oggi previsto dal disapplicatissimo art. 281 c.p.c.), ma Chiovenda fu abilissimo nel presentare quella realtà come un'assurdità prettamente italiana e fonte di sentenze inevitabilmente errate e ingiuste. Per conseguenza, egli si batté per far sì che le prove fossero assunte all'udienza da tutto il collegio e che a giudicare fossero soltanto i giudici che avevano assunto le prove. La sua proposta non ebbe successo tra gli addetti ai lavori, più che perplessi all'idea di far assumere le prove da tutto il collegio, ma ne ebbe moltissimo a livello di mass media, atteso che Chiovenda riuscì a convincere l'opinione pubblica che l'oralità era di sicuro effetto ed era stata adottata con successo in tutto il mondo, anche «...a Tokio!».

In realtà, non era affatto vero che l'oralità fosse stata adottata in tutto il mondo, ma è il caso di tenere presente che le critiche e le proposte chiovendiane sono forse la prova migliore della sostanziale buona salute goduta dalla giustizia civile italiana in quel periodo. Se si considera che Chiovenda, nel 1909, per dimostrare quanto lungo e snervante fosse il processo civile italiano, ne ipotizzò uno che si svolgeva secondo la prassi del Tribunale di Roma e durava 11 mesi; e se si tiene presente che, in realtà, stando alle statistiche ufficiali, a quel tempo il processo civile italiano durava molto meno, tant'è vero che ancora nel decennio dal 1929 al 1938 il 56,20% delle sentenze definitive di primo grado dei tribunali italiani veniva pronunciato in meno di sei mesi, si comprenderà come la battaglia chiovendiana per far sì che le prove fossero assunte all'udienza da tutto il collegio e affinché il processo (di primo grado) si concludesse in linea di principio in una sola udienza o, comunque, con rinvii al giorno dopo, presupponeva una situazione decisamente ottimale o, comunque, più che controllabile e non certo l'ingovernabile caos attuale.

Sennonché, per ragioni che non possono essere qui analizzate, mentre l'oralità ha rappresentato per lunghi anni la meta da raggiungere e l'ideale da realizzare, l'autorità di Giuseppe Chiovenda è stata sovente invocata nel realizzare riforme che avevano assai poco a che vedere col suo pensiero, tanto che ad un certo punto si è avuto il più che fondato sospetto che «il Maestro», stanco di essere strumentalizzato, si stesse «rivoltando nell'avello». Per fortuna, però, dopo quel che è stato rilevato all'inizio degli anni Novanta in ordine alle statistiche con le quali Chiovenda dimostrò la maggiore celerità del processo orale austriaco rispetto al nostro, oggi nessuno osa più invocare l'oralità e/o puntare su un processo orale. Basti pensare che di recente Romano Vaccarella, nel presentare il lavoro della Commissione ministeriale da lui presieduta, è partito (ovviamente...) da Chiovenda, ma non ha menzionato né l'oralità, né la concentrazione, né l'immediatezza. E basti dire che Andrea Proto Pisani, nel criticare le conclusioni cui è pervenuta la Commissione Vaccarella, non ha menzionato né l'oralità, né Chiovenda. Pare quindi che si possa dare finalmente per superata la fuorviante pregiudiziale dell'oralità.



4.- Col codice del 1940, che fu «concepito nel periodo fascista», nella giustizia civile italiana si ebbe una grande svolta e sorsero non pochi problemi che, purtroppo, non sono stati ancora risolti.

Infatti, il legislatore del 1940, lungi dal razionalizzare l'esistente eliminando i non pochi piccoli-grandi problemi che ovviamente non mancavano, volle riformare radicalmente il processo civile sì da coordinarlo coi principi e le finalità della c.d. rivoluzione fascista: come è detto a chiare e dimenticate lettere nella Relazione al re, che porta la firma del guardasigilli Dino Grandi, ma fu scritta dal suo grande collaboratore Piero Calamandrei, mentre il vecchio codice «si prospettava i problemi dal punto di vista del litigante che chiede giustizia, il nuovo se li propone dal punto di vista del giudice che deve amministrarla» (§ 19). Che è come se gli ospedali, anziché essere costruiti per gli ammalati, fossero costruiti per i medici.

Infatti, i diritti delle parti furono drasticamente ridotti, in quanto ad esse fu per un verso fatto obbligo di «vuotare subito il sacco» (§ 24) e per l'altro impedito di citare a udienza fissa (ossia di fissare la prima udienza), di chiedere sentenza, di ottenere qualche rinvio e d'impugnare immediatamente i provvedimenti dati nel corso del giudizio: persino le sentenze parziali su domanda (divenute peraltro rarissime, se non proprio impossibili per via della presenza dell'istruttore) divennero impugnabili solo alla fine. Per converso fu rafforzata la posizione del giudice, che si ritrovò ad avere una miriade di poteri discrezionali che prima non aveva: fissare la prima udienza a proprio libito (art. 173, 2° comma), consentire alle parti di sollevare nuove eccezioni e chiedere nuovi mezzi di prova (art. 183, 2° comma, e 184), convocare le parti per interrogarle liberamente in ogni stato e grado del giudizio (art. 117), disporre l'ispezione corporale non solo delle parti, ma anche dei terzi (ripeto: ispezione corporale dei terzi: art. 118), tentare (e ritentare) la conciliazione delle parti (art. 185), emanare normalmente ordinanze revocabili e modificabili, ma non impugnabili (art. 176 ss.), ecc. Per non dire del potere d'imporre all'attore una cauzione per le spese (art. 98), che è istituto ormai dimenticato, ma che fotografa molto bene la logica del nuovo codice.

Furono poi previsti moltissimi termini perentori a pena di estinzione rilevabile d'ufficio, la cui ratio era di indurre le parti ad attivarsi (ma che possono risolversi in terribili trappole). Il legislatore, infatti, partiva dal presupposto che le parti volessero sempre e soltanto perder tempo, tanto che finì col sopprimere persino l'istituto della cancellazione dal ruolo per intervenuta transazione e che non prese neppure in considerazione l'ipotesi che le parti avessero fretta. Eppure, è o dovrebbe essere noto che, se sono molti i casi in cui entrambe le parti preferiscono prender tempo perché hanno paura della sentenza o, comunque, perché sperano di addivenire ad una soluzione concordata, non sono affatto pochi i casi in cui una delle parti, solitamente l'attore, ha fretta, molta fretta, sicuramente più fretta del giudice, sì che è evidente che, togliendo alle parti il diritto di incidere sui tempi del processo, non le si obbliga soltanto a far correre le cause che entrambe vorrebbero tenere in surplace, ma le si priva anche e soprattutto del diritto di far correre le cause che una di esse vorrebbe vedere al più presto decise.

Ma l'aspetto più grave della riforma fu la previsione del giudice istruttore, che venne presentato come il «cardine» del nuovo processo, ma che in realtà era dovuto ad un grosso abbaglio tecnico del legislatore. Infatti, il processo, da svolgersi subito davanti al tribunale, che era sempre in grado di riservarsi e rendere giustizia emanando sentenze (tutte immediatamente appellabili), si svolgeva davanti all'istruttore, un magistrato che, pur non potendo mai pregiudicare con le sue ordinanze la decisione della causa, doveva preparare e istruire la causa e rimetterla poi per la decisione al collegio, che era il giudice competente e del quale egli doveva far parte.

Non si dette il debito rilievo al fatto che vi sono cause che non hanno bisogno di essere preparate e istruite, e che non è possibile istruire una causa senza valutare il merito e influire sulla decisione. Per di più, l'istruttore, ad onta del nomen, non si limitava a preparare e istruire, né tanto meno ad assumere le prove, ma dirigeva in assoluta autonomia il processo dando provvedimenti su tutto (integrazione del contraddittorio, separazione delle domande, intervento, prove, questioni impedienti, sospensione, interruzione, estinzione, ecc.). Le sue ordinanze, però, non erano affatto vincolanti per il collegio, sicché è evidente che nel primo grado del nostro processo, pur non essendoci due gradi in senso tecnico, finirono coll'esserci due giudici, uno monocratico l'altro collegiale, entrambi autonomi e indipendenti l'uno dall'altro: il primo preparava ed istruiva (e impediva intanto al secondo, che pur era il giudice competente, di scendere in campo e fare il suo dovere), il secondo scendeva in campo solo alla fine (rectius, quando voleva l'istruttore), ma era ben libero, come e più di un giudice di appello, di non condividere, di modificare e semmai di ignorare le decisioni del primo.

L'istruttore, quindi, dava vita ad un sistema senza precedenti nella millenaria storia del processo civile: egli stava al posto del collegio per quasi tutto il corso del processo, ma, più che alleggerire il lavoro del collegio, lo esautorava, senza tuttavia sostituirlo in tutte le sue funzioni, sì che la vera conseguenza era che le parti si ritrovarono in un processo senza un vero giudice. Infatti, le parti potevano sì adire il tribunale, ma solo per modo di dire: in realtà, il collegio, che era l'organo che giudicava sul merito, poteva essere adito solo dal giudice istruttore!

5. - Così stando le cose, non meraviglia se il 21 aprile 1942, giorno dell'entrata in vigore del codice, «il fallimento del processo ordinario di cognizione fu pressoché immediato». E, io direi, per tre motivi: anzitutto perché, benché le parti fossero tenute a vuotare subito il famoso sacco, «la fissazione della prima udienza, presso molti tribunali, era ritardata per un tempo intollerabile», dai nove mesi ai due anni; poi perché il giudice istruttore, rappresentando un «diaframma fra parti e collegio» e implicando la divisione del processo in fasi, si rivelò un grande ostacolo sulla strada di chi voleva giustizia e aveva fretta; infine perché, non potendo essere proposta alcuna impugnazione prima della pronuncia delle sentenza definitiva (salvo, in verità, il regolamento necessario di competenza avverso la dichiarativa pura di competenza), la caduta delle garanzie si rivelò enorme. Senza dire delle preclusioni, che a parer mio, non incidendo più di tanto sui tempi del processo, non furono tra i motivi del fallimento del codice, ma che, potendo portare a sentenze ingiuste, non si rivelarono certamente una buona idea.

Gli avvocati fecero fuoco e fiamme contro quel sistema e, soprattutto, contro il giudice istruttore, ma ottennero ben poco. Eppure, mi sembra evidente che essi avessero non poche ragioni, perché la dicotomia istruttore-collegio comportava (e comporta) conseguenze innegabilmente antieconomiche e indifendibili: dalla divisione del processo in fasi, al rischio che l'istruttore ammetta prove che poi il collegio reputerà irrilevanti, al pericolo che l'istruttore non rimetta subito al collegio una fondatissima questione idonea a definire il giudizio, alla bizzarria di un collegio formato da un giudice che ha fatto tutto e da due giudici che non sanno nulla: benché la dottrina preferisca sorvolare, a me sembra evidente che l'istituto del giudice istruttore (specie dacché sono state previste le c.d. ordinanze anticipatorie di condanna) sia manifestamente illegittimo in relazione agli art. 3, 24, 2° comma, 25, 1° comma, e 111, 2° comma, Cost.

Vero è che nell'immediato dopo guerra il c.p.c., che era stato accolto con le luminarie dalla dottrina, si salvò sol perché si ritrovò nella stessa barca degli altri codici. Alla caduta del fascismo, da più parti si chiese l'abrogazione di tutti i codici fatti dal fascismo, all'epoca noti come i «codici mussoliniani»; la richiesta, sicuramente eccessiva, si rivelò una manna per il c.p.c. e i suoi difensori, che potettero così contare su quanti con piena ragione si opposero all'abrogazione degli altri codici. Gli altri codici, però, erano profondamente diversi dal nostro, e non solo ratione materiae, bensì perché erano incomparabilmente meno intrisi delle autoritarie idee del fascismo del nostro, tant'è vero che gli avvocati, che non credo fossero tutti antifascisti e, comunque, non ne facevano certamente una questione politica, chiedevano esclusivamente l'abrogazione del c.p.c., che era il vero e solo problema.

Gli avvocati, però, in quel periodo, per caso o pour cause, si ritrovarono con il Consiglio nazionale forense presieduto proprio da chi aveva fatto il codice, il «chiovendiano» Piero Calamandrei, che fu messo a dura prova, ma che alla fine riuscì a spuntarla: concesse la riforma del 1950, ma salvò il suo codice.



6.- Nel 1950, dopo mille discussioni, con la l. 14 luglio 1950, n. 581, il c.p.c. fu riformato, ma non certo in considerazione della Costituzione repubblicana entrata in vigore due anni e mezzo prima. Anzi, benché la nuova Carta fosse ben diversa dalla precedente e contenesse non poche fondamentali norme sullo svolgimento dei processi, tutte ispirate ad una logica opposta a quella del codice, nel mondo del processo civile nessuno per lunghi anni si avvide del passaggio dallo Statuto albertino alla Costituzione repubblicana. Per non dire dell'identica sorte che per ancor più lunghi anni fu riservata alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, firmata a Roma il 4 novembre 1950 e resa esecutiva in Italia con la l. 4 agosto 1955, n. 848, che pur conteneva l'ormai celeberrimo art. 6, che assicura ad ognuno di noi il diritto ad un processo in un termine ragionevole, ma che per molto tempo fu sottovalutato da tutti e considerato come ispirato a semplici «movenze programmatiche».

La riforma del 1950 al c.p.c. fu pilotata dall'onnipresente e onnipotente Calamandrei, ma è passata alla storia come la «disgraziata Novella», voluta dalla classe forense e colpevole di avere deturpato la purezza e la perfezione del codice chiovendiano del 1940. Essa ripristinò la citazione a udienza fissa, soppresse – anche su proposta degli studiosi del processo civile - le preclusioni e i relativi poteri discrezionali dell'istruttore, consentì alle parti di reclamare al collegio avverso le ordinanze dell'istruttore sulla rilevanza e l'ammissibilità dei mezzi di prova, modificò la disciplina dell'inattività in senso apparentemente meno fiscale reintroducendo la cancellazione della causa dal ruolo, previde l'impugnabilità anche immediata delle sentenze non definitive (che restarono però sempre piuttosto rare, perché erano e tuttora sono subordinate all'errore del giudice istruttore nel reputare fondata un'eccezione o matura per la decisione una delle domande), riammise i nova in appello. Riforme, dunque, non propriamente piccole e, si direbbe, del tutto ragionevoli, ma sta di fatto che le si presentò come irragionevoli e devastanti: basti pensare che si trovò da ridire persino sul ritorno alla citazione a udienza fissa, sostenendo che essa non impediva all'attore di citare a un anno e che perciò tutto sarebbe rimasto come prima; e basti considerare che nella previsione del reclamo avverso le ordinanze dell'istruttore, che era una piccola garanzia date alle parti, si vide uno strumento dilatorio che implicava (addirittura) la «integrale abrogazione del codice».

La riforma del 1950, però, avendo lasciato sopravvivere l'istruttore e tutto ciò ch'esso implicava, non risolse affatto i problemi creati dal codice, tant'è vero che nel 1954 il Senato, con un o.d.g., invitò «il governo a mettere allo studio una riforma più completa e radicale che risolva in pieno il problema della legislazione processuale civile in maniera conforme alle esigenze più imperiose della pratica forense e alle reali possibilità finanziarie dello Stato». Il governo chiese lumi a tutti, ma, mentre la Corte di cassazione, con una documentatissima relazione di una Commissione presieduta da Francesco Acampora, auspicò che fosse per un verso ampliata la competenza per valore dei conciliatori (sì da evitare che pretori e tribunali fossero oberati di cause), e per l'altro consentito alle parti di evitare la fase davanti all'istruttore (che le sembrò molto spesso "del tutto inutile"), le Università si opposero a ogni riforma che non fosse il ritorno al 1940 e si chiusero nuovamente a riccio in difesa del codice e del giudice istruttore: l'Università di Firenze, però, accanto alla relazione del titolare della cattedra di diritto processuale civile, Piero Calamandrei, presentò quella, del tutto opposta, del preside della facoltà giuridica, Enrico Finzi.

Sempre a seguito dell'o.d.g. del Senato, nel 1955 si tenne a Milano un grande convegno sul giudice istruttore: Antonio Segni riconobbe che, almeno nelle cause che potevano essere decise senza bisogno di assumere prove, si poteva ben consentire alle parti di evitare la fase davanti all'istruttore; Nicola Jaeger rilevò che, per quella che era la sua esperienza, non erano poche le cause che venivano decise senza assumere prove orali e, quindi, senza bisogno dell'istruttore; qualcuno fece notare che i giudici, col nuovo codice (essendosi ritrovati con l'inverosimile potere di adire il collegio, che era e restava l'organo giudicante), facevano molte meno sentenze di prima. Ma non servì a niente: mentre il Ministero arrivò al punto di vietare ogni notizia sulle statistiche giudiziarie, gli studiosi difesero a spada tratta il giudice istruttore, che rimase al suo posto. Così vent'anni dopo, il legislatore, con grande sorpresa della dottrina, ma col placet della Corte costituzionale, pensò bene di utilizzare, per la tutela di alcuni diritti, il rito camerale, che non conosce l'istruttore e che perciò è molto più rapido del rito ordinario; e trent'anni dopo, qualcuno, senza rendersi conto di mettere il dito in una vecchia piaga, disse che nel processo di divorzio la fase davanti al giudice istruttore, il più delle volte, era del tutto inutile. Che è problema ancora sul tappeto, aggravato dalla riforma del 1990-95.

Vero è che quello che accadde negli anni Cinquanta è, almeno per me, difficilmente spiegabile. La battaglia per salvare il codice è comprensibile, ma la difesa, e a spada tratta, dell'istruttore ha dell'inspiegabile. Sta tuttavia di fatto che quella difesa, alla fine, ebbe successo: con la conseguenza che il nostro processo continuò ad essere inceppato dalla presenza del giudice istruttore.



7.- Nel dopoguerra si creò un problema che non fu avvertito e che sui tempi lunghi si sarebbe rivelato decisivo. Negli anni Trenta, finché fu in vigore il vecchio codice, il 65% del contenzioso civile veniva smaltito dai conciliatori, il 20-22% dai pretori e il 13-15% dai tribunali. Ciò non avveniva per caso, bensì perché, attraverso la disciplina della competenza per valore, si faceva in modo che le cause fossero razionalmente distribuite tra i vari giudici: i conciliatori, infatti, erano molto più numerosi dei pretori e dei tribunali messi assieme. Dopo la guerra, col popolo italiano in ginocchio, il numero delle cause diminuì sensibilmente, ma, mentre i conciliatori videro più che dimezzate le cause portate alla loro cognizione, pretori e tribunali videro più che raddoppiato il loro lavoro. Un illustre commercialista, Tullio Ascarelli, nel 1955, di fronte alla diminuzione delle cause che si celebravano in conciliazione, ritenne che la ricostruzione ci avesse resi tutti più ricchi e più saggi, tanto da far scomparire la piccola litigiosità, ma, a veder bene, le cause si facevano prevalentemente in pretura e tribunale sol perché la competenza per valore del conciliatore e del pretore era stata sì elevata, ma non secondo quanto sarebbe stato necessario. Infatti, a seguito della grande svalutazione avutasi con la guerra, i tradizionali criteri con cui si era fino allora disciplinata la competenza per valore furono messi in crisi: ciò che valeva mille nel 1940 valeva 50 mila nel 1947, ma il tetto della competenza per valore del conciliatore, che nel 1940 era stato fissato in mille lire, fu portato a 50 mila lire solo dopo vent'anni, nel 1966, con la l. 25 luglio 1966, n. 571. La conseguenza fu che le cause si celebravano essenzialmente in pretura e tribunale e che ci si abituò a non andare più in conciliazione, ossia davanti ai giudici onorari. Il sistema resse finché le cause furono relativamente poche, ma, dalla metà degli anni Settanta, con quella che Norberto Bobbio ha chiamato «l'età dei diritti», ossia quando le cause, con l'aumento dei diritti, del benessere e delle contestazioni, cominciarono ad aumentare, si è andati verso il collasso: ancora nel 1984 i 17 mila conciliatori e vice-conciliatori erano competenti sino a 50 mila lire, ma quando, nel 1987, si propose di portare la loro competenza da uno e tre milioni, si disse che non era il caso di farlo, trattandosi di un giudice ormai «al tramonto». In realtà, quel giudice stava morendo sol perché non gli si dava una competenza sufficientemente ampia: con la conseguenza che tutto gravava sui 900 pretori (che però potevano contare su non pochi vice pretori onorari) e sui 1.200 magistrati addetti al civile nei tribunali (che non potevano contare su nessuno).

8.- Nel 1956 entrò in funzione la Corte costituzionale, che in tutti questi anni non ha mai dovuto perdere troppo tempo col c.p.c., a differenza di quel che le è capitato col c.p.p. del 1988, che le procurò una valanga di questioni di legittimità da risolvere. Ciò potrebbe far pensare che il fascismo, a differenza dell'Italia repubblicana, facesse leggi molto democratiche, ma ho idea che la spiegazione possa essere un'altra. E' chiaro infatti che, se siamo disposti a giustificare tutto e il contrario di tutto, anche le norme più pericolose si possono salvare (si pensi, per esempio, all'interrogatorio libero delle parti, che sarebbe previsto nell'interesse delle parti; per non dire della trasformazione delle vecchie sentenze interlocutorie in ordinanze revocabili, ma non impugnabili, e del differimento alla fine del grado dell'impugnazione di tutti i provvedimenti emanati nel corso del giudizio, che è stato visto da tutti come un fatto positivo); ma ci si sforzasse di leggere il codice alla luce della Costituzione, il discorso sarebbe diverso. Sta invece di fatto che sovente è stata la Costituzione ad essere letta alla luce del codice: per esempio, quando la Corte costituzionale dichiarò illegittimo l'art. 98 c.p.c., che prevedeva la cauzione per le spese, un istituto da tempo bandito da tutte le legislazioni del mondo e dalla Convenzione dell'Aja del 1905 sul processo civile, la dottrina, rammaricatissima, insorse compattamente in difesa del codice e si spinse sino ad affermare che l'art. 24, 2° comma, della Costituzione era una disposizione «sostanzialmente superflua».

Sul finire degli anni Sessanta, la lentezza e la lunghezza del processo ordinario portarono un autorevole studioso ad attaccare il c.p.c., accusandolo (non già di mortificare l'ansia di giustizia delle parti e di dare troppi poteri al giudice in generale e all'istruttore in particolare, ma) di prevedere una "profonda svalutazione del giudizio di primo grado", la "glorificazione dei giudizi di gravame", l'eccesso di collegialità e l'impossibilità per il giudice di fissare termini perentori per far correre il processo verso la sentenza.

All'inizio degli anni Settanta si fece il bilancio del processo di cognizione a trent'anni dal codice e, come ho ricordato all'inizio, si dovette riconoscere che le cose andavano molto peggio di trent'anni prima: purtroppo, però, non si seppe fare una diagnosi dei mali che angustiavano il nostro processo e perciò non si seppe suggerire un terapia efficace.

Poco dopo, con la l. 11 agosto 1973, n. 533, fu varata una nuova grande Novella del c.p.c. per riformare il processo del lavoro. L'articolato fu preparato da un gruppetto di magistrati del Ministero, che decisero di assegnare le cause di lavoro alla competenza per materia dei pretori: ma non per evitare la dicotomia istruttore/collegio e semplificare le cose, bensì perché a quell'epoca i pretori davano maggiori garanzie di sensibilità nei confronti dei lavoratori. Quanto al rito, il legislatore del 1973 previde drastici termini e ferree preclusioni per il convenuto (che normalmente era il datore di lavoro), attribuì una miriade di poteri al giudice, escluse le udienze di mero rinvio e previde le ordinanze di condanna, l'obbligo di tenere l'udienza entro 60 giorni dal ricorso, la sentenza esecutiva in base al solo dispositivo e il divieto di ius novorum in appello. La logica del nuovo rito era evidente: si riteneva che il processo ordinario durasse molto per colpa delle parti e perciò per un verso si obbligarono le parti a dire subito ciò che avevano da dire, e per l'altro si rafforzarono i poteri del giudice, obbligandolo tuttavia (almeno in teoria...) a rendere rapidamente giustizia. Più precisamente si previde il "potenziamento della fase preparatoria della prima udienza di trattazione attraverso l'obbligo imposto alle parti – a pena di decadenza – di calare le carte, scoprire le batterie, vuotare il sacco, sin dagli atti introduttivi del giudizio", sì da consentire al giudice di arrivare preparato alla prima udienza e di decidere subito la causa.

Il rito del lavoro suscitò inizialmente delle perplessità perché non apparve neutrale, ma lo si difese sostenendo che si trattava del ritorno al progetto Chiovenda, quasi non fosse vero che Chiovenda, nel suo progetto, non aveva proposto né le preclusioni, né il giudice monocratico, né le ordinanze di condanna, né la

sentenza di primo grado esecutiva di diritto, né tanto meno il divieto dei nova in appello. Sta tuttavia di fatto che il processo del lavoro è passato alla storia ed è tuttora noto a tutti come un processo orale e, ovviamente, chiovendiano!

Comunque, chiovendiano o no che fosse, quel processo svolse un ruolo importantissimo nel mondo del lavoro, anche e forse soprattutto perché, in anni di svalutazione quasi galoppante della lira, conteneva una disposizione (sostanziale) molto importante: il giudice, nel condannare il datore di lavoro al pagamento di somme di danaro per crediti di lavoro, doveva determinare, oltre gli interessi, il maggior danno subito dal lavoratore per la diminuzione di valore del suo credito (l'art. 429, 3° comma, c.p.c.).

Per qualche anno, e precisamente finché le cause furono relativamente poche, il processo del lavoro, che sin dall'inizio fu visto come suscettibile di diventare il processo ordinario italiano, funzionò secondo le attese del legislatore (che però non aveva certo pensato di prevedere le decadenze anche per il lavoratore ricorrente!...), ma, quando le cause aumentarono, entrò in crisi: oggi, a Bari, la prima udienza si tiene dopo più di un anno; a Trani, dove vi sono giudici con 7.500 cause, dopo almeno due. Non solo, ma, grazie al d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80, e al d.lgs 29 ottobre 1998, n. 387, che hanno riformato alcuni articoli del codice e inserito altri articoli nello stesso codice (art. 410 bis ss.), prima di iniziare un processo del lavoro, bisogna ora rivolgersi alla Commissione provinciale per il tentativo di conciliazione. Cioè a dire, il processo del lavoro è stato sostanzialmente devitalizzato e neutralizzato.

9.- Negli anni Settanta, con l'allungamento della durata dei processi, si diffuse oltre misura la necessità di ricorrere alla tutela cautelare, tanto che il "700", da essere il secolo dei lumi, divenne lo strumento per ottenere in un batter d'occhio giustizia. Si ebbero anche degli abusi, aggravati dal fatto che i provvedimenti cautelari non erano impugnabili, ma per non pochi anni li si tollerò. Anzi, si disse che gli abusi dei giudici della cautela giustificavano quelli delle parti col regolamento di giurisdizione, un istituto che implicava la sospensione obbligatoria del processo, ma che ciò nonostante veniva ritenuto ammissibile anche nei processi cautelari e urgenti.

Dalla metà degli anni Settanta le cose si complicarono perché, per i motivi detti più su, le cause civili cominciarono ad aumentare. Essendosi sostanzialmente rinunciato, nella mitica attesa del giudice di pace, a utilizzare i conciliatori, tutto gravava su pretori e tribunali. I quali, ovviamente, non potendo decidere in tempi ragionevoli tutte le cause, erano costretti a prender tempo rinviando il momento della decisione. Più precisamente, i giudici, ben sapendo che sarebbero stati sottoposti a procedimento disciplinare se avessero depositato la sentenza dopo più di 60 giorni dacché si erano riservati di decidere, rinviavano a lungo l'udienza collegiale di discussione, dalla quale si dipartivano i termini per il deposito della sentenza. La dottrina non si avvide dello stratagemma, ma un autorevole studioso capì e, per aggirare l'ostacolo, propose di dare alle parti il diritto di chiedere che la causa, una volta istruita, fosse decisa dall'istruttore con ordinanza: che poi, per certi aspetti, era un modo di ridare alle parti il controllo dei tempi del processo e il sacrosanto diritto di «costringere» il giudice a giudicare.

Nella seconda metà degli anni Ottanta sorsero problemi che meritano di essere ricordati. In ordine cronologico: a) nel 1985, nel corso del XV Convegno nazionale dell'Associazione fra gli studiosi del processo civile, che quell'anno si tenne a Bari, si diffuse la notizia che una causa, non ricordo più dove, era stata rimessa al collegio a tre anni. La reazione dei processualcivilisti fu immediata. Fu nominata una commissione, nelle persone di Giovanni Fabbrini, Andrea Proto Pisani e Giovanni Verde, per risolvere una buona volta il problema del processo civile. Seguirono anni di studi, proposte e controproposte e alla fine si arrivò alla riforma del 1990. b) Nel 1986 la Corte costituzionale ammise l'impugnazione per revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, togliendo così alla nostra suprema corte il crisma dell'infallibilità e ammettendo nel nostro ordinamento una garanzia non certo fondamentale, ma significativa e civilissima. c) Nel 1987 la Corte europea dei diritti dell'uomo, in accoglimento della domanda di un cittadino italiano, condannò per la prima volta lo Stato italiano ai danni per la lentezza del suo processo civile. Ex post, noi sappiamo che quella condanna era destinata a essere seguita da molte altre, ma ho idea che in Italia, di quella sentenza e delle altre che la seguirono, si sia letto solo il dispositivo. E' invece il caso di tenere presente che la Corte europea distinse nettamente i ritardi provocati dalle parti da quelli provocati dall'ufficio e condannò lo Stato italiano per i secondi e non certo per i primi. Quindi, il problema era l'ufficio, e cioè il giudice, non le parti.



10.- Nel 1990, con la l. 26 novembre 1990, n. 353, si ebbe la terza grande Novella del c.p.c. Furono ritoccati moltissimi articoli, risolvendo una serie di problemi in chiave di razionalizzazione dell'esistente: dalla perpetuatio iurisdictionis (art. 5) al rilievo dell'incompetenza (art. 38), alla nullità della citazione (art. 164), alla previsione dell'impugnabilità col regolamento di competenza dei provvedimenti di sospensione ex art. 295 c.p.c. (art. 42), alla (timida) modifica dell'operatività della sospensione provocata dal regolamento di giurisdizione (art. 367), al conferimento alla Cassazione del potere di giudicare nel merito (art. 384). Sempre in chiave di razionalizzazione dell'esistente si provvide poi a riscrivere completamente il procedimento cautelare, eliminando la competenza esclusiva dei pretori ante causam, accogliendo i suggerimenti che si levavano dalla realtà applicativa in ordine alla durata e all'impugnabilità dei provvedimenti cautelari, ma prevedendo la reclamabilità del solo provvedimento di accoglimento.

Il legislatore del 1990, però, non si limitò a ritoccare qua e là il codice, né tanto meno a razionalizzare l'esistente, ma ridisegnò tutto il processo ordinario. Anzitutto, soppresse, almeno di regola, il collegio, consentendo all'istruttore di giudicare normalmente da solo ed eliminando così alla radice, almeno di norma, la possibilità che le cause fossero rimesse al collegio a tre anni. Indi, potenziò la fase introduttiva del processo, con preclusioni che riecheggiavano in larga misura quelle del processo del lavoro, sì da consentire al giudice di arrivare preparato alla prima udienza, ma prevedendo che le prove potessero essere chieste entro la seconda udienza. Infatti, per quel legislatore il problema fondamentale era la fase iniziale del processo e, soprattutto, la prima udienza: «tutto il modello del processo figurato dalla l. 353/90 è nel senso di favorire che il procedimento, dopo la pausa iniziale consentita dal differimento della prima udienza previsto dall'ultimo comma dell'art. 168-bis, si svolga in modo concentrato sotto la vigile direzione del giudice: in tal senso gioca soprattutto il grosso impegno che difensori e giudici saranno costretti ad impiegare nella prima udienza di trattazione e in quella immediatamente successiva di articolazione delle deduzioni istruttorie e di valutazione dell'ammissibilità e rilevanza dei mezzi di prova richiesti; in un processo di questa specie dovrebbe essere interesse di tutti coloro, che sono chiamati a gestirlo, e soprattutto del giudice, far seguire la pronuncia della sentenza nella immediatezza dello svolgimento della fase preparatoria e istruttoria».

Se ne può dedurre che la riforma del 1990, come è stato efficacemente osservato, era il «precipitato storico» di quel che si era detto vent'anni prima circa l'opportunità di trasformare il processo del lavoro, sia pure con una certa qual attenuazione del regime delle preclusioni, nel processo ordinario. L'impressione è, però, che il legislatore del 1990, anziché tener presente che in quei vent'anni il rito del lavoro aveva dimostrato i suoi limiti in fatto di accelerazione del processo, si sia preoccupato essenzialmente di ridurre la durata delle cause che prima duravano molti anni: a suo avviso, se parti e giudici fossero costretti a far tutto nelle prime due o tre udienze, le cause, dopo quelle due o tre udienze, sarebbero tutte decise, perché sarebbe interesse di tutti deciderle e/o vederle decise per evitare di doverle tornare a studiare. Ma, a prescindere dal fatto che in questo modo si trascurano le cause ab origine più o meno pronte per essere decise e quelle, numerosissime (da sempre intorno al 60%), che per fortuna si chiudono perché le parti si mettono d'accordo, si tratta di una visione un po' astratta e fors'anche un po' idilliaca del processo civile, nel quale, come si dovrebbe pur sapere, è per lo meno improbabile che tutti abbiano lo stesso interesse ed è escluso che tutti vogliano veder subito emanare la sentenza per evitare di dover ristudiare la causa. Il processo civile, infatti, è «un organismo di lotta», «una vera battaglia» , che si fa per vincere o, almeno, per perdere il meno possibile, non certo per studiare presto e bene. E la battaglia si fa anche per incidere sui tempi del processo, tant'è vero che è assolutamente normale che una parte, quella che ritiene di avere ragione, abbia fretta, che la controparte abbia paura della decisione e che il giudice, per il quale la sentenza non è certo un momento di relax, si preoccupi di scaglionare il suo lavoro nel tempo. Si comprende, quindi, perché di norma non sia affatto facile «costringere» il giudice a giudicare; ma si comprende anche perché è perfettamente inutile sperare di abbreviare la durata del processo civile facendo leva sull'interesse delle parti e del giudice a studiare di meno.

Si aggiunga che il legislatore del 1990 soppresse anche quella piccola garanzia che era il reclamo al collegio avverso le ordinanze dell'istruttore sulle prove, escluse le nuove eccezioni in appello e ammise in appello solo le nuove prove che fossero apparse indispensabili al giudice. Il giro di vite in chiave autoritaria, quindi, era netto, ma lo si reputò necessario al fine di «costringere la parte a "vuotare il sacco" in primo grado», nel presupposto, quanto meno indimostrato, che le parti, se possono contare sui nova in appello, preferiscono conservarsi le eccezioni e le prove per l'appello (sì da perdere in primo grado e vincere in appello!...). A me invece risulta che le parti, in primo grado, dicono tutto ciò che hanno da dire (o, comunque, che ritengono di poter dire) e fanno il possibile per vincere (o, almeno, per perdere il meno possibile) , ma, se perdono, e specie se ritengono di avere perso ingiustamente, si sforzano di vincere in appello, con nuove considerazioni, nuovi argomenti e semmai anche con un nuovo difensore. Quindi, eliminando i nova in appello, non si costringono le parti a vuotare il sacco in primo grado, ma s'impedisce loro di difendersi al meglio in appello.

Va poi considerato che la riforma del c.p.c. fu varata senza far calcoli sul numero dei giudici e su quello delle cause, nonché, io direi, dando per scontato che il problema fosse solo processuale: il problema era invece anzitutto ordinamentale, più precisamente di proporzioni tra numero delle cause e numero dei giudici, sì che bisognava innanzi tutto fare in modo che i giudici avessero un numero gestibile di cause, condizione indefettibile per assicurare che si giudichi in tempo ragionevole.

Alla riforma del processo, varata con la l. 353 del 1990, seguì l'anno dopo la l. 21 novembre 1991, n. 374, che sostituì il conciliatore col giudice di pace. Più precisamente, i 17 mila conciliatori e vice conciliatori sparsi per tutti i comuni d'Italia furono sostituiti con 4.700 giudici di pace, ai quali fu data una competenza per valore di norma sino a 5 milioni di lire e, per le cause di danni prodotti dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, sino a 30 milioni di lire: c'eravamo talmente abituati a fare a meno dei conciliatori che ci parve un fatto positivo sostituirli con un numero apparentemente alto, ma in realtà troppo esiguo di giudici di pace; e ci eravamo talmente abituati a contenere la competenza dei giudici onorari, che i tetti assegnati al giudice di pace ci dovettero apparire più che congrui. In realtà, ai giudici minori vanno date le cause più piccole (che potrebbero pure essere relativamente grandi), non le cause oggettivamente piccole (che potrebbero pure non esistere): è un problema che, come ho già detto, è sorto con la grande svalutazione della lira che si ebbe dopo l'ultima guerra, ma è un fatto che, a quasi sessant'anni dalla fine della guerra, non si riesce a risolverlo.



11.- Le due riforme del 1990-91 incontrarono l'opposizione della classe forense, che si mostrò più che preoccupata all'idea delle preclusioni e dei giudici di pace con scarse cognizioni di diritto. Con la conseguenza che, mentre le norme sul procedimento cautelare entrarono in vigore nel 1993, quelle sul procedimento ordinario entrarono in vigore solo nel 1995, dopo che, per tranquillizzare gli avvocati, si era provveduto a mitigare le preclusioni sdoppiando la prima udienza. Il termine a comparire, che era stato raddoppiato in considerazione di quel che si sarebbe dovuto fare alla prima udienza, restò tuttavia immutato; il potere del giudice di spostare la prima udienza di ben 45 giorni, anch'esso previsto sull'altare della prima e fondamentale udienza, fu confermato, ma la prima udienza fu svuotata di ogni contenuto: fu infatti fatto obbligo al giudice di fissare «in ogni caso a data successiva la prima udienza di trattazione, assegnando al convenuto un termine perentorio non inferiore a venti giorni prima di tale udienza per proporre l'eccezioni processuali di merito che non siano rilevabili di ufficio» (nuovo art. 180 c.p.c.). Quindi, alla «pausa iniziale» per il differimento della prima udienza, si è aggiunto «in ogni caso» il rinvio per le eccezioni: anche, ne ha rispettosamente dedotto la Cassazione, se il convenuto è contumace!

Le riforme del 1990-91-95 hanno avuto sorti profondamente diverse. Il giudice di pace, specie dopo la riforma che ha consentito una maggiore utilizzazione degli avvocati (l. 24 novembre 1999, n. 468), che a veder bene sono gli unici su cui si possa fare affidamento, è ormai accettato da tutti. Ergo, sarebbe tempo che il numero dei giudici di pace fosse aumentato e che la loro competenza fosse ampliata, avendo peraltro cura di prevedere l'appellabilità di tutte le loro sentenze.

Anche la riforma del procedimento cautelare ha avuto successo: non che il procedimento cautelare non sollevi più problemi, ma non ci sono più gli abusi e le polemiche di una volta. Anche perché la Corte costituzionale, come era da prevedersi, ha ammesso il reclamo avverso il provvedimento di rigetto, consentendo così alla Corte di cassazione di escludere in tutta serenità (ma finalmente!...) il regolamento di giurisdizione nei procedimenti cautelari. A riprova, si direbbe, che le riforme che razionalizzano l'esistente e recepiscono idee largamente diffuse tra gli operatori del diritto sono decisamente le più consigliabili.

La riforma del processo ordinario, invece, fors'anche perché irrazionalmente modificata nel 1995, non ha avuto fortuna, né, a rifletterci, poteva averla, vuoi perché i problemi del processo civile non dipendevano certamente dal fatto che le parti non vuotassero subito l'ormai celebre sacco, vuoi perché non aveva proprio alcun senso sdoppiare la prima udienza per mitigare le preclusioni. Gli artt. 180, 183 e 184 c.p.c. son diventati celeberrimi nella realtà applicativa, ma non si tratta certamente di una celebrità positiva. Oggi, infatti, nel nostro processo si ha l'udienza di prima comparizione e la prima udienza di trattazione. Sono entrambe prime, ma sono due, due udienze, la seconda delle quali non può aversi prima di quattro o cinque mesi dalla notifica della citazione, ma, se il giudice sposta l'udienza di comparizione di 45 giorni, la seconda prima udienza si ha dopo almeno sei o sette mesi dalla citazione. Dalla seconda prima udienza, però, se una delle parti lo chiede, bisogna passare ad altra udienza, quella ex art. 184, per l'articolazione delle prove: che poi possono anche non essere articolate. Trattandosi di decisioni già prese dalla legge, i giudici si sono attrezzati e giudicano coi timbri: le loro, quindi, sono non-decisioni, con le quali si impedisce al processo non dico di correre, ma almeno di camminare: fino a ieri, se si voleva (contumacia, accordo delle parti e disponibilità del giudice), una causa poteva essere decisa in un paio di mesi o anche meno, tant'è vero che, per esempio, quando la l. 1° dicembre 1970, n. 898, ammise il divorzio nel nostro ordinamento, la prima sentenza di divorzio fu pronunciata esattamente 29 giorni dopo l'entrata in vigore della legge, ma oggi, anche a prescindere dalle disfunzioni di fatto, non è giuridicamente possibile che un processo civile si concluda in meno di un anno.

Va poi tenuto presente che la riforma del 1990 ha eliminato di norma il collegio, ma ha lasciato le fasi e, anzi, grazie anche alla miniriforma del 1995, le ha aumentate, scandendo l'incedere del processo in una inevitabile pluralità di udienze anche quando l'istruttore deve giudicare da solo. Il che è a dir poco assurdo, perché altro è impedire all'istruttore di giudicare perché il giudizio spetta al collegio, altro è impedire al giudice (ripeto: al giudice) di giudicare subito per svolgere i compiti di cui agli attuali artt. 180 e 183 e 184 c.p.c. Senza dire che, essendosi consentito all'istruttore di provvedere sul merito con ordinanze non sempre impugnabili (art. 186 bis, ter e quater c.p.c.), si ha che l'istruttore, mentre nelle cause di sua esclusiva competenza si ritrova a dover giudicare due volte sul merito, la prima con ordinanza, la seconda con sentenza, nelle cause con riserva di collegialità ha per non pochi aspetti ben più poteri del collegio.

Quanto, infine, al "collo di bottiglia", ossia al problema delle rimessioni al collegio a tre anni per le troppe sentenze da fare, la riforma del 1990, purtroppo, non l'ha certo risolto: infatti, essendo stata resa facoltativa l'udienza collegiale, le cause non sono più rimesse al collegio a tre anni, ma ciò non impedisce che le si decida dopo più di tre anni dacché son pronte per essere decise, perché i giudici si difendono rinviando alle calende greche l'udienza per la precisazione delle conclusioni, che è quella dalla quale si dipartono i termini per il deposito delle conclusionali, delle repliche e della sentenza.



12.- Così stando le cose, con gli uffici giudiziari alle prese con un arretrato che aumentava ogni giorno di più per via della litigation explosion in atto in tutti i paesi industrializzati, nel 1997 sono state istituite presso i tribunali le sezioni stralcio e sono stati previsti i giudici onorari aggregati (l. 22 luglio 1997, n. 276). Moltissime cause, anche di grande importanza, pur essendo già rimesse da tempo al collegio, sono state così affidate a giudici onorari affinché, previo esperimento di un tentativo di conciliazione, le decidessero da soli e con sentenza esecutiva! La caduta delle garanzie è stata enorme, ma le sentenze sono finalmente aumentate. Ad estremi mali estremi rimedi, ma nella specie, a parer mio, non vi era bisogno di fare quello che si è fatto: sarebbe bastato agire sulla competenza, riducendo quella del tribunale e ampliando quella dei giudici di pace; i g.o.a. sarebbero stati ben felici di essere nominati giudici di pace.

Nel 1998, col d.l. 19 febbraio 1998, n. 51, è stato istituito il giudice unico di primo grado. Più precisamente, mentre il vecchio e caro pretore è stato soppresso, i tribunali hanno avuto le sezioni distaccate: nella sede centrale si giudica collegialmente e monocraticamente, nelle sedi distaccate solo monocraticamente. Si è così avuta una nuova caduta delle garanzie, perché ora nelle sezioni distaccate, che fino a ieri erano preture o sezioni distaccate di pretura, tutte con una competenza piuttosto limitata, si giudica su cause importantissime.

Nel 1999, con l. cost. 23 novembre 1999, n. 2, è stato inserito nell'art. 111 della Costituzione il principio del giusto processo, stabilendo che «la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. / Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata».

Non intendo esasperare l'importanza del nuovo precetto costituzionale, ma, anche a voler convenire con chi nega che esso abbia una qualsivoglia carica innovativa, non credo si possa dubitare che la nuova norma, al pari delle preesistenti, si muova in una logica del tutto opposta a quella del codice del 1940. Infatti, mentre il codice si preoccupò «fondamentalmente [di] elevare l'autorità del giudice ed aumentarne i poteri», tanto che si spinse sino a sopprimere «il principio di libertà, al quale si ispirava il codice del 1865», la Costituzione si preoccupa innanzi tutto di proteggere e tutelare i diritti della persona umana e concepisce il giudice come un organo del processo, che è lo strumento deputato a rendere giustizia a chi la chiede. Infatti, mentre le parti hanno il diritto di agire e di difendersi in ogni stato e grado del giudizio, il giudice deve essere terzo e imparziale e deve giudicare nel contraddittorio delle parti: ed è appena il caso di avvertire che il contraddittorio non è, come si era pensato, una componente del diritto (delle parti) alla difesa, ma un limite al potere del giudice, più precisamente, come si è incisivamente detto, uno «strumento operativo del giudice». Per la nostra Costituzione, quindi, la vera garanzia è il processo, che deve essere «giusto» (e deve comprendere le impugnazioni), non il singolo giudice (e meno che mai quello della prima udienza...), che non è affatto dotato del dono dell'infallibilità: quindi, chi tuttora difende l'ideologia sottesa al codice del 1940, presentandola come pubblicistica, quasi non si sapesse che era illiberale e autoritaria, farebbe bene a ricordare che, «se è un male che talvolta la difesa delle parti sia mal condotta, è male anche peggiore incoraggiare le facili aspirazioni alla onniscienza ed alla onnipotenza dei giudici». Con la precisazione che i poveri, i deboli e i diseredati vanno sì aiutati, ma con le leggi sostanziali, e cioè veramente, non col giudice, che non può e non deve aiutare nessuno, ma deve applicare la legge e dare ragione a chi, secondo la legge (e le prove), la ha.

Quanto poi al dovere del legislatore ordinario di assicurare che il processo abbia una durata ragionevole, a me sembra che esso, nel processo civile, vada conciliato coi diritti di azione e di difesa, che spettano alle parti e che pure sono tutelati a livello costituzionale. Per conseguenza, a me non sembra che il nuovo precetto costituzionale implichi che il processo civile non debba conoscere pause, né tanto meno che non debbano esservi udienze di mero rinvio, bensì che ognuno di noi deve poter contare su un processo che, nel rispetto del diritto della controparte alla difesa, sia suscettibile di concludersi in tempo ragionevole, ma col diritto, per l'eventualità che anche l'altra parte voglia temporeggiare, di riflettere per qualche tempo sul da farsi. Quindi, i rinvii non vanno soppressi, ma, come si fece cent'anni fa, disciplinati: in particolare, le cause che le parti vogliono concordemente tenere in surplace, vanno tollerate per qualche tempo, ma non ci devono preoccupare, né tanto meno indurci a sottrarre a tutte le parti, anche a quelle che hanno fretta, il diritto di disporre, sia pure in qualche misura, dei tempi del processo.

13.- Se il Novecento è stato il secolo dell'oralità, tutto lascia presagire che il Duemila sarà il secolo dei computer e del processo telematico. In attesa del quale, la l. 24 marzo 2001, n. 89, ha riformato l'art. 375 c.p.c. e ha disciplinato il procedimento per la tutela del diritto ad una equa riparazione per l'eccessiva durata dei processi. Il capo I ha un titolo che è tutto un programma: "decisione immediata del processo civile"! E' una piccola boutade che il Parlamento poteva risparmiarsi e risparmiarci: in realtà, si è solo ampliato il numero dei casi in cui la Corte di cassazione giudica in camera di consiglio e nei quali le si è ora consentito di pronunciare ordinanza anziché sentenza.

Quanto al diritto ai danni per l'eccessiva durata dei processi, per evitare di continuare ad essere condannati dalla Corte di Strasburgo, davanti alla quale pendevano 12.000 ricorsi contro l'Italia (che sono divenuti irricevibili, ma riassumibili entro il 18 aprile 2002 in Italia), si è pensato bene di creare un "rimedio interno" e di prevedere un rapido procedimento camerale di competenza delle corti di appello, le quali, però, stanno facendo di tutto per rigettare le domande: per esempio, a Bari i tradizionali mandati a margine non sono ritenuti speciali e perciò molti ricorsi sono stati dichiarati inammissibili; a Torino si è affermato con bella franchezza che i ritardi dipendono dagli avvocati. Ad onta di ciò, i ricorsi sono tanto numerosi (1.622 nel 2001, 2.629 nei primi cinque mesi del 2002!...), che il Governo, col d.l. 11 settembre 2002, n. 201, ha subordinato la proponibilità della domanda all'esperimento di una sorta di tentativo di conciliazione ad opera dell'Avvocatura dello Stato: re melius perpensa, però, il d.l. è stato fatto saggiamente decadere.

Con la l. 29 marzo 2001, n. 134, entrata in vigore il 1° luglio 2002, è stato istituito a favore dei non abbienti il patrocinio a spese dello Stato nei giudizi civili e amministrativi. Un vecchio problema sembra essere stato così risolto.

Alla fine del 2001, per riformare il processo civile, è stata istituita presso il Ministero una Commissione presieduta da Romano Vaccarella, che ha concluso i suoi lavori a luglio scorso e ha proposto 63 modifiche del codice. Le proposte sono precedute da una breve relazione ispirata ad una logica, che rappresenta una apprezzabile svolta rispetto al 1973 e al 1990.

L'esame delle proposte della Commissione Vaccarella esula dall'economia di questa relazione, che è riservata ai problemi, ma, ripromettendomi di dire di più quando le proposte saranno trasfuse in un articolato, mi deve essere consentito rilevare che l'idea della Commissione Vaccarella di sopprimere tutto l'impianto di cui agli attuali artt. 180, 183 e 184 c.p.c., di riammettere il nova in appello e di «liberare il giudice da incombenti meramente ordinatori che lo impegnano in udienze che allungano i tempi del processo rendendolo rigido e insensibile alle peculiarità delle singole controversie», mi trova in linea di principio totalmente d'accordo. Anche perché non mi pare si possa far leva su quel che accade in alcuni Paesi stranieri, e in particolare in Inghilterra, ove si sono rafforzati i poteri del giudice, per opporsi alla razionalizzazione dei poteri del giudice nel nostro Paese. E ciò non solo e non tanto perché in altri Paesi, per esempio la Spagna, non ci si è affatto mossi nella stessa direzione dell'Inghilterra, ma anche e soprattutto perché il punto di partenza dell'Inghilterra era completamente diverso dal nostro: non ci si può opporre alla diffusione dei frigoriferi nell'Africa equatoriale ricordando che in Siberia ci si è forniti di stufe.



14.- Prima di concludere, mi pare opportuno dare uno sguardo alle statistiche, sì da avere un quadro il più possibile preciso della situazione e fare qualche previsione.

I più recenti dati statistici relativi al numero dei processi civili, forniti dal Ministero della giustizia, riguardano il 2001, nel corso del quale si sono avuti:

- in primo grado: davanti al giudice di pace 458.626 processi sopravvenuti, 432.328 esauriti (dei quali 211.800 con sentenza), 478.956 pendenti a fine anno; in tribunale 1.092.100 sopravvenuti, 1.232.764 esauriti (dei quali 584.838 con sentenza), 2.820.390 pendenti a fine anno; in corte d'appello 9.622 sopravvenuti, 6.824 esauriti (dei quali 2.721 con sentenza), 14.086 pendenti a fine anno;

- in appello: in tribunale 7.048 sopravvenuti, 49.400 esauriti (dei quali 38.213 con sentenza), 85.933 pendenti a fine anno; in corte d'appello 99.400 sopravvenuti, 59.507 esauriti (dei quali 46.069 con sentenza), 162.228 pendenti a fine anno;

- in Cassazione: 30.904 sopravvenuti, 18.357 esauriti (dei quali 16.856 con sentenza, di cui 5.679 di accoglimento), 66.323 pendenti a fine anno.

Quanto ai magistrati, essi, al 12 luglio 2001, erano in organico 8.959 (di cui vacanti 626), di cui 6.668 giudicanti (di cui 501 vacanti) e 2.291 requirenti (di cui 125 vacanti), oltre a 4.700 giudici di pace (di cui 3.062 coperti), 1.000 giudici onorari aggregati (di cui 748 coperti) e 2.595 giudici onorari di tribunale (di cui 1555 coperti). Non è però chiaro quanti siano i giudici togati addetti al civile: pare che nei tribunali siano circa 2.200, nelle corti di appello circa 400, in Cassazione circa 140.

Gli avvocati, invece, al 31 dicembre 2001, erano 129.071: gli iscritti alla Cassa di previdenza 94.066, i cassazionisti 30.253, i praticanti (addirittura) 86.562, di cui 29.188 abilitati al patrocinio.

Questi dati consentono qualche riflessione. E' facile notare, innanzi tutto, che nel 2001 il numero complessivo dei processi esauriti (1.671.916 in primo grado e 108.907 in appello) è stato superiore a quello dei processi sopravvenuti (rispettivamente 1.560.348 e 106.448); che il numero dei processi di primo grado che non arrivano a sentenza è, come sempre, superiore a quello dei processi definiti con sentenza, anche se in misura meno rilevante (si tratta del 52,1% del totale dei processi esauriti), a riprova che sono state fatte molte più sentenze di qualche anno fa; che il numero degli appelli è sempre piuttosto basso: 106.448 su circa 700-750.000 sentenze appellabili; infine, che un terzo dei ricorsi per cassazione che arrivano a sentenza viene accolto.

Se poi gli ultimi dati in nostro possesso e appena riferiti vengono confrontati con quelli degli anni precedenti, è possibile trarre qualche altra conclusione: per esempio, che i procedimenti civili di cognizione di primo grado sono in continuo aumento, tanto che, in undici anni, dal 1991 al 2001, si è passati da 1.159.140 a 1.560.348 sopravvenienze (+34,6%). Nello stesso arco di tempo, però, il numero dei processi definiti in primo grado, e soprattutto di quelli definiti con sentenza, è aumentato in modo ben più considerevole: nel 1991 in primo grado furono definiti complessivamente 909.900 processi, 408.954 dei quali con sentenza; nel 2001 in primo grado sono stati definiti, come si è detto, 1.671.916 processi, ma di questi ben 799.359 sono stati definiti con sentenza: ergo, il numero dei processi esauriti con sentenza si è quasi raddoppiato. Peraltro, è facile notare che nella progressione del numero delle sentenze ci sono due "salti", uno tra il 1995 e il 1996 (+162.338 sentenze) e un altro tra il 1999 e il 2000 (+140.040 sentenze). Sembra lecito ipotizzare che il primo "salto" si spieghi con l'entrata in vigore della legge sul giudice di pace e che il secondo si debba ai giudici onorari aggregati addetti alle sezioni stralcio (i quali, nel periodo 2 giugno-31 dicembre 1999, hanno definito con sentenza 27.769 processi).

Tuttavia, sebbene il numero delle sentenze sia quasi raddoppiato, quello degli appelli è cresciuto solo di poco: gli appelli furono 93.601 nel 1991 e sono diventati 106.448 nel 2001, con un aumento del 13,7%, che è un dato che sembrerebbe dar ragione a chi, sopprimendo l'effetto sospensivo dell'appello, si aspettava una riduzione degli appelli. Va però considerato che tra il 1991 e il 2000 le preture sono state quasi tutte trasformate in sezioni di tribunale, le cui sentenze si appellano in corte di appello: ebbene, mentre nel 1991 si ebbero 147.218 sentenze di tribunale e 25.793 appelli (ossia il 17,5%), nel 2001 i tribunali hanno pronunciato 584.838 sentenze, ma ne sono state appellate soltanto 99.400, ossia il 16,99%. Quindi, se si considera che il distretto che dà maggior lavoro alla Cassazione è da sempre quello di Roma, si comprenderà che non è l'esecutività a incidere sul numero degli appelli, ma il giudice ad quem: il tribunale, se non sta sotto casa, sta a due passi da casa; la corte d'appello, invece, può anche stare in un altro circondario e a centinaia di km di distanza.

Va poi segnalato il forte aumento che dal 1997 si è avuto nel numero dei ricorsi per cassazione: mentre tra il 1991 e il 1996 si erano avuti 13-14.000 ricorsi all'anno, se ne sono avuti 16.048 nel 1997, 21.147 nel 1998, 22.876 nel 1999, 24.875 nel 2000 e 30.904 nel 2001. Deve dirsi, tuttavia, che a questi vertici si è giunti per effetto dei ricorsi in materia tributaria, che negli ultimi anni hanno fatto registrare una grande impennata: basti pensare che, da luglio 2000 a giugno 2001, sono stati il 27,53% dei ricorsi civili.

Infine, non può non rilevarsi che l'aumento del numero degli avvocati è ormai inarrestabile. Avvocati e procuratori erano 21.488 nel 1913, più di 25.000 nel 1920, 37.800 nel 1966, 50.825 nel 1987, 83.090 nel 1995 di cui 57.128 iscritti alla Cassa di previdenza. E' perciò verosimile che i 129.071 avvocati dell'anno scorso sono ormai diventati 140 mila, con la prospettiva che si arrivi a quota 200 mila nel giro di pochissimi anni perché l'anno scorso i praticanti erano ben 86.562.



15.- A voler ora tirare le fila del discorso fatto sin qui, direi che bisogna aspettarsi un aumento delle cause, che non sono sintomo di litigiosità di un popolo, ma di diffusione dei diritti, del benessere e dei traffici. Pertanto, bisogna innanzi tutto assicurare che vi sia un numero di giudici adeguato al numero delle cause che saranno proposte, sì che ogni giudice abbia un numero gestibile di cause e possa deciderle in tempo ragionevole.

Il problema è fondamentale, ma purtroppo non si sa come risolverlo: taluni sostengono che sia inevitabile aumentare il numero dei giudici, ma altri fanno rilevare che le nostre Università non sfornano giovani in grado di vincere il concorso in magistratura o di esercitare dignitosamente l'avvocatura, sì che non resta che ridurre il numero degli avvocati, che sono troppi e fanno troppe cause.

Vorrei ricordare che tre anni fa il Primo Presidente della Corte di cassazione, di fronte all'aumento dei ricorsi, disse che la colpa era degli avvocati cassazionisti, che sono troppi. E propose che anche da noi, come in Francia, il numero dei cassazionisti fosse drasticamente ridotto. In effetti, in Francia gli avvocati cassazionisti sono solo 87, ma, benché lì il ricorso per cassazione sia un'impugnazione straordinaria, i ricorsi, che possono essere proposti anche dalla parte personalmente, sono più numerosi che in Italia. Quindi, non credo sia il caso d'impostare il discorso in questo modo, anche se bisogna pur riconoscere che il problema esiste.

Invero, quando i laureati in giurisprudenza si contavano sulle dita di una mano o, comunque, erano pochi, era più che logico che l'accesso alla professione forense fosse più che facile, ma oggi che, per effetto della scolarizzazione di massa, i laureati sono legioni, tanto che i praticanti sono diventati addirittura i due terzi degli avvocati, non si capisce perché lo Stato non ponga qualche limite all'iscrizione nel registro dei praticanti e non imponga una seria selezione per l'iscrizione nell'albo degli avvocati. Sta di fatto che il legislatore ha invece consentito ai pubblici dipendenti a tempo parziale di essere iscritti negli albi e che la classe forense, dopo essersi tanto battuta per ottenere la presidenza delle commissioni per gli esami per avvocato, non ha saputo rispondere alle aspettative, tant'è vero che vi sono stati distretti ove gli idonei erano quasi più numerosi dei candidati. E' perciò sperabile che sia invertita la rotta e che queste scandalose realtà siano radicalmente modificate: non dico che l'accesso alla professione forense debba essere assoggettato, come in Francia, a logiche corporative che forse sono peggiori del nostro lassismo, ma si deve fare in modo che il patrocinio sia assunto solo da persone in grado di svolgerlo con cognizione di causa.

Peraltro, una volta risolto il duplice problema di assicurare una seria selezione degli avvocati e di istituire un numero di giudici (tra togati e onorari) proporzionato al numero delle cause, tornando a spendere per i magistrati per lo meno quanto si spendeva sino a qualche anno fa (nel 2000 si sono spesi 1.310 miliardi di lire contro i 1.751,8 miliardi del 1999 e i 1.671,8 del 1998), bisognerà decidersi a varare un nuovo codice di procedura civile che sia ispirato ai valori della Costituzione repubblicana e tenga conto non solo degli impegni internazionali e delle Direttive e delle Raccomandazioni dell'Unione europea, ma anche - si licet - dell'esperienza. In particolare, a me pare sia il caso di considerare che l'esperienza insegna che nel 1971 la nostra casa non bruciava per colpa della riforma del 1950, bensì perché non si era completamente disfatto ciò che sin era fatto nel 1940 (e perché, aggiungerei, si stavano ancora scontando gli effetti della svalutazione della lira, che forse sono stati più grandi di tutti quanti noi), nonché che attualmente la casa continua a bruciare sia perché nel 1973 e nel 1990 si è insistito nel battere sentieri che, anche a prescindere dai profili ideologici, non si sono certamente rivelati soddisfacenti, sia perché sono stati sciaguratamente licenziati 17.000 giudici conciliatori. Quindi, se si continua, contro ogni evidenza, a dar per scontato che la nostra Costituzione consenta (e imponga!...) che il processo sia costruito dal punto di vista dal giudice e che la soluzione di ogni problema stia nel costringere le parti a «vuotare il sacco» sin dall'inizio, non si uscirà mai dall'impasse. Ma, se ci si decidesse a riconoscere che la Costituzione repubblicana esige che il processo sia costruito dal punto di vista della parte che chiede giustizia; e se si prendesse in considerazione l'ipotesi che, accanto alle parti che vogliono temporeggiare (e che non ci devono preoccupare più di tanto: contente loro...), vi sono quelle che hanno più fretta del giudice, e che perciò non ha proprio alcun senso far leva sulle prime per ostacolare le seconde, allora, io credo, si troverebbe ovvio invertire la rotta e, forse, l'Italia potrebbe finalmente sperare di tornare ad avere un processo civile che, pur tra mille problemi (che non mancano mai), funzioni accettabilmente.

 

 

Appendice

(a cura del dott. Gianpaolo Impagnatiello)

MOVIMENTO DEI PROCEDIMENTI CIVILI DI COGNIZIONE NEL 2001*

* I dati che seguono sono tratti, sino al 2000, dalla relazione del 2002 del P.G. Favara. Con riferimento al 2001, mentre i dati relativi ai procedimenti di primo grado e di appello sono tratti dal sito del Ministero (v. supra la nota 96), i dati relativi alla Cassazione sono stati cortesemente forniti dalla dott.ssa Claudia Brunini dell'Istat, che si ringrazia.

Da notare che, per il tribunale, vengono considerati i procedimenti di cognizione ordinaria e quelli in materia di lavoro previdenza, famiglia, fallimento, agraria; per il giudice di pace vengono considerati i procedimenti di cognizione ordinaria, con esclusione delle opposizioni a ordinanza-ingiunzione ex l. 689/81.

Primo grado

 

sopravvenuti
esauriti con sentenza
esauriti senza sentenza
totale esauriti
pendenti a fine anno
Giudici di pace
458.626
211.800
220.528
432.328
478.956
Tribunali
1.092.100
584.838
647.926
1.232.764
2.820.390
Corti d'appello
9.622
2.721
4.103
6.824
14.086
Totali
1.560.348
799.359
872.557
1.671.916
3.313.432

Appello

 

sopravvenuti
esauriti con sentenza
esauriti senza sentenza
totale esauriti
pendenti a fine anno
Tribunali
7.048
38.213*
11.187*
49.400*
85.933
Corti d'appello
99.400
46.069
13.438
59.507
162.228
Totali
106.448
84.282
24.625
108.907
248.161

* nel dato sono compresi gli appelli di lavoro e previdenza, a esaurimento

Cassazione

sopravvenuti
esauriti
di cui con sentenza
di cui accolti
esauriti senza sentenza
pendenti a fine anno
30.904
18.357
16.856
5.679
1.501
66.323

MOVIMENTO COMPLESSIVO DEI PROCEDIMENTI CIVILI DI COGNIZIONE NEL PERIODO 1991-2001

Primo grado

anno
sopravvenuti
esauriti con sentenza
esauriti senza sentenza
totale esauriti
pendenti a fine anno
1991
1.070.509*
367.234*
542.666*
909.900*
2.261.959*
1992
1.045.428
350.228
493.599
843.827
2.428.802
1993
1.176.253
422.972
641.667
1.064.639
2.663.936
1994
1.219.365
428.198
656.972
1.085.170
2.780.247
1995
1.522.068
426.977
684.665
1.111.642
3.209.624
1996
1.429.371
589.315
740.665
1.329.980
3.313.941
1997
1.467.208
663.013
848.041
1.511.054
3.248.837
1998
1.449.365
651.185
797.865
1.449.050
3.252.009
1999
1.539.436
663.698
828.984
1.492.682
3.301.199
2000
1.374.028
803.728
754.867
1.558.595
3.236.702
2001
1.560.348
799.359
872.557
1.671.916
3.313.432

* Il dato non comprende i processi sopravvenuti, esauriti e pendenti in conciliazione.

Appello

anno
sopravvenuti
esauriti con sentenza
esauriti senza sentenza
totale esauriti
pendenti a fine anno
1991
93.601
58.108
14.277
72.385
208.014
1992
91.023
56.941
13.045
69.986
231.971
1993
92.965
69.876
17.148
87.024
240.261
1994
89.878
70.272
15.647
85.919
243.705
1995
89.732
63.983
15.371
79.354
254.069
1996
98.056
69.923
17.319
87.242
267.207
1997
102.113
74.447
20.972
95.419
270.195
1998
98.085
73.862
25.045
98.907
268.613
1999
96.657
83.843
25.293
109.136
258.034
2000
89.221
82.688
21.280
103.968
244.131
2001
106.448
84.282
24.625
108.907
248.161

Cassazione

anno
sopravvenuti
esauriti con sentenza
esauriti senza sentenza
totale esauriti
pendenti a fine anno
1991
12.691
14.436
1.093
15.529
37.666
1992
13.262
14.025
742
14.767
36.161
1993
11.519
13.436
905
14.341
33.339
1994
13.569
11.787
916
12.703
34.205
1995
14.563
14.083
806
14.889
33.879
1996
14.040
12.256
935
13.191
34.728
1997
16.048
14.180
1.045
15.225
35.551
1998
21.147
13.721
929
14.650
42.048
1999
22.876
16.050
1.146
17.196
47.709
2000
24.875
18.129
1.173
19.302
53.776
2001
30.904
16.856
1.501
18.357
66.323

DURATA MEDIA DEI PROCEDIMENTI CIVILI DI COGNIZIONE NEL PERIODO 1994-2000 (in giorni)*

* Il dato non è disponibile per il 2001

Primo grado

anno
Giudici di pace
Tribunali
Corti d'appello
1994
858
1.215
1995
860
1.251
1996
165
1.002
1.189
1997
217
949
1.320
1998
254
996
1.075
1999
303
965
1.002
2000
305
1.022
808

Appello

anno
Tribunali
Corti d'appello
1994
991
1.029
1995
1.070
1.083
1996
1.002
1.098
1997
963
1.042
1998
997
998
1999
960
978
2000
1.529
593

Gli Avvocati in Italia

Fonte: La Previdenza forense, 2002, p. 268


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