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Home :: Materiali :: Atti di Convegni :: Convegno AIC 2006

Relazione di Péter Paczolay

Legittimità costituzionale, interpretazione del diritto e il rapporto fra la Corte Costituzionale e la magistratura

I. Effetti della giustizia costituzionale italiana alla giurisprudenza della Corte Costituzionale ungherese

In questa relazione intendo esaminare nell’ambito generale della circolazione di tecniche e istituzioni della giustizia costituzionale l’influenza di alcune soluzioni italiane sulla Corte ungherese. Come é ben noto, i rapporti italo-ungheresi nella storia son stati molto intensi nei secoli passati, ma da questo non è derivata un’influenza italiana nel campo del diritto. Al contrario, tradizionalmente il diritto ungherese é stato influenzato dai concetti ed  dalle istituzioni del diritto austriaco e tedesco. Anzi, i sistemi di diritto dell’ Europa Centrale possono essere categorizzati come sviluppati insieme con la famiglia germanica.[1] Uno studioso francese, Catherine Dupré, ha pubblicato un bel libro sull’importazione del diritto nelle transizioni dei paesi post-comunisti, e ha dimostrato come la Costituzione e la Corte ungherese abbiano importato il concetto di dignitá umana dal diritto e dalla giurisprudenza tedeschi.[2]

Quando si parla della circolazione dei modelli del giudizio di costituzionalitá, si deve ovviamente distinguere fra i due piú importanti iter di influenza: uno per il tramite delle istituzioni, e l’altro per via giurisprudenziale.

La circolazione della stessa idea di giudizio di costituzionalitá puó esser seguita molto chiaramente. L’inizio austriaco-kelseniano fu seguito piú o meno trent’anni dopo dalle costituzioni italiana e tedesca. Questa triade della “grande generazione”  influenzó le corti costituzionali nascenti dall’ondata di democratizzazione[3] negli anni settanta in Spagna e in Portogallo. E la terza ondata di democratizzazione arrivó con il crollo del blocco sovietico; e decine di paesi nella regione hanno scelto il sistema politico democratico e lo Stato di Diritto. Difatti, tutti i paesi ex-socialisti hanno istituito una corte costituzionale che prima esisteva solo in Yugoslavia (dal 1963) e in Polonia (dal 1984); ed era menzionata ma mai relizzata nella costituzione della Cecoslovacchia (dal 1968). Roman Herzog, ai tempi in cui era presidente della Corte Costituzionale Federale Tedesca, chiamó le corti costituzionali di Portogollo e di Spagna i “figli” delle corti austriaca, italiana e tedesca, e le corti dei paesi ex-socialisti i “nipoti”.

Con tutto questo idillio familiare, rimane sempre la questione inquietante se le istituzioni di diritto possano essere importate ed applicate con successo in un contesto politico ben diverso, in paesi con una tradizione assai diversa. E possiamo porre questa domanda  a ragione, specialmente quando si parla di un’instituzione cosí recente come la giustizia costituzionale. Stiamo affrontando il fenomeno di “legal transplant” – trapianto legale. Questo concetto famoso di Alan Watson vuol significare “mettere una regola o un sistema di diritto da un paese o da un popolo in un’altro”[4].

Per il nostro tema é piú significativo il concetto di “Transjudicial Communication” con il quale Anne-Marie Slaughter voleva sottolineare il fatto che le corti in tutto il mondo fanno parte di un discorso.[5] Dal fatto dell’importazione di istitutizioni e concetti legali non deriva necessariamente la conoscenza della giurisprudenza di altri paesi. La conoscenza e accettazione della giurisprudenza di un’altra corte sia internazionale come quella di Strasburgo o Lussemburgo, o di una corte nazionale di un altro paese, é il risultato di questo discorso delle corti.

In questo contesto esamineró l‘adozione da parte della giurisprudenza ungherese di alcuni concetti e tecniche italiane, proprio sul terreno dei rapporti fra giustizia costituzionale e giudice comune.

II. I ruoli della Corte – giudice e non ‘condannatore’ del legislatore

Nel sistema diffuso i giudici ordinari (specialmente corte supreme e amministrative) decidono sulla costituzionalità. Nel sistema accencentrata – secondo il modello austriaco disegnato da Hans Kelsen – un solo organo, la corte costituzionale decide in merito alla costituzionalitá delle leggi.

Durante i primi mesi o al massimo anni della propria attivitá, la Corte ungherese ha usato per lo piú il proprio potere di annullazione delle leggi incostituzionali. Ma questa fase iniziale quasi euforica fu frenata dalla convinzione che la Corte potrebbe in molti casi evitare la condanna del Parlamento, pur difendendo la causa della costituzionalitá. Si deve notare che nel primo periodo del proprio funzionamento, la Corte esaminava in maggioranza norme emanate prima dell’adozione della Costituzione modificata, cioé durante i tempi socialisti. L’annullazione era non solo il mezzo legittimo, ma anche il più adeguato di ‘purificazione’ del sistema legale. La situazione era ed é rimasta differente rispetto alle leggi del nuovo sistema politico. In questo campo, la Corte ha sviluppato dei metodi con lo scopo di “risparmiare” il legislatore.

1. Interpretazione conforme alla Costituzione (infra VI.).

2. La dichiarazione di incostituzionalitá parziale porta in se la potenzialitá di iperattivismo. L’annullamento parziale della regola – espungendo parti della frase o anche parole – puó cambiare il senso della norma (basti pensare alla cancellazione della parola ‘non’ da un testo), e in tal modo la protezione della regola si trasforma in pura legiferazione da parte del giudice costituzionale.Quest’annullamento ‘a mosaico’ é statoa impiegato piú volte dalla Corte, anche se i giudici erano ben consci della natura compromettente di tale tecnica.

3. Omissione incostituzionale del legislatore (conosciuta anche nella prassi del BVerfG, e simile alla pronuncia additiva che dichiara l’incostituzionalitá di un’omissione del legislatore[6]) puó essere intesa come

- omissione esplicita: un obbligo prescritto dalla Costituzione non é stato realizzato cioé manca la norma necessaria; o

- omissione nel caso in cui esiste una norma, ma é considerata incostituzionale,  e la Corte invece di annullarla dichiara che il legislatore é in omissione perché non ha regolato la questione in modo conforme alla Costituzione. Questa forma di decisione combina attivismo riguardante le competenze stabilite dalla legge per la Corte Costituzionale, e self-restraint, anzi un passivismo di fronte il legislatore.

III. Il rapporto fra giudici ordinari e giustizia costituzionale

Il sistema aentrato, oltre al possibile conflitto tra legislatore e giudice, presenta il rischio di un’altra tensione o anche conflitto: quello tra il giudice costituzionale e il giudice (tribunale) ordinario. Quali sono i possibili punti di contatto fra i due organi giudiziari?

1. Il controllo incidentale in forma di “richiesta pregiudiziale”

- in relazione a qualunque norma (Austria, Polonia), o

- solo rispetto a leggi (Germania, Italia, Spagna).

Il giudice adisce la Corte Costituzionale quando ha un ragionevole dubbio sulla costituzionalità; il sistema è diverso in Germania, dove il tribunale stessopronuncia l’eventuale inconstituzionalità (esercitando il monopolio della decisione negativa).

Il giudice a quo puó essere qualunque giudice (Germania, Italia, Spagna), o solo la corte suprema o d’appello o amministrativa (Austria, Polonia).

Il sistema italiano permette alla Corte Costituzionale di decidere in merito alla legittimitá costituzionale delle leggi in via incidentale. La legge italiana sulla Corte Costituzionale (art. 1, legge cost. n. 1 del 1948) stipula:

“la questione di legittimitá costituzionale di una legge o di un atto avente forza di legge della Repubblica, rilevata d’ufficio o sollevata da una delle parti nel corso di un giudizio e non ritenuta dal giudice manifestamente infondata, é rimessa alla Corte costituzionale per la sua decisione”

La legge ungherese (art. 38, legge 32 del 1989) dichiara che :

“ il giudice – con la sospensione del giudizio – inizia la procedura davanti alla Corte costituzionale se nel caso pendenteavanti a lui dovrebbe applicare una norma della quale osserva l’incostituzionalitá. Questa procedura puó essere iniziata anche dalle parti.”

Le due disposizioni sono identiche:

- riguardo alla legittimazione del giudice,

- nel rilevamento (il giudizio a quo dipende dalla norma sospettata di illegittimitá costituzionale),

- nella non manifesta infondatezza (il giudice a quo deve osservare l’incostituzionalitá).

Si nota una differenza fra i due modelli quanto all’oggetto della via incidentale: in Italia solo le leggi e atti aventi forza di legge possono esser rimessi alla Corte Costituzionale, mentre in Ungheria tutte le norme giuridiche. A mio parere, questo fatto crea un problema sempre piú serio per la Corte. La spiegazione di una cosi’ ampia competenza é storica: il concetto che possiamo senz’altro chiamare “socialista” del controllo di costituzionalitá ha ridotto la possibilitá di annullamento da parte del tribunale costituzionale solamente alle norme sublegislative, come decreti, ecc. Questo appare chiaramente dal regolamento di procedura del tribunale polacco del 1984 che in caso d’incostituzionalitá delle leggi prevedeva solo la facoltá di segnalazione. Il progetto di legge ungherese preparato dal governo nell’estate del 1989 per le trattative della cosiddetta Tavola Rotonda Nazionale, seguiva la stessa logica. L’opposizione democratica non accettó questa proposta di poteri limitati, e la Corte ha ottenuto il potere di annullare le leggi. Ma non é stato tolto, cioé é rimasto fra le sue competenze il controllo di costituzionalitá di tutte le norme legali inferiori, inclusi i decreti delle giunte locali. Cosí la Corte é un incrocio fra una Corte Costituzionale vera e propria e un tribunale amministrativo (che in Ungheria non esiste).

Nonostante cio’, i giudici ungheresi approfittano raramente della possibilitá del controllo di legittimitá costituzionale in via incidentale (il numero di tali iniziative sta variando fra 8 e 30 richieste per anno – in contrasto con il numero delle ordinanze di rimessione alla Corte italiana, che era 1149 nel 2005).

In Ungheria la via incidentale – chiamata controllo di costituzionalitá concreto – é di secondaria importanza; la via principale é quella del controllo astratto delle leggi ed altre norme. Questo puó essere iniziato tramite un’actio popularis, cioé da qualunque persona, non essendo neanche necessaria la cittadinanza ungherese.

Qual é il rapporto tra il giudice a quo e il giudice costituzionale in questo caso? Il dubbio di incostituzionalitá viene formulato dal giudice ordinario (anche quando una delle parti inizia il controllo di costituzionalitá). Questi, interpretando la legge o le norme che sono rilevanti per il giudizio, se li trova o li sospetta incostituzionali, rinvia la questione alla Corte Costituzionale. La Corte Costituzionale o accetta l’interpretazione del giudice a quo, e dichiara la legge incostituzionale, o la rifiuta. Nel primo caso, la decisione sulla costituzionalitá della legge era in un certo senso “codeterminata” dal giudice ordinario e dalla Corte Costituzionale. Nel secondo caso, la Corte Costituzionale ha modificato l’interpretazione del giudice.

2. Il controllo per iniziativa dei cittadini o individui (ricorso costituzionale: in Germania Verfassungsbeschwerde, in Svizzera Staatsrechtliche Beschwerde, in Spagna amparo)

Il ricorso costituzionale viene esperito in caso di efficacia diretta e di principio di sussidiaritá (non esiste un’altra via di ricorso), e diretto contro la norma applicata, e la decisione che ne ha fatto applicazione. Il ricorso mette in questione la costituzionalitá o della legge applicata, o del’interpretazione fattane dal giudice, creando cosí un possibile conflitto fra le due giurisdizioni e aprendo la via all’accusa che la Corte Costituzionale agisca come una “super-Corte Suprema”.

3. Il controllo di costituzionalitá delle “norme create dal giudice”

Tali norme servono in prima linea per l’uniformitá del diritto applicato, perché l’interpretazione delle differenti corti sia uniforme.

Come e quando i giudici creano delle norme? Le decisioni che sono obbligatorie, cioé hanno forza vincolante per la collettivitá, compresi individui, enti, ed organi dallo Stato, sono considerate come norme giuridiche. Il potere normativo viene esercitato prima di tutto, ma non esclusivamente, dal legislatore, ma anche dal governo, dalla pubblica amministrazione, e in un certo senso, dai giudici.[7] Per giudici, qui s’intende la Corte Costituzionale e anche il giudice ordinario. Nel senso limitato – quello esposto da Kelsen – la decisione del giudice significa creazione di norme concrete e individuali. Ma concordo con la posizione di quella parte della dottrina che afferma la possibilitá per i giudici di creare norme generali, in accordo con la definizione holmesiana, adottata anche dalla sociologia del diritto, secondo cui siamo di fronte di una norma generale in quanto si prevede che nel futuro successive decisioni saranno fondate sulla stessa interpretazione.

L’atteggiamento della Corte Costituzionale ungherese sulla questione delle norme create dal giudice si è sviluppata gradualmente. All’inizio, la Corte ha rifiutato di prendere in considerazione il contenuto della legge cosi’ come manifestata nell’interpretazione dei giudici ordinari, dicendo che il sindacato di costituzionalitá è limitato alle leggi e altre norme giuridiche.[8] Anche dopo, la Corte ha continuamente sottolineato che non vuole infrangere le competenze della magistratura, e non interferisce quindi con i giudizi individuali.

L’Articolo 47.2 della Costituzione dichiara che “La Corte Suprema garantisce l’uniformitá dell’applicazione del diritto delle corti; i suoi orientamenti per l’uniformitá dell’interpretazione sono obbligatori per le corti”. Tali orientamenti , a differenza delle sentenze individuali (norme individuali nel senso kelseniano), funzionano come norme generali. L’opinione teorica della Corte Costituzionale era conosciuta in questa materia; teorica val dire che non era espressa in sentenze, ma solo nella dottrina. In ogni caso, questa bastava a spaventare la Corte Suprema che per anni non pubblicava i cosiddetti orientamenti, per evitare un eventuale controllo di legittimitá costituzionale da parte della Corte Costituzionale. Durante i lavoratori preparatori dell’emendamento del capitolo della Costituzione sulla magistratura, la Corte Suprema tentava – in vano - di escludere esplicitamente dalla giurisdizione della Corte Costituzionale gli orientamenti, o le norme generali create dalla Corte Suprema.

La Corte Costituzionale per la prima volta ha sottoposto una norma generale della Corte Suprema al controllo di costituzionalitá, e cosí ha esteso la propria competenza in modo notevole.[9] Nel caso concreto, la Corte Costituzionale non ha trovato incostituzionale la legge; ha invece constatato che l’orientamento della Corte Suprema ha alterato il contenuto della legge, e cosí ha dichiarato incostituzionale solo l’orientamento, senza toccare la legge.

IV. Conflitto di interpretazioni

Il riparto di competenza tra Corte costituzionale ed autoritá giudiziaria risale al momento della creazione delle corti costituzionali. Come ha definito il Presidente De Nicola con una certa poeticità, la Corte Costituzionale é la vestale della Costituzione, mentre la magistratura é la vestale della Legge.[10]

Esiste secondo questa opinione quasi generalmente accettata, sia in Italia come negli altri paesi, una divisione di competenze chiaramente delineata fra la Corte che si occupa dell’applicazione e dell’interpretazione della Costituzione, e la magistratura che applica le leggi e tutte le disposizioni normative.[11]

Nei casi qui esaminati, due interpretazioni sono in contrasto: quella del giudice a quo, e quella della Corte Costituzionale. Parliamo dell’interpretazione delle leggi (o altre norme inferiori), e non della Costituzione. L’interpretazione della Costituzione non è  monopolio della Corte Costituzionale. Ma la Corte è l’interprete autentica della Costituzione. Questo viene giustificato dal fatto che le sentenze della Corte Costituzionale sono obbligatorie per tutti. Cosí la Corte gode di una posizione privilegiata, ha un’autoritá che sovrappone l’interpretazione della Corte Costituzionale all’interpretazione degli altri organi.

Invece l’interpretazione delle leggi spetta ai giudici ordinari. Privare i giudici ordinari della facoltá di interpretare le leggi violerebbe anche l’indipendenza dei giudici. Violerebbe anche il principio costituzionale secondo cui i giudici sono soggetti alla legge (Art. 101., II co., Cost. it.; Art. 50. I co., Cost. ungh. “sono soggetti solo alla legge”). La soggezione alla legge implica l’obbligo dell’applicazione di tutte le leggi,[12] anche delle leggi inconstituzionali, cioé lavorando con la presumptio della costituzionalitá finché la incostituzionalitá non verrá pronunciata dalla Corte Costituzionale. Il compito del giudice costituzionale non dev’essere altro che giudicare se l’interpretazione del giudice ordinario sia conforme alla Costituzione oppure no. Ma quando la Corte determina l’interpretazione conforme alla Costituzione, in ultima analisi  interpreta la legge, e per di piú obbliga i giudici ordinari ad accettare la propria interpretazione.

Non esiste un’interpretazione unica ed oggettiva di una norma. Anche se escludiamo l’estremitá di alcune teorie sull’interpretazione giurisprudenziale, come da un lato il giudice come “bocca della legge” gradito da Montesquieu, e al contrario la soggettivitá del giusrealismo, ci rimane una grande varietá nelle teorie che giustificano l’interpretazione plurale della stessa norma. Cominciando dal ‘significato proprio delle parole’, attraverso ‘l’intenzione del legislatore’, si arriva alle analogie e ai principi generali dell’ordinamento giuridico, come viene esemplificato dall’articolo 12 del Codice Civile; ed é difficile negare che a questo punto giá si profilano contrasti tra possibili interpretazioni multiple. Ma la pluralitá delle interpretazioni non é soltanto una conseguenza dei metodi impiegati. La discrezionalitá del giudice é l’altro fattore significativo. La discrezionalitá da un lato é inevitabile per cause oggettive, come quelle semantiche (open texture, cioé la struttura aperta del linguaggio, e di conseguenza dei testi giuridici). D’altro lato non si puó negare l’esistenza di fattori soggettivi nell’interpretazione da parte dei giudici, come l’influenza di ideologie, di interessi particolari, o di ideologia pokitica piú o meno latente.

L’autoritá della Corte Costituzionale deriva non dal contenuto dell’interpretazione (per esempio che l’interpretazione della Corte Costituzionale sia piú “giusta” o “vera” o “piú obiettiva” di quella del giudice ordinario), ma dalla posizione della Corte in materia costituzionale.

V. Diritto vivente ovvero schermaglia costituzionale al posto di lealtá costituzionale

Un posto speciale é riservato alla dottrina del “diritto vivente”. Nel 1991, la Corte ha introdotto nella propria giurisprudenza la dottrina del ‘diritto vivente”, importata chiaramente dalla prassi della Corte Costituzionale italiana.[13] La sentenza della Corte, sfortunatamente, era un caso di “ricorso costituzionale”.[14] La Corte ha esaminato non la norma, ma la sua interpretazione come venne continuamente, conseguentemente e uniformamente applicata dai giudici. L’incostituzionalitá di tale contenuto interpretativo fu sanzionata con l’annullamento della norma di legge. Ma questo non fu tuttoe; trattandosi di un ricorso individuale, la Corte ha annullato anche la sentenza del giudice ordinario. Di conseguenza, scoppió un conflitto fra la Corte Costituzionale e lamagistratura, in quanto quest’ultimo rifiuto’ di conformarsi alla sentenza della Corte Costituzionale, e anche le autorià amministrative rifiutavano di obbedire. La Corte Costituzionale si è astenuta dall’annullamento di sentenze dei giudici comuni, ma continuava l’applicazione della dottrina del diritto vivente, e – in conseguenza della loro interpretazione giudiziale – ha annullato fra altro, un grado di appello, le regole del prelievo di sangue in azioni di riconoscimento di paternitá, o le condizioni del controllo giudiziario delle contravvenzioni amministrative.

Non c’é dubbio: la Corte ungherese con riferimento alla dottrina del diritto vivente giudica della costituzionalitá della costante applicazione giurisprudenziale intesa come norma generale. Ma l’incostituzionalitá del diritto vivente porta come conseguenza che la legge viene dichiarata incostituzionale e annullata. La Corte ha esteso la propria competenza all’applicazione giurisprudenziale, e mutatis mutandis alle altre vie d’applicazione del diritto. L’opinione separata (dissenting opinion) – che nel sistema ungherese, in maniera simile al modello americano o tedesco, puó essere aggiunta alla sentenza – di uno dei giudici giá nel caso del 1991 accusava la Corte di “punire il legislatore per l’interpretazione del giudice”. Al contrario di tale opinione, la Corte giudica l’interpretazione della legge come norma generale.

Per quanto riguarda l’applicazione della Costituzione, i giudici comuni possono, anzi dovrebbero applicare direttamente le disposizioni della legge fondamentale. Altresí, l’articolo 70/K della Costituzione ungherese esplicitamente rende possibile i ricorsi contro le decisioni statali  in materia di violazione dei diritti fondamentali davanti ai tribunali ordinari. In realtá, i giudici non fanno uso della facoltá di applicare direttamente le norme costituzionali.

VI. Interpretazione conforme a Costituzione

Nel 1993 per la prima volta la Corte ungherese applico’ la tecnica dell’interpretazione conforme a Costituzione.[15] Infatti, la Corte non usa questa espressione ben nota internazionalmente, prima di tutto grazie all’influenza della Corte Federale Tedesca (Verfassungskonforme Auslegung). Il soprannome di questa tecnica usata dalla Corte é “requisiti costituzionali”. Nella sentenza di 1993 la Corte dichiaró che “ La Corte Costituzionale come risultato dell’esame di costituzionalitá della norma giuridica determina nella sua sentenza quei requisiti costituzionali ai quali l’interpretazione della norma deve corrispondere”. Con la frase citata la Corte voleva sottolineare che rimane nel campo del controllo delle norme; non si tratta d’interpretazione indipendente della norma (che spetta al giudice comune), invece la Corte delinea astrattamente l’ambito delle possibili interpretazioni conformi a Costituzione. Nel primo decennio la Corte usava questo tecnica quando la costituzionalitá della norma era messa in dubbio appunto per la vaghezza e insufficienza della norma. Negli anni successivi la Corte la usava anche per altri motivi, come pareri o prescrizioni per il legislatore. La Corte procedeva su quasta strada dell’ attivismo. Facendo l’uso dell’interpretazione restrittiva, indica quale delle possibili interpretazioni alternative sia costituzionale, definendo cosi’ un contenuto della norma non voluto dal legislatore. Nel caso dell’interpretazione estensiva, la Corte va oltre, per esempio prescrivendo l’uso delle analogie in alcuni casi. In una fase seguente, la Corte é arrivata a formulare nuove norme che chiaramente non esistevano nella legge esaminata . In uno di questi casi la Corte ha fissato i termini per la presentazione del ricorso costituzionale. Un’altra sentenza ha formulato un requisito costituzionale secondo il quale lo Stato deve sussidiare le scuole ecclesiastiche in quanto queste prestano servizi statali. Senza dubbio questa é una norma creata dalla Corte.[16] Tutto l’evoluzione dell’uso dell’interpretazione conforme culminó nelle sentenze che annullano la norma inconstituzionale, e simultaneamente determinano i requisiti constituzionali. Siccome la norma é stata annullata, non c’é piú una norma da interpretare. La Corte non determina i limiti costituzionali dell’interpretazione, ma prescrive per il legislatore positivamente il contenuto della legge futura. L’interpretazione conforme a costituzione della legge, in questo caso, fa si’ che una decisione interpretativa di rigetto viene trasformata in una sentenza di accogliamento combinato con una decisione interpretativa.

VII. Conclusione

1. L’importazione di soluzioni estranee all’odinamento – come quelle italiane - in materia di giustizia costituzionale é la chiara prova del dialogo tra corti costituzionali, anche se nel rapporto italo-ungherese per il momento si tratta piuttosto di un monologo. L’importatore – in questo caso la Corte Costituzionale ungherese – usa il modello o la tecnica adottati con una certa flessibilitá. Come vediamo in relazione al ricorso invia incidentale, la stessa istituzione funziona differentemente, secondo il contesto nella quale sta operando.

2. La linea divisoria fra Corte Costituzionale e la magistratura in pratica é assai incerta, e questo risulta in un potenzialitá di conflitti.

3. In caso di conflitto fra Corte Costituzionale e magistratura, il giudice comune spesso manifesta la propria insoddisfazione col rifiuto di conformarsi alle decisioni della Corte Costituzionale.


[1] Gianmaria Ajani, Diritto dell’Europa Centrale, 1996.

[2] Catherine Dupré, Importing the Law in Post-Communist Transitions: The Hungarian Constitutional Court and the Right to Human Dignity, 2003.

[3] Samuel P. Huntington, The Third Wave. Democratization in the Late Twentieth Century, 1991

[4] Alan Watson, Legal Transplants, 1974

[5] Anne-Marie Slaughter , A Typology of Transjudicial Communication. 29(1)UNIVERSITY OF RICHMOND LAW REVIEW

[6] Gianpaolo Parodi, Lacune e norme inespresse nella giurisprudenza costituzionale

[7] Paolo Comanducci, L’interpretazione delle norme giuridiche. In AA.VV. Interpretazione e diritto giurisprudenziale. Regole, modelli, metodi. Giappichelli Editore

[8] La relevante decisione della Corte: 317/E/1990. ABH 1990, 223.

[9] La decisione della Corte: 42/2005. (XI. 14.) AB hat

[10] Giur. cost., 1956, 169.

[11] Perini 62Mario Perini, L’interpretazione della legge alla luce della Costituzione fra Corte costituzionale ed autoritá giudiziaria. in:Il giudizio sulle leggi e la sua „diffusione”, (a cura di Malfatti – Romboli – Rossi), Giappichelli 2002. p. 62.

[12] A Pizzorusso, La magistratura come parte dei coflitti di attribuzione. In Corte Costituzionale e sviluppo della forma di governo in Italia, (a cura di Barile – Cheli – Grassi) Bologna 1982, 221.

[13] Gustavo Zagrebelsky, La dottrina del diritto vivente, Giur. cost., 1986. I. 1148ss..

[14] La decisione ungherese: 57/1991. (XI. 8.) AB

[15] La decisione della Corte: 38/1993. (VI. 11.) AB határozat

[16] Un lavoro fondamentale su questi temi scritto dal primo presidente della Corte: Sólyom László, Az alkotmánybíráskodás kezdetei Magyarországon, 2003. La presentazione della giurisprudenza della Corte dallo stesso autore in tedesco e in inglese: Verfassungsgerichtsbarkeit in Ungarn. Analysen und Entscheidungssammlung 1990-1993. Baden-Baden, Nomos, 1995; Constitutional Judiciary in a New Democracy: the Hungarian Constitutional Court. Ann Arbor, The University of Michigan Press, 2000.

(24/10/2006)


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