Attività | Organizzazione | Link | Redazione web e cont@tti
Home
Associazione Italiana dei Costituzionalisti
 
Materiali

 

Home :: Materiali :: Atti di Convegni

Associazione Italiana Costituzionalisti: Convegno annuale

Terza sessione: "Interpretazione costituzionale e politica costituzionale"

Principio di ragionevolezza e specificità dell'interpretazione costituzionale

Comunicazione di Antonio Ruggeri

(Testo rielaborato di un intervento svolto alle giornate di ermeneutica giuridica, Padova 18-19 gennaio 2002)

(file Word Testo integrale con note)

1. Il rovesciamento dei "metodi" con cui la questione è usualmente posta e la sua ambientazione su un piano non teorico-generale bensì dogmatico-ricostruttivo, avuto riguardo all'incidenza esercitata da alcune esperienze, normative e giurisprudenziali, sul modo di intendere l'interpretazione costituzionale

Esiste una specificità dell'interpretazione costituzionale o - il che è praticamente lo stesso - esiste uno statuto teorico almeno in parte peculiare dell'interpretazione costituzionale? A questa domanda molti rispondono affermativamente; e si capisce perché. La tipicità dell'interpretazione appare, infatti, il riflesso, immediato e diretto, della tipicità dell'oggetto, complessivamente caratterizzato rispetto ad altri oggetti congeneri, alle altre fonti del diritto. Negare, dunque, la specificità dell'interpretazione costituzionale porterebbe diritto a negare la unicità della Costituzione, la sua qualità di norma normans, fondativa dell'intero ordinamento e, allo stesso tempo, interna a quest'ultimo, ad ogni modo distinta da ogni altro atto o fatto che lo componga.

Ora, non è di qui riprendere da cima a fondo la somma, vessata questione concernente l'essenza della Costituzione, il suo originale, irripetibile modo di porsi a base dell'ordinamento e di appartenervi, di dare un senso, riconoscendole e legittimandole ex post, a vicende storiche da cui la Costituzione stessa trae origine e di fondare le vicende di là da venire. Lo scopo, assai più limitato, di queste mie notazioni è piuttosto quello di tornare a riflettere su alcuni modi, pure assai diffusi, di porre la questione dell'interpretazione costituzionale alla luce di talune esperienze e tendenze specificamente rilevanti sul piano della normazione e della giustizia costituzionale, la cui osservazione può offrire indicazioni utili a chi si accinga a riprendere la questione suddetta, fuori di ogni astratto preorientamento. Una prospettiva, quella qui adottata, dunque, puramente "sperimentale" e specificamente legata al nostro contesto ordinamentale, come tale priva di ogni aspirazione ad improprie generalizzazioni teoriche.

Proprio qui, infatti, si evidenzia, a mia opinione, il limite maggiore cui si espongono le dottrine più accreditate e diffuse, pur laddove si distacchino vistosamente l'una dall'altra per indirizzo metodico così come per esiti ricostruttivi. Non importa, invero, che la questione dell'interpretazione costituzionale sia osservata da una prospettiva descrittiva ovvero da una prescrittiva e ci si chieda, pertanto, come l'interpretazione stessa sia o come debba essere. In entrambi i casi, l'analisi non riesce a liberarsi da un vizio congenito e da un peso, che la condiziona fino a schiacciarla e ad appiattirla, presumendosi in partenza - in forza di un preorientamento metodico-teorico invece bisognoso di essere avvalorato dall'esperienza - che l'interpretazione rimanga sempre identica a sé, che si presenti (per la prospettiva descrittiva) in un suo "modo" complessivo irripetibile ovvero che debba ambire e tendere (per la prospettiva prescrittiva) a connotarsi in un "modo" siffatto, in obbedienza a regole superiori (a "metanorme"), di ordine logico-sistematico universale prima ancora che positivo, la cui determinazione peraltro si presenta - come si sa - non poco problematica ed incerta, muovendo sopra un terreno infido che rischia di farla scivolare verso sempre più attrattive suggestioni giusnaturalistiche o metagiuridiche in genere. È, tuttavia, da chiedersi se (e fino a che punto) orientamenti metodici siffatti possano resistere davanti ad esperienze che parrebbero da essi, almeno in parte, divergenti, comunque inidonee a corroborarli in modo adeguato. Perciò, la riflessione che segue, per quanto specificamente volta alla verifica della "tenuta" degli orientamenti in parola (e, in questo senso, essa stessa di ordine metodico), non può dirsi, quanto meno avuto riguardo alle fonti culturali e positive da cui scaturisce ed al piano sul quale si muove, avere natura teorico-generale, così come invece preteso dalle altre ricostruzioni con le quali si confronta, bensì (assai più limitatamente) dogmatico-ricostruttiva, assumendo a proprie esclusive referenze taluni connotati, nondimeno particolarmente significativi ed espressivi di più generali tendenze, da noi come altrove largamente diffuse, della normazione e della giustizia costituzionale del nostro Paese.

 

2. Interpretazione della Costituzione e interpretazione di legge costituzionale: dalla diversità di animus metodico alla unità degli esiti ricostruttivi?

La prima osservazione che conviene fare al fine di dare concretezza allo studio ora intrapreso è che, in prima approssimazione, parrebbe doversi tenere distinta l'interpretazione della Costituzione dall'interpretazione di leggi costituzionali e, ancora più largamente, di leggi e disposizioni normative in genere materialmente costituzionali.

Di quest'ultimo aspetto non intendo ora ex professo trattare. L'analisi, infatti, rischierebbe di essere fagocitata dalle sabbie mobili di un concetto, come si sa, largamente discusso (e discutibile), quello appunto di normazione materialmente costituzionale, avvolgendosi a conti fatti in se medesima, per quelle innegabili, mutue implicazioni che si intrattengono tra la "materia" e la sua fonte: per un verso, l'una essendo determinata, nella sua accezione e nelle sue proiezioni giuridicamente rilevanti, dalla disciplina positiva che l'assume ad oggetto e, però, quest'ultima, circolarmente, richiedendo di essere riconosciuta e qualificata alla luce appunto dell'oggetto stesso.

Ammesso, poi, che si riesca a spezzare la spirale perversa di reciproci rimandi di senso che lega la fonte all'oggetto, ugualmente si darebbero non poche incertezze e controversie circa il concreto riconoscimento degli atti materialmente costituzionali (o, meglio, delle loro disposizioni o norme, se si conviene che, per un criterio materiale puro, in seno ad uno stesso atto possono convivere disposizioni dalla diversa natura): quand'anche, infatti, il criterio di riconoscimento si considerasse sufficientemente sicuro, nella sua complessiva caratterizzazione teorica, assai problematico sarebbe portarlo a sia pure approssimativamente uniformi e coerenti applicazioni. La qual cosa renderebbe fortemente instabile e precaria l'intera costruzione che su basi siffatte venisse fatta poggiare.

Il criterio formale, di contro, pur andando incontro ad obiezioni di vario segno ed a limiti operativi anch'essi molteplici e di assai rilevante spessore (ai quali tra non molto si accennerà), presenta, se non altro, il pregio della chiarezza nella delimitazione del campo al quale circoscrivere l'indagine.

Usualmente, quando si discorre di interpretazione costituzionale nell'aggettivo si mescolano e confondono gli oggetti (la Costituzione da un canto, le leggi costituzionali dall'altro) dell'interpretazione stessa che, nondimeno, la teoria delle fonti ha mostrato non in tutto riducibili ad unità. Di ciò non è ora il caso di discorrere nuovamente, tornando a chiedersi se tuttora resista la differenza di natura e, in parte, anche di forza (si pensi solo alla dottrina dei limiti alla revisione costituzionale) che - come si sa - è comunemente rilevata tra l'atto originariamente e genuinamente espressivo di potere costituente e gli atti che invece costituiscono manifestazione al grado più elevato di potere costituito. Tra l'altro, come si ricorderà, proprio di recente è venuta sempre di più diffondendosi l'idea che il potere costituente sia storicamente "chiuso", "esaurito", come pure è stato detto, e che perciò non potrebbero darsi - specie a partire dalla caduta del muro di Berlino e dagli altri fatti che hanno sconvolto l'Est europeo, portando alla fine delle contrapposizioni tra sistemi su basi ideologiche - manifestazioni "dirompenti" di potere costituente, nel senso dunque suo proprio (o, quanto meno, nel senso acquisito nella cultura occidentale a partire dalla rivoluzione francese e dall'indipendenza delle colonie del Nord America). Idea, questa, che pure parrebbe bisognosa di numerose precisazioni ed avvertenze, qui nondimeno non riproponibili, ma che - come si vede - spinge, per la sua parte, a ricondurre ad un unico genus i fatti interpretativi che maturano sullo specifico terreno della normazione costituzionale. E, tuttavia, sembra che una siffatta, indistinta ambientazione della questione non tenga conto almeno di alcuni dati idonei a pregiudicare la linearità dei risultati conseguiti muovendo da tali premesse.

È interessante, in primo luogo, notare che le differenze di natura o di forza, alle quali si è sopra fatto cenno, parrebbero restare indifferenti in ordine ai metodi ed alle pratiche dell'interpretazione (ancora una volta, indistintamente e confusamente qualificata come) "costituzionale". Eppure, vi è di sicuro una prima, importante differenza che, a mia opinione, proietta la sua lunga ombra sull'intero modo di essere dell'interpretazione, alla quale si è fin qui prestata una insufficiente attenzione e che direttamente discende proprio da quella diversa natura (e forza) di cui sono rispettivamente dotate la Costituzione da un canto, le leggi costituzionali dall'altro.

La differenza è, infatti, di approccio (se si vuole, di animus) metodico al fatto interpretativo (Esser ed i suoi seguaci direbbero di "preorientamento"); ed a renderla ancora più accentuata e visibile è il modo con cui numerosa dottrina ha da noi guardato alle più recenti revisioni costituzionali, nonché ai non pochi tentativi di innovazione costituzionale fin qui progettati ma non riusciti. Ancora di recente mi è stata offerta l'occasione per far notare come, mentre nei riguardi del prodotto genuinamente espressivo della volontà del Costituente, la Carta del '48, ci si volga con sentimenti di osservanza incondizionata e, ancora di più, di intima adesione e partecipazione, pur nella consapevolezza che in molte sue parti la Carta stessa richieda di esser ormai aggiornata, nei riguardi invece degli atti di revisione si assume un atteggiamento, nel più benevolo dei casi, guardingo e cauto; in molti altri (e da parte di molti commentatori), invece, di evidente disagio e persino di non taciuto disprezzo.

La Costituzione è (e giuridicamente rimane) unicamente il parametro per antonomasia delle esperienze di normazione di grado primario e, discendendo, delle esperienze giuridiche in genere. Le leggi di modifica della Costituzione stessa, possono, sì, mantenere, secondo la loro vocazione, siffatta qualità, ma possono anche smarrirla, convertendosi da parametro in oggetto di giudizi (non solo ad opera della Corte costituzionale, ma anche) diffusi, politici prima ancora che propriamente giuridici o giurisdizionali, di (in)costituzionalità.

Non si dica che tutto ciò dipende dal modo a dir poco discutibile con cui sono forgiati gli enunciati costituzionali, dallo "stile" ben diverso che connota le esperienze di tecnica della normazione del tempo presente rispetto al modo piano e scorrevole della prosa del Costituente. Per quanto la contingenza faccia sentire tutto quanto il proprio peso e non possa, dunque, essere disinvoltamente ignorata, la questione nondimeno da essa si distacca ed assume una generale portata.

Della Costituzione nessuno poteva (e può) dire che è "incostituzionale", commutando i propri apprezzamenti politici e, in genere, le proprie personali vedute in un giudizio giuridico di invalidità. Della Costituzione "novellata", invece, ciò è ben possibile (e - come si sa - ripetutamente ammesso dalla stessa giurisprudenza costituzionale). La previa distinzione di natura e di forza, che si è soliti intravedere tra Costituzione e legge costituzionale, si riflette, dunque, non solo in questo o quell'esito interpretativo ma, prima ancora, nel modo stesso della impostazione o dell'ambientazione del fatto interpretativo. Volendo, si potrebbe anche dire così: che la teoria delle fonti (e, specificando, la teoria della Costituzione) orienta e variamente condiziona la teoria dell'interpretazione, sollecitando una distinzione tra interpretazione della Costituzione e interpretazione (di legge) costituzionale, che altrimenti rischierebbe di non essere appieno colta ed apprezzata, in tutti i suoi sviluppi e nelle sue possibili implicazioni.

L'interpretazione di legge costituzionale, ovviamente, si apre, come ogni altra, ad esiti di vario segno. Per ciò che qui particolarmente importa, può fissare e rendere stabile il parametro, appunto in questa sua qualità; ma può anche convertirlo, come s'è detto, in oggetto, qualora se ne riconosca la incostituzionalità (in rapporto ai princìpi fondamentali dell'ordinamento).

Ora, è interessante notare che, in quest'ultima evenienza, la specificità dell'interpretazione costituzionale rispetto all'interpretazione di legge comune si smarrisce per intero.

Si potrebbe obiettare che siffatta perdita di caratterizzazione attiene sicuramente all'esito del processo interpretativo, vale a dire al fatto interpretativo in sé considerato, per come esteriormente si presenta, rimanendo tuttavia impregiudicata la questione circa il modo di essere del processo stesso, nella sua struttura e nella sequela delle attività che lo compongono e ne danno la complessiva caratterizzazione, l'orientamento, fino appunto a far pervenire all'esito stesso. Il dire, insomma, che un enunciato costituzionale, nel significato attribuitogli, appare irrispettoso dei princìpi di base dell'ordinamento nulla, a ben vedere, ci dice circa il modo con cui il significato stesso è stato colto, se dunque il processo ermeneutico si è avvalso di procedure e tecniche sue proprie, in partenza selezionate e differenziate rispetto a quelle usualmente adottate in sede di ricognizione dei sensi degli enunciati contenuti in leggi comuni. Tuttavia, per un verso, la circostanza per cui il parametro, laddove risultante da legge costituzionale, può convertirsi in oggetto fa sì che, come si faceva poc'anzi notare, muta l'approccio metodico al fatto interpretativo, il modo con cui insomma si accende il motore dell'interpretazione e si avvia il processo in cui questa prende corpo e svolgimento. Per un altro verso, poi, procedendo a ritroso dall'esito cui conduce il processo stesso, si hanno ulteriori elementi che spingono piuttosto verso l'assimilazione anziché verso la tipizzazione dell'interpretazione costituzionale rispetto all'interpretazione (che per brevità chiamerò) "ordinaria".

Va ora aggiunto, a completamento delle osservazioni appena svolte e prima di far proseguire oltre l'indagine sul binario tracciato, che il diffondersi delle revisioni costituzionali a parti crescenti dell'originario dettato e - soprattutto - la loro frequenza persino in relazione ad uno stesso oggetto diffonde in seno alla comunità ed agli operatori istituzionali un senso di precarietà ed instabilità del "prodotto" costituzionale che, più di ogni altra cosa, spinge vigorosamente nel senso dell'assimilazione delle fonti costituzionali alle fonti comuni e, perciò, delle relative interpretazioni.

La notazione appena fatta potrà anche apparire, in prospettiva teorico-astratta, poco perspicua e scientificamente attendibile; ma chi ha dimestichezza con le esperienze politico-istituzionali e ne conosce i riflessi (anche indiretti e, per molti versi, sotterranei e tuttavia efficacissimi) sulle pratiche giuridiche in genere sa quanto rilievo i fatti ora sinteticamente descritti possano avere (ed effettivamente hanno) sulle dinamiche di cui si compone e rinnova la forma di governo e, ancora più a fondo, la stessa forma di Stato.

Una carenza eccessiva di normazione costituzionale (nel senso del suo rinnovamento) è gravemente pregiudizievole, sotto più aspetti, nei riguardi di beni costituzionalmente protetti ed, in ultima istanza, può offrire un pur inconsapevole avallo a comportamenti scientemente portati a violare la Costituzione, non potendosi ad essa, per varie ragioni, prestare osservanza e non sentendola ormai più come "valida". Ma, un eccesso ugualmente (se non ancora di più) eccessivo di normazione costituzionale può esser fonte di guasti non minori e, forse, persino maggiori, alimentando un senso evidente di disorientamento e, alle volte, di vero e proprio sconcerto di fronte ad un uso - mi è parso in altre occasioni di dire - "occasionalistico" o congiunturale dello strumento costituzionale che, se spinto oltre una certa soglia di tolleranza (o di sofferenza…), porterebbe diritto allo smarrimento, esso sì, della identità della Costituzione, della sua vocazione a durare, rinnovandosi misuratamente (e, perciò, ragionevolmente) nel tempo, e pur sempre presentandosi quale "luogo" di valori o, se si preferisce, di princìpi e regole omnicondivisi. Il rischio, insomma, è che il pur incerto ed internamente travagliato bipolarismo politico, in corso di maturazione nel nostro Paese, si converta innaturalmente, inconcepibilmente in un bipolarismo costituzionale, per il fatto che ciascuno degli schieramenti di volta in volta chiamati al governo ridefinisca, a propria immagine e convenienza, la Costituzione, indifferente alla regola (o, meglio, al principio), che sta a base e sorregge l'intero edificio costituzionale, secondo cui non può esservi Costituzione di parte, quale che sia, né nei suoi contenuti né per il modo della sua formazione e del suo rinnovamento.

Ora, la delegittimazione continua, sistematica, cui la Costituzione è sottoposta da pratiche ripugnanti all'essenza della Costituzione stessa rischia di allargarsi all'intero tessuto costituzionale, per poi diffondersi a macchia d'olio per l'intero ordinamento, coinvolgendo dunque anche le porzioni della Carta pure astrattamente non toccate dalla revisione e - per paradossale che sia - proprio quei princìpi in nome dei quali si danno le qualificazioni circa la costituzionalità/incostituzionalità delle singole innovazioni introdotte. Il parametro di queste ultime (la tavola dei valori fondanti e dei princìpi che ne costituiscono la più sapiente ed espressiva rappresentazione positiva) rischia così di essere travolto, a mo' di caduta in cordata alpinistica, per il fatto stesso del venir meno degli atti di revisione costituzionale o, comunque, per il loro esser sottoposti a critica diffusa, erosiva delle basi che dovrebbero stare a base del consenso di cui hanno bisogno.

L'esito di siffatte vicende suona amaramente paradossale. Si è partiti dall'idea metodico-teorica secondo cui l'interpretazione della Costituzione parrebbe essere cosa in sé diversa rispetto all'interpretazione di legge di revisione costituzionale e si rischia, poi, di pervenire alla loro sostanziale riduzione ad unità, per il fatto che giudizi di disvalore aventi ad oggetto gli atti di innovazione costituzionale possono poi contagiare anche il tessuto originario, non risparmiando, a conti fatti, neppure quelle sue parti (i princìpi fondamentali) che parrebbero impermeabili ad ogni forma di alterazione comunque non forzosa, espressiva di un nuovo potere costituente in armi. Se ne ha, insomma, una complessiva precarietà ed instabilità dell'impianto costituzionale, che essa pure, per la sua parte, sollecita a conformare come omogenee le interpretazioni di cui si compone e con le quali si rinnova, nel suo insieme, la pratica giuridica, ai varî livelli ai quali prende corpo e si rende manifesta.

 

3. Revisione costituzionale ed interpretazione "autentica" della Costituzione a confronto (in ispecie, dell'autoreferenzialità dell'interpretazione dei princìpi e del modo migliore per superarla, attraverso la riconduzione in circolo delle interpretazioni costituzionali e delle interpretazioni "ordinarie")

Altri indizi ancora, se non pure prove certe, sembrerebbe poi che possano essere addotti a sostegno dell'idea che l'interpretazione (di legge) costituzionale sia maggiormente contigua all'interpretazione "ordinaria" che all'interpretazione della Costituzione, per quanto ciò possa, per la sua parte, riflettersi (in una misura, forse, ancora oggi non adeguatamente colta) sulla naturale vocazione alla "sistematicità" della interpretazione costituzionale (latamente intesa). Si tratta, nondimeno, di verificarne la consistenza, pur nei limiti di spazio e di approfondimento ai quali va incontro questa riflessione.

Si pensi, ad es., alla pur discussa questione concernente la eventuale interpretazione autentica della Costituzione. La difficoltà ad ammetterla, al pari di ciò che si ha per l'interpretazione letterale (giudicata impossibile in riferimento ai princìpi ed invece praticabile nei confronti delle regole), non tanto si lega, a mia opinione, al carattere strutturale delle disposizioni quanto a peculiari, irripetibili "qualità" intrinseche, compiutamente apprezzabili in prospettiva assiologico-sostanziale, degli enunciati assunti ad oggetto del fatto interpretativo. Che, poi, il "marchio" assiologico posseduto da alcuni di essi si manifesti e si renda esteriormente visibile attraverso certi caratteri strutturali ricorrenti è un altro discorso; ma, su di esso soltanto non sembra che possa poggiare un solido impianto argomentativo a sostegno della tesi da dimostrare. D'altro canto, la linea distintiva dei princìpi dalle regole è, come si sa, talmente labile, fino a divenire in molti suoi punti evanescente, da sconsigliare di far passare da essa soltanto il criterio discretivo dell'una rispetto all'altra forma o specie di interpretazione.

Ora, a me pare che, una volta liberata la teoria della Costituzione e del potere costituente delle incrostazioni storico-soggettivistiche che l'hanno per lungo tempo avvolta e fortemente impressionata e liberata la teoria dell'interpretazione costituzionale dei connotati psicologistici che l'hanno ugualmente avvolta, frenandone e variamente condizionandone i possibili sviluppi, si possa accedere all'idea che la Costituzione stessa sia passibile di interpretazione "autentica"; non, però, nel suo insieme, indistintamente appunto, ma unicamente in alcune sue parti e, ad ogni modo, per una peculiare conformazione dell'interpretazione stessa, adeguata al suo oggetto.

Ancora una volta, se ci si pensa, la teoria delle fonti è idonea a dare un orientamento alla teoria dell'interpretazione, mostrando come alcuni enunciati si sottraggano alla loro ricognizione autentica in ragione della loro complessiva connotazione assiologica o, ad esser maggiormente precisi, richiedano una (maggiore o minore, a seconda delle singole esperienze) delimitazione dell'interpretazione stessa, nei suoi possibili, concreti sviluppi.

Se è vero, infatti, che "autentica" può propriamente dirsi l'interpretazione che rientra nella esclusiva disponibilità di chi ha il potere di innovare al diritto preesistente e, proprio per ciò, volendo, di fissarne autoritativamente il senso e confermarne e renderne ancora più salda la vigenza, se ne ha che ad essa dovrebbero considerarsi sottratti gli enunciati che concretano i limiti alla revisione costituzionale, usualmente rinvenuti - come si sa - nei princìpi fondamentali. Si tornerebbe così, come si vede, a quella sostanziale corrispondenza tra la struttura nomologica degli enunciati e la loro ratio, tra la struttura e la funzione o la "qualità" (assiologicamente connotata ed apprezzabile), sulla quale pone l'accento la dottrina sopra richiamata. Con talune non secondarie avvertenze e precisazioni, tuttavia.

In primo luogo, infatti, l'interpretazione autentica parrebbe essere, al piano costituzionale, per un verso, ancora più circoscritta nelle sue possibilità operative di quanto non risulti essere la revisione con le procedure stabilite nell'art. 138; per un altro, all'inverso, sembrerebbe esibire un'accentuata attitudine ad espandersi in modo ancora più significativo. Si tratta, nondimeno, di verificare se questa prima impressione, tratta dal raffronto tra siffatte pratiche giuridiche, resista fino in fondo ad un'analisi delle stesse assiologicamente orientata.

Da un lato, va tenuto conto che la revisione costituzionale - a stare alla tesi maggiormente accreditata - non sembra interamente preclusa in relazione a certi enunciati, ancorché considerati espressivi di princìpi fondamentali (che invece - come s'è appena fatto notare - parrebbero rendersi indisponibili all'interpretazione autentica, per una sua rigorosa accezione), tutte le volte che, attraverso il cambiamento delle formule, si tenda all'ulteriore accrescimento dei princìpi stessi, vale a dire al loro aggiornamento ed alla più adeguata valorizzazione in relazione a mutati contesti, ma pur sempre salvaguardandone l'identità ed, anzi, proprio allo scopo di mantenere inalterato il "livello" originario delle garanzie ovvero ancora di più di innalzarlo. Così, per fare solo il primo esempio che viene in mente, l'eventuale, auspicabile, riscrittura dell'art. 9 della Carta, che faccia menzione dell'ambiente e delle sue varie e complesse esigenze di tutela, rinviando quindi alle fonti specificamente idonee a soddisfarle, non soltanto non turberebbe l'armonia del quadro originario ma ancora meglio la preserverebbe. Né alcun turbamento si avrebbe qualora passasse, così come proposta, l'aggiunta all'art. 12 che afferma (o conferma?) esser l'italiano la lingua ufficiale della Repubblica. E ancora l'aggiunta all'art. 11 del riferimento all'Unione Europea potrebbe finalmente offrire un puntello al processo d'integrazione che, tra non poche oscillazioni ed incertezze, è stato fin qui dato da dottrina e giurisprudenza, peraltro orientando il processo stesso verso lineari sviluppi e non già abbandonandolo per intero, com'è stato sin qui, ad occasionali, "sregolate" contingenze.

Ora, si potrebbe osservare che se queste od altre innovazioni sono giuridicamente consentite (ed, anzi, auspicabili) per mano del legislatore di revisione, ugualmente potrebbero aversi per iniziativa dello stesso legislatore e presentate tuttavia come forme di interpretazione "autentica". Ma, pur tenendosi prudentemente alla larga dal riferimento alla soggettiva intenzione del Costituente e, dunque, restando nell'area dei possibili significati oggettivamente assegnabili alle formule originarie, nessuno potrebbe disconoscere le difficoltà a far passare per buone siffatte interpretazioni, laddove la stessa sostanza normativa, rivestita della forma della revisione, non sembra che corra alcun rischio d'invalidazione per superamento dei limiti suoi propri.

Dal lato opposto, poi, l'interpretazione autentica parrebbe, in punto di astratto diritto, consentita nei riguardi di regole che però, in ragione del peculiare rapporto di strumentalità necessaria che le lega ai princìpi, potrebbero a conti fatti offrire la stessa resistenza di questi alla revisione (nel qual caso, come si vede, l'area coperta dall'interpretazione parrebbe essere maggiormente estesa di quella attraversata dalla revisione). Ipotesi, questa ora fatta di una compressa vis abrogativa delle modifiche costituzionali, che trova spiegazione nella circostanza che nessuna innovazione positiva può esser messa in pratica, quale che sia il piano della normazione al quale si disponga, che si presenti a finalità di "restaurazione" sul piano dei fini-valori. Peraltro, è risaputo (e l'esperienza storica ne ha dato ripetute, decisive conferme) che, non poche volte, l'attacco più subdolo (e però, proprio per ciò, efficace) ai valori fondamentali è stato condotto utilizzando tecniche raffinate che ne hanno appunto determinato il successo, tra le quali v'è proprio quella di svuotare di pratico senso i valori stessi attraverso la sapiente modifica delle regole che ne danno la più diretta ed immediata attuazione, oltre che attraverso l'adozione di altre pratiche giuridiche conducenti allo scopo. Come mi è stata data l'opportunità di mostrare altrove, i limiti alla revisione - se ci si fa caso - discendono il più delle volte, naturalmente, di un grado e si convertono in limiti alla revisione legislativa e subcostituzionale in genere, facendosi ad ogni buon conto apprezzare specificamente in occasione delle innovazioni apportate al diritto comune (e, dunque, delle qualificazioni che se ne danno in sede d'interpretazione). Pur laddove si assista a formali revisioni costituzionali, non di rado, infatti, le formule che le concretano si aprono a molteplici esiti attuativi ed interpretativi, sicché - come sempre - è solo con indagine ex post, che può essere adeguatamente impiantata solo dopo che all'atto iniziale di revisione sia dato seguito con atti (legislativi e non) diversi, che può riconoscersi la vera natura della singola esperienza di normazione osservata e, in particolare, se essa si dispone nel segno della continuità ovvero in quello della discontinuità costituzionale.

Per quanto, come si appena veduto, la revisione costituzionale e l'interpretazione autentica della Costituzione meritino di essere, ad ogni modo, tenute distinte (non già per la loro provenienza, quanto per il fine perseguito e, perciò, in buona sostanza per il loro senso complessivo), una prospettiva assiologicamente orientata e posta a base della osservazione delle dinamiche giuridiche in genere porta, tuttavia, a ricondurre a sostanziale unità le esperienze in parola, mostrando che i limiti della revisione sono (e non possono, per logica necessità, che essere) gli stessi dell'interpretazione autentica e, ancora di più, mostrando come, nel vivo dell'esperienza, l'una forma di normazione coincida a conti fatti con l'altra, uno stesso atto costituzionale incorporandole entrambe.

In primo luogo, va, infatti, notato che non sarebbe sostenibile né un'innovazione costituzionale né un'interpretazione della stessa, da chiunque provenga, volta a proiettare verso il passato o, come che sia, a comprimere le potenzialità espansive dei princìpi: l'una e l'altra sarebbero, invero, da considerare irragionevoli in rapporto alle indicazioni di scopo stabilite in Costituzione, nella loro più qualificante, genuina sintesi espressiva.

Si potrebbe osservare che l'interpretazione "autentica" (nella sua ristretta e piena accezione), non sarebbe consentita, in alcun caso o modo, nei riguardi dei princìpi, proprio per il fatto che essa è in partenza, astrattamente idonea ad aprirsi a qualsiasi esito, in un senso o nell'altro, in quanto per natura "neutra". Perciò, se proprio di un'interpretazione siffatta si volesse seguitare a discorrere, dovrebbe farsi con la non secondaria correzione e delimitazione, secondo cui essa non potrebbe possedere - così come, invece, di norma possiede (o, meglio, si ritiene, in prospettiva non assiologicamente orientata, possegga) - carattere ambiverso, dispiegandosi e proiettandosi a tutto campo e per ogni dove. Allo stesso modo con cui le innovazioni aventi ad oggetto gli enunciati espressivi dei princìpi fondamentali richiedono di essere comunque sottoposte, al pari di ogni manifestazione di potere costituito, a verifica della loro validità, al fine di stabilire qual è la direzione da esse intrapresa (se idonea a portare ad un'ulteriore crescita del patrimonio assiologico della Costituzione ovvero alla sua riduzione), così pure dovrebbe essere per l'interpretazione ("autentica" e non), che però - è qui il punctum crucis dell'intera questione - vanta, per sua naturale vocazione, la pretesa di fissare ed imporre il parametro culturale, prima ancora che positivo, al quale quella stessa verifica di validità sarebbe tenuta ad attenersi.

Nei riguardi di siffatto argomentare si potrebbe nondimeno rilevare come altro sia la validità di un'innovazione normativa o di un'interpretazione (tanto "autentica" quanto che non), altro il fatto in sé dell'innovazione o dell'interpretazione. E, da questo punto di vista, un'interpretazione non cessa di essere "autentica" per il sol fatto di essere male orientata sul piano dei valori (e, dunque, di risolversi in una lettura riduttiva o forzosa degli enunciati positivi in rapporto ai princìpi ovvero degli stessi enunciati espressivi dei princìpi). Ma, allo stesso titolo o modo, dovrebbe dirsi che anche una revisione costituzionale non smarrisce la propria natura sol perché illecita in rapporto ai parametri naturali verso i quali deve orientarsi. E, dunque, anche da questo punto di vista, i due fenomeni ora riguardati si mostrano idonei ad essere ricondotti ad unità.

L'interpretazione autentica, ad ogni buon conto, parrebbe logicamente precedere e condizionare la revisione costituzionale, se si conviene che quest'ultima, col fatto stesso di innovare all'ordine costituzionale preesistente, presuppone e testimonia, ad un tempo, la propria validità in rapporto ai princìpi, confermando rebus di voler ad essi prestare osservanza ed, anzi, di volerne dare un'ancòra più solida ed adeguata realizzazione (che, poi, sia davvero così è un altro discorso, in ultima istanza destinato ad esser fatto dalla Corte costituzionale, se adita). In ogni caso, l'una e l'altra esperienza si rendono, come sempre, riconoscibili solo in via di… interpretazione. La qual cosa dimostra, una volta di più, per un verso, la naturale "superiorità" culturale dell'interpretazione diffusa, quale si manifesta ed afferma nella comunità degli operatori, rispetto ad ogni forma di positivizzazione autoritativa o di ingenua autoqualificazione normativa; per un altro verso, la necessità che ogni specie di innovazione e/o interpretazione muova dal preorientamento - l'unico, vero Grundwert dell'ordinamento - delle pratiche giuridiche in genere, siano esse produttive siano interpretative, verso l'espansione maggiore possibile, alle condizioni oggettivamente date, dei valori e, dunque, verso la dilatazione semantica delle formule che li esprimono, a partire proprio da quelle espressive dei princìpi.

Come si vedrà ancora meglio più avanti, l'interpretazione conforme a Costituzione non va predicata unicamente del diritto subcostituzionale in genere (e delle leggi in ispecie) in rapporto al diritto costituzionale ma anche (e prima ancora) all'interno di quest'ultimo: sia laddove si tratti di enunciati (apparentemente) non espressivi in modo diretto di princìpi (la cui determinazione di senso richiede, appunto, un costante riferimento a questi ultimi) e sia pure laddove si tratti degli stessi enunciati espressivi di princìpi.

Qui, la tautologia o, meglio, l'autoreferenzialità dell'interpretazione di un principio orientata verso… se stesso può essere superata unicamente ricorrendo a tecniche raffinate, per quanto di scivolosa ed incerta applicazione.

Così, per un verso, l'interpretazione sistematica, anche al solo piano costituzionale (ma, naturalmente, pure oltre di esso, attraverso i reciproci rimandi di senso che gli enunciati costituzionali si fanno, così come fanno ad enunciati di livello inferiore e - naturalmente - da questi a quelli), può dar modo di superare e far assorbire la singola autoreferenzialità nella più vasta circolarità dell'intero insieme in cui dinamicamente si dispiega l'interpretazione costituzionale: intendere il senso profondo di un principio muovendo dal principio stesso può riuscire unicamente alla condizione che, in aggiunta al preorientamento assiologico per così dire di specie, volto ad indirizzare il processo ermeneutico verso esiti comunque di crescente espansione, si dispieghi in tutto il suo potenziale espressivo la vis sistematica che sta a base dell'intero patrimonio dei valori. Ogni principio, insomma, si intende solo alla luce degli altri ed acquista forza nel momento stesso in cui la dona agli altri, tutti assieme quindi reggendo l'edificio ordinamentale.

Per un altro verso, la tecnica della ragionevolezza (una vera e propria risorsa inesauribile a garanzia, in ultima istanza, dell'identità assiologica dell'ordinamento), nella sua più densa accezione, può porsi, ancora prima che come fattore di qualificazione della validità di norme subcostituzionali, come veicolo privilegiato per la percezione del senso profondo racchiuso negli enunciati costituzionali espressivi di valore e, per questa via, del senso dell'intera trama strutturale da essi composta.

Ma, il modo migliore per evitare il circolo dell'autoreferenzialità, nel quale per sua natura tende a rinchiudersi l'interpretazione dei princìpi, è quello di muovere dall'assunto che nessuna delle interpretazioni-attuazioni dei princìpi stessi, nelle molteplici forme in cui possono aversi, può esprimere l'irragionevole pretesa di porsi come l'"autentica" ricognizione dell'unico, "giusto" significato posseduto dalla volontà del potere costituente al momento del suo farsi diritto costituzionale.

Se ci si pensa, dunque, al livello dei princìpi fondamentali, le dinamiche interpretative presentano un carattere naturalmente, strutturalmente "aperto", il "gioco" dell'interpretazione non avendo mai fine ed alimentandosi da se medesimo col fatto stesso di ricercare vie e soluzioni originali di sviluppo. I princìpi, insomma, si sottraggono ad ogni forma di "pietrificazione" della loro definizione, nessuno (neppure il legislatore costituzionale) potendo vantare il titolo di far luogo, in regime di monopolio o di privilegio, alla loro "autentica" o esclusiva ricognizione (ciò che risulta, tra l'altro, avvalorato, in prospettiva diacronica, dal loro essere espressione di valori tendenziali dell'ordinamento, sì da rifuggire per natura ad ogni forma di fissazione semantico-positiva che insensatamente pretenda di affermarsi e trasmettersi sempre identica a sé, usque ad aeternitatem).

Ora, è interessante notare che siffatto carattere dell'interpretazione autentica (e, generalizzando, dell'interpretazione tout court) dei princìpi si trasmette a raggiera alle disposizioni circostanti, in seno al dettato costituzionale, e di qui si distribuisce ai gradi discendenti della scala gerarchica. Proprio per il fatto che l'interpretazione o è sistematica, nella più densa e piena accezione (assiologicamente connotata), oppure semplicemente non è, il riferimento ai princìpi, pur laddove sottinteso, costituisce comunque un passaggio ineludibile dell'interpretazione costituzionale; anzi: costituisce, a ben vedere, un momento ed una componente ineliminabile di ogni forma d'interpretazione e di ogni interpretazione storicamente data. La circolarità del processo ermeneutico, in seno alla quale e della quale quest'ultimo si alimenta e senza sosta rinnova, porta a dire che l'interpretazione costituzionale è sempre un segmento dell'interpretazione "ordinaria", così come quest'ultima della prima. La compenetrazione tra di esse è tale che solo con un'evidente semplificazione, sopportabile esclusivamente per la finalità espositiva che l'ispira, possono essere tenute distinte, laddove ciascuna piuttosto concorre a "riconformare" incessantemente l'altra, diviene parte dell'altra.

Si coglie qui nel modo più evidente la difficoltà di tenere separate e reciprocamente caratterizzate, fino in fondo, non solo l'interpretazione della Costituzione dall'interpretazione (di legge) costituzionale ma anche l'una e l'altra dall'interpretazione "ordinaria". Se, poi, a ciò si aggiunge la considerazione di talune esperienze, divenute particolarmente vistose soprattutto di recente e riguardanti la "materia" costituzionale, per il modo con cui essa è fatta oggetto di disciplina positiva ed acquista rilievo davanti al giudice delle leggi, si hanno ulteriori, significative conferme della tesi qui prospettata.

Di queste dobbiamo ora, con la consueta rapidità, trattare.

 

4. L'espansione della materia costituzionale, conseguente all'ingresso di norme internazionali e sovranazionali dalla forza "paracostituzionale", ed i riflessi che se ne hanno sul piano dell'interpretazione

Un elemento (e fattore) particolarmente rilevante, del quale tener conto al fine di verificare la specificità dell'interpretazione costituzionale, è dato proprio dalla "materia" sulla quale essa poggia e si svolge.

Ora, una novità che, ormai da anni a questa parte, si è registrata e che tende sempre di più ad imporsi e farsi notare è data dalla crescente espansione della "materia" costituzionale: non già in conseguenza dell'avvenuta costituzionalizzazione di materie precedentemente non fatte oggetto di regolazione costituzionale ovvero per l'infittirsi e l'espandersi di regole, anche non scritte, di diritto costituzionale specificamente riguardanti l'organizzazione, quanto per l'immissione nei recinti un tempo considerati di esclusivo dominio dello Stato sovrano di norme di provenienza esterna, espressive di una "sovranità" diversa, originale, non spiegabile in applicazione della logica tipicamente "curtense" dello Stato nazionale. A ciò, poi, si aggiunga la dilatazione della materia stessa avutasi col fatto stesso dell'infittirsi e dell'evolversi della giurisprudenza costituzionale, quale sede privilegiata di produzione e ricognizione del "diritto costituzionale vivente".

Su quest'ultimo aspetto, peraltro già largamente studiato, mi intratterrò brevemente più avanti; per il momento, svolgerò invece alcune notazioni a riguardo dei riflessi esercitati sull'interpretazione dall'immissione in seno alla materia costituzionale di norme non costituzionali per forma e di produzione (latamente) esterna.

Un tempo si aveva l'idea, direttamente germinata da una certa dottrina del potere costituente, secondo cui l'intero campo costituzionale poteva essere sovranamente attraversato e, a conti fatti, esclusivamente ricoperto appunto dalla Costituzione e dalle altre fonti di "carattere" costituzionale, com'erano allora chiamate le leggi materialmente costituzionali, pur se non adottate con procedure differenziate da quelle poste a base della formazione delle leggi comuni.

Quest'idea, come si sa, è resistita a lungo, anche dopo l'avvento delle Costituzioni rigide ed ancora oggi, peraltro, tarda ad essere interamente rimossa. Ma la istituzione delle Comunità Europee, da un canto, e, dall'altro, la sempre più diffusa consapevolezza del primato del diritto internazionale in genere sul diritto interno hanno mostrato quanto siano ormai evidenti le difficoltà a seguitare ad accogliere quell'antica dottrina, sempre più recessiva col fatto stesso dell'intensificarsi dei vincoli eteroprodotti a carico della sovranità dello Stato. La crisi di quest'ultima, per una sua ormai stereotipa accezione che evoca l'idea della pienezza e dell'autosufficienza o dell'autolegittimazione, fa, insomma, tutt'uno con la crisi della Costituzione o, meglio, di un certo modo, per la verità esso pure ormai invecchiato, d'intenderla.

Non posso ora indugiare a rappresentare le ragioni per le quali mi faccio sempre più convinto dell'esigenza di battere vie diverse da quelle usualmente percorse al fine di recuperare, allo stesso tempo profondamente rigenerandolo, il senso profondo tanto della sovranità quanto della Costituzione: vie che, nondimeno, a me pare passino proprio dall'ormai maturo riconoscimento che esse solo aprendosi all'esterno, a forme e dimensioni più vaste di realizzazione (e, dunque, superando la prospettiva angusta e soffocante dello Stato-Nazione), possano continuare a reggersi ed, anzi, ancora di più a rinsaldarsi ed a trasmettersi alle future esperienze costituzionali. D'altro canto, nessuna rinunzia alla nostra identità costituzionale o nazionale è da vedere in tutto ciò, ove si tenga ferma la premessa secondo cui l'apertura alla Comunità internazionale e all'integrazione sovranazionale fa parte integrante dei nostri princìpi fondamentali, vale a dire costituisce uno dei tratti maggiormente, genuinamente espressivi di siffatta identità, che senza quell'apertura, dunque, si smarrirebbe per intero, divendo altro di sé.

Ad ogni modo, non è di tutto ciò che si vuol ora nuovamente, specificamente trattare. È sufficiente ai nostri fini prendere atto del fatto che il campo della materia costituzionale è, in modo crescente, occupato, oltre che da norme di produzione interna e di rango, appunto, costituzionale, da norme di altra fattura e complessiva connotazione, che anzi tendono, per una parte, a combinarsi e ad integrarsi variamente con le norme originarie e, per un'altra, addirittura a soppiantarle.

La questione si presenta in modo particolarmente accentuato e visibile sul terreno dei diritti fondamentali, per l'affollarsi sulla scena di discipline dalla diversa estrazione, suscettibili di dar vita a gravi, laceranti conflitti la cui lineare risoluzione appare assai problematica e nient'affatto scontata nel suo verso così come negli esiti. Non è, invero, affatto detto che debba sempre e comunque darsi la prevalenza alle previsioni costituzionali rispetto a quelle di origine esterna, in nome di un malinteso "nazionalismo costituzionale" ed in applicazione della tecnica, astrattamente predicata ma praticamente spuntata, dei "controlimiti" alla sovranità (una tecnica, peraltro, che, già per il fatto di non essere mai stata applicata, sollecita, a mia opinione, di esser complessivamente ripensata, per il modo con cui è stata fin qui teoricamente delineata). Piuttosto, proprio in ragione del fatto che il fondamento interno delle norme internazionali e sovranazionali riposa, in ultima istanza, in valori fondamentali del nostro ordinamento (e, specificamente, nella combinazione sistematica degli artt. 2, 10 e 11), può assistersi a forme varie, astrattamente non prevedibili, di bilanciamento, con esiti ugualmente non preorientati in un senso o nell'altro.

Scavando ancora più a fondo sul terreno nel quale si dispongono le norme materialmente costituzionali in parola ed osservando il modo con cui esse vi mettono radici, ci si avvede che la più appagante delle soluzioni ricostruttive appare essere quella che non già risolve il conflitto, quale che sia l'ordine gerarchico nei singoli casi fissato in applicazione di una preformata teoria delle fonti, bensì lo previene, appunto in via d'interpretazione, muovendo dall'assunto che ciascuno degli ordinamenti a confronto (e ciascuna delle statuizioni che vi appartengono) si dispone a farsi variamente impressionare e "riconformare" nella propria sostanza normativa alla luce dell'altro: con un moto circolare di mutua alimentazione semantica che, sullo specifico terreno dei diritti fondamentali, s'intrattiene tra Costituzioni nazionali e Carte dei diritti (e, domani, Costituzione europea).

Per la verità, una differenza parrebbe al riguardo doversi fare tra i rapporti del diritto interno, rispettivamente, col diritto comunitario/europeo e col diritto internazionale pattizio, dal momento che solo il primato dell'uno (e non pure dell'altro) si considera ormai pienamente acquisito, col solo limite, usuale, dell'osservanza dei princìpi fondamentali, peraltro a mia opinione bisognoso di esser rivisto alla luce dell'idea della eguale dignità che è da riconoscere ai princìpi stessi, compreso dunque quello che vuole limitata la sovranità a vantaggio di organizzazioni che perseguono lo scopo della pace e della giustizia tra le Nazioni. È vero che, dopo la riscrittura del titolo V, il comune riferimento fatto nel I comma dell'art. 117 sia al diritto internazionale che al diritto comunitario potrebbe dar fiato ad una lettura che non distingua in alcun modo il trattamento dell'uno rispetto all'altro diritto, tanto per ciò che attiene ai loro rapporti con le leggi di Stato e Regioni, quanto nei rapporti con le stesse norme costituzionali. Nondimeno avverso siffatta ipotesi ricostruttiva potrebbe ragionevolmente opporsi che altro è il modo con cui il diritto subcostituzionale si pone davanti al diritto esterno in genere (al quale soltanto espressamente fa riferimento il disposto ora cit.), altro ancora il modo con cui quest'ultimo diritto sta in rapporto con la Costituzione e le altre fonti costituzionali. Il richiamo ora fatto agli obblighi internazionali nel I comma dell'art. 117 non avrebbe, dunque, per questa lettura, il significato di una (non riconosciuta né riconoscibile) attitudine delle norme internazionali a prevalere sulle stesse norme costituzionali, così come è invece proprio delle norme comunitarie, bensì (ed esclusivamente) sulle sole norme di rango primario (rimarrebbe, nondimeno, da spiegare la stranezza costituita dalla diversa forza normativa riconosciuta a norme non nazionali alle quali è fatto lo stesso, comune riferimento nel disposto ora cit.).

Il ragionamento ora svolto, a filo di logica, parrebbe non fare una grinza; di più, qualora si volesse sovraccaricare di significati (e di attese) il riferimento suddetto si correrebbe invero il rischio - a me pare - di farlo scontrare frontalmente col principio iscritto nel I comma dell'art. 10, che circoscrive l'obbligo di conformità dell'ordinamento interno nei riguardi dell'ordinamento internazionale alle sole norme di quest'ultimo generalmente riconosciute. Pure quest'argomento - come mi è stata data l'opportunità di far osservare altrove - potrebbe invero non sembrare insuperabile; ma non è, comunque, qui il punto cruciale della questione ora discussa. Ciò che, infatti, ora solo importa notare è che, per un verso, nel momento stesso in cui le leggi comuni sono chiamate a prestare osservanza (anche) al diritto internazionale, ancora prima sono tenute ad essere interpretate in senso ad esso conforme; e già questo solo fatto ha immediati riflessi sull'interpretazione costituzionale, in forza di quella circolarità dei processi ermeneutici che è la migliore risorsa di cui si dispone a garanzia di una sistematicità non piattamente o staticamente intesa ma, appunto, da se medesima idonea a rigenerarsi senza sosta attraverso i continui rimandi di senso da un piano all'altro della scala gerarchica e dall'una all'altra delle fonti che in essa si dispongono. Per un altro verso, poi, nel momento in cui la Costituzione orienta (ora, anche esplicitamente, dopo la "novella" operata con legge cost. n. 3 del 2001) le dinamiche produttive ed interpretative verso il diritto sovranazionale ed internazionale, nella medesima direzione essa finisce col trascinare anche se stessa, per la elementare ragione che la Costituzione è parte integrante dell'ordinamento, inidonea ad essere innaturalmente staccata da questo, tenuta ferma mentre il resto si muove in una direzione che è ormai nitidamente, stabilmente tracciata a favore di una sovranità "sovranazionale". Una lettura sistematica, conciliante, del I comma dell'art. 117 e degli artt. 2, 10 ed 11 richiede quest'esito, sollecita cioè una lettura internazionalmente conforme della stessa Costituzione: esattamente così come, circolarmente, lo stesso art. 2, unitamente ad altri disposti sostantivi della Carta, spinge a dare un'interpretazione costituzionalmente conforme a quelle formule delle Carte dei diritti e delle disposizioni sovranazionali in genere che dovessero sembrare meno avanzate, in prospettiva assiologica, rispetto a quelle costituzionali (e nazionali in genere).

L'art. 2, insomma, sintetizza quello che può esser considerato, ad un tempo, un criterio dell'interpretazione (e della produzione) giuridica ed un valore fondamentale; anzi, il valore fondamentale per antonomasia: quello per cui le combinazioni degli enunciati costituzionali e degli enunciati di origine esterna devono, ad ogni modo, tendere a sintesi reciproche espressive magis ut valeant. L'interpretazione riceve, dunque, quest'orientamento di fondo: di dover crescere alimentandosi laddove maggiore è l'"offerta" normativa, se così vogliamo chiamarla, in termini assiologicamente significativi, e di doversi perciò radicare in questo o quel terreno ordinamentale, seguendo il verso che porta alle soluzioni maggiormente soddisfacenti, in ragione dei casi.

Sulla base delle notazioni appena svolte, è da chiedersi quali riflessi possano aversi da un siffatto stato di cose con riguardo alle tecniche interpretative (e, per ciò che qui particolarmente importa, alla supposta specificità dell'interpretazione costituzionale).

Non è possibile dare una risposta appagante a questo quesito se non muovendo da un dato che può apparire, a prima vista, singolare, quanto a meno ove sia rivisto alla luce di antichi modi d'intendere la Costituzione e la "materia" costituzionale, ma che non può, ad ogni buon conto, essere trascurato o, come che sia, sottovalutato. Il campo costituzionale, infatti, è oggi attraversato - come si è appena veduto - da fonti di origine esterna dotate di forza quodammodo costituzionale, senza che tuttavia delle disposizioni costituzionali esse abbiano la struttura o i contenuti tipici (o, meglio, tradizionalmente considerati tali). Se pure, poi, una forza siffatta non sia ancora pienamente riconosciuta sul piano della teoria delle fonti (come, appunto, si ha ad oggi con riguardo alle norme internazionali pattizie), essa è idonea ugualmente ad affermarsi in forme singolarmente accentuate sul piano della teoria dell'interpretazione. Dove, insomma, non soccorre la forza positiva, soccorre la forza culturale, che è ancora più efficace, in molte delle sue concrete manifestazioni, della prima, sollecitando la stessa Costituzione, unitamente alle disposizioni sottostanti, ad orientarsi ed a farsi riconformare semanticamente alla luce dei materiali di produzione esterna che appaiano direttamente ed immediatamente serventi nei riguardi dei valori fondamentali.

La forza "paracostituzionale" del diritto sovranazionale fa sì che si abbia un avvicendamento continuo, indolore, di norme sulla "materia" costituzionale, ora in via di produzione ed ora in via d'interpretazione. E, tuttavia, i materiali normativi che si succedono sul campo stesso non presentano, alle volte, omogeneità strutturale. Per quanto possa sembrare strano e persino paradossale, ciò si riscontra soprattutto con riguardo ai rapporti con l'ordinamento comunitario, laddove la forza suddetta è ormai indiscussa, mentre non si ha, il più delle volte, quanto ai rapporti con alcune manifestazioni del diritto internazionale (e, segnatamente, con le Carte dei diritti), laddove la forza in parola è invece controversa, malgrado la non diversa sostanza normativa esibita dalle Carte da un lato, e dalla Costituzione dall'altro. Come dire che la natura "paracostituzionale" è assegnata, unicamente in virtù dello scopo perseguito (e, perciò, della fonte da cui provengono), alle norme comunitarie, che somigliano per struttura e contenuti più a leggi comuni (e, persino, ad atti sublegislativi) che a leggi costituzionali. Di contro, la natura stessa è discussa o addirittura negata in capo a fonti, le Carte dei diritti, i cui contenuti si legano alle radici culturali del costituzionalismo e che, perciò, potrebbero vantare a loro sostegno la stessa giustificazione storicamente rivendicata dalle Costituzioni, pur in un contesto ormai profondamente mutato. È questo - a me pare - uno dei paradossi di maggiore rilievo entro cui si avvolge l'esperienza costituzionale del tempo presente.

Questa situazione singolare porta, sul piano dell'interpretazione, a rendere assai più fluide e concettualmente (oltre che positivamente) incerte, per orientamento ed esiti, le relazioni internormative di quanto non parrebbe dover essere alla luce di antichi, consolidati schemi.

Così, ad es., il diritto comunitario, con l'ingresso massiccio, invasivo, in seno agli ordinamenti nazionali che ormai lo caratterizza, è idoneo a rovesciare su se stesso, unicamente grazie alla forza che sono in grado di esprimere gli atti che vi appartengono, l'ordine sistematico che usualmente si ha nei rapporti tra princìpi e regole: non sono, infatti, queste ad orientarsi sempre e comunque verso quelli ed a ricevere luce ed alimento da essi; può anche darsi l'inverso, i princìpi orientandosi verso le regole e disponendosi, dunque, a farsi variamente "impressionare" da queste.

La questione ha una più vasta portata, idonea a superare il recinto delle disposizioni costituzionali, le regole di diritto comunitario essendo riconosciute idonee a prevalere su regole ed anche princìpi espressi da leggi comuni e persino, a mia opinione, dalla stessa Costituzione e dalle leggi costituzionali, per il caso che il valore della pace debba, in sede di bilanciamento, considerarsi preminente rispetto ad altri valori ugualmente fondamentali. Si realizza, dunque, in circostanze siffatte quell'assoggettamento, che è positivo ma che è, prima ancora, culturale (o interpretativo), degli stessi princìpi costituzionali rispetto a regole di produzione sovranazionale, grazie alla protezione loro offerta dal valore della pace, il più delle volte peraltro congiuntamente ad altri valori sostantivi ugualmente ratione materiae evocati in campo.

D'altro canto, è chiaro che - una volta ambientati i rapporti interordinamentali in prospettiva assiologica - non è da far questione unicamente della prevalenza di un valore fondamentale su un altro e, dunque, di una su un'altra norma costituzionale (o "paracostituzionale") bensì di stabilire un ordinamento gerarchico che ogni volta coinvolge l'intero ordinamento, non già singole norme ovvero singoli piani di esperienza normativa. Il criterio di risoluzione delle antinomie che fa capo alla collocazione nella scala gerarchica delle norme secondo forma si rivela, in congiunture siffatte, pressoché inservibile, comunque non risolutivo al fine del ripianamento delle antinomie stesse. Senza alcuna stranezza (ma, anzi, in piena coerenza con le premesse poste e dalla stessa giurisprudenza, per quest'aspetto, tenute ferme), il diritto comunitario riconosciuto incompatibile con princìpi fondamentali di diritto interno ritenuti prevalenti in sede di bilanciamento non può prevalere nei confronti di alcuna norma, quale che ne sia il grado, posta in attuazione dei princìpi stessi (e, naturalmente, viceversa). La "non applicazione" del diritto interno contrario al diritto comunitario - come pure, con espressione involuta e barocca, se ne descrive in giurisprudenza la condizione e qualifica l'effetto - non può in tali casi aver luogo, indipendentemente dal livello o dalla forza formale delle norme: il conflitto apertosi al massimo grado di positività giuridica si trasmette ai gradi sottostanti o - il che è praticamente lo stesso - ascende da questi ultimi, nei quali in concreto si radica, al piano costituzionale, dei valori.

Il quadro è, dunque, come si vede, internamente assai composito, aperto ad esiti ricostruttivi di vario segno, in dipendenza dell'ordine mobile dei valori stessi ed in ragione delle peculiari esigenze dei casi. Ma, proprio per ciò, l'interpretazione costituzionale, disponendosi ed orientandosi lungo molteplici percorsi e presentandosi, di volta in volta, quale "tecnica" di composizione di materiali strutturalmente e funzionalmente eterogenei (o, diciamo meglio, non necessariamente omogenei), quali appunto sono le formule di diritto comunitario al cospetto degli enunciati costituzionali, come potrebbe, su basi culturali siffatte, vantare la pretesa a rimanere ad ogni modo "staccata" da altre forme o specie d'interpretazione?

La Costituzione possedeva una sua tipicità irripetibile nel momento in cui si rendeva impermeabile all'esterno, chiusa in se stessa e domina in modo esclusivo del proprio campo; e, conseguentemente, tipica avrebbe potuto dirsi l'interpretazione costituzionale, per l'originalità dei caratteri complessivi delle disposizioni sulle quali era chiamata a piegarsi ed esercitarsi. Ma, oggi che il campo costituzionale è aperto all'ingresso di fonti in sé non costituzionali, con le quali la Costituzione è tenuta ad integrarsi ed a variamente combinarsi, fino talora a recedere davanti ad esse, come distinguere - è da chiedersi nuovamente - l'interpretazione costituzionale dall'interpretazione di disposizioni che somigliano come gocce d'acqua alle leggi comuni e si dimostrano idonee a prendere immediatamente il posto, oltre che di queste ultime, delle stesse statuizioni costituzionali?

 

5. Tecniche decisorie della Corte costituzionale (particolarmente, l'interpretazione conforme a Costituzione e le manipolazioni testuali) e riduzione ad unità dell'interpretazione costituzionale e dell'interpretazione "ordinaria"

La fungibilità dei materiali normativi (e, conseguentemente, delle interpretazioni), dei quali qui si discorre, ha, poi, ulteriori, significativi elementi di riscontro, specificamente nell'esperienza giudiziale e, ancora di più specificando, nelle pratiche di cui si compone la giustizia costituzionale. Talune tecniche decisorie ormai diffusamente utilizzate, unitamente alle tendenze ed agli orientamenti che per il loro tramite prendono corpo ed espressione, confermano quanto sia problematico preservare la "purezza" dell'interpretazione costituzionale (latamente intesa), tenendola dunque distinta dall'interpretazione "ordinaria".

La questione richiederebbe una verifica a tappeto, estesa all'intero panorama delle tecniche decisorie e delle forme di collegamento che a vario titolo si instaurano tra la Corte e gli altri operatori istituzionali (particolarmente, con riguardo ai giudizi sulle leggi, i giudici comuni). Ciò che, evidentemente, non può qui aver luogo. Ma basti al riguardo il rilievo, come si sa assai ricorrente, relativo al tasso accentuato di "concretezza" che connota le esperienze di giustizia di costituzionale, per un verso, e, per un altro, al tasso di marcata "diffusione" che connota il nostro sistema di giustizia costituzionale (al pari, peraltro, di altri).

Il punto, per la verità, è assai meno stabilmente fissato di quanto pure non sembri a giudizio della dottrina corrente. Non pochi dei tratti che usualmente si ricordano come tra i più marcati ed indicativi di siffatte tendenze rivelano, ad un esame più approfondito ed articolato, linee interne molteplici e reciprocamente intrecciate, come tali idonee a prestarsi a ricostruzioni di vario segno ed orientamento.

Si pensi, per fare ora solo uno degli esempi che più di frequente sono al riguardo addotti, a sostegno della tesi del carattere sostanzialmente "misto" del nostro sistema di giustizia costituzionale, all'interpretazione conforme a Costituzione o, ancora, all'applicazione diretta della Costituzione. Si fa notare, com'è noto, che l'una e l'altra, pur nei connotati specifici di ciascuna, sarebbero indicativi di un attivismo giudiziale che non solo non è ostacolato dalla Corte ma che è, anzi, da essa incoraggiato, in un modo che, specie di recente, appare particolarmente insistente e deciso.

Non si può dubitare che in siffatte affermazioni vi sia del vero: la Corte sempre più di frequente chiede agli operatori coi quali entra in contatto (e, particolarmente, ai giudici) un impegno ed una sensibilità di cui mostra di avere bisogno, per un fisiologico, ottimale funzionamento della giustizia costituzionale. Ma, neppure può dubitarsi che, in non poche circostanze, nel momento stesso in cui la Corte lascia intendere di essere stata investita a sproposito e che preferirebbe piuttosto ritagliare per sé un ruolo "sussidiario", da esercitare unicamente laddove altre risorse non siano disponibili a soddisfare in modo costituzionalmente conforme le esigenze dei casi, essa si rallegri in cuor suo di esser chiamata in campo. Perché solo in tal modo riesce nell'intento di concorrere, da protagonista, alla nascita di un nuovo "diritto vivente" verfassungskonform, alimentando consuetudini interpretative che altrimenti sarebbero destinate a spegnersi o, addirittura, a non venire mai alla luce.

Vi è, però, di più. Ancora oggi si è fatto poco caso alla circostanza per cui quelle che, a tutta prima, parrebbero essere tecniche decisorie alternative, opposte per natura ed effetti, vale a dire l'interpretazione conforme e le manipolazioni testuali, si fanno non poche volte ricondurre ad unità nella loro sostanza e per lo scopo perseguito. Certo, a fermarsi alla loro "crosta", l'una appare esser un'operazione conservativa (del testo) mentre l'altra presenta carattere innovativo, normativo (o, come pure si suol dire, con evidente approssimazione, "creativo"). Si trascura, tuttavia, di tener presente il dato elementare e di comune esperienza secondo cui la Corte fa, molte volte, luogo all'interpretazione conforme e ne sollecita la riproduzione e diffusione a raggiera per tutto l'ordinamento avvedendosi di non poter far luogo, in sua vece, come pure forse avrebbe voluto, ad un'addizione o ad altra forma di manipolazione testuale, senza nondimeno rinunziare allo scopo perseguito. L'interpretazione conforme costituisce, in circostanze siffatte, una "manipolazione" ancora più forte ed efficace, proprio perché presentata come rivolta a finalità conservativa, della sostanza normativa racchiusa nel testo di legge. Come mi è stata data l'opportunità di far notare altrove, la Corte trapassa da parte a parte il disposto normativo sottoposto a giudizio e, una volta superata agevolmente la barriera della formulazione linguistica dell'enunciato, opera incisive trasformazioni di ordine sostanziale, andando persino oltre i limiti davanti ai quali dovrebbe arrestarsi, con le pronunzie manipolative dei testi, in nome del rispetto della discrezionalità del legislatore.

È vero che, sul piano formale degli effetti, l'addizione o altra manipolazione testuale risulta dotata di una capacità di vincolo generale che assai discutibilmente può essere riconosciuta all'interpretazione conforme, se non si vuol far correre a quest'ultima il rischio della sua conversione in un'inammissibile interpretazione autentica. Ma, per un verso, l'autorevolezza del verdetto emesso dalla Corte, con la formidabile forza persuasiva di cui è dotato, è, comunque, indiscutibile; per un altro, poi, quand'anche si voglia assegnare alle pronunzie di rigetto in genere una forza di mero precedente (e non pure di giudicato), è da riconoscere che la stessa vis ridotta che, per la comune dottrina, sarebbe tipicamente espressa dalle decisioni non ablative presenta, per la stessa Corte (oltre che per gli operatori in genere), innegabili vantaggi, dandole modo di determinarsi in seguito con un'agilità di movimenti che altrimenti non potrebbe avere.

Come si vede, le risorse offerte dall'interpretazione conforme sono davvero straordinarie; e la tecnica in parola si presta ad usi molteplici, astrattamente imprevedibili, che vanno dallo scopo di correggere interpretazioni bizzarre o, come che sia, infondate dell'autorità remittente allo scopo di dare un diverso orientamento rispetto al passato alle dinamiche interpretative, fino a quello di imporre, in buona sostanza, un fermo indirizzo a queste ultime nel senso voluto dalla Corte.

Ora, ciò che maggiormente importa notare è che la manipolazione della sostanza normativa dei testi di legge si presenta, in non poche circostanze (e, forse, tendenzialmente in tutte), quale l'effetto di una previa manipolazione della Costituzione ovvero, in altre, quale la causa della stessa. È stato fatto, ancora da ultimo, opportunamente notare che molte volte invece che d'interpretazione della legge conforme a Costituzione si tratta piuttosto di interpretazione della Costituzione conforme alla legge; e da parte di altri ancora si è osservato che dalle due disposizioni a confronto si finisce col pervenire ad una norma-terza, mediana tra entrambe, frutto appunto del reciproco orientamento.

Non credo che né l'una né l'altra prospettazione meritino di essere generalizzate: la fluidità e la varietà dei casi, così come la mobile combinazione dei valori da essi evocati in campo, consiglia di rifuggire da ogni forma di irrigidimento teorico. Eppure, che in molte occasioni - come si diceva - possa aversi una doppia manipolazione di sostanza normativa, sia al piano costituzionale che a quello sottostante, mi parrebbe innegabile. Una "vera" interpretazione verfassungskonforme può, infatti, presentarsi come una meta irraggiungibile pure per il più abile degli "scalatori" costituzionali, la Corte, se non si riduce l'altezza della meta stessa, riportandola ad una distanza minore dalla partenza.

Ormai da tempo mi sono fatto persuaso, attraverso uno spoglio sistematico della giurisprudenza costituzionale, che le manipolazioni dei parametri costituzionali sono assai numerose ed incisive (si abbiano, o no, in seno a pronunzie che prospettano interpretazioni conformi), per quanto talora abilmente mimetizzate o tenute sotto traccia, esattamente come la montagna sommersa dell'iceberg, che non si fa vedere ma che è di gran lunga più corposa della punta emergente (l'interpretazione conforme).

Proprio in questi casi, di doppia manipolazione, si ha, forse, la più rilevante forma di assimilazione dell'interpretazione costituzionale all'interpretazione "ordinaria"; anzi, esse fanno un unico corpo, compenetrandosi l'una nell'altra e "riconformandosi" a vicenda, secondo apporti e gradazioni praticamente non misurabili. I piani della scala gerarchica rimangono formalmente distinti e distinte si presentano l'interpretazione costituzionale, da un lato, e l'interpretazione "ordinaria", dall'altro. Ma, spingendosi oltre le barriere esteriori, assai di frequente abilmente erette e sostenute da un'argomentazione tecnicamente raffinata, ci si avvede di come i piani stessi si appiattiscano e riducano ad unità. La manipolazione sostanziale del dato legislativo, mascherata dalla artificiosa conversione della questione di costituzionalità in questione d'interpretazione, ha la sua molla e la sua ricarica in una previa manipolazione costituzionale, in forma d'interpretazione, la quale peraltro, a sua volta, si alimenta di suggestioni e spinte di varia intensità provenienti dallo stesso piano della normazione comune. La circolarità diviene, allora, perfetta, piena, attraversata da un moto interno incessante, che rende assolutamente indistinguibile la partenza dall'arrivo.

Per altro verso, la circostanza secondo cui la Corte presenta l'operazione condotta, nel suo insieme, come "sussidiaria" e, in questo senso, fungibile rispetto a quella stessa che avrebbe potuto esser fatta dal giudice remittente rende ulteriormente disagevole, anche in prospettiva istituzionale, il mantenimento della caratterizzazione dell'interpretazione costituzionale rispetto all'interpretazione "ordinaria". È vero che ciascun operatore fa luogo - secondo una schematica e, come qui si è mostrato, largamente artificiosa rappresentazione - ad una doppia interpretazione, avente ad oggetto entrambi i termini normativi costitutivi della questione, ma è pure vero che, a stare ad una diffusa ed accreditata ricostruzione, la legge è il materiale normativo sul quale, in modo privilegiato, si piega la riflessione del giudice, la Costituzione quello della Corte.

Non ho mai creduto (e continuo a non credere) a scale di priorità siffatte o - di più - ad artificiose separazioni di competenze, per quanto, come si sa, la stessa Corte si dichiari rispettosa del diritto vivente legislativo, così come enucleato nelle aule dei tribunali, e pretenda allo stesso tempo, giustamente, rispetto davanti al diritto vivente costituzionale, alla cui formazione essa dà un apporto (non esclusivo ma) prevalente. La realtà, nondimeno, è assai più complessa di come non risulti da una siffatta sua schematica o semplicistica rappresentazione. Per un verso, infatti, la Corte concorre fattivamente alla formazione del diritto vivente legislativo; per un altro, gli stessi giudici e gli operatori in genere danno il loro pur vario contributo al diritto vivente costituzionale. Alle volte, anzi, la fluidità delle relazioni è tale da rendere assai disagevole e, comunque, fortemente problematico coglierne l'essenza o le più marcate tendenze, stabilendo in modo sia pure approssimativo fin dove un fenomeno o un comportamento rientra nella fisiologia dei rapporti tra le istituzioni e da che punto in avanti, invece, si assista ad una loro (più o meno vistosa) torsione rispetto al "modello". La stessa distinguibilità teorico-pratica di un diritto vivente legislativo da un diritto vivente costituzionale - come si viene dicendo - è messa in crisi da prassi, assai più consistenti e diffuse di quanto non si pensi, che parrebbero appunto darne testimonianza. Si pensi, ad es., per un verso, ai casi o alle forme (anche occulte o abilmente mimetizzate e però, proprio per ciò, particolarmente assai efficaci) con cui la Corte manipola il diritto vivente legislativo, affermandone ovvero negandone l'esistenza o, ancora, facendolo ad ogni modo recedere davanti ad un'esigenza pressante d'interpretazione conforme. Per un altro verso, si consideri il dato, ancora oggi assai poco indagato, costituito dai casi (e dalle forme) con cui i giudici comuni, in sede di "seguito" applicativo alle pronunzie della Corte, fanno luogo a manipolazioni più o meno incisive del decisum, specie facendo leva sugli spazi, non di rado assai ampî, aperti dalla parte motiva delle pronunzie stesse. Anche da queste esperienze, come si vede, possono dunque trarsi elementi idonei ad avvalorare la circolarità delle interpretazioni, la loro sostanziale indistinguibilità, la confluenza all'interno di processi decisori che, pur laddove sembrino esauriti o definiti nella loro essenza, si rimettono subito in moto, tornando ad alimentarsi ed a rigenerarsi da sé.

Ora, la (dichiarata) fungibilità dei ruoli, sottesa alla conversione delle questioni di costituzionalità in questioni d'interpretazione per il tramite della tecnica dell'interpretazione conforme, offre una testimonianza assai attendibile della sostanziale assimilazione dell'interpretazione costituzionale all'interpretazione "ordinaria" o, meglio, della tendenza ad accreditarle come fungibili. Gli oggetti dell'una e dell'altra rimangono astrattamente distinti ma il fatto che i soggetti possano - a stare a quanto ne dice la Corte - alternarsi a vicenda, con una preferenza che è anzi accordata (a parole…) proprio agli operatori comuni, porta ad un rimescolamento complessivo delle carte con le quali si fa il "gioco" dell'interpretazione (senza aggettivi).

Se, poi, si sposta specificamente l'attenzione alle manipolazioni testuali, che pure esibiscono una minore duttilità strutturale rispetto all'interpretazione conforme e presentano, non di rado, una certa viscosità culturale e positiva, ci si avvede come esse pure spingano, per la loro parte, all'unificazione delle operazioni di cui si compongono i processi interpretativi.

Si pensi, ad es., alle additive, sia di princìpi che di regole. Non importa tornare qui a verificare il fondamento teorico-positivo di questa pratica, come si sa largamente diffusa né misurare la linearità della giustificazione che la stessa giurisprudenza ne ha dato, e ne dà, a sostegno della loro adozione. La sola prospettiva che ai nostri fini importa è quella dell'interpretazione; e, per essa, diventa davvero assai arduo separare, ancora una volta, il piano costituzionale dal piano "ordinario" una volta che - a torto o a ragione - la Corte abbia riconosciuto il carattere sostanzialmente omogeneo dei materiali normativi da essa "lavorati".

Nell'interpretazione conforme, la fungibilità, come si è fatto notare, è predicata dei ruoli istituzionali; nelle additive, dei materiali utilizzati. Qui, la Corte fa "transitare" le norme da una fonte all'altra; lì le norme rimangono al loro posto (perlomeno, in apparenza…) ma sono (o, meglio, possono essere) fatte oggetto ugualmente di una sostanziale "riconformazione".

Ora, il "transito" non potrebbe avere luogo se le fonti tra le quali si realizza non fossero considerate strutturalmente omogenee: esattamente, così come un pezzo di ricambio può essere innestato in una macchina unicamente in quanto possa perfettamente adattarsi a quest'ultima, legandosi armonicamente ai pezzi originari.

L'omogeneità strutturale non v'è (o, meglio, non v'è ordinariamente) nei casi in cui si fa luogo ad un'additiva di regola: la regola stessa è, infatti, desunta da un principio costituzionale e, quindi, inserita nel corpo della legge. Ma, la Corte ci dice che nulla di "creativo" vi è in tutto ciò, discendendo la regola "a rime obbligate" dalla Costituzione (secondo la immaginifica, fortunata espressione di crisafulliana memoria). L'omogeneità strutturale è, invece, piena nel caso di additiva di principio, quest'ultimo essendo fatto pianamente scorrere dalla legge fondamentale alla legge comune e saldato in quest'ultima.

Non importa qui rilevare talune non risolte aporie di costruzione che, nell'uno come nell'altro caso, permangono insuperate. Volendosi semplificare, pur col costo di un'evidente approssimazione, i termini della questione, si potrebbe dire che, laddove si ha un'additiva di regola, la Corte forza l'interpretazione costituzionale, mentre con l'additiva di principio forza l'interpretazione "ordinaria": nel primo caso si porta la Costituzione ad innaturali applicazioni, traendosene un succo che, probabilmente, non è in grado di dare; nell'altro, si innesta in seno alla legge un elemento il più delle volte oggettivamente spurio. Un'eccezione potrebbe esser data da quelle leggi che, nelle disposizioni circostanti a quella in cui trova alloggio il principio immesso dalla Corte, esprimano altri princìpi; ma l'ipotesi è solo astrattamente fattibile, se si considera che lo scopo dell'addizione è proprio quello di rendere maggiormente elastica una struttura nomologica irrigidita dagli enunciati che sono in essa presenti e, allo stesso tempo, dalla carenza nella stessa riscontrata. Da questo punto di vista, le additive parrebbero tendere ad uno scopo addirittura opposto nei due casi qui considerati: l'additiva di regola mirando al fine di dare maggiore concretezza (e, però, pure rigidità) al dettato legislativo; l'additiva di principio, di contro, di renderlo maggiormente flessibile.

Ulteriori approfondimenti sul punto si rivelano qui non indispensabili. Una sola cosa, infatti, ai nostri fini importa evidenziare; ed è che nessuna forma di manipolazione del dato legislativo è pensabile se non, ordinariamente, assieme ad una manipolazione costituzionale (non importa se precedente o successiva) e che entrambe si rivelano possibili nel presupposto della idoneità dei materiali costituzionali e di quelli legislativi a disporsi gli uni accanto agli altri sullo stesso tavolo e di farsi "impastare" dalle abili mani dell'artigiano costituzionale. In apparenza, così come s'è veduto a riguardo dell'interpretazione conforme, l'unico oggetto di intervento rimane il dato legislativo; sarebbe, d'altronde, ingenuo il solo immaginare che la Corte possa riconoscere di manipolare anche il materiale costituzionale (ciò che la delegittimerebbe gravemente agli occhi del suo uditorio). Ma che il parametro (e proprio perché tale) si faccia, in tali casi, anche oggetto è innegabile. Di qui, quella sostanziale aspecificità dell'interpretazione costituzionale di cui si è venuti dicendo trattando dell'interpretazione conforme e che, per ragioni non dissimili da quelle sopra esposte, trova ora nuovamente, diffuso riscontro.

 

6. Ragionevolezza e bilanciamenti tra interessi costituzionalmente protetti, nel continuum tra interpretazione costituzionale e interpretazione "ordinaria"

Altre esperienze, pure suscettibili di letture di vario segno, sembrano ulteriormente avallare le indicazioni di tendenza risultanti dalle tecniche decisorie ora rapidamente descritte. Dove, però, si ha la rappresentazione forse più emblematica delle manipolazioni compiute dalla giurisprudenza costituzionale è con riguardo ai giudizi risolti assumendo a parametro il principio di eguaglianza ed a quelli in cui la Corte dichiara di far luogo ad una ponderazione di beni costituzionalmente protetti.

La "catena" di norme che viene a costituirsi nei casi in cui si richiama l'art. 3 presenta una complessità e varietà di elementi e di forme di collegamento interno la cui individuazione è, in ultima istanza, rimessa ad apprezzamenti discrezionali della Corte. Il tertium costituisce una sorta di ponte tra il piano costituzionale e quello legislativo, necessario alla comunicazione reciproca dei materiali che su entrambi si dispongono; ma, esso rimanda circolarmente, senza sosta, sia all'uno che all'altro piano per il suo stesso riconoscimento. Non solo la validità ma, prima ancora, il significato della disposizione di legge oggetto del sindacato di costituzionalità richiedono di esser apprezzati attraverso il riferimento, oltre che a materiali (normativi e non) circostanti, rilevanti secondo sistema, specificamente al tertium. Quest'ultimo, peraltro, si fa, per la sua parte, riconoscere proprio dagli elementi di somiglianza che contiene rispetto al dato normativo sub iudice; e tutti assieme, poi, si offrono per l'interpretazione costituzionale, così come da questa a loro volta si alimentano. Una volta di più, insomma, si assiste ad un flusso di suggestioni culturali che si svolgono nell'uno e nell'altro verso e che solo nella circolarità delle esperienze interpretative ha il suo "luogo" di manifestazione e la sua dinamica percezione.

La ragionevolezza esprime, nel modo più emblematico, questo modo di essere dell'interpretazione, nel suo tagliare trasversalmente i piani e le forme delle esperienze di normazione e, allo stesso tempo, di ricondurli ad unità sistematica. La ragionevolezza - si è, ancora di recente, fatto notare - è verifica dell'adeguatezza della norma legislativa più a ciò che la Costituzione non dice che a ciò che dice: riesce ad andare oltre il puro raffronto tra gli enunciati ed anzi assolve proprio alla peculiare funzione di operare comunque un raffronto tra i termini normativi della questione, pur laddove faccia difetto un parametro costituzionale specifico (nel caso che si denunzi, appunto, puramente e semplicemente, l'"irragionevolezza" di una norma di legge).

Da questo punto di vista, la ragionevolezza è davvero l'unico, vero fattore di chiusura dell'ordinamento, coprendo lacune di costruzione ordinamentale che non sarebbero altrimenti colmabili, riplasmando e rendendo duttili materiali normativi troppo rigidamente forgiati ovvero integrandoli e variamente riconformandoli in modo adeguato ai casi e rispondente ai valori. Indipendentemente dall'esistenza, come si sa assai discussa, di spazi costituzionalmente neutri di esperienza giuridica, in relazione ai quali dunque non si darebbe in tesi un parametro costituzionale al quale fare puntuale riferimento nei giudizi di costituzionalità, la chiusura del cerchio costituzionale, la sua perfezione appunto, è costituita proprio dalla ragionevolezza, che dà modo in ogni caso di esprimere un verdetto di validità/invalidità che altrimenti non potrebbe essere emesso. Proprio qui si fa, dunque, particolarmente apprezzare la funzione della ragionevolezza di far da ponte tra il piano costituzionale e quello sottostante, ponendosi quale fattore infungibile di unificazione-integrazione dell'ordinamento.

Ancora da questo punto di vista si coglie in tutto il suo spessore il senso originalissimo delle interpretazioni compiute dalla Corte costituzionale, ma non - si badi - delle interpretazioni costituzionali (in senso lato). È innegabile, infatti, che l'interpretazione si colori diversamente a seconda dei contesti in cui prende corpo e, soprattutto, dei soggetti che la pongono in essere; ed è chiaro che le interpretazioni cui fa luogo la Corte, per la natura "mista" di operatore politico e giurisdizionale che la connota, non hanno nulla a che spartire con le interpretazioni di altri operatori.

Qui, non si fa, tuttavia, questione di forme degli atti (in ispecie, delle pronunzie di costituzionalità) ovvero di effetti degli atti stessi (siano, o no, normativi, secondo una fortemente controversa loro qualificazione) ma di sostanza in essi racchiusa, per il modo con cui si perviene alla sua determinazione. La ragionevolezza è una tecnica non esclusiva della Corte costituzionale, proprio per quella sua capacità d'irradiarsi e diffondersi per l'intero ordinamento, di cui si è avuto modo di dire poc'anzi; ma nelle mani della Corte (e, segnatamente, con riguardo alle sue applicazioni ai giudizi sulle leggi) essa assume movenze originali e consente di pervenire ad esiti ugualmente irripetibili. Per quanto la Corte sovente predichi l'omogeneità di funzione alla quale è chiamata con quella che può essere assolta da altri (particolarmente, i giudici, così come si è visto trattando dell'interpretazione conforme), l'irriducibilità ad unità delle posizioni dall'una e dagli altri occupate in seno all'ordinamento mostra il carattere artificioso dell'accostamento. Ma - è qui il punto della questione ora discussa - la diversità dei soggetti è una cosa, la diversità delle interpretazioni poste in essere da uno stesso soggetto un'altra. La prima non richiede alcuno sforzo argomentativo a suo sostegno: la tipicità dei ruoli complessivi è uno degli elementi costitutivi del sistema, di cui si compone ed arricchisce il sistema stesso, nelle dinamiche che senza sosta al suo interno si generano e rinnovano. La seconda, invece, ha proprio nel moto circolare dell'interpretazione il fattore di riconduzione ad unità interna. Questo stato di cose potrebbe essere riassunto in una corta espressione così: diversa è l'interpretazione in senso soggettivo, uguale in senso oggettivo.

I giudizi su basi di eguaglianza e quelli secondo ragionevolezza, per restare al terreno sul quale allignano alcune delle più significative manifestazioni delle interpretazioni compiute dalla Corte costituzionale, acquistano senso unicamente per il modo con cui l'interpretazione costituzionale scivola e si converte in interpretazione della legge, così come questa si fa costantemente e necessariamente riportare alla prima.

I "bilanciamenti" di ordine assiologico compiuti dalla Corte esprimono in modo emblematico la continuità e la vera e propria compenetrazione tra i fatti interpretativi, di cui qui si discorre. Ancora una volta, è fin troppo superfluo rilevare che i "bilanciamenti" fanno parte dell'esperienza giuridica in genere, quale che sia il livello istituzionale in cui essa si manifesta e le forme assunte, e non sono perciò tipici delle sole esperienze giudiziali. Bilanciamenti tra interessi li fa, in primo luogo, il legislatore, incorporandoli negli enunciati da esso forgiati; ed ancora li fanno i pratici, giudici o amministratori che siano, e - sia pure molte volte inconsapevolmente - li fa ciascuno di noi, col fatto stesso di determinarsi in un certo modo anziché un altro. I bilanciamenti della Corte sono, però, una cosa a sé, che non ha eguali né simili in seno all'ordinamento, per tecniche utilizzate così come, conseguentemente, per esiti. Una volta di più, poi, è da riconoscere nei bilanciamenti un potente fattore di integrazione delle interpretazioni (costituzionale ed "ordinaria") e, ad un tempo, lo specchio più fedele della loro sostanziale omogeneità. Ne dà conferma il ruolo, davvero formidabile, che è giocato dai "fatti" in sede di ricostruzione dei significati tanto dei parametri costituzionali quanto degli atti oggetto di giudizio e che ha proprio nei bilanciamenti l'espressione maggiormente evidente.

Gli interessi in campo evocano le norme ed, anzi, le determinano o, meglio, concorrono alla loro determinazione: in questo senso, la loro considerazione costituisce parte centrale dei processi e delle esperienze d'interpretazione. La combinazione degli interessi stessi, vale a dire l'ordinazione gerarchica che essi ricevono in ragione dei casi, ha pur sempre nelle norme il costante, obbligatorio punto di riferimento e, dunque, si risolve e dissolve, a conti fatti, nella ordinazione delle norme stesse e, perciò, nuovamente, nella loro interpretazione. I bilanciamenti, da questo punto di vista, possono essere in modo praticamente indifferente definiti come tra "norme" o tra "interessi" o, secondo un'altra prospettazione ancora, tra valori. Malgrado gli sforzi fatti da numerosa dottrina, da diverse angolazioni prospettiche e con esiti ricostruttivi ugualmente diversi, per tenere distinta l'una dall'altra forma di bilanciamento, affermandosi che l'unico modo giusto per descrivere l'esperienza in parola è quello di ricorrere ora a questa ed ora a quella etichetta, la loro fungibilità è nelle cose: per la elementare ragione che i soli interessi rilevanti per la pratica giuridica sono quelli che fanno capo a norme, così come la giustificazione delle norme è nella loro adeguatezza agli interessi e, quindi, nella idoneità a darne una soddisfacente rappresentazione, secondo ragionevolezza appunto. Perciò, come si è venuti dicendo, la combinazione degli interessi è, nelle cose, un modo diverso di descrivere una composizione di norme, e - naturalmente - viceversa.

I bilanciamenti, d'altro canto, non sarebbero neppure pensabili al di fuori del circolo che unisce l'interpretazione costituzionale all'interpretazione "ordinaria". Bilanciare interessi esclusivamente per il modo con cui essi sono costituzionalmente protetti non avrebbe alcun senso; piuttosto, l'acquista proprio sulla base delle sollecitazioni espresse dai casi e per il modo con cui i casi stessi sono riguardati dalle norme di volta in volta sottoposte al giudizio della Corte. Gli interessi costituzionali, come si vede, si compongono e ricompongono dinamicamente in sistema sulla base delle esigenze del caso e delle indicazioni offerte dalle norme. Ma queste ultime, a loro volta, resterebbero prive di senso al di fuori del loro costante, necessario riporto alla Costituzione ed ai suoi valori. La messa a punto, per un caso dato e in attesa di ulteriori verifiche e definizioni in altri casi, di "ordini" assiologicamente significativi si perfeziona, dunque, nel circolo di processi interpretativi che solo artificialmente possono essere al proprio interno separati in fasi o per oggetti ma che, nella realtà, presentano un'unica, complessa natura ed un unico, simultaneo orientamento verso il "polo" costituzionale e verso il "polo" legislativo, tra i quali incessantemente oscillano e pur nella varietà dei loro esiti sulla base delle mobili combinazioni dei materiali (normativi e non) che li compongono.

 

7. Esperienze di normazione ed interpretazione (in ispecie, la disposizione in serie degli atti di normazione, la complessità e varietà degli elementi costitutivi dei processi produttivi e l'incidenza che se ne ha sulle pratiche interpretative)

Al di là, poi, delle indicazioni, pure di non secondario rilievo, offerte dalle esperienze della giustizia costituzionale sopra richiamate o anche da altre, alle quali non si è ora fatto riferimento per brevità, l'osservazione delle più salienti vicende della normazione del tempo presente, riviste nel loro complesso e nelle più marcate linee di tendenza da esse tracciate, dà modo di acquisire ulteriori, importanti conferme a sostegno della tesi qui prospettata.

Le vicende in parola si presentano in forme assai varie ed articolate, esprimendo peraltro una irresistibile vocazione a rifuggire da gabbie teoriche precostituite e dal farsi riportare a schemi antichi e collaudati, pur con gli opportuni loro adattamenti.

Di tutto ciò, ovviamente, non è questo il luogo per tentare sintesi unificanti che si esporrebbero facilmente alla critica dell'approssimazione e della inevitabile torsione da esse operata di materiali inidonei ad essere etichettati in un modo o nell'altro.

Fermerò, dunque, l'attenzione unicamente sui tratti a mia opinione maggiormente rappresentativi di alcune dinamiche che, già da tempo affermatesi in seno all'ordinamento, sembrano tuttavia avere ora assunto inusitate proporzioni ed un'attitudine a segnare fortemente i meccanismi di composizione interna dell'ordinamento stesso, dandone la più espressiva caratterizzazione.

Due sembrano essere i tratti in parola, peraltro - come ora si vedrà - reciprocamente intrecciati in modo fitto ed idonei a condizionarsi l'un l'altro al punto da rendersi praticamente indistinguibili, se non a finalità meramente descrittiva.

Per l'un verso, rileva il carattere sempre più composito dei materiali costitutivi dei processi di normazione, che si dispongono in modo seriale ovvero si combinano variamente tra di loro, dando vita a "catene" normative di varia lunghezza e dimensione.

Per l'altro verso, rileva l'accentuata accelerazione assunta dalla produzione di norme, che - in deroga a quello che ab antiquo è considerato un attributo tipico delle norme stesse, legato alla loro "regolarità", vale a dire la tendenziale stabilità e la ripetibilità temporale - mostra piuttosto l'evidente difficoltà delle norme a radicarsi nell'ordinamento e, dunque, a dare, pur entro taluni limiti loro propri, prevedibilità e certezza operativa.

Il primo punto, particolarmente, è quello ancora oggi assai poco indagato. Di solito, infatti, si tende a tenere distinte le pubbliche funzioni ed a farne oggetto, nelle loro manifestazioni tipiche (atti legislativi, amministrativi, ecc.), di separata attenzione, da parte appunto di cultori di diversa estrazione e competenza (costituzionalisti, amministrativisti, e via dicendo). Questo modo usuale di lavorare, tuttavia, incontra oggi difficoltà notevoli ad essere ulteriormente riprodotto e portato a proficue acquisizioni scientifiche.

Non voglio, ora, rinnovare l'ennesimo, antico appello alla interdisciplinarietà; intendo dire una cosa diversa: che non possiamo seguitare a guardare ai singoli atti come se fossero monadi distinte ed autosufficienti, ciascuno appunto producendo un effetto suo proprio e soggiacendo ad un regime ugualmente tipico, per il versante dei controlli o per altri aspetti ancora.

Una prospettiva meramente formale-astratta di osservazione delle dinamiche produttive, per ciò che qui specificamente interessa, parrebbe avvalorare siffatto consolidato orientamento teorico-dogmatico; ma essa - se ci si fa caso - non consente di andare oltre la "crosta" del fenomeno indagato: non superando la barriera della forma ed a quest'ultima restando interamente attaccata, finisce col dar vita a ricostruzioni palesemente insufficienti ed, anzi, deformanti, che non danno neppure un'idea approssimativa della sostanza sottostante. Immettendosi, invece, all'interno della struttura degli atti e, soprattutto, osservando le forme, assai varie, di collegamento che si intrattengono tra gli atti che compongono uno stesso processo produttivo, ci si avvede della varietà e complessità degli elementi di cui essi sono costituiti. Sempre più di frequente, infatti, ad un primo atto legislativo (oggi, assai spesso, una legge di delega o di delegificazione) succedono ulteriori atti, in parte normativi (decreti delegati, regolamenti) ed in parte formalmente amministrativi (piani, programmi, ecc.), che si incorporano in un stesso processo e che, pur rimanendo formalmente distinti, sono nondimeno indispensabili per il conseguimento dello scopo. Non di rado, poi, il processo produttivo si impianta ad un livello istituzionale (ad es., quello statale) e si trasmette e prolunga quindi in sede decentrata, richiedendosi alle autonomie territoriali (Regioni, Comuni, ecc.) ovvero anche ad autonomie non territoriali (Università, Camere di commercio, ecc.) e, persino, ai privati, in applicazione del modulo della sussidiarietà "orizzontale", una "collaborazione" senza la quale lo scopo stesso non sarebbe appunto centrato.

Ora, proprio qui è il punto: che, volendo, si potrà anche seguitare a discorrere di atti individui, ciascuno dotato di una sua propria complessiva caratterizzazione, ma con l'avvertenza che l'effetto giuridico, nella sua unitaria connotazione, in realtà si distribuisce dinamicamente tra gli atti stessi, con apporti di varia intensità a seconda del modo con cui ciascuno di essi si immette nel ciclo produttivo. Se, ad es., per far ora solo un cenno a cose molto note, ci si chiedesse in che misura una nuova disciplina di una data materia si debba ad un regolamento "delegato" ovvero alla legge di delegificazione, sarebbe inevitabile guardare alla struttura ed ai contenuti dei singoli atti, per come in un'esperienza di normazione data, si presentano. La finzione giuridica per la quale l'effetto abrogativo viene interamente fatto risalire alla legge "delegante" potrà, tutt'al più, prevenire la violazione, che altrimenti per la dottrina e la giurisprudenza corrente si avrebbe in modo irreparabile, nei riguardi del principio della gerarchia delle fonti; nella realtà, però, è la legge, l'atto iniziale del processo produttivo, che, a seconda del potenziale normativo concretamente espresso (e, come sempre, in ultima istanza riconoscibile solo in sede d'interpretazione), si espande ovvero ritrae a fisarmonica, concorrendo a far ritrarre ovvero espandere l'atto governativo (con un rapporto che, come si vede, è, in buona sostanza, di inversione proporzionale). Ma, poi, il vero è che quest'ultimo, a sua volta, non di rado rimanda ad atti ancora diversi che a cascata si immettono e discendono lungo lo stesso percorso, inizialmente tracciato dalla legge, alle volte aggiungendovi "segmenti" che lo prolungano in un modo che la legge stessa non aveva affatto previsto, in quanto precostituiti (peraltro, assai sommariamente) dal solo atto del Governo.

Così stando le cose, è evidente che la percezione del senso complessivo posseduto da ciascun processo produttivo può esser colto non fermandosi alla osservazione "separata" degli atti che lo compongono (soprattutto da parte di osservatori che di regola comunicano scarsamente tra di loro o, addirittura, non comunicano affatto) ma rivedendolo nella sintesi espressiva che esso acquista per il modo con cui ciascun elemento della serie concorre alla produzione dell'effetto, allo stesso tempo "integrandosi" con gli altri e concorrendo alla loro stessa compiuta significazione.

Qui, si ha la prova forse maggiormente significativa di quanto sia sterile (ed anzi insensato) distinguere un'interpretazione della Costituzione da un'interpretazione della legge e quest'ultima da un'interpretazione dell'atto amministrativo o del contratto o di altre manifestazioni ancora di cui si compongono le pratiche giuridiche, quanto meno con riferimento a quelle pratiche che si dispongono appunto in modo seriale, dando vita a processi produttivi essenzialmente unitari, ove si convenga a riguardo del fatto che ciascun atto prende luce dagli altri e può esser pertanto visto nella giusta dimensione unicamente in rapporto a quelli restanti, ai quali è variamente, funzionalmente legato.

La percezione di siffatte interconnessioni, proprio in quanto attinente alla dinamica della normazione, sembra precedere lo studio delle ulteriori connessioni, di tipo sistematico, che si intrattengono tra gli atti appartenenti alla stessa specie, una volta adottati ed immessisi al piano ordinamentale che è loro proprio. Il punto, invero, meriterebbe forse di essere ancora meglio discusso e sottoposto a verifiche ad esso specificamente mirate, con indagini sul campo. Non è neppure da escludere, per un aprioristico orientamento, che l'interpretazione di un testo di legge, alla luce del sistema della legislazione in cui esso si immette, preceda e condizioni, nel vivo dell'esperienza, l'interpretazione di atti regolamentari o di atti ancora diversi, posti in essere sotto la spinta della legge data. Tenendosi però fermo l'esito ricostruttivo al quale si è sopra pervenuti, secondo cui l'effetto giuridico non si appunta esclusivamente sui singoli atti ma si distribuisce, in varia misura, tra di essi laddove si riscontri una saldatura strutturale e funzionale tra gli elementi di uno stesso processo produttivo, se ne ha che l'interpretazione sistematica dovrebbe intrattenersi essa pure non già tra atti ma tra processi, ad un'interpretazione per dir così "interna" ai processi stessi (volta a percepire le interconnessioni tra i singoli elementi che li compongono) dovendo pertanto affiancarsi e succedere un'interpretazione "esterna" (ancorché, ovviamente, pur sempre interna all'ordinamento di appartenenza), che abbia cioè riguardo al modo con cui ciascun atto si pone in rapporto agli atti congeneri (una legge, ad es., rispetto alle leggi con le quali fa "sistema").

La prospettiva statica dell'interpretazione, che attiene ai materiali normativi ormai bell'e fatti, non consente di cogliere - come qui si è tentato di mostrare - le molteplici, fitte implicazioni che, dinamicamente appunto, si intrattengono, in primo luogo, all'interno di uno stesso processo produttivo e, quindi, tra processi diversi. Ma, poi il vero è che la rilevata precedenza logica dell'una rispetto all'altra forma o specie d'interpretazione si smarrisce all'interno del circolo ermeneutico, dal momento che la stessa considerazione sistematica, che prende corpo attraverso quella che qui si è chiamata l'interpretazione "esterna" (ad es., di una legge in rapporto con le leggi a contorno), si riflette, in ragione della totalità dell'esperienza giuridica, sulla stessa interpretazione "interna", ha insomma un suo (pur vario, a seconda delle circostanze e delle singole vicende della normazione) "ritorno" nei riguardi dell'interpretazione sistematica interna ai singoli processi produttivi. L'una interpretazione è, a conti fatti, parte integrante dell'altra e, col suo stesso prender forma, concorre alla conformazione ed alla ricarica dell'altra.

 

8. (Segue): L'accelerazione interna ai processi produttivi, l'instabilità delle norme di cui essi si compongono e i riflessi che se ne hanno sul piano dell'interpretazione

Vi è, poi, unitamente a ciò, da tener presente l'altro aspetto sopra segnalato. I processi produttivi non si compongono solo di una varietà di elementi (eterogenei per specie ed estrazione seppur destinati, ad ogni modo, ad intrecciarsi tra di loro) ma sono altresì attraversati da un inusitato dinamismo interno, che porta al loro continuo ricambio sotto la spinta di interessi pressanti, a loro volta idonei a combinarsi secondo scale di priorità assiologiche continuamente cangianti.

Non importa qui indagare sulle cause di ordine politico-istituzionale che stanno a base di quest'esito e che sostanzialmente lo determinano, un esito fattosi sempre più vistoso col tempo e foriero di guasti assai gravi, forse davvero irreparabili, se si conviene a riguardo del fatto che, a causa di siffatto modo di essere della normazione, si determinano squilibri istituzionali evidenti in seno alla forma di governo e - ciò che più importa - all'interno della stessa forma di Stato. Ho già fatto notare in altri luoghi di riflessione scientifica che ad un'accentuata stabilità della normazione (i motori che la producono rimangono infatti sempre accesi) fa da contrappeso un'altrettanto accentuata instabilità delle norme che compongono i singoli processi produttivi, soggette a continuo rifacimento; e questo si riflette immediatamente a carico delle situazioni soggettive, messe in una condizione di sostanziale indeterminazione circa la loro complessiva fisionomia ed il loro assetto, con grave incisione, a mia opinione, dell'art. 2 cost.

Uno dei piani al quale maggiormente il fenomeno si fa rilevare, con riguardo alle fonti di primo grado, è quello del processo costituzionale, che sempre più di frequente è obbligato ad interrompersi o, addirittura, a fermarsi sul nascere a causa dell'accavallarsi confuso di nuove norme incidenti sulla materia oggetto della disciplina impugnata. Davanti allo ius superveniens la Corte si arrende e fa tornare indietro la questione. Potrebbe per la verità discutersi circa la piena coerenza di siffatto orientamento giurisprudenziale, che si avvale di una tecnica di forte selezione dei casi, rispetto ad altri orientamenti, dalla Corte posti a base della qualificazione della identità della questione, che invece si avvalgono di criteri di riconoscimento aventi natura sostanziale (o, diciamo meglio, almeno in parte sostanziale), criteri che, se qui pure riproposti, potrebbero piuttosto portare a trattenere presso la Corte stessa quelle questioni che si considerino sostanzialmente immutate, malgrado l'innovazione legislativa (nel presupposto, appunto, del carattere meramente formale di quest'ultima).

Mettendo, nondimeno, da canto ogni approfondimento sul punto, per il quale deve rimandarsi a studi ad esso specificamente mirati, quel che importa notare è che il rinnovamento incessante della normazione porta ad una sostanziale denegazione della giustizia costituzionale, con evidenti riflessi sull'interpretazione e sull'applicazione della Costituzione, sul suo primato insomma: sulla prima, dal momento che l'instabilità della normazione subcostituzionale ha la sua immediata proiezione a raggiera, sia verso il basso (gli atti sottostanti) che verso l'alto (a carico appunto della Costituzione, che richiederebbe invece una maggiore stabilità delle fonti ad essa subordinate per potersi dalle stesse adeguatamente alimentare e su di esse complessivamente poggiare); sulla seconda, per il fatto che la Costituzione è privata della possibilità di esprimere, specie attraverso la giurisprudenza costituzionale, tutta quanta la forza qualificatoria di cui è dotata, riversandola sull'esperienza di normazione sottostante laddove quest'ultima è appunto soggetta a continuo rifacimento. Il terreno sul quale può essere eretto un edificio normativo stabile deve presentare, a sua volta, solidità, non già mostrare i caratteri propri delle sabbie mobili, che non sorreggono bensì assorbono quanti hanno la mala sorte di cadervi.

Non dico ora che il legislatore rinnovi sempre, a bella posta, i propri prodotti col precipuo intento di sfuggire alla presa dei controllori (ed in primo luogo della Corte); ma, di certo questo è un effetto immediato e diretto dello stato di cose che si è appena sommariamente descritto.

Ora, la destrutturazione/ristrutturazione interna ai processi produttivi, l'accavallamento caotico ed improvvisato dei processi stessi, costituisce un fattore formidabile di omogeneizzazione e di appiattimento culturale e, dunque, di sostanziale riconduzione ad unità dei fatti d'interpretazione. Malgrado l'eterogeneità dei materiali sui quali l'interpretazione stessa si piega e svolge (ed anzi, alle volte, proprio grazie a siffatta eterogeneità), il mescolamento continuo che tra di essi si realizza, nella varietà delle forme in concreto assunte, rende praticamente assai problematico il conseguimento ed il mantenimento di una connotazione tipica delle singole specie d'interpretazione.

Quali riflessi potrà avere un siffatto, complessivo modo di essere e di divenire della normazione del tempo presente sulla Costituzione e sulla teoria dell'interpretazione costituzionale non è qui possibile stabilire compiutamente: non solo per i limiti evidenti di spazio e di competenza ai quali va incontro chi scrive ma anche per la ragione che praticamente solo da oggi questi fenomeni hanno iniziato ad essere studiati e se ne attendono, perciò, ulteriori, probanti testimonianze e conferme. Ma, se - come suol dirsi - il buon giorno si vede dal mattino, qui verrebbe da dire che il tempo non promette davvero nulla di buono: la tendenza che, infatti, va sempre di più diffondendosi nella cultura politico-istituzionale del nostro Paese, superando - ahimè - ogni distinzione di colore politico (e, proprio per ciò, è dunque assai pericolosa), è nel senso di far contagiare anche il piano costituzionale del virus dell'occasionalismo e del congiunturalismo, secondo quanto si è, peraltro, avuto modo di far osservare poc'anzi. È chiaro che se quest'idea dovesse ulteriormente prendere piede, portando a continui rifacimenti del tessuto normativo (sia "ordinario" che, addirittura, costituzionale), per di più a mezzo di tecniche di drafting largamente carenti ed insoddisfacenti, distinguere tra le esperienze della normazione costituzionale e le esperienze della normazione sottostante si rivelerebbe artificioso, praticamente impossibile, e con esso, dunque, ugualmente forzoso distinguere tra le relative interpretazioni.

Questo scenario non si è, per fortuna, ancora nitidamente concretato, pur portando con sé e riflettendo tutte quante le tensioni e contraddizioni che attraversano e connotano il sistema politico, nella sua travagliata ricerca di una sua complessiva identità e stabilità fin qui non raggiunte. Ma, nessuno può dubitare del fatto che, a seconda del modo con cui gli sviluppi di là da venire delle vicende della normazione (specie, per come potranno riflettersi nella giustizia costituzionale) prenderanno corpo, ai varî livelli in cui esse si manifestano e svolgono, dipenderà il mantenimento del senso, per come abbiamo imparato a conoscerlo e l'abbiamo fin qui rappresentato, della Costituzione e dell'interpretazione costituzionale.


Home
Attività | Organizzazione | Link | Redazione web e cont@tti
Dibattiti | Cronache | Dossier | Materiali | Novità editoriali | Appuntamenti