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In corso di pubblicazione in Diritto e Società

Libertà di religione e principio di eguaglianza nella giurisprudenza della Corte Suprema del Canada

di Francesca Astengo – francescaa@videotron.ca
(Ricercatrice presso il Centre d’études et de recherches internationales de l’Université de Montréal)

I. Una società multiculturale. La religione come espressione di ‘cultura’.

La grande varietà religiosa rappresenta una delle incontestabili ricchezze della società canadese, che tanto sul piano culturale, quanto su quello religioso ha conosciuto una diversificazione sempre maggiore nel corso dell’ultimo secolo, con un’accelerazione significativa negli scorsi cinquant’anni.

Accanto alle tradizionali religioni, cattolica, protestante (nelle varianti luterana e calvinista), cristiano-ortodossa ed ebraica, legate ad un immigrazione in provenienza perlopiù dall’Europa, per lungo tempo serbatoio di immigrazione in Canada, negli ultimi decenni hanno assunto un’importanza sempre maggiore altre confessioni religiose. Le religioni musulmana, buddista, taoista hindu, sikh, nonché diversi movimenti e sette religiose minoritarie, legate ad un’immigrazione più recente in provenienza dai paesi dell’Asia, della regione del Pacifico e dell’Africa[1] hanno contribuito ad accentuare la varietà di confessioni religiose in seno alla popolazione. Va notato peraltro che il fenomeno del passaggio verso una società sempre meno omogenea da un punto di vista religioso, determinato dall’arrivo nel Paese di persone aventi origini e culture differenti, ha gradualmente preso forma in un contesto caratterizzato da un altro fenomeno di segno opposto, quello cioè della progressiva secolarizzazione della società, segnata da una presa di distanza sempre maggiore dei credenti dai precetti ufficiali delle chiese ‘tradizionali’ cattolica, protestante e ortodossa[2].

In un paese d’immigrazione, quale il Canada, dove si mescolano individui e collettività aventi origini disparate, la religione è spesso espressione anche di identità culturale. La stretta osservanza religiosa presso gli immigranti è talora, infatti, la conseguenza della scelta di far riposare la propria identità personale e comunitaria su una certa concezione dell’individuo e del suo ruolo all’interno della famiglia e della società, ispirata alla fede. Il rigore religioso diventa così espressione di un’identità culturale che si manifesta attraverso molteplici caratteristiche, come i valori morali, le regole di condotta, le abitudini alimentari, i codici di abbigliamento e in generale uno stile di vita in cui l’elemento religioso assume un significato primario. In altre parole, l’osservanza di certi precetti direttamente dettati o anche vagamente ispirati alla credenza religiosa -osservanza che probabilmente nel paese d’origine sarebbe attenuata- contribuisce ad affermare quel sentimento di appartenenza alla comunità di provenienza, orgogliosa fonte di un patrimonio culturale da preservare e trasmettere alle nuove generazioni, specie se nate sul territorio canadese di adozione.

Paese di immigrazione per storia e vocazione, l’apertura del Canada e il suo rispetto per la diversità sono riassunti in maniera inequivocabile nell’art. 27 della Carta Canadese dei diritti e delle libertà[3], sul multiculturalismo, che recita: “[l]’interpretazione della presente carta deve concordare con l’obiettivo di promuovere il mantenimento e la valorizzazione del patrimonio multiculturale dei Canadesi”. Tale concetto afferma il principio fondamentale del pluralismo[4] e al tempo stesso denota una sostanziale eguaglianza tra le culture, dove il significato di cultura racchiude anche l’elemento religioso. Invero, in diverse occasioni la Corte Suprema ha avuto modo di affermare che la religione costituisce parte integrante del patrimonio multiculturale dei canadesi[5]. Nella misura in cui la religione è parte della cultura, il rispetto del multiculturalismo è incompatibile con un trattamento di favore nei confronti di certe religioni rispetto ad altre. Come spiega il Presidente della Corte Dickson, infatti, “una società veramente libera può accettare una grande varietà di credenze, di gusti, di intenti, di costumi e di norme di comportamento” ed “aspira ad assicurare a tutti l’uguaglianza nel godimento delle libertà fondamentali”, che devono “riposare sul rispetto della dignità e dei diritti inviolabili dell’essere umano” [6].

Del resto, la necessità di assicurare la protezione della dignità umana in tutti i suoi aspetti era alla base delle preoccupazioni dell’ex Primo ministro Trudeau, il quale si adoperò per oltre quindici anni per l’adozione della Carta nel 1982. L’operazione di ‘rimpatrio’ della Costituzione[7] rispondeva infatti ad un duplice obiettivo. Da un lato, promuovere l’unità nazionale attraverso la creazione di uno spazio unificato nel quale tutti i canadesi potessero riconoscersi come i titolari degli stessi diritti costituzionali, e dall’altro, assicurare una migliore protezione dei diritti e delle libertà fondamentali della democrazia liberale contemporanea[8], in un contesto dove l’individuo si realizzasse “nel modo più completo possibile” grazie alla legge e all’impegno dello Stato nella salvaguardia di quei diritti fondamentali di cui la persona dispone e che “nessun governo può negarle”[9].

Come autorevolmente sottolineato, il concetto stesso di democrazia liberale contemporanea adottato dal Canada implica che “la democrazia, nell’accezione più forte del termine, non è solo il governo della maggioranza per la maggioranza”, e che “un governo che intenda governare con il consenso dei cittadini deve resistere alla tentazione di sacrificare i diritti della minoranza agli interessi della maggioranza”. Ne consegue che “lo Stato democratico deve farsi carico non solo della preminenza della maggioranza ma anche dell’uguaglianza dei cittadini e del loro sentimento di appartenenza morale alla comunità”[10].

Dal canto suo, la Corte Suprema esprime chiaramente i valori fondamentali della democrazia liberale contemporanea quando menziona, nella famosa sentenza R.c.Oakes del 1986 “l’accettazione di una grande diversità di credenze, il rispetto di ogni cultura e di ogni gruppo” tra i valori e principi essenziali che devono guidare l’attività dei giudici[11]. Di fatto, questi ultimi hanno dato prova di abbracciare tale approccio, scegliendo di essere sensibili alla diversità religiosa, piuttosto che essere ‘ciechi’ davanti al fattore religioso. Quanto alla definizione del concetto stesso di religione e alla distinzione tra diverse religioni (tradizionale e radicata nella società, ovvero nuova, poco diffusa o totalmente sconosciuta, etc.) l’accento è stato messo sull’aspetto soggettivo, piuttosto che su quello oggettivo della libertà religiosa. Coscienti della difficoltà di stabilire criteri di definizione appropriati, le corti si sono astenute dal lanciarsi nel difficile e delicato compito di fornire una definizione oggettiva della religione e di pronunciarsi quanto alla natura delle credenze o delle convinzioni invocate. Allo stesso modo, hanno accuratamente evitato il terreno insidioso della gerarchizzazione tra religioni, così come qualsiasi giudizio di valore con riguardo alle varie credenze o alle loro modalità d’espressione. Secondo un tale approccio, il criterio soggettivo della sincerità della credenza personale prevale sulla verifica dell’esistenza effettiva della conformità di quest’ultima ai precetti della religione invocata. Come ribadito dalla Corte Suprema “il fatto che più persone pratichino la stessa religione in maniera differente non inficia per questo la domanda di chi adduce una violazione della propria libertà religiosa”. Ciò che conta, continua la Corte, è che “tale persona dimostri di credere sinceramente che la propria religione gli imponga una certa credenza o pratica”[12]. Ciò non esclude, evidentemente, la possibilità di consultare le autorità religiose per verificare l’effettiva esistenza di un precetto morale o religioso invocato da una persona che per esempio voglia ottenere un adattamento in ragione delle proprie credenze[13]. Tuttavia, in principio, né la dimensione della chiesa, né il numero di fedeli o adepti, né la relativa novità di ‘apparizione’ nel Paese, né la pretesa eccentricità dei precetti invocati consentono di rifiutare la qualità di religione ad una credenza sinceramente invocata[14].

 

 

II. Le questioni legate alla ricchezza del panorama religioso canadese.

Con ogni evidenza, la complessità culturale e religiosa della società canadese è anche all’origine di una serie di questioni di natura giuridico-politica relative all’approccio da seguire con riguardo a tale ricchezza. Considerare la materia religiosa come appartenente alla sola sfera privata sull’esempio dell’impostazione tenuta in altri sistemi giuridici, come quello francese, indifferente all’aspetto religioso in nome della laicità dello Stato? Ovvero, date le inevitabili ripercussioni dell’espressione religiosa nei rapporti tra cittadini e tra questi e lo Stato, considerare un suo rilievo nella sfera pubblica e quindi prevedere l’eventualità che lo Stato intervenga con risposte giuridiche specifiche che tengano conto della diversità e metta in atto politiche di protezione delle minoranze religiose? E ancora, come gestire la complessità e allo stesso tempo perseguire l’obiettivo di integrare i nuovi immigrati nella società? Come conciliare la presenza di pratiche religiose e abitudini culturali nuove e minoritarie con le norme ormai radicate e comunemente accettate nella società? E soprattutto, come conciliare la vocazione a trattare tutti i cittadini in maniera equa, senza discriminazioni o trattamenti di favore, con la domanda di riconoscimento della specificità? In altre parole, come far convivere il principio della libertà religiosa con il principio di eguaglianza, due principi fondamentali garantiti dai testi costituzionali e quasi costituzionali canadesi, segnatamente la Carta canadese dei diritti e libertà e la Carta dei diritti e libertà della persona del Québec[15]? Un’analisi più approfondita di questi due principi sarà l’oggetto delle pagine che seguono.

 

II.1. La libertà di religione

La ‘libertà di coscienza e di religione’ figura al primo posto -paragrafo a)- in una lista di libertà fondamentali garantite dall’art. 2 della Carta Canadese (e del corrispondente art.3 della Carta del Québec[16]) che include la libertà di espressione, la libertà di stampa, la libertà di pacifica assemblea e la libertà di associazione. Ai sensi dell’immediatamente precedente art.1, poi, tali libertà “possono essere soggette esclusivamente a limitazioni ragionevoli prescritte dalla legge, la cui giustificazione possa dimostrarsi nell’ambito di una società libera e democratica”.

Nella sentenza Big M Drug Mart[17] il giudice Dickson sviluppa la portata del complesso concetto di libertà di coscienza e di religione, fornendone una definizione costituita da due componenti. La prima consiste nel diritto al libero esercizio, ossia essenzialmente ‘il diritto di credere ciò che si vuole in materia religiosa, il diritto di professare apertamente credenze religiose senza timore di impedimenti e rappresaglie e il diritto di manifestare le proprie credenze religiose attraverso la pratica, il culto, l’insegnamento e la divulgazione”. La seconda componente consiste nell’assenza di costrizioni o vincoli in materia religiosa, giacché « [s]e una persona è costretta dallo Stato o dalla volontà altrui ad una certa condotta che altrimenti non sceglierebbe di adottare, tale persona non agisce di proprio grado e non si può dire che sia veramente libera”. In particolare, la nozione di coercizione o costrizione comprende non solo la flagrante costrizione esercitata, ad esempio, sotto forma di ordini diretti di agire o astenersi dall’agire sotto pena di sanzione, ma anche forme indirette di controllo che permettono di determinare o restringere le possibilità d’azione altrui. La libertà nel suo senso più ampio comporta pertanto, da un lato il diritto di manifestare le proprie credenze e pratiche e, dall’altro, l’assenza di costrizioni, perché “nessuno può essere costretto ad agire contrariamente alle proprie credenze o alla propria coscienza”[18]. Ciò si traduce in un obbligo di neutralità o di non ingerenza in materia religiosa da parte dello Stato, che deve astenersi dal privilegiare o favorire una religione -la religione maggioritaria- rispetto alle altre: “una maggioranza religiosa o lo Stato per suo tramite non può, per motivi religiosi, imporre la propria concezione di quello che è vero e giusto ai cittadini che non condividono le stesse convinzioni”. In sostanza, quello che può apparire appropriato per taluni, o anche per la maggioranza della popolazione, può non esserlo per altri e uno degli obiettivi più importanti della Carta è proprio quello di proteggere le minoranze religiose dalla minaccia della ‘tirannia della maggioranza’[19]. Pronunciandosi sulla legittimità della Legge sulla domenica (Lord’s Day Act nella versione inglese) sull’obbligo di riposo settimanale domenicale degli esercizi commerciali, la Corte Suprema afferma che, nella misura in cui costringe l’insieme della popolazione a un ideale settario cristiano, la legge opera una forma di costrizione contraria allo spirito della Carta, oltre che alla dignità di tutti i non cristiani. Proclamando le prescrizioni della fede cristiana, essa crea infatti un clima di ostilità ed opera una discriminazione nei confronti dei canadesi non cristiani. Quando fa appello ai valori religiosi radicati nella morale cristiana e li trasforma, grazie al potere dello Stato, in diritto positivo applicabile tanto ai credenti come ai non credenti, il contenuto teologico della legislazione diventa un costante e sottile richiamo, per le minoranze religiose canadesi, delle differenze che le separano dalla cultura religiosa dominante. In sostanza, sulla base di motivi religiosi, una legge che vieta ai non cristiani attività che sarebbero altrimenti legittime, morali e normali e che, tramite il braccio dello Stato, richiede a tutti di ricordare (se non santificare) il giorno del Signore dei cristiani è inaccettabile, perché in fin dei conti, « [p]roteggere una religione senza accordare la stessa protezione alle altre religioni ha per effetto di creare una ineguaglianza distruttrice della libertà religiosa nella società” [20].

Quanto alle ‘limitazioni ragionevoli’ di cui all’art.1 della Carta canadese, la giurisprudenza ha avuto modo di chiarirne il significato indicando ad esempio nelle restrizioni necessarie al mantenimento della sicurezza, dell’ordine, della salute pubblici e dei diritti e libertà fondamentali altrui, validi motivi per limitare i diritti e le libertà garantiti dalla Carta. Come ovvio, infatti, il diritto alla libertà religiosa, così come qualsiasi diritto, non è assoluto e la sua limitazione può pertanto essere giustificata. Il giudice Jacobucci nella sentenza Syndicat Northcrest c. Amselem[21] nota che nessun atto diventa inattaccabile né protetto d’ufficio per il solo fatto che si basi sulla libertà religiosa. In altre parole, la libertà religiosa così come definita dalla Carta e interpretata dalla giurisprudenza della Corte « non autorizza le persone a compiere qualsiasi atto in suo nome ». Di conseguenza, una condotta suscettibile di causare pregiudizio ai diritti altrui o di intralciare l’esercizio di tali diritti non è automaticamente protetta, ma piuttosto, la protezione di un diritto garantito dalla Carta va misurata in rapporto ai diritti altrui e con riguardo al contesto nel quale si iscrive l’eventuale conflitto. Alla maniera di tutti gli altri diritti, la libertà di religione -che può essere invocata sia nei confronti dello Stato, sia nei confronti di altre persone, nella sua dimensione privata, in virtù della Carta quebecchese- può essere subordinata al rispetto di ‘preoccupazioni sociali superiori’. Queste ultime sono appunto quelle esposte all’art.1 della Carta canadese e all’art.9.1 della Carta del Québec, che parlano rispettivamente di limitazioni effettuate da una regola di diritto nell’ambito di limiti ragionevoli e la cui giustificazione possa dimostrarsi nell’ambito di una società libera e democratica e di “rispetto dei valori democratici, dell’ordine pubblico e del benessere generale dei cittadini” come motivi ragionevoli che giustificano una restrizione delle libertà fondamentali.

 

II.2. Il principio di eguaglianza

L’articolo 15, par.1 della Carta Canadese (ed il suo corrispondente art.10 nella Carta del Québec[22]), garantisce il diritto all’eguaglianza affermando che “tutti sono uguali davanti alla legge e tutti hanno diritto alla stessa protezione e allo stesso beneficio della legge senza discriminazione, segnatamente discriminazioni fondate sulla razza, l’origine nazionale o etnica, il colore, la religione, il sesso, l’età o le deficienze mentali o fisiche” . Nel secondo paragrafo si precisa, poi, che l’esclusione di qualsiasi discriminazione non preclude “le leggi, i programmi o le attività destinati al miglioramento della condizione di individui o gruppi svantaggiati” in ragione di quelle caratteristiche

Tali disposizioni condannano in maniera chiara ed inequivocabile tutti quegli ostacoli che impediscono a un individuo di godere di una libertà o di un diritto fondamentale in ragione delle proprie caratteristiche personali, ivi compresa, appunto, la religione. Dal momento che il suo oggetto è la dignità e il valore della persona, la disposizione dell’art.15 può esigere che ad esempio un certo programma governativo non solo sia ufficialmente accessibile a tutti i membri della società, ma anche che preveda misure supplementari, o specifici adattamenti miranti ad assicurare che tutti i membri della società abbiano realmente uguale accesso al vantaggio in questione.

I giudici sono pertanto invitati, in primo luogo, a prendere coscienza della grande varietà esistente all’interno della popolazione e, in secondo luogo, ad agire in maniera tale da assicurare una effettiva eguaglianza tra i cittadini, proteggendo coloro che, minoritari, potrebbero subire le pressioni della maggioranza[23].  L’esortazione è quindi nel senso di  accettare tutte le religioni piuttosto che esservi indifferenti, ma anche attivarsi per preservare la loro eguaglianza di espressione in seno alla società.

Sul piano del trattamento delle diverse identità religiose, ciò implica un doppio impegno da parte dei giudici: da un lato, ai sensi del primo paragrafo dell’art. 15, essi si impongono di trattare tutte le religioni in maniera uniforme e di essere indifferenti alla particolarità religiosa nell’applicazione della legge e dall’altro, ai sensi del secondo paragrafo dello stesso articolo, intervengono attivamente in favore di certe identità religiose al fine di eliminare quegli ostacoli che de facto limitano la libertà di religione e nuocciono al pieno dispiegamento del principio di eguaglianza.

Per ammissione degli stessi giudici tale obiettivo di eguaglianza altro non è che un ideale cui la società aspira, per avvicinarsi al quale “la principale considerazione deve essere l’effetto della legge sull’individuo o gruppo in questione”. È compito della società non aggravare una situazione obiettivamente imperfetta: fermo restando che esisterà sempre una varietà infinita di caratteristiche personali, di attitudini, di diritti e di meriti presso coloro che sono soggetti alla legge, “occorre cercare di avvicinarsi il più possibile all’eguaglianza di beneficio e di protezione ed evitare di imporre ulteriori restrizioni, sanzioni e fardelli sull’uno piuttosto che sull’altro”. Ciò significa che, secondo tale ideale “che è certamente impossibile da raggiungere”, una legge destinata ad applicarsi a tutti non dovrebbe, in ragione di differenze personali non pertinenti, avere un effetto maggiormente gravoso o meno favorevole su alcuni individui piuttosto che su altri[24].

 

II.3. La connessione tra libertà di religione e diritto di eguaglianza. Una lettura combinata degli articoli 2 a) e 15 della Carta Canadese.

Come conciliare, dunque, il fatto che tutti sono eguali davanti alla legge con la possibilità effettiva di esercitare la libertà religiosa? O detto altrimenti, quale ruolo gioca il principio di eguaglianza nell’esercizio della libertà religiosa?

La risposta risiede proprio nella lettura combinata degli articoli 2 a) e 15 della Carta Canadese. Come spiega il giudice Jacobucci, anche se concettualmente distinti, ‘i diritti all’uguaglianza e alla libertà sono strettamente legati perché costituiscono due corollari fondamentali del rispetto della dignità dell’essere umano, la quale rappresenta l’essenza dei diritti in una società libera e democratica’[25]. In effetti, il diritto all’eguaglianza senza discriminazione fondata sulla religione, da un lato, e la libertà di religione, dall’altro, costituiscono due diritti che possono essere invocati in parallelo per ottenere il riconoscimento della specificità religiosa[26].

Lo stesso giudice l’Heureux-Dubé chiarisce la portata delle due disposizioni e loro uso congiunto nei casi riguardanti la libertà religiosa e il diritto di eguaglianza religiosa. Mentre l’art.2a) si interessa principalmente dei limiti alla possibilità di ingerenza da parte dello Stato nella ‘scelta’ oggettiva che una persona compie con riguardo alla propria religione, l’art.15 garantisce che le conseguenze sul piano del comportamento e della fede, legate a quella scelta e considerate come non facoltative da chi invoca tali diritti, non saranno intaccate da misure statali lesive della dignità umana. Di conseguenza, i meccanismi di protezione previsti dall’art.15 possono essere più estesi rispetto a quelli dell’art.2a) nel senso che “la nostra preoccupazione passa dell’aspetto coercitivo della misura statale alla sua incidenza sul valore e la dignità della persona e del gruppo nel contesto economico-sociale corrente”[27]. Una tale metodologia di ricorso combinato ai due articoli sembra dunque suggerire che le misure causanti una coercizione religiosa siano esaminate ai sensi dell’art.2a), mentre quelle che comportano un trattamento ineguale fondato sulla religione vadano esaminate a stregua dell’art.15 [28].

Nelle prime due decisioni aventi per oggetto il rispetto della libertà religiosa, le sentenze Big M Drug Mart già citata ed Edward Books[29], la Corte Suprema ha espresso il punto di vista secondo il quale la libertà di religione comporta implicitamente anche una certa esigenza di eguaglianza in materia religiosa[30]. In quelle occasioni la Corte si è pronunciata su due leggi sul giorno di chiusura festivo -l’una federale, l’altra della provincia dell’Ontario- che imponevano la chiusura settimanale delle attività commerciali la domenica, giudicandole lesive della libertà religiosa. In primo luogo, di coloro che per motivi religiosi chiudevano il proprio esercizio un altro giorno della settimana, nella misura in cui questi dovevano subire uno svantaggio economico, ritrovandosi in una posizione discriminata rispetto ai colleghi per i quali l’obbligo civile e quello religioso risultavano coincidenti. In secondo luogo, dei consumatori, le cui possibilità di acquisto risultavano ridotte[31].

Dalla lettura combinata dei due articoli in questione discendono due corollari fondamentali: il primo è il principio di non discriminazione (o libertà religiosa senza discriminazione fondata sulla religione) e il secondo è l’obbligo di un accomodamento ragionevole per ‘venire incontro’ alle esigenze della specificità religiosa.

 

II.3.a) L’obbligo di non discriminazione

L’obbligo di non discriminazione è la conseguenza del diritto di ciascuno di non subire un trattamento differente sulla base di motivi illegittimi, quale appunto la religione, nell’ambito dell’esercizio dei diritti e delle libertà della persona[32].

La secolarizzazione della società canadese ha fatto sì che, generalmente, le situazioni nelle quali esiste una discriminazione fondata sulla religione, questa sia indiretta[33]. In effetti, sebbene i testi costituzionali e legislativi affermino il principio dell’eguaglianza davanti alla legge, dal momento che, per ragioni storiche, esistono religioni maggioritarie sul territorio nazionale, può accadere che certe minoranze risultino de facto discriminate dalla legge. Si tratta appunto di discriminazioni indirette, ossia discriminazioni che riposano su una norma all’apparenza neutra e inoffensiva, ma che di fatto produce effetti discriminatori nei confronti di alcuni individui o gruppi, che si ritrovano ad essere oggetto di obblighi o restrizioni supplementari. Era questo il caso, ad esempio, della sentenza Bergevin, dove la Corte Suprema ha giudicato che il calendario scolastico relativo all’orario di lavoro degli insegnanti aveva effetti discriminatori nella misura in cui non prevedeva la possibilità di assenza retribuita per il giorno di Yom Kippur[34].

A ben vedere, dunque, il trattamento giurisprudenziale differenziato delle varie identità religiose si fonda proprio sul rispetto della nozione di eguaglianza strictu sensu. Il concetto di eguaglianza, infatti, racchiude non soltanto una prima componente secondo la  quale tutti devono essere trattati in maniera eguale davanti alla legge, ma ne contiene anche una seconda, secondo la quale tutti devono essere messi in condizione di poter esercitare in maniera concreta il proprio diritto all’eguaglianza. Accanto all’aspetto formale dell’eguaglianza, che fa di questa il principio a fondamento dell’applicazione del diritto, l’aspetto materiale dell’eguaglianza ne fa una finalità, un obiettivo nell’applicazione del diritto[35]. Dall’interpretazione che i giudici hanno dato della componente sostanziale del principio di eguaglianza deriva la possibilità di trattamento differenziato nei confronti della specifità religiosa, una sorta di intervento mirato a riparare la discriminazione, di correzione dell’ineguaglianza effettiva finalizzata a permettere l’esercizio compiuto della libertà religiosa. Grazie all’applicazione di questo doppio significato del principio di eguaglianza, i giudici hanno potuto dedurre non soltanto l’obbligo di riconoscimento egualitario di tutte le religioni, ma anche l’obbligo di controllo degli effetti di una regola di diritto o di un obbligo contrattuale sulla religione delle parti[36]. La possibilità di proteggere e dunque favorire determinate identità religiose minoritarie sul territorio nazionale deriva, infatti, dalla constatazione che imporre un identico trattamento per tutti significa, utilizzando le parole del giudice Dickson, mettere atto “la tirannia della maggioranza”, in quanto “l’eguaglianza necessaria a sostenere la libertà di religione non esige che tutte le religioni ricevano un trattamento identico” e anzi, “la vera eguaglianza può proprio esigere che queste vengano trattate differentemente” [37].

In ragione dell’esistenza del diritto all’eguaglianza, una legge o un obbligo contrattuale non può imporre un onere supplementare ad un individuo in ragione delle sue caratteristiche personali, in particolare la religione. Su questa linea si attesta il punto di vista della Corte Suprema nella sentenza Syndicat Northcrest c. Amselem, dove in nome della libertà religiosa è stato riconosciuto a condomini di religione ebraica il diritto di costruire tende sul proprio balcone in occasione delle celebrazioni della festa di Succot (o ‘festa delle capanne’) e, dunque, il diritto di non rispettare una specifica clausola contenuta nella dichiarazione di comproprietà dell’edificio[38].

 

II.3.b) L’accomodamento ragionevole

Dal divieto di discriminazione indiretta discende l’obbligo di accomodamento, ossia un dovere per chi è all’origine della discriminazione, di prendere misure ragionevoli per sottrarre le vittime della discriminazione indiretta agli effetti di questa[39]. Tale istituto, al tempo stesso parte integrante del concetto di diritto all’eguaglianza ed elemento costitutivo della libertà di religione, ha conosciuto una costruzione per via giurisprudenziale, pragmatica e progressiva.

Come si evince dalla giurisprudenza, infatti, ogni qualvolta una regola all’apparenza neutra produce effetti negativi sulla religione delle persone ed è quindi all’origine di una discriminazione, si impone un obbligo di porvi rimedio -entro certi limiti- tanto allo Stato che ai singoli. La Corte Suprema ha riconosciuto per la prima volta l’esistenza di un obbligo di accomodamento ragionevole nella decisione Simpsons-Sears del 1985[40], dove à arrivata alla conclusione che la ricorrente, signora O’Malley, non potendo lavorare il sabato a causa del dovere impostole dalla propria fede di osservare il riposo nel giorno di sabbath (dal tramonto del venerdì al tramonto del giorno successivo), era vittima di una discriminazione indiretta fondata sulla religione. Pratiche, norme, o politiche legittime e dirette a tutti senza distinzione, grazie al principio di accomodamento vengono dunque modificate o ‘aggiustate’ per tenere conto delle particolari esigenze di certe minoranze, principalmente le minoranze etniche e religiose.

Il diritto di reclamare un adattamento per ragioni religiose, che nelle decisioni della Corte viene spesso chiamato ‘esenzione costituzionale’ è anche conosciuto come diritto all’obiezione di coscienza. In sostanza, riconoscendo al credente un diritto di obiezione di coscienza, gli si riconosce il diritto di ricorrere alla giustizia per ottenere la rimozione degli ostacoli all’espressione della propria religione. Nella causa R.c.Jones[41], per esempio, la Corte Suprema ha accolto la richiesta di verificare la compatibilità di una legge provinciale dell’Alberta sull’obbligo di frequenza della scuola pubblica con l’art.2a) della Carta canadese e ha riconosciuto l’esistenza di un diritto di obiezione di coscienza per un padre che rifiutava di mandare i figli a scuola, invocando la propria libertà religiosa e adducendo la ragione che Dio, non il governo, deteneva l’autorità ultima sull’educazione dei propri figli.

 

. Condizioni e forme dell’accomodamento...

Per provare l’esistenza di un’offesa alla propria libertà religiosa, e dunque sottrarsi a una regola discriminatoria per motivi religiosi, chi fa richiesta di un accomodamento deve dimostrare la presenza di tre condizioni fondamentali[42]. La prima consiste nella prova di un legame tra una certa pratica o credenza con la religione fonte di una particolare condotta, tanto perché quest’ultima è oggettivamente obbligatoria o consuetudinaria, quanto perché soggettivamente essa crea un legame personale con il divino o con l’oggetto della propria fede spirituale. Come si è detto più sopra, che tale pratica sia o meno richiesta da un dogma religioso ufficiale o conforme alla posizione di rappresentanti religiosi, riveste poi un’importanza secondaria. La seconda consiste nella sincerità di tale credenza, che deve essere avanzata in buona fede e non deve essere fittizia, arbitraria o artificiosa[43]. Infine, la terza condizione è data dall’effettiva introduzione, da parte di una legge o di un obbligo contrattuale, di un ostacolo ‘più che trascurabile’ o ‘più che insignificante’ alla capacità di agire conformemente alla propria fede e, quindi, all’espressione della libertà di religione. Quando questi elementi sono contemporaneamente riuniti, il giudice può dunque considerare che il diritto di libertà religiosa del credente è in gioco e che la conseguente richiesta di un accomodamento ragionevole è legittima.

In quanto strumento volto alla correzione di una situazione discriminatoria l’accomodamento può prendere diverse forme. Può consistere ad esempio in un’esenzione pura e semplice per le persone interessate (come nel caso di permessi di portare il hidjab islamico o il turbante in scuole che prevedono altra divisa per gli studenti), o nella messa a disposizione per gli interessati di strumenti o vantaggi particolari (ad esempio pietanze alternative alla carne di maiale per accomodare musulmani ed ebrei in istituti pubblici quali prigioni e ospedali). Può essere negoziato in maniera amichevole (e prevedere ad esempio orari speciali di apertura delle piscine con personale dello stesso sesso dei bagnanti per accomodare i musulmani), o ancora essere il frutto di consenso (come nel caso del corpo della Royal Canadian Mounted Police -le cosiddette ‘giubbe rosse-, che permette ai sikhs di servire nei propri ranghi portando il turbante in luogo del tradizionale cappello di feltro, così come altri simboli religiosi come la barba e il kirpan[44]), può essere imposto da un tribunale, ovvero raccomandato da una Commissione per i diritti della persona[45]

 

 

. ...e suoi limiti.

I limiti di applicazione di un accomodamento ragionevole discendono dal concetto stesso e i criteri della sua applicazione vanno studiati caso per caso, alla luce dei fatti e delle circostanze propri a ciascuna situazione. L’accomodamento infatti non può essere accordato in maniera automatica e deve, per l’appunto, essere ‘ragionevole’, necessità, questa, che lo colloca entro certi confini.

Dal momento che l’obbligo di accomodamento non è assoluto, l’autore di una discriminazione può dunque invocare alcuni strumenti di difesa per sfuggirvi. In primo luogo, nell’ambito dei rapporti d’impiego o dell’esecuzione di un contratto l’autore della discriminazione indiretta (il datore di lavoro o il fornitore di beni e servizi) può dimostrare che la condizione indirettamente discriminatoria ha un legame razionale con l’esercizio delle funzioni in oggetto e che vi è stato da parte sua uno sforzo di intesa con le persone penalizzate, al fine di trovare un accordo tenente conto delle loro legittime esigenze, nella misura in cui ciò non comporti oneri eccessivi. Quest’ultimo concetto include i costi eccessivi di un accomodamento (per esempio se il datore di lavoro deve assumere altre persone per garantire il proprio servizio), un danno per il buon funzionamento dell’attività (se la modifica o l’abbandono della politica contestata mette in gioco le fondamenta stesse dell’esercizio), gli effetti negativi sui diritti altrui (ad esempio se la domanda di accomodamento fondata sulla libertà di religione per rifiutare trattamenti medici o vaccinazione confligge con il prevalente diritto alla vita o alla salute pubblica), o ancora l’effetto ‘valanga’ della moltiplicazione di richieste simili che renderebbero eccessivamente oneroso -e dunque insostenibile- l’accomodamento[46]. In tutti questi casi la ragionevolezza ed il buon senso costituiscono i criteri-guida nell’individuazione degli oneri eccessivi. Ad esempio, la Corte Suprema ha riconosciuto che se è vero che il principio di eguaglianza impedisce di rifiutare a taluno ciò che è stato concesso ad altri, è anche vero che un conto è concedere un accomodamento ad un insegnante che per ragioni religiose richiede di non lavorare un giorno all’anno (Yom Kippur) e un altro conto sarebbe accordare lo stesso trattamento a chi fa richiesta di astenersi dal lavoro, per gli stessi motivi, ad esempio tutti i venerdì dell’anno[47], cosa che costituirebbe un onere eccessivo.

In secondo luogo, nell’ambito dell’applicazione di una regola di diritto, i limiti dell’accomodamento ragionevole discendono dall’art.1 della Carta Canadese (e dal suo corrispondente art.9.1 della Carta del Québec). Citato dalla stessa Corte Suprema, nella decisione Multani[48] il professor Woehrling, spiega tali limiti nel modo seguente : sotto l’imperio dell’art.1 della Carta Canadese, applicando i criteri della sentenza R. c. Oakes, occorrerà dimostrare successivamente che l’applicazione in toto della norma costituisce un mezzo razionale per raggiungere l’obiettivo legislativo; che non esistono mezzi alternativi che pregiudichino i diritti in questione in maniera minore (criterio del minimo danno); e infine, che vi sia proporzionalità tra gli effetti benefici e gli effetti restrittivi della misura[49]. Come chiarisce la Corte, è compito dell’autore della discriminazione dimostrare che questa è ragionevole e giustificabile nell’ambito di una società libera e democratica. Per essere tale essa deve soddisfare due esigenze. La prima è che l’obiettivo legislativo perseguito sia sufficientemente importante da giustificare la limitazione di un diritto costituzionale e la seconda è che i mezzi scelti siano proporzionati all’obiettivo in questione.

Nel caso specifico dello studente di religione sikh ortodossa Gurbaj Multani, cui era stato imposto il divieto assoluto di portare il kirpan a scuola per ragioni di sicurezza, la Corte Suprema ha confermato l’esistenza di un legame razionale tra la misura dell’autorità scolastica e l’obiettivo di garantire un livello di sicurezza ragionevole nell’ambiente scolastico. Tuttavia, richiedendo quell’obiettivo un livello di sicurezza ragionevole e non assoluto (cosa che altrimenti avrebbe comportato la presenza di metal detectors, la proibizione di tutti gli oggetti potenzialmente pericolosi quali forbici, compassi, mazze da baseball e coltelli alla mensa scolastica, nonché l’espulsione permanente di allievi aventi un comportamento violento), la Corte ha concluso che il divieto assoluto non rispettava il criterio della proporzionalità o della minima limitazione di un diritto garantito e, pertanto, non poteva essere giustificato ai sensi dell’art.1 della Carta canadese. La proibizione totale di portare il kirpan a scuola avrebbe sminuito il valore di questo simbolo religioso e inviato il messaggio che talune pratiche religiose non meritano la stessa protezione di altre. Al contrario, spiega il giudice Chrarron, “prendere un misura di accomodamento ragionevole in favore dello studente e permettergli di portare il kirpan a certe condizioni[50], dimostra l’importanza che la società canadese accorda alla protezione dalla libertà di religione ed al rispetto delle minoranze che la compongono”[51].

 

 

III. Conclusioni

Confrontato con la scelta tra prendere in considerazione tutte le religioni ovvero esservi indifferente, il giudice canadese ha seguito il primo approccio. Ed è anche andato oltre, nel senso che tale riconoscimento di tutte le confessioni ed espressioni religiose, discendente dal diritto fondamentale di libertà religiosa, implica talvolta un trattamento differenziato nei confronti di certe minoranze religiose, finalizzato a permettere loro di esprimere in termini concreti la propria fede. Grazie all’interpretazione del principio dell’eguaglianza religiosa nel senso di un diritto alla differenza, i due principi della libertà di religione da un lato, e dell’eguaglianza, dall’altro, convivono e si rafforzano reciprocamente in un sistema ispirato al valore fondamentale del multiculturalismo.

In questa prospettiva, l’obbligo di non discriminazione e l’applicazione del concetto di ‘accomodamento ragionevole’ diventano strumenti utili alla preservazione delle molteplici identità che compongono il tessuto mutliculturale della società canadese e dunque, di gestione della diversità culturale, di cui la religione è uno degli elementi costitutivi.

Nei fatti, l’applicazione di tale logica suscita reazioni contrastanti. I critici la accusano di favorire la ghettizzazione delle minoranze e di frammentare l’identità nazionale[52]. Il rischio sarebbe che l’esaltazione della diversità finisca per diventare elemento di divisione e perciò di destabilizzazione della società dove le culture d’origine sono eccessivamente valorizzate a scapito della società d’accoglienza, la cui immagine ne risulta indebolita. Piuttosto che contribuire all’integrazione delle nuove culture nei valori della società espressi nella Carta canadese, tale pratica sarebbe responsabile di rallentare tale integrazione e addirittura approvare pratiche contrarie ai valori liberali e democraci della società, oltre che potenzialmente oppressive in seno alle stesse collettività minoritarie.

I sostenitori ritengono al contrario che tale logica, alternativa all’assimilazione, lungi dal creare emarginazione favorisca l’inclusione delle minoranze e degli immigrati nella società di accoglienza, permettendo loro di lottare contro la discriminazione. Il riconoscimento della differenza contribuirebbe a creare una società più armoniosa dove tutti si riconoscono senza dover rinunciare alla cultura d’origine e nel lungo periodo la protezione delle culture e gruppi minoritari funzionerebbe da antidoto contro le degenerazioni  integraliste e fondamentaliste[53].

L’impostazione seguita dal giudice canadese nei confronti della varietà religiosa risponde alla vocazione multiculturale del Canada, che ne fa un paese aperto alla differenza, fondato sul pluralismo, la tolleranza e la protezione delle minoranze. Ma se è vero che l’intolleranza spesso fomenta contrarie reazioni violente è pur vero che la recente giurisprudenza ha riacceso il dibattito sui limiti della tolleranza religiosa e sulla necessità più generale di fornire contorni più precisi alla definizione di cosa significhi essere ‘canadese’ oggi. Se da un lato il mutliculturalismo è un valore ormai profondamente radicato tanto da essere divenuto parte di quella identità canadese così difficile da definire proprio in quanto specchio di una realtà estremamente composita ed eterogenea, da più parti ci si interroga sull’opportunità di mantenere una tale politica di apertura nella misura in cui i valori fondanti della società liberale e democratica rischiano di essere messi in gioco.



[1]Su un totale di popolazione che al 1 luglio 2006 registrava 32.623.500 unità, il Canada riceve in media ogni anno tra 220.000 e 260.000 nuovi ‘residenti permanenti’. Nel 2005 i residenti ammessi erano così ripartiti: 52.7% in provenienza da Asia e Pacifico, 18.8% dall’Africa e Medio Oriente, 15.6% dall’Europa, 9.4% dall’ America centrale e meridionale e 3.5% dagli USA. La Legge sull’immigrazione e la protezione dei rifugiati del 2002 suddivide i nuovi arrivati in tre grandi categorie : l’immigrazione economica (lavoratori specializzati, imprenditori, candidati provinciali, collaboratori domestici e loro famiglia immediata); il ricongiungimento famigliare (coniugi, partners, figli, genitori e nonni del garante); le persone protette (rifugiati patrocinati dal governo o da privati selezionati all’estero, rifugiati ai sensi della Convenzione riconosciuti dal Canada, etc.). http://www.cic.gc.ca/francais/pub/faits2005/index.html e http://www.statcan.ca. Per le statistiche relative alla ripartizione della popolazione secondo la religione in Canada in generale e nelle varie province, http://www40.statcan.ca/l02/cst01/demo30a_f.htm.

[2] Al riguardo, è sufficiente guardare all’esperienza del Québec, la provincia canadese forse più caratterizzata da un punto di vista religioso, data la forte influenza esercitata dalla chiesa cattolica per vari secoli. Mentre il Codice civile in vigore dal gennaio 1994 è espressione della società odierna, laica e totalmente emancipata dalla Chiesa cattolica, il Code civile du Bas Canada del 1866 era il riflesso della società quebecchese dell’epoca, molto tradizionale, profondamente cattolica e di tipo essenzialmente rurale, dove gli atti di stato civile erano essenzialmente di competenza dei ministri di culto cattolico, che agivano nella duplice veste di  rappresentanti dell’autorità ecclesiastica e di funzionari dello Stato. Si veda J.-L.Baudouin, L’influence religieuse sur le droit civil du Québec, in Revue générale de droit, 1984, vol. 15, pp. 563 ss.

[3]La Carta canadese dei diritti e delle libertà è una dichiarazione di diritti che fa parte della Legge costituzionale del 1982, essa stessa parte integrante della Costituzione del Canada. Il suo obiettivo è di proteggere i diritti dei cittadini canadesi contro le azioni, le politiche e le leggi dei governi federale e provinciali e la sua applicazione è limitata ai rapporti tra i cittadini e lo Stato. Ispirata in larga parte alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, se ne distingue per l’assenza dei diritti economici e sociali e per la presenza dei diritti detti ‘linguistici’ (per es. diritto all’istruzione nella lingua minoritaria). In generale, sull’importanza della Carta nel sistema canadese, F.L. Morton, The Political Impact of the Canadian Charter of Rights and Freedoms, in Canadian Journal of Political Science / Revue canadienne de science politique, 1987, Vol. 20, n. 1, pp. 31-55. Sulla genesi della Carta con un accento sulla dimensione religiosa si veda R. Egerton, Trudeau, God and the Canadian Constitution: Religion, Human Rights, and Government Authority in the Making of the 1982 Constitution in D.Lyon e M.Van Die (a cura di), Rethinking Church, State, and Modernity, Toronto, University of Toronto Press, 2000, pp.90 ss. e l’allocuzione di M.Behiels al Convegno AICS, Canada’s Charter of Rights and Freedoms: Transcending Boundaries, Creating Passages and Offering Sanctuaries, Genova , Ottobre 2006.

[4]Un abbozzo di questo stesso spirito pluralista è rintracciabile nel documento predecessore della Carta, ossia la Dichiarazione canadese dei diritti adottata dal governo Diefenbaker nel 1960. Facilmente emendabile e dal contenuto di modesta portata, quel primo dispositivo legislativo è stato indicato da taluni come espressione di un pluralismo religioso positivo, che integrava i valori nazionali, religiosi e politici nella formula del Preambolo, a stregua del quale « il Parlamento del Canada proclama che la nazione canadese riposa su principi che riconoscono la supremazia di Dio, la dignità  e il valore della persona umana, nonché il ruolo della famiglia in una società di uomini liberi e di istituzioni libere ». V. ampiamente G.Egerton, Writing the Canadian Bill of Rights : Religion, Politics and the Challenge of Pluralism 1957-1960, in Canadian Journal of Law and Society, 2004, vol.19, n. 2, pp.1-22 e in generale, sulla ‘rivoluzione dei diritti’ mirante a fornire protezione giuridica dei diritti umani e delle libertà fondamentali, W.Tarnopolsky, The Canadian Bill of Rights, Toronto, McClelland &Stewart, 1975 e T.R.Berger, Fragile Freedoms:Human Rights and Dissent in Canada, Toronto, Clarke & Irvin 1981.

[5] Si vedano ad esempio i commenti del Presidente della Corte Suprema Dickson nella sentenza R. c. Big M Drug Mart Ltd., [1985] 1 R.C.S. 295, concernente la legge sul giorno di chiusura domenicale per i piccoli esercizi (v. infra), secondo  cui “riconoscere al Parlamento il diritto di imporre l’osservanza universale del giorno di riposo preferito da una religione non  concorda certo con l’obiettivo di promuovere il mantenimento e la valorizzazione del patrimonio culturale dei Canadesi”, pertanto “ciò è contrario alle disposizioni espresse dell’art.27”(par. 99).

[6]Ibid., par.94.

[7] Con il ‘rimpatrio’ dal Regno Unito, la Costituzione cambiava il suo nome di Atto dell’America del Nord Britannica, del 1867, in quello di Legge costituzionale del 1867, con l’implicita esclusione di qualsiasi ruolo del Parlamento britannico nella procedura di revisione costituzionale.

[8] Si veda P.H.Russell, The Political Purposes of the Canadian Charter of Rights and Freedoms, in Canadian Bar Review, 1983, vol.61, pp. 30-54.

[9] Si veda P. Trudeau, Mémoires Politiques, Montréal, Le Jour, 1993, p. 291.

[10] Così The Honuourable Franck Jacobucci, Paolo Fresco Lecture, Genova, March 2005, pp.3 e 5.

[11] R.c.Oakes1986, RCS103, p.136.

[12] Multani c. Commission scolaire Marguerite‑Bourgeoys, [2006] 1 R.C.S. 256, par.35.

[13] Si veda per esempio il caso Smart c. T. Eaton Ltée (J.E. 93 446 T.D.P.Q), nel quale il Tribunale per i diritti della persona del Québec ha proceduto alla verifica dell’esistenza di un precetto invocato da un impiegato che fondava la richiesta di non lavorare la domenica sulle proprie convinzioni religiose.

[14] Esemplare è a tale proposito il caso portato davanti alla Corte d’Appello della provincia del Manitoba Funk c. Manitoba Labour Board (1976), 66 D.L.R. (3),  nel quale un cittadino di religione mennonita, che richiedeva di essere esentato dall’obbligo di appartenenza al sindacato in ragione della propria fede, si è visto riconoscere tale esenzione, sebbene la credenza invocata si scostasse dai precetti ufficiale della sua Chiesa. La Corte ha concluso che la sincerità della credenza era sufficiente per acconsentire alla richiesta e che invece di chiedersi -come avevano fatto i tribunali di livello inferiore- quale fosse la posizione religiosa della Chiesa Brethren Mennonita sulla materia, occorreva domandarsi piuttosto quali fossero le credenze religiose del Sig.Funk con riguardo all’appartenenza al sindacato (pp.35-38).

[15] La Carta  dei diritti e libertà della persona del Québec (di seguito Carta del Québec), in vigore dal 1976 e avente, a detta della stessa Corte Suprema, valore quasi costituzionale, ha un contenuto simile ma non identico a quello della Carta canadese. Le principali differenze sono l’inclusione dei diritti economici e sociali, l’applicabilità nei rapporti tra privati oltre che in quelli tra i cittadini e lo Stato e la previsione di un meccanismo di ricorso presso la Commissione dei diritti della persona e dell’infanzia, ed eventualmente presso il Tribunale dei diritti della persona nei casi di discriminazione. Per un approfondimento si veda A. Morel, La Charte québécoise des droits et libertés : un document unique dans l'histoire législative canadienne, in Revue juridique Thémis, 1987, vol. 21, pp. 1-23.

[16] L’art.3 della Carta del Québec ha contenuto praticamente identico : “Ogni persona è titolare delle libertà fondamentali quali la libertà di coscienza, la libertà di religione, la libertà di opinione, la libertà di espressione, la libertà di riunione pacifica e la libertà di associazione”.

[17] Big M Drug Mart, v. supra, nota 5. La questione riguardava l’azienda Big M Drug Mart Ltd. che accusata di infrangere il divieto di chiusura settimanale domenicale imposto dalla Legge sulla domenica, contestava la validità di tale legge per violazione della libertà di coscienza e di religione garantito dalla Carta canadese.

[18] Big M Drug Mart (par 95). Si noti peraltro che poco oltre il presidente Dickson precisa  che i valori di fondo delle tradizioni politiche e filosofiche del Paese esigono che ciascuno sia libero di agire secondo coscienza a condizione di non ledere i diritti altrui, che la Carta protegge tale diritto e che “la stessa protezione si applica, per gli stessi motivi, alle espressioni e manifestazioni di non credenza e di rifiuto di osservare le pratiche religiose” (par123).

[19] Ibid. par 96.

[20]Ibid. par 98.

[21] Syndicat Northcrest c. Amselem, 2004 CSC 47, [2004] 2 R.C.S. 551, par.62-63. Per  questa decisione v. infra, nota 38.

[22] L’art. 10 della Carta del Québec stabilisce che “Ogni persona ha diritto al riconoscimento e all’esercizio, in piena eguaglianza, dei diritti e libertà della persona, senza distinzione,esclusione o preferenza fondata sulla razza, il colore, il sesso, l’orientamento sessuale, lo stato civile, la religione, le convinzioni politiche, la lingua, l’origine etnica o nazionale, la condizione sociale o il fatto che si tratti di una persona handicappata o che utilizzi qualche strumento per rimediare al proprio handicap. Vi è discriminazione quando una tale distinzione,esclusione o preferenza ha per effetto di distruggere o compromettere quel diritto ”. Il nostro corsivo indica la maggiore completezza dell’elenco dei motivi proibiti di discriminazione rispetto alla Carta canadese.

[23] Così C.Landheer-Cieslak, L’égalité des identités religieuses: principe ou finalité pour les juges français et québécois de droit civil?, in Les Cahiers de Droit, vol.47, n.2, 2006, pp.239-317, a p.254.

[24] Si vedano le riflessioni del giudice McIntyre nella sentenza  Andrews c. Law Society of British Columbia, [1989] 1 R.C.S.143.

[25] The Honuourable Franck Jacobucci, Paolo Fresco Lecture, cit., p.8.

[26] Di fatto, essi sono sovente invocati insieme. Si veda ad esempio il caso Adler c. Ontario, [1996] 3 R.C.S. 609, riguardante il rifiuto di finanziamento pubblico delle scuole ebraiche e di talune scuole cristiane indipendenti in Ontario. In quel caso, fondandosi sulla Legge costituzionale del 1867 (art.93) la Corte ha escluso una violazione del principio di libertà religiosa, sebbene il mancato finanziamento delle scuole confessionali diverse da quella cattolica creasse una discriminazione nella forma di uno svantaggio economico.

[27]Adler c. Ontario, cit., par.72 .

[28] Cosi J. Woehrling, L’obligation d’accommodement raisonnable et l’adaptation de la société à la diversité religieuse, in Revue de droit de McGill , 1998,  vol. 43, p.369.

[29] R. c. Edwards Books and Art Ltd., [1986] 2 R.C.S. 713.

[30] Si osservi che all’epoca l’art.15, che ha trovato applicazione con tre anni di ritardo rispetto alle altre disposizioni della Carta,  non era ancora in vigore. Tuttavia il principio di eguaglianza poteva essere invocato ai sensi dell.art.27. Si vedano le osservazioni del Presidente Dickson riportate alla nota 5.

[31] Va notato che in Edward Books la maggioranza dei giudici ha concluso che tale restrizione era giustificabile ai sensi dell’art.1 della Carta canadese e che la legge dell’Ontario in questione era pertanto valida.

[32] V. Forget c. Québec (Procureur général), [1988] 2 R.C.S. 90, par.10, con riferimento all’art.10 della Carta del Québec.

[33] È appena il caso di sottolineare che in presenza di una norma direttamente discriminatoria nei confronti di una particolare religione o gruppo religioso lo strumento a disposizione è la modifica o abrogazione di quella norma.

[34] Commission scolaire régionale de Chambly c. Bergevin, [1994] 2 R.C.S. 525. Ribaltando la precedente decisione della Corte d’appello del Quebec, la Corte Suprema ha stabilito che il datore di lavoro non aveva fatto sufficienti sforzi per accomodare gli insegnanti di religione ebraica, obbligati a prendere un giorno di ferie non retribuito per celebrare la loro festività religiosa, né dimostrato che ciò avrebbe comportato un danno eccessivo (per quest’ultimo punto v.infra sui limiti dell’applicabilità dell’accomodamento ragionevole).

[35] Sull’argomento si veda C.Landheer-Cieslak, cit. p.239.

[36] Ibid, p.296.

[37] R. c. Big M Drug Mart Ltd., [1985] 1 R.C.S. 295, p. 347.

[38] Syndicat Northcrest c. Amselem, cit. La richiesta di esenzione dal rispetto di precise clausole contenute nella dichiarazione di comproprietà che vietavano di costruire tende sul balcone, si fondava sul diritto di manifestare credenze e pratiche religiose. La Corte ha considerato tali clausole lesive della libertà religiosa garantita dalla Carta quebecchese e affermato il diritto dei comproprietari di costruire delle capanne a cielo aperto con il tetto ricoperto di frasche nel periodo degli otto giorni della festa di Succot, a patto che venissero rispettate alcune condizioni (previsione di un passaggio di emergenza in caso di evacuazione e massima integrazione possibile con l’aspetto dell’edificio). La Corte ha altresì respinto l’argomento  secondo cui la firma del contratto di comproprietà comportava la rinuncia implicita a manifestare certe pratiche religiose -e quindi al diritto di libertà religiosa- e considerato come minimo il danno per gli altri abitanti dell’immobile. Si vedano le osservazioni del giudice Jacobucci, par.103.

[39] J.Woehrling, cit. p.332.

[40] Commission ontarienne des droits de la personne c. Simpsons-Sears, [1985] 2 R.C.S., p. 536. In questa causa l’azienda Sears, che insisteva perché la propria impiegata fosse presente sul lavoro il venerdì sera e il sabato mattina ha perduto perché non ha dimostrato né di aver fatto seri sforzi di accomodamento, magari modificando gli orari di lavoro dell’impiegata, né che una tale soluzione le avrebbe procurato un onere eccessivo.

[41] R. c. Jones, [1986] 2 R.C.S. 284. La questione riguardava un pastore di una chiesa fondamentalista che faceva scuola ai propri figli nel quadro di un programma denominato ‘Western Baptist Academy’ nei locali della sacrestia. Il genitore, persuaso che il proprio dovere di vegliare sull’educazione dei figli venisse direttamente da Dio, si rifiutava di richiedere l’autorizzazione ai sensi School Act dell’Alberta, prevista per la cosiddetta ‘istruzione a casa’ ove certificata dalle autorità scolastiche e per le scuole private legalmente riconosciute. Nella convinzione che ‘chiedere allo Stato il permesso di compiere la volontà di Dio’ avrebbe significato commettere un peccato, egli contestava la validità della legge in nome della libertà di religione. La Corte, pur riconoscendo che legislazione in questione limitava in una certa misura la libertà religiosa del pastore, ha stabilito che essa non costituiva una violazione dell’art.2a) della Carta canadese in quando l’obbligo di certificazione per chi offre un insegnamento a casa o nel contesto di una scuola privata, finalizzato all’accertamento del carattere appropriato dell’insegnamento, era giustificabile in una società libera e democratica e costituiva pertanto un limite ragionevole alle convinzioni religiose dei genitori con riguardo all’educazione dei figli.

[42] Multani c. Commission scolaire Marguerite‑Bourgeoys, cit., par.34-35 e Amselem, cit. par.56-59.

[43] Multani, cit. par 35.

[44] Il kirpan è un pugnale in metallo di piccole dimensioni che insieme alla barba e ai capelli mai tagliati, questi ultimi raccolti nel turbante, un pettine in legno, un braccialetto di ferro e i tipici pantaloni a sbuffo, costituisce uno dei ‘segni esteriori della fede’ dei sikh ortodossi battezzati.

[45] Per una illustrazione dettagliata delle varie forme e di molteplici esempi di accomodamento, si veda J.Woehrling, cit. pp.335-337.

[46] Sul tema v. ampiamente J. Woehrling, cit. pp.345 ss.

[47] In questo senso si vedano le conclusioni del giudice Cory nella sentenza Bergevin, cit.nota 34.

[48] Multani cit.,  concernente il caso di uno studente, il quale contestava il divieto di portare a scuola il pugnale dei sikh ortodossi, in nome della libertà di religione. Accogliendo l’interpretazione secondo la quale il kirpan è un oggetto simbolico e cerimoniale e non un'arma, la Corte ha ritenuto che il giovane credesse sinceramente che il divieto di portare il pugnale o la sua  sostituzione con un oggetto della stessa forma, ma in materiale diverso dal metallo, come legno o plastica, non gli avrebbero permesso di conformarsi alle esigenze della sua religione e che l’ostacolo posto alla libertà di religione era ‘più che trascurabile o insignificante’.

[49] J. Woehrling, L’obligation d’accommodement raisonnable et l’adaptation de la société à la diversité religieuse,  cit. p. 360, richiamato dal giudice Charron in  Multani, par.53.

[50] Ossia: contenimento del coltello all’interno di una custodia in legno cucita negli indumenti; con divieto assoluto di estrarlo; e con possibilità per il personale scolastico di verificare il rispetto di tali condizioni pena la perdita del diritto in questione.

[51] Multani, par. 79.

[52] Si veda ad es.N.Bissoondath, Selling Illusions: The Cult of Multiculturalism in Canada, Toronto, Penguin, 2002.

[53] Così J. Woehrling, cit. p.399-401.

30 gennaio 2007


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