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Questo contributo è in corso di pubblicazione su Nuvole. Per la ragionevolezza dell’utopia, 2005

Ma non è (e non potrà mai essere) come in Gran Bretagna…

di Alessandro Torre
(Professore ordinario di Diritto pubblico comparato nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari)

Il prendere esempio da quanto è stato realizzato in altri sistemi costituzionali, soprattutto se più affini al nostro in quanto anch'essi a base parlamentare, è di solito cosa lodevole. Nessun ordine costituzionale, sia nella sua storia che nell'attualità, è mai del tutto autoreferenziale e pertanto ben vengano tutte quelle ispirazioni che possono contribuire a rendere più razionale il funzionamento della forma di governo domestica.

D'altra parte si può dire che la storia delle costituzioni è un unico racconto ripetuto infinite volte e con infinite varianti. Il rischio della monotonia è scongiurato dal fatto che sempre nuove e diverse sono le circostanze in cui le riforme e le transizioni costituzionali vengono a maturazione. E per giunta può capitare che geniali e profetici interpreti (come gli oscuri inventori dell'ombudsman scandinavo, lo spregiudicato Robert Walpole nell'Inghilterra hannoveriana, i Padri fondatori della costituzione statunitense riuniti in quel di Filadelfia, gli scrittori dei Federalist Papers, i membri delle sfrenate costituenti della Francia rivoluzionaria, gli ufficiali liberali di Cadice, l'Hans Kelsen e i professori weimariani nel primo Novecento, il Dossetti nella nostra Costituente) siano di tanto in tanto capaci, oltre che proporre, di condurre effettivamente in porto quelle variazioni sul tema che danno nuove idee e nuovi impulsi al costituzionalismo dei moderni.

Certamente interpreti di tale calibro mancano oggi tra coloro i quali intendono modificare la nostra Costituzione. In molti suoi tratti la riforma oggi in gestazione risente dell'approssimativa cultura costituzionale non solo di coloro i quali hanno materialmente posto mano all'elaborazione del testo, ma anche di chi, in sede sia scientifica che istituzionale, per ragioni di scuderia o per sincera convinzione, si rende corrivo portavoce o cassa di risonanza degli argomenti della riforma, e non di una riforma qualsiasi, ma di "questa" riforma. Sotto la pressione, ahimè, della mera forza di una raccogliticcia matematica parlamentare si sta infatti portando in avanti un confuso patchwork che lascia scarso spazio all'autentico buon senso compromissorio di cui si alimenta una Costituzione democratica e del quale un tempo seppero dar prova i costituenti repubblicani.

Purtroppo quando si intende a tutti i costi dimostrare una tesi preconcetta, e per far ciò si discorre per sentito dire, i corti circuiti culturali sono sempre inevitabili. Essi si manifestano un po' dappertutto e rischiano di diventare macroscopici allorquando si attinge al capace alveo dell'esperienza costituzionale britannica, rispetto alla quale è relativamente diffuso un atteggiamento consumistico.

Così è accaduto con Walter Bagehot, quel brillante folletto della scienza della politica medio-vittoriana alla cui opera The English Constitution (pubblicata nel 1867 e qualche anno fa curata in edizione italiana da Giorgio Rebuffa) si deve un memorabile contributo alla comprensione dei meccanismi del sistema costituzionale britannico di impianto liberale. A proposito della sua posizione intellettuale sarà sufficiente ricordare che fu sagace cronista a Parigi all'epoca del coup di Luigi Napoleone, quindi banchiere e animatore del neonato Economist; non un costituzionalista ma un grande political scientist, antesignano dei moderni studiosi del government. Bagehot parla ai costituzionalisti, per i quali è una fonte preziosa di spunti interpretativi, ma dal suo pensiero può essere segno di sprovvedutezza estrapolare concetti e soprattutto, nel tentativo di avvalorare le sperimentazioni odierne, regole di valore assoluto. Così è stato fatto per il «premierato» all'italiana, poiché è stato asserito che, così come tradizionalmente esso si realizza nel Regno Unito, anche nel nostro paese esistono le condizioni per l'affermazione di uno stabile ed efficace sistema di premiership costituzionale che consoliderebbe la governabilità del paese. In una sua nota sul potere di scioglimento dell'assemblea parlamentare e sulla surrettizia evocazione di categorie bagehotiane nel quadro dell'odierno progetto di riforma costituzionale, Enzo Balboni prima di me ha efficacemente dimostrato che Bagehot, dalla cui opera The English Constitution (1867) alcuni concetti isolati sono stati estrapolati e posti a base del nuovo «premierato-pensiero», non può essere menzionato impunemente. Io, per mio conto, non aggiungerei altro.

Torniamo pertanto alla questione del consumismo costituzionale. La britannica non è solamente, come la benemerita “Settimana Enigmistica”, la costituzione che vanta più tentativi di imitazione: è anche la più saccheggiata.

In uno dei più celebri passaggi della citata opera di Bagehot si distinguono nel sistema costituzionale britannico le due dimensioni della dignified e della efficient constitution: la prima dà forma statica alla tradizione, la seconda dà movimento all'evoluzione. A seconda di quale fra questi due punti di vista bagehotiani si intenda privilegiare, l'esperienza costituzionale del Regno Unito si può descrivere metaforicamente come una vecchia soffitta piena di ragnatele dalla quale si estraggono oggetti che possono tornare utili dopo una rapida spolverata, o come uno smagliante supermercato in cui si trovano le ultime novità e gli articoli di moda (questa seconda metafora è stata utilizzata da Balboni). Sia che si salgano le scricchiolanti scale della soffitta, sia che si varchi la soglia a porte automatiche del supermercato, la gran disponibilità di materiali sembra incoraggiare il profano a procedere senza meno al saccheggio. Ma c'è il rischio di pessimi incontri. Nella vecchia soffitta un fantasma potrebbe castigare l'indiscreto che, asportando oggetti preziosi, ne ha impudentemente violato il sonno. All'uscita del supermercato un flemmatico bobby, avendo notato da lontano il comportamento sospetto dell'intruso, potrebbe invitarlo presso la più vicina stazione di polizia e intimargli di rendere conto del maltolto. Il fantasma, ovviamente, è Walter Bagehot; quanto al bobby appostato di fronte al supermercato per sorprendere il taccheggiatore, più modestamente proverò io stesso a rivestire questo ruolo.

L'odierna premiership di governo è, in Gran Bretagna, il risultato di un processo evolutivo che ha alla sua origine uno scandalo, ossia quel rovinoso tracollo finanziario noto come il South Sea Bubble per risolvere il quale in modo non del tutto disonorevole la carica di Primo Lord del Tesoro fu attribuita all'unico spregiudicato operatore politico-finanziario che, con tutta probabilità, era in grado di compiere l'operazione. Anche e soprattutto nella politica della prima metà del Settecento si annidavano profittatori e audaci maneggiatori di denaro pubblico e privato, e Robert Walpole era tra questi il più brillante e capace. Egli avrebbe governato pressoché indisturbato per oltre vent'anni (auguriamoci che oggi da noi questa lunga durata in carica di chi dirige l'Esecutivo non abbia a ripetersi) e a questo ineguagliato periodo di potere si deve il profilarsi della figura del premier come «primo ministro», gradualmente costruita da Walpole su alcuni innegabili punti di forza: l'applicazione sistematica di tecniche di governo come lo spoils system o monopolizzazione delle cariche attraverso il patronage, il dominio su una maggioranza parlamentare composita e raccogliticcia ma saldamente tenuta in pugno da rapporti d'affari, un rapporto non necessariamente idilliaco con il Capo dello Stato, l'edificazione a sistema dell'interesse privato in atti pubblici. Dopo Walpole, coscienti dei rischi insiti nella personalizzazione della premiership e, soprattutto, nella sua autonomizzazione rispetto alla volontà della Corona, per buona parte dei loro regni settecenteschi i sovrani Hannover posero a capo dell'Esecutivo personalità relativamente più evanescenti, ma ciò avrebbe condotto a un revival parlamentare che, con la memorabile sfiducia (no confidence ) pronunciata nel 1782 nei confronti di Lord North, determinò una svolta significativa negli assetti di potere. Con Pitt il Giovane, infatti, da premier di una compagine di governo eterogenea e formata da ministri diretti fiduciari del re, il Primo ministro britannico si trasformava in qualcosa di diverso. Sebbene in forma ancora imperfetta, la premiership acquisiva alla svolta del XVIII secolo una fisionomia costituzionale e politica più articolata: «costituzionale» per il fatto che, con l'affermazione del vincolo fiduciario, il premier si trasformava pienamente in un mandatario del Parlamento (e in particolare della Camera dei Comuni, l'unica realmente rappresentativa); e «politica» in quanto da Pitt in poi si sarebbe gradualmente consolidata la tendenza alla formazione di Esecutivi a base monopartitica. Quest'ultima tendenza si perfezionerà nel corso dell'età vittoriana, collegandosi al bipolarismo politico e a una svolta qualitativa nella personalizzazione del potere che fin da Walpole era intrinseca alla connotazione stessa della premiership. L'affermazione di rigide condizioni di two-party system e l'affermazione della nota convenzione costituzionale per cui il leader del partito maggioritario è anche il premier di governo (una convenzione che potrebbe anche rendersi più sfumata qualora nella scena della politica britannica il consueto bipolarismo lasciasse spazio a nuove condizioni di equilibrio multipartitico: si vedrà con le elezioni parlamentari della prossima primavera 2005) sono altri elementi che vanno aggiunti al quadro che ci interessa.

Si tratta, come è evidente, di aspetti della premiership storica che trovano sintesi nella considerevole personalizzazione del potere operata dal precursore e che comprensibilmente debbono aver molto affascinato chi oggi intenda proporsi come epigono, in versione cesaristica, dei grandi premiers britannici dell'epoca del parlamentarismo maturo aggiungendo all'originario pacchetto walpoleano alcuni elementi che risultano assenti o addirittura improponibili nella prassi di metà Settecento e non attuabili nella forma di premiership d'impronta bagehotiano-liberale: l'uso sistematico dello scioglimento (dissolution) parlamentare, l'imperio di tipo partitico sulla maggioranza e l'emarginazione dell'opposizione, l'uso spregiudicato del potere di rimpasto governativo (reshuffle) ove non addirittura della rimozione (sacking) individuale dei ministri, il controllo dell'agenda dei lavori parlamentari, il tentativo di entrare nel santuario della magistratura delegittimandone la funzione o comunque esercitando su di essa una certa forma di influenza, l'ostilità nei confronti del Capo dello Stato. Alcune tra queste tecniche sono positivamente trasmigrate verso altri sistemi di governo quale lo statunitense presidenziale, ma sono cadute in desuetudine nella Gran Bretagna del parlamentarismo avanzato o vi hanno ceduto il passo a congegni più evoluti: si pensi per esempio allo spoils system , le cui brutali applicazioni statunitensi sono una memoria antiquaria per il premier britannico responsabile nel riguardi della propria base parlamentare e (soprattutto) del proprio partito, e da due secoli aduso a selezionare i propri associati alla funzione di governo attraverso forme raffinate di patronage.

Nonostante le asserzioni neoliberiste che hanno prevalso negli orientamenti di governo delle amministrazioni britanniche dal 1979 in poi (e per comprendere le quali occorrerebbe leggere attentamente il saggio di Samuel Beer Britain Against Itself, ma ancor prima quanto scriveva von Hayek in The Road to Serfdom), il piano inclinato su cui Margaret Thatcher, portando a estreme conseguenze la personalizzazione del potere del Primo ministro, ha condotto il sistema di governo britannico alterando l'equilibrio di alcuni suoi "freni e contrappesi" di certo non è farina del sacco liberale, o almeno di quello spirito liberal che ha costruito le istituzioni classiche del Regno Unito. Questo piano di slittamento rientra nel quadro di quella che taluni critici commentatori britannici nei primi anni Novanta avevano definito di democrazia «post-parlamentare», ed è stato imboccato senza esitazioni anche da Tony Blair, il cui nume ispiratore non è Beer né von Hayek ma l'Anthony Giddens di The Third Way (il che se non altro restituisce un po' di umanità alle concezioni ideali che sono alla base dell'esercizio iperpersonalizzato del potere che è proprio del blairismo). Se osservata attraverso la lente delle attitudini della premiership, questa fenomenologia dell'intero arco thatcher-blairiano può essere considerata peculiare delle più recenti e radicalizzate espressioni di «presidenzializzazione della premiership» del tardo Novecento. È ferma opinione di chi scrive che tra la premiership della "Signora di ferro" e quella dell'odierno neolaburista non esista una soluzione di continuità interpretativa.

Altri punti possono essere sintetizzati in tema di premiership.

Nel Regno Unito il termine si traduce convenientemente in "governo del Primo ministro", ovvero governo di una figura forte che fonda il suo appello su un duplice ordine di connessioni: la connessione della leadership del partito maggioritario e, di conseguenza, della base parlamentare, e la connessione con l'elettorato che si realizza attraverso il consenso dato al partito. È un equivoco ritenere che il premier britannico sia eletto in quanto tale (ovvero "alla carica"), ma egli è premier in quanto il suo partito consegue la vittoria alla Camera dei Comuni. La sua elezione individuale è un dato necessario (per poter entrare nel circuito del potere, formare l'Esecutivo ed essere responsabile nei confronti del Parlamento) ma incidentale, talché se malauguratamente il leader designato non fosse rieletto nel proprio collegio d'origine, ben difficilmente potrebbe ricoprire l'alto incarico. Resterebbero in tal caso due vie: le dimissioni immediate (e la scelta, da parte del suo schieramento, di un nuovo leader e pertanto di un nuovo premier) o la nomina alla Camera dei Pari (ma per convenzione la condizione dell'accountability governativa nei riguardi dei Comuni sembra escludere categoricamente che, oggidì, la carica di Primo ministro possa essere attribuita a un Lord; e poi, chi potrebbe proporre la nomina alla Camera alta, se il patronagein tal senso è esercitato … dal premier ?).

Ben pensata, in Italia, la formula dell'elezione diretta dei premier in quanto tale. Ma come questo si concilierebbe con il ritorno al proporzionale che oggi affascina taluni circoli gravitanti nell'area governativa ? Non va infatti dimenticato che la legittimazione elettorale del premier britannico si realizza sotto l'egida del first-past-the-post system, ovvero del maggioritario puro, "all'inglese" appunto. La forza della premiership britannica si misura attraverso la sintesi di una serie di componenti che ne stabiliscono il "peso" (check) costituzionale: questo è la risultante della doppia fiducia parlamentare ed elettorale, per cui il premier esprime l'unità e la volontà politica della maggioranza parlamentare e (presumibilmente, dato che non sempre con il maggioritario la maggioranza degli elettori si trasforma nella maggioranza dei seggi a Westminster: poco male, la governabilità è comunque assicurata). Esistono tuttavia anche i "contrappesi" (balances) parlamentari: da un lato è lo stesso partito parlamentare a controllare la coerenza interna dell'attività governativa rispetto al programma elettorale; dall'altro lato l'Opposizione e le opposizioni minori dispongono di strumenti adeguati per esercitare le proprie pressioni sull'Esecutivo.

Nella consapevolezza che la premiership britannica si connette molto strettamente con il sistema elettorale maggioritario a unico turno, sistema grossolano ma molto efficace nel determinare con singolare immediatezza gli equilibri di governo, fino a che punto un sistema del genere potrebbe configurarsi in relazione alla nostra cultura politica ? Le innumerevoli componenti partitiche del nostro sistema sarebbero davvero così felici di cedere il proprio peso politico all'interno della coalizione di governo nella quale le avventure della storia e – se si considera la cosa dal punto di vista della comunità nazionale – le disavventure della politica l'hanno collocata ?

Una premiership forte, così come la intendono i nostri malaccorti riformatori, prevede una base monopartitica, e non già una coalizione turbolenta e incline a un rissoso bargaining interno. D'altra parte, non è sempre agevole per la premiership britannica governare con mano ferma il proprio partito. La leadership soggiace alle pressioni delle correnti interne: i "falchi" e le "colombe" nel partito della Thatcher; i "moderati", la "sinistra", i tradeunionisti nel New Labourdi Blair; e perfino le deboli leaderships dei piccoli partiti protestanti nordirlandesi debbono far fronte alle contrapposizioni fra lealisti e devoluzionisti. Sicché ogni rimozione di ministri provoca malumori e fronde interne, ogni messa a punto ideologica richiede accordi interni, ogni progettazione riformistica necessita di consultazioni interne, ogni confronto parlamentare di un certo impegno teme le opposizioni interne. La dimensione "interna" è tendenzialmente problematica per la premiership britannica: anche il leader più arcigno e forte dei propri successi elettorali, come la Thatcher nel 1983 e nel 1987, o più accattivante come il Blair del 1997 e del 2001, non si può dire sempre e comunque in grado di dominare incontrastato il proprio partito. È questo uno stato di cose che, come alcuni anni or sono sottolineava Nevil Johnson in alcuni punti del suo saggio In Search of the Constitution , fa parte più della letteratura e di certa mitologia che della realtà.

Di solito il premier, nell'elaborare la propria politica di governo e nella stessa formazione della propria squadra, ha di fronte una fondamentale alternativa: creare un Esecutivo coeso e fedele, ma fare i conti un giorno sì e un giorno no con le opposizioni interne al proprio schieramento parlamentare e al partito di cui è leader; o formare un Esecutivo composito e pluralista che sia espressione, per quanto possibile, delle diverse posizioni politiche del partito, ma rassegnarsi a una costante e spesso defatigante contrattazione interna nelle riunioni al n.10 di Downing Street. E si può giungere anche a ipotesi estreme, ma non per questo di mera accademia, che dimostrano quanto la leadership possa soggiacere definitivamente al proprio partito e ai suoi dissensi intestini: nel 1990 una forte opposizione interna induceva Margaret Thatcher alle dimissioni dalla guida del partito conservatore, e pertanto anche la premiership subiva un tracollo epocale senza peraltro che il corpo elettorale fosse immediatamente chiamato a esprimere la sua opinione attraverso nuove elezioni generali (per tale motivo l'episodio che concluse la carriera governativa della Signora è stato da molti definito un coup dei tories anti-thatcheriani: le elezioni parlamentari avrebbero avuto luogo solamente nel 1992). E lo stesso Blair, partendo da iniziali posizioni di forte leadership partitica e parlamentare, affronta oggi con crescente imbarazzo le fronde interne al New Labour (etichetta, la "neolaburista", che per loro conto la sinistra del partito e gli esponenti delle potenti trade unions contestano alla radice) su singoli progetti di legge, sulla politica economica e fiscale, sulle misure sociali, sulla questione irachena, sull'Unione Europea, sulla devolution e sulle stesse riforme istituzionali.

Sembra pertanto che il vertice di governo del Regno Unito si stia allontanando alquanto dalla condizione di elective dictatorship con cui diversi commentatori britannici delle ultime generazioni solevano rappresentare la premiership. Probabilmente questo è un particolare che sfugge sia a chi, con artifici neanche troppo astuti, intenderebbe introdurre in Italia una versione cesaristica della premiership proponendocela come "premierato", sia a chi si presta a offrire a tale ipotesi un'eco scientifica. Se l'obiettivo del riformatore italiano è quello, in astratto lodevole, di creare condizioni di stabilità governativa, ebbene questa non si può identificare esclusivamente nel rafforzamento personalistico della figura del premier, il quale eserciti ampi poteri (nomina e revoca dei ministri, scioglimento della Camera dei Deputati) prescindendo dal legame intrinseco che deve sussistere con il partito o – il che complica ulteriormente le cose – con i partiti della maggioranza. In sintesi, la risoluzione della questione della premiership va ricercata nella dimensione elettorale (e partitica) prima ancora che in quella parlamentare.

Per questo motivo estrapolare dal discorso bagehotiano alcune espressioni di dettaglio, per cui «o il Gabinetto riesce a legiferare, o scioglie l'assemblea», sicché il Parlamento sarebbe tenuto a freno utilizzando il deterrente della dissolution e pertanto agendo sui deputati utilizzando la leva della «paura che se si vota contro si potrebbe non ricevere più alcun voto per se stessi» è operazione poco convincente. Se da un lato Bagehot osserva con occhio spregiudicato il rapporto fra Parlamento e premiership (o meglio tra Parlamento e Gabinetto, del quale egli in realtà valorizza la collegialità piuttosto che la personalizzazione del potere nella figura del Primo ministro), ravvisando che il primo "produce" la funzione di governo operando in sostanza quale comitato elettorale dell'Esecutivo, dall'altro lato considera l'assemblea di Westminster tutt'altro che succube del Gabinetto e del suo capo. Spingere alle estreme conseguenze la visione del potere di scioglimento come guinzaglio del Parlamento equivale a negare la dignità del Parlamento stesso: tentazione che oggi può essere presente nella percezione del nostro “premierato”, ma che è lontanissima dalle concezioni di Bagehot. In realtà una premiership forte presuppone un Parlamento in salute e non atterrito dallo spettro dello scioglimento. L’argomento è stato trattato in modo approssimativo, soprattutto se si tiene conto che è prassi ormai consolidata in Gran Bretagna che la dissolution della Camera dei Comuni sia chiesta dal Primo ministro alla Corona (che non nega il proprio assenso, così come dal 1707 non pone più il veto sulle leggi) non quando egli è in difficoltà con la propria base parlamentare, ma quando il momento è favorevole a una riconferma delle posizioni politiche del partito di governo. In altri termini, lo scioglimento si propone quando le cose vanno bene e non quando vanno male: non sempre il gioco funziona, ma questa è ormai la strategia politica accreditata, tant’è vero che il premier che non scioglie i Comuni con almeno un anno di anticipo rispetto alla fine della legislatura viene reputato un leader debole e irresoluto, o in ogni caso poco abile o non in grado di leggere la realtà del paese (come si disse dell’estenuato John Major del 1997).

Il pensiero di Bagehot è ben lontano dal poter essere considerato una "matrice ideale" dell'odierno “premierato” all'italiana. Tale posizione sarà chiarita retrospettivamente da un altro grande interprete del costituzionalismo liberale, l'Albert Venn Dicey autore della Introduction to the Study of the Law of the Constitution (1885), per il quale lo scioglimento sarà tutt'altro che un deterrente o una forma di punizione per le maggioranze parlamentari riottose, bensì lo strumento per ricondurre la funzione di governo in armonia con il genuino pensiero del corpo elettorale, vero sovrano politico del paese, rilanciando sul campo della democrazia rappresentativa la palla del dissidio fra Esecutivo e Parlamento. Il corpo elettorale è pertanto il risolutore della crisi costituzionale: ma si dubita che questa dignità sia oggi riconosciuta, da chi governa in Italia, agli elettori e alla società civile. Vent'anni dopo Bagehot, Dicey avrebbe ricercato gli elementi della «constitutional morality» che anima o dovrebbe animare dall'interno il sistema costituzionale britannico e il suo modello di premiership politica. Ma fino a che punto questa fisionomia “alta” della premiership di governo può essere un modello per il nostro dilettantesco riformatore costituzionale e per il cultore di un costume politico che si sta rendendo sempre più evanescente ?

Sì, perché alla fin fine resta da porre in evidenza un argomento fondamentale. Anzi, meglio si direbbe “l’argomento” fondamentale. La premiership britannica è espressione di un partito e da questo si sprigiona, mentre nell’odierna condizione italiana è il partito, o un partito in particolare, ad essere a sua volta l’espressione e la creatura, quasi la proprietà privata, della cripto-premiership, e altri vi sono fortunosamente aggregati. Non il partito, in Italia, controlla la premiership, ma quest'ultima usa il partito come sua azienda personale e i suoi aderenti come piazzisti politici. Avvertiva Mortati in un suo articolo su La Costituzione e la crisi (1973) nel quale considerava le intrinseche relazioni tra la prima e la seconda parte della nostra Costituzione, che se da un lato è da sempre avvertita la necessità di «eliminare l'impotenza decisionale della Seconda parte della Costituzione, per il raggiungimento dei fini affermati nella Prima parte», dall'altro lato si profila nettamente l'esigenza di evitare che la "potenza" decisionale di un premier forte (check), rimanendo priva di idonei contrappesi (balances) possa infine stravolgere i princìpi fondamentali della Costituzione repubblicana.

Almeno in questo caso il costume politico deve essere considerato come un pre-requisito dell’architettura istituzionale. Del nucleo della questione si era lucidamente occupato un altro nostro costituente, Piero Calamandrei. Da un suo breve scritto apparso sulla rivista Il Pontenell'agosto 1951 si traggono alcune annotazioni di costume politico che gettano luce sull'intero discorso, piccole-grandi regole di civiltà politica e parlamentare, e così anche costituzionale, che hanno radice in una ineguagliabile tradizione di democrazia.

Eccone alcune:

1. (a proposito del rapporto maggioranza-opposizione) «in Inghilterra, per chi non lo sapesse, l'opposizione non è maledetta o scomunicata o messa al bando; ma è ritenuta come elemento indispensabile per poter governare»

2. (a proposito dei dibattiti parlamentari) «le discussioni hanno un tono di confidenza sbrigativa assolutamente inusitato e sorprendente per chi è abituato ad altro stile. Nelle nostre aule tutto sembra predisposto per aumentare le distanze, per impedire ai deputati di parlarsi da uomini, e per indurli a forzare i toni, ad alterare la voce, a superare il rispetto dovuto all'interlocutore vicino» ;

3. (a proposito delle interrogazioni parlamentari): «il ministro nel rispondere dice la verità: e l'interrogante, anche se è all'opposizione, sa che, in quanto alla verità dei fatti e alla esattezza delle informazioni, può fidarsi di lui (lo stesso si può dire alla Camera italiana?)» ;

4. (sulla natura del confronto politico): «la tradizionale lealtà del procedimento parlamentare inglese ha la sua prima base, …, nel sentimento di fiducia personale a cui si ispirano le relazioni fra i deputati di tutti i partiti: tra i quali, anche nei momenti di più serrato contrasto politico, rimane sottinteso ma sempre presente questo senso preliminare e primigenio di solidarietà nel rispetto di quel patrimonio comune di buona creanza parlamentare, nel quale tutti i partiti si sentono concordi ed uniti» ;

5. (e infine, sul senso riposto della cultura politica): «senza contemperamento tra solidarietà sociale e indipendenza individuale non può esservi vera libertà: e libertà non può esservi dove questo contemperamento non sia entrato nel costume, prima ancora che negli ordinamenti. Probabilmente nell'equilibrio tra questi due sentimenti è il segreto della democrazia».

Con questo richiamo ai valori del government by discussion si può avere ancora l'ardire di chiedersi perché mai l'Italia non è come la Gran Bretagna ? C'è poco da fare, le cose britanniche erano (e sono) differenti, e allora non sarà forse più saggio cercare altre vie per dare solidità al potere di governo e, soprattutto, tentare di costruire serie e credibili alternative politiche alla condizione odierna ?

(07/02/2005)


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