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Questo scritto è in corso di pubblicazione in Giurisprudenza Costituzionale n. 5/2004

I progetti «PC ai giovani» e «PC alle famiglie»: esercizio di potestà legislativa esclusiva statale o violazione della potestà regionale residuale?

di Alessandro Pace
(Professore ordinario di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)

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1. La Regione Emilia Romagna aveva impugnato l’art. 27 della legge finanziaria 2003 (l. 27 dicembre 2002, n. 298) in forza del quale lo Stato aveva istituito un fondo speciale, denominato «Progetto “PC ai giovani”» promosso dal Dipartimento per l’innovazione e le tecnologie presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in cui sarebbero dovute affluire, allo scopo di incentivare l’acquisizione di strumenti informatici e digitali da parte dei giovani che avessero compiuto sedici anni nel 2003, talune disponibilità finanziarie non impegnate. La Regione ricorrente lamentava la violazione degli artt. 117, 118 e 119 Cost. nonché del principio di leale collaborazione, assumendo che la disciplina, non rientrando in alcuna delle materie previste dall’art. 117, commi 2 e 3 Cost., farebbe capo alla competenza legislativa residuale della Regione.

Con successivo ricorso la stessa Regione aveva altresì impugnato, per le stesse ragioni, la legge finanziaria 2004 (l. 24 dicembre 2003, n. 350) - e, in particolare, l’art. 4, commi 9 e 10 -, deducendo, anche qui, la violazione degli artt. 117, 118 e 119 e del principio di leale collaborazione. L’art. 4, comma 9, della l. n. 350 del 2003 estende infatti ai giovani che abbiano compiuto sedici anni nel 2004 le provvidenze previste dal cit. art. 27 l. n. 298 del 2002 e prevede che, nel limite di 30 milioni annui di euro, il fondo «Progetto “PC ai giovani”» sia destinato ad un fondo speciale denominato «PC alle famiglie».

La Corte ha giustamente respinto i due ricorsi, con una motivazione che però lascia perplessi.

2. Essendo arcinoto che il personal computer e gli altri strumenti informatici rappresentano, nel mondo contemporaneo, i mezzi più efficaci e sempre più diffusi di comunicazione interindividuale, di manifestazione e di diffusione del pensiero, di conoscenza e di apprendimento, credo che nessuno - nemmeno la Regione ricorrente - avrebbe potuto ragionevolmente criticare il rigetto del ricorso se, nella decisione in commento, la Corte avesse affermato che il contestato intervento normativo statale rientra nella competenza legislativa esclusiva prevista dall’art. 117, comma 2, lett. m).

E’ infatti indiscutibile che il legislatore statale debba poter sempre intervenire per garantire la «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni» su tutto il territorio nazionale qualora non solo i diritti sociali - il che è ovvio - ma gli stessi diritti di libertà civile necessitino, «per essere più adeguatamente esercitati (…), di un intervento di natura pubblicistica (anche meramente normativo)» , il che è appunto il caso dell’utilizzo del personal computere degli altri strumenti informatici. Ciò che, beninteso, non esclude un analogo (preventivo o successivo) intervento regionale di sostegno, proprio perché allo Stato - sotto il profilo del dovere - spetta soltanto il compito di assicurare i «livelli essenziali» delle prestazioni, laddove per favorire ulteriormente «l’effettivo esercizio dei diritti della persona», sembrerebbe piuttosto previsto, per lo Stato, lo strumento delle «risorse aggiuntive» e degli «interventi speciali» in favore degli enti territoriali (art. 119, comma 5, Cost.).

Ebbene, invece di seguire questa via, del tutto agevole, la Corte ha optato per un percorso logico non solo poco lineare, ma anche giuridicamente discutibile se non, addirittura, controproducente. La Corte ha infatti ritenuto che l’intervento statale in questione, non essendo «accompagnato da alcuna disciplina sostanziale riconducibile a specifiche materie», non risulterebbe «invasivo di competenze legislative regionali».

Con il che nella decisione in epigrafe si è evidentemente omesso di considerare che il punto di forza delle censure regionali stava appunto in ciò, che nel «nuovo» art. 117, comma 4, Cost. il silenzio su una data materia (e la Corte sembrerebbe appunto negare l’esistenza di una siffatta specifica materia negli elenchi dell’art. 117 Cost.) non significa che la competenza spetti allo Stato, ma implica l’attribuzione alle Regioni, in via esclusiva, della competenza legislativa.

Né, contro la conclusione secondo la quale, in ipotesi di silenzio sulla materia, la competenza spetterebbe residualmente alla Regione, è di ostacolo la considerazione, fatta dalla Corte nell’annotata decisione - e da essa ripresa anche nella sentenza immediatamente successiva -, secondo la quale le leggi contestate sarebbero leggi di mera spesa «non accompagnat(e) da alcuna disciplina sostanziale».

Un rilievo, questo della Corte, che - dissociando la disciplina della spesa dalla competenza materiale - sembrerebbe, assai discutibilmente, enunciare la tesi che le leggi di spesa non necessiterebbero di per sé di una specifica previsione di competenza e che l’attribuzione di una competenza materiale non implicherebbe, a sua volta, la competenza sulla corrispondente spesa.

3. Sotto quest’ultimo profilo è interessante effettuare un riscontro del materiale giurisprudenziale selezionato dalla Corte a sostegno delle proprie tesi. Ebbene, la Corte cita al riguardo quattro decisioni: le sentenze nn. 562 e 829 del 1988, la sent. n. 348 del 1990 e la sent. n. 276 del 1991.

La prima di esse afferma che il sistema (allora vigente) «dei rapporti tra Regione ed enti locali infraregionali (…) non frappone, in linea di principio, ostacoli all’erogazione di contributi e sovvenzioni della Regione in favore degli enti locali. Tali interventi di sostegno finanziario non investono una specifica competenza regionale, ma possono risultare attivati ogni qualvolta entrino in gioco interessi della collettività locale suscettibili d’incidere nella sfera degli interessi e delle attribuzioni regionali».

La seconda decisione, ricollegandosi a quella testé rammentata, sottolinea anch’essa che il potere di spesa - pur nell’originaria ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni - ben può rinvenire la propria base materiale nella esistenza di «interessi e fini rispetto ai quali le Regioni stesse possono provvedere nell’esercizio dell’autonomia politica che ad esse spetta in quanto enti esponenziali delle collettività sociali rappresentate».

La terza decisione - e cioè la sent. n. 348 del 1990 - è certamente la più nota tra le sentenze richiamate. Con essa la Corte dischiuse alle Regioni la possibilità di disporre provvidenze in favore dell’editoria locale, prendendo così le distanze dalla propria precedente giurisprudenza, e in particolare dalla non meno famosa sent. n. 94 del 1977 ; e lo fece sottolineando che «L’informazione, nei suoi risvolti attivi e passivi (libertà di informare e diritto ad essere informati) esprime infatti - al di là delle singole sfere di attribuzioni rispettivamente assegnate allo Stato e alle Regioni - una condizione preliminare (o, se vogliamo, un presupposto insopprimibile) per l’attuazione ad ogni livello, centrale o locale, della forma propria dello Stato democratico. Nell’ambito di tale forma, qualsivoglia soggetto od organo rappresentativo investito di competenze di natura politica non può, di conseguenza, pur nel rispetto dei limiti connessi alle proprie attribuzioni, risultare estraneo all’impiego dei mezzi di comunicazione di massa».

Ebbene, per quanto possa ancor oggi suscitare perplessità il fatto che, così argomentando, la Corte abbia finito per istituire, su una data materia (nella specie, la disciplina delle provvidenze per l’editoria), un «concorso libero tra più fonti» - che è un istituto non solo estraneo al principio di competenza , ma addirittura ad esso antitetico (in quanto il concorso libero non suppone né una «distinzione di fonti in relazione a materie», né una «differenziazione di contenuti normativi in relazione a materie») -, resta pur sempre indiscutibile che anche la sent. n. 348 del 1990, come le precedenti, deduce l’esistenza del potere di spesa da un assetto materiale di interessi che - a seconda dell’angolo visuale dal quale si consideri il problema - può, nella specie, essere «meno», ma anche «più» della stessa esplicita previsione di una competenza (in quell’occasione il valore fondante era stato individuato nel pluralismo quale «valore essenziale per la democrazia»).

Infine la sent. n. 276 del 1991. Con questa la Corte riconobbe alle Regioni il potere di impugnare una legge statale per il solo fatto che essa «sacrifichi un interesse esclusivo e specifico della comunità regionale senza che ciò, nell’an e nel quomodo, sia riconducibile in termini di strumentale necessità, all’attuazione di un preminente interesse generale dell’intera comunità nazionale, di cui possa ritenersi partecipe la stessa comunità regionale».

4. Ebbene, dall’attenta considerazione di tutte e quattro le decisioni deriva in primo luogo l’irrilevanza, ai fini del decidere, dell’affermazione della Corte secondo la quale l’intervento dello Stato, impugnato dalla Regione, consisterebbe nella mera previsione di contributi finanziari erogati con carattere di automaticità in favore di determinati soggetti. Le decisioni citate sono infatti tutte nel senso che il potere di spesa debba comunque rinvenire la sua base nella previsione di una competenza materiale ovvero nell’esistenza, nell’ambito di una competenza legislativa, di interessi suscettibili d’incidere «nella sfera degli interessi e delle attribuzioni regionali». Conseguentemente, il fatto di essere, quello di specie, un mero intervento di spesa non escludeva che la Corte dovesse porsi il problema del suo fondamento materiale.

In secondo luogo, è senz’altro sostenibile, in forza delle decisioni citate (e in particolare sulla base della sent. n. 348 del 1990), che lo sviluppo della cultura coinvolge la Repubblica in tutte le sue articolazioni «anche al di là del riparto di competenza per materia». Ciò, tuttavia, costituiva un argomento sufficiente per superare il riparto di competenze prima della l. cost. n. 3 del 2001, quando una siffatta giurisprudenza (ancorché con le anzidette perplessità) aveva lo scopo di superare eccezionalmente la tassatività delle competenze legislative regionali. Dopo le modifiche costituzionali del 2001, il rilievo della Corte, secondo il quale l’intervento statale, pur non essendo riconducibile ad una specifica materia, corrisponderebbe a finalità di interesse generale, quale lo sviluppo della cultura, è invece un argomento di per sé insufficiente ad estendere allo Stato una competenza su una materia ad esso non specificamente riservata.

Infatti, escluso che lo «sviluppo della cultura» - a cui allude la Corte - si identifichi con l’«organizzazione delle attività culturali», nei confronti della quale l’incentivazione all’acquisto di strumenti informatici costituisce l’oggetto di una materia autonoma (e al che dovrebbe comunque aggiungersi che lo «sviluppo della cultura» rientra nella competenza legislativa concorrente ex art. 117, comma 3, Cost.), i corni dell’alternativa sembrerebbero essere i seguenti:

o l’attività strumentale allo sviluppo della cultura (rectius, l’incentivazione all’acquisto dei PC) viene ricondotta al doveroso intervento statale teso a salvaguardare i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (art. 117, comma 2, lett. m), e allora la competenza legislativa sul punto - nei termini sopra indicati - spetta indiscutibilmente allo Stato;

oppure si sostiene - come fa la Corte - che l’intervento statale denominato «PC ai giovani» e «PC alle famiglie», pur non essendo «accompagnato da alcuna disciplina sostanziale riconducibile a specifiche materie», corrisponderebbe «a finalità di interesse generale», ma allora deve sottolinearsi che quest’ultima specificazione non esclude l’applicabilità alla specie dell’art. 117, comma 4, Cost.

Nella complessiva affermazione della Corte è infatti assorbente il riconoscimento che la disciplina sostanziale de quo non sia riconducibile a una specifica materia. Ciò significa, a fortiori, che, ai fini e per gli effetti dell’art. 117, comma 4, Cost., tale materia non è «espressamente riservata alla legislazione dello Stato».

(08/03/2005)


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