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Pubblicato su Europa del 24 marzo 2007 col titolo "Il Garante ha sbagliato?"

Quel che il Garante della privacy non può vietare

di Alessandro Pace 
(Professore ordinario di diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”)

Ora che le onde sollevate dal provvedimento del Garante della Privacy vanno lentamente calmandosi, è forse giunto il momento in cui si può finalmente riflettere, con calma, sulla legittimità del  divieto di diffusione di dati personali imposto a tutti i giornali il 15 marzo u.s. Chi aveva ragione? Il Garante a vietare o i giornalisti a protestare?

A prima vista si potrebbe dire: entrambi. Aveva ragione il Garante, in quanto fondava le sue ragioni sia sull’art. 4, comma 1, lett. b) del «Codice in materia di protezione dei dati personali» (che ricomprende, sotto il concetto di «dato personale»,  tutte le «informazioni» relative ad una persona fisica o giuridica), sia sull’art. 154, comma 1, lett. d) dello stesso Codice (che consente al Garante di vietare «anche d’ufficio, in tutto o in parte, il trattamento illecito o non corretto dei dati», e quindi anche le relative informazioni).

Ma avevano ragione a protestare anche i giornalisti, perché il secondo comma dell’art. 21 della nostra Costituzione afferma che «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». E se, dal lato del Garante, si potrebbe eccepire che un divieto, di per sé, non equivale né ad un’autorizzazione, né ad una censura, dal lato dei giornalisti si potrebbe di rimando osservare che, una volta ipotizzata la legittimità di divieti in materia di stampa, la conseguenza è che, in tale ipotesi, sarebbe necessario dotarsi di un’autorizzazione per derogare a quel divieto.

Ne deriva che secondo la Costituzione la stampa non può essere soggetta né ad autorizzazioni, né a censure e nemmeno a divieti (si pensi ai c.d. «silenzi stampa», per superare i quali bisognerebbe essere specificamente autorizzati).

Poiché però è a tutti noto che il Codice della privacy non può violare la Costituzione e che l’interprete, secondo la costante giurisprudenza costituzionale, «deve», nel dubbio, attribuire alla legge ordinaria un significato conforme ai precetti della Costituzione, ne segue che una conclusione ragionevole, a mio parere, potrebbe essere la seguente.

Il Garante può bensì vietare ai giornali la diffusione del nome di una persona (a meno che il «cuore» della notizia sia dato proprio dal nome di quella persona); può vietare, con riferimento ad una signora da tempo divorziata, di identificarla nelle cronache con il cognome dell’ex marito, ora risposato; e può anche vietare la diffusione di immagini fotografiche inserite in manifesti pubblicitari o di propaganda  (se pregiudizievoli per l’identità personale o per la dignità sociale della persona fotografata).

Ciò che invece, a mio parere, il Garante non può fare è vietare il trattamento di un dato personale ancorchè lo ritenga illecito. Egli potrà bensì ricordare, in un suo comunicato, gli obblighi professionali e i divieti, anche penalmente sanzionati, che i giornalisti incontrano nella loro quotidiana attività (e ciò appunto aveva fatto il Garante nel provvedimento del 26 giugno 2006, al quale il provvedimento del 15 scorso si è richiamato). Non può invece  porre in essere direttamente – e cioè in prima persona (come appunto ha fatto il 15 marzo) - dei divieti di diffusione di informazioni, ancorchè attinenti a date persone.

Spetta infatti ai giornalisti, nella loro autonomia e responsabilità - e quindi nel rispetto del «decalogo» elaborato sin dal 1984 dalla giurisprudenza della Corte di cassazione (e successivamente recepito sia nel Codice della privacy, sia in quello di autodisciplina giornalistica) -, a dover evitare, nei loro servizi, di riferirsi a fatti e a condotte che non abbiano interesse pubblico e a non riportare notizie eccedenti rispetto all’essenzialità dell’informazione (tra le quali non necessariamente rientrano quelle attinenti alla sfera sessuale, se il rilievo sociale della notizia è dato proprio da quel particolare).

Resta comunque fermo - come ha giustamente ricordato di recente l’ex Garante della privacy Stefano Rodotà - che i politici hanno «una più ridotta aspettativa di privacy» (lo stesso, di riflesso, deve dirsi per i loro consiglieri). E ciò per una semplice ragione: in uno Stato democratico il diritto dei cittadini ad essere informati si amplia con riferimento alle notizie concernenti i soggetti politici, proprio perché i cittadini possano decidere, con cognizione di causa, se votarli o meno, nella prossima competizione elettorale.

(27 marzo 2007)


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