Attività | Organizzazione | Link | Redazione web e cont@tti
Home
Associazione Italiana dei Costituzionalisti
 
Materiali

 

Home :: Materiali :: Anticipazioni

Parte di questo saggio è stata presentata in un intervento al Convegno annuale dell’Associazione italiana dei costituzionalisti (Padova 22-23 ottobre 2004) ed è in corso di pubblicazione negli Atti del Convegno.

Le nuove frontiere della tutela multilivello dei diritti

di Paola Bilancia
(Professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Milano)

1. Introduzione

La tutela dei diritti impegna più ordinamenti, quello nazionale, quello comunitario, quello internazionale, costituendo, soprattutto per questi ultimi, una sorta di baluardo della società occidentale nella difesa di un patrimonio di valori comuni.

I tre ordinamenti non solo operano su livelli diversi, sia pure con diverso grado di integrazione o, talora, di interferenza, ma, soprattutto nella tutela dei diritti dell’uomo, operano in base a differenti rationes, con differenti strumenti di tutela, dotati a loro volta di un diverso grado di effettività1.

Per l’ordinamento internazionale il XX secolo ha costituito la fase storica di impegno nella tutela dei diritti: tentando di costruire una barriera per la loro violazione da parte degli Stati e, cercando di salvaguardarne gli standards minimi, il diritto internazionale ha perforato gli ordinamenti nazionali per traghettare in essi l’etica condivisa o, meglio, quel patrimonio di valori condivisi dei quali i diritti dell’uomo costituiscono l’essenza.

Volendo fare riferimento in questa sede solo alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, si può ricordare come essa preveda una forma di tutela diretta, anche se in una forma di garanzia, della loro protezione da far valere nei confronti degli Stati che vi hanno aderito e che si realizza con modalità più o meno dotate di effettività. Si consideri come, ad esempio, ad oggi siano pendenti circa ottantamila ricorsi davanti alla Corte EDU e che al massimo vengono decisi 120 casi al mese.

Nella fattispecie, essendo la Convenzione europea dei diritti dell’uomo un accordo internazionale multilaterale di carattere regionale la cui finalità è l’armonizzazione dei parametri di tutela negli Stati che lo hanno sottoscritto, sono poi gli Stati stessi che decidono come assicurare il livello di protezione prescritto dal diritto convenzionale e che ne sono responsabili. Come è noto, l’accesso diretto alla Corte EDU per la tutela dei diritti consente ai singoli di far valere la lesione di un diritto solo dopo aver esperito i possibili ricorsi interni a livello nazionale ed è per questo rilevante la procedura interna che varia ovviamente da Paese a Paese. Così si esplica il principio di sussidiarietà rispetto ai sistemi di garanzia nazionali dei diritti dell’uomo. Se la tutela accordata dall’organo di controllo della Convenzione è uniforme, dovendo coprire con la sua giurisprudenza un livello minimo di garanzia del diritto per 46 Paesi, la Convenzione prevede all’art. 15 la possibilità per gli Stati di adottare motivando, in caso di stato d’urgenza, misure derogatorie rispetto agli obblighi previsti dalla Convenzione. Sui motivi la Corte ha affermato la competenza ad esercitare il proprio sindacato, adottando il criterio del “margine d’apprezzamento”2, che lascia, pertanto, un margine di discrezionalità agli Stati consentendo forme di limitazioni dei diritti giustificati da interessi generali fondamentali per gli ordinamenti nazionali (pericolo pubblico).

Il margine di apprezzamento varia da diritto a diritto e costituisce in fondo espressione della separazione dei poteri, o meglio tra poteri di diversi ordinamenti, ovverosia tra Corte e Stati (Parti contraenti): infatti, si pone per la Corte il problema di non invadere la decisione “politica” dello Stato3, né più né meno come per la Corte costituzionale nazionale si pone il problema della legge di cui si deve limitare, nel merito, a vagliare la ragionevolezza della scelta politica operata4.

Come è noto, lo Stato è il convenuto in giudizio per atti, comportamenti od omissioni che costituiscono espressione dei suoi poteri: quindi, per atti amministrativi, decisioni giurisdizionali, ma anche atti legislativi e comportamenti omissivi ed è la concreta applicazione (o mancata applicazione) di misure a tutela di un diritto l’oggetto della giurisprudenza della Corte EDU. Si giustifica, perciò, l’intervento sussidiario della Corte europea realizzabile solo dopo l’esperimento di tutti i possibili rimedi previsti dagli ordinamenti nazionali atti a porre rimedio alla lesione del diritto in causa. Il giudice europeo partendo dal caso non opera un confronto tra norme (della Convenzione europea e nazionali) ma alla luce della tutela promossa dalla Convenzione ad un determinato diritto, vaglia se un atto od un comportamento espresso da un potere statale abbia leso quel diritto. Non solo, ma la Corte EDU arricchisce con le sue decisioni il patrimonio di tutela, dal momento che la sua giurisprudenza costituisce una fonte inesauribile del diritto a garanzia dei diritti.5

Un giudice, quindi, che non opera in applicazione di statutes o leggi, ma valuta la lesione di un diritto, così come enunciato dalla Convenzione, e che opera sulla base dei valori, tra loro coerenti, cui è preordinato il testo della Convenzione.

La Corte EDU ha adottato nello svolgimento della sua giurisprudenza le tecniche proprie delle Corti costituzionali nazionali. quali il bilanciamento6 tra diritti e tra diritto e valori o interessi generali della comunità (con l’eccezione del margine di apprezzamento, già citato), la considerazione della portata del nucleo essenziale del diritto in causa (però, diversamente dalla Corte costituzionale italiana, rispetto al caso concreto). Del resto, va considerato che la Corte EDU giudica, per lo più, sul ricorso del singolo in relazione ad un atto o comportamento pregiudizievole di un diritto, su di una violazione di un diritto in un caso concreto di cui valuta le circostanze. Per far progredire la sua giurisprudenza, nel senso di ampliare la tutela dei diritti, ha utilizzato su vasta scala il principio di proporzionalità e, soprattutto, ha adottato formule interpretative ricche di discrezionalità7. A parte la differente impostazione talora evidente tra le quattro Sezioni della Corte (da marzo 2006, cinque Sezioni) e la Grande Camera, che renderebbe difficile talvolta trovare un indirizzo uniforme, la vincolatività della giurisprudenza implicherebbe il suo ingresso nell’ordinamento nei cui confronti si rivolge. Il concetto di “consequences as implication8 proprio della vincolatività del precedente, comporta, infatti, la penetrazione nell’ordinamento di una nuova regola di diritto, la sua “universalizzazione” con la finalità di regolare in futuro la fattispecie: una regola interpretativa che entrerebbe nel sistema vincolando come precedente giudici nazionali e comunitari, (questi ultimi, maggiormente, una volta che si realizzi l’adesione dell’Unione alla CEDU) allorché debbano risolvere gli stessi casi.

Organo di un ordinamento internazionale, privo, come altri organi giurisdizionali di altri ordinamenti di qualsiasi forma di investitura popolare, non applica diritto scritto originato da una sovranità popolare, ma, applicando le disposizioni della Convenzione, crea diritto che vincola gli ordinamenti nazionali a adeguarvisi. Potrebbe sorgere il dubbio che gli interessi generali o la limitazione dei diritti valutati alla stregua di un ordinamento internazionale9 possano divergere da quelli che trovano fondamento nelle Costituzioni nazionali, come espressioni della società civile sottostante e nella loro attuazione fatta valere dai legislatori nazionali10 e dalle Corti costituzionali. Ma un attento studio della giurisprudenza della Corte EDU ci fa notare come la Corte europea, nonostante la sua “lontananza” pare, almeno fino ad ora, avere mostrato una certa sensibilità anche nei confronti del “contesto interno” nel quale la sua decisione finisce poi per ricadere11, dovendo lo Stato adeguarsi alla decisione.

In un’ottica “multilivello” sembra significativo ricordare come la Corte di Strasburgo riesca ad intervenire sulla tutela di un diritto tutelato nel contempo dagli ordinamenti europeo, comunitario e nazionale, operando una lettura della norma convenzionale alla luce del diritto nazionale e di quello comunitario12: è accaduto quando il giudice convenzionale è intervenuto sul diritto di circolazione e soggiorno con una pronuncia interpretativa che ha “coinvolto” lo studio della normativa comunitaria e di quella francese, attraverso un’interpretazione “integrata” delle discipline relative a questo diritto.

2. La Corte di Cassazione e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo

Ciò premesso, i primi tutori dei diritti sono i giudici nazionali sui quali grava il compito di garantire il rispetto dei diritti applicando le leggi nazionali ma, avendo sempre presente sullo sfondo l’esistenza della Convenzione europea. Si pone, quindi, per il giudice nazionale, il problema dell’applicazione del diritto della Convenzione, inteso non solo nel senso di attenzione alle sue disposizioni, veicolate nell’ordinamento italiano in base alla legge di ratifica che ne assicura la piena esecuzione, ma anche al diritto derivato dalla funzione di lawmaker della Corte di Strasburgo.

La Corte di Cassazione, dopo una prima posizione di chiusura totale all’applicazione delle norme CEDU “che sarebbero valse solo nei confronti delle Alte Parti contraenti”, mutava orientamento nel 198913 riconoscendo l’applicabilità delle norme della Convenzione, distinguendo, per altro, in generale, tra le norme pattizie quelle immediatamente precettive da quelle che necessitano di una specifica attività normativa dello Stato14. Se sembrava possibile l’applicazione di sole disposizioni a contenuto precettivo della Convenzione, in generale si doveva escludere invece la loro applicabilità diretta -anche sotto forma di non applicazione delle disposizioni legislative interne da parte del giudice nazionale- perché, si affermava, tocca allo Stato (rectius: al legislatore) l’adeguamento di norme nazionali al diritto della Convenzione.15 La non applicazione della legislazione nazionale in contrasto con queste è avvenuta, in realtà, solo in casi isolati16 da parte del giudice di merito.

Le norme della Convenzione europea del 1950 sono state, poi, qualificate dalla Corte costituzionale nel 199317 -in una sentenza rimasta isolata- quale norme derivanti da una fonte atipica e, come tali, insuscettibili di abrogazione o modifica da parte di disposizioni di legge ordinaria. A ridosso di questa sentenza la Cassazione, nel ribadire la capacità delle disposizioni della Convenzione di resistere a disposizioni legislative successive, le annoverava tra i principi generali dell’ordinamento in ragione del loro inserimento nell’ordinamento italiano18. Ma non sono mancate sentenze che hanno riconosciuto immediatamente precettive alcune norme convenzionali quali quella contenuta all’art. 6 sulla pubblicità delle udienze19, sul diritto all’imparzialità del giudice nell’amministrazione della giustizia20. La Cassazione ha, poi, espressamente riconosciuto la “natura sovraordinata” delle norme della Convenzione, sancendo l’obbligo per il giudice di “disapplicare” la norma interna in contrasto con la norma convenzionale “dotata di immediata precettività nel caso concreto”21.

Ma è significativo rilevare il successivo sviluppo dell’orientamento del giudice di legittimità nei confronti della “giurisprudenza” della Corte europea. Infatti, la Cassazione, fino al 2004, ha sempre rifiutato la diretta vincolatività del diritto vivente nella materia regolata dalla Convenzione, pur riconoscendo la funzione di orientamento ed indirizzo che le decisioni di Strasburgo svolgono nei confronti della giurisprudenza interna22. Di queste, anzi, -ha affermato la Cassazione- i giudici nazionali devono darsi carico esponendo i motivi in base ai quali pervengono ad un risultato ermeneutico diverso23.

Nel gennaio 2004, per altro, la Cassazione, con quattro sentenze24, ha riconosciuto la diretta applicabilità della giurisprudenza EDU in tema di risarcimento del danno -a carico dello Stato italiano- per la durata non ragionevole dei processi, componendo così una sorta di conflitto che si era venuto a creare con la Corte europea. Questa, infatti, in una precedente decisione di ammissibilità relativa al caso Scordino25 aveva affermato che la legge italiana (conosciuta come legge Pinto)26 adottata per la riparazione del danno creato da un’irragionevole durata del processo, doveva essere applicata anche alla luce della giurisprudenza di Strasburgo e che tale giurisprudenza costituiva, in realtà, parte integrante della Convenzione. A ben vedere, la Corte europea in relazione alla incompletezza della tutela accordata per la riparazione del danno dalle Corti d’appello in applicazione della stessa legge italiana, aveva asserito che “deriva dal principio di sussidiarietà che le giurisdizioni nazionali devono, per quanto possibile, interpretare ed applicare il diritto nazionale conformemente alla Convenzione”27.

In realtà, però, non è ben chiaro se la Corte di Cassazione abbia sancito la vincolatività del precedente, oppure, diversamente, di un’applicazione “dovuta” in base al rinvio operato dalla legge Pinto all’art. 6 della Convenzione28, che, di per sé, per altro, non implica l’automatismo dell’applicazione della giurisprudenza relativa. Infatti, nella motivazione delle sentenze della Cassazione successive all’intervento “bacchettatorio” della Corte europea si parla di interpretazione della legge (italiana) in modo conforme alla CEDU e solo “nei limiti in cui detta interpretazione conforme sia resa possibile dal testo della legge n. 89”29.

In quest’incerto quadro interpretativo, anche se con diversi risultati, la Cassazione di recente30, ha riaffermato “il valore conformativo, in termini di diritto vivente che riveste la giurisprudenza della Corte di Strasburgo relativamente alla definizione ed alla delimitazione della portata applicativa della fattispecie disciplinata dalla norma europea (art. 6.1) alla cui violazione il nostro legislatore ha inteso porre rimedio con il meccanismo riparatorio” (della legge Pinto) ed ha richiamato espressamente numerose decisioni della Corte EDU (che escludono dalla sfera di applicazione della Convenzione le controversie relative ad obbligazioni che risultano da una legislazione fiscale) per negarne l’applicazione al processo tributario. Ha rigettato, inoltre, la questione di costituzionalità della legge in relazione all’art. 111 della Costituzione sollevata dal Pg in udienza: solo il legislatore –si afferma nella decisione- può ampliare l’ambito di applicazione della norma.

Il problema è per altro, capire se l’interpretazione conforme alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo è dovuto solo al richiamo espresso, effettuato dal legislatore nazionale alla normativa della Convenzione, che la Cassazione avrebbe quindi interpretato come rinvio mobile, o, se invece, la sua applicazione debba essere dilatata alla normativa nazionale relativa ai diritti tutelati dalle norme della Convenzione. Il problema non è da poco se si considera che la forma mentis del giudice nazionale è impostata sulle norme veicolate dalle leggi, meno abituata a valutare, come i giudici degli ordinamenti di Common Law, il diritto vivente.

Sempre in violazione delle regole del giusto processo appare, per altro, significativa la posizione assunta dalla Cassazione penale31 con l’annullamento di un’ordinanza impugnata ed un rinvio alla Corte d’assise d’appello di Milano di fronte ad una decisione della Corte di Strasburgo che ha ritenuto che la carcerazione del condannato conseguente a giudicato si stesse eseguendo in violazione dell’art. 5, 2 c, lett. a) della Convenzione. La Corte EDU, infatti, ha accertato la violazione dell’art.6 CEDU nello svolgimento del processo in contumacia (in quanto l’imputato era già detenuto in carcere all’estero per altri reati) ed ha affermato che il processo fosse, per questo, da ritenere non equo. Si tratta, quindi, secondo la Cassazione, di valutare se sussiste nell’ordinamento interno la possibilità dell’applicazione della decisione di Strasburgo -precludendo l’esecuzione di una sentenza di condanna già passata in giudicato, esecuzione di un processo ritenuto, però non equo-, nella consapevolezza che non esiste una norma interna che consenta la sospensione dell’esecuzione e l’apertura di un nuovo processo. La Suprema Corte ha, pertanto, rinviato al giudice di merito la problematicità dell’applicazione diretta di una decisione della Corte EDU di fronte ad una sentenza passata in giudicato.

Ancor, più di recentela Cassazione32 ha rinviato al giudice di merito perchè si conformi all’orientamento espresso dal giudice di Strasburgo, rivedendo l’interpretazione prevalente sulla riparazione del danno per irragionevole durata del processo a proposito dei ricorsi alla giustizia amministrativa, a prescindere dalla necessità della presentazione di istanza di prelievo del ricorso dal ruolo33

3. Corte costituzionale italiana ed il diritto CEDU.

La scelta operata dalla Corte costituzionale di tirarsi fuori dal giudizio di rispetto della Convenzione, considerando il suo accesso nell’ordinamento italiano con norma di legge e sottolineando così il carattere dualistico degli ordinamenti34, ha radici storiche e fino al 2001, ampiamente fondate nel dettato costituzionale.

Come ricorda Bartole35, la firma del Trattato di pace alla fine della II guerra mondiale che all’art.15 imponeva al Paese il rispetto dei diritti dell’uomo, venne accolto quasi come un condizionamento della sovranità. Ratificato il Trattato direttamente dalla Assemblea Costituente, questa, quando arrivò a deliberare l’articolo 11 della Costituzione, che avrebbe costituito il sistema di diritto interno di recepimento del diritto internazionale dei diritti, trincerò la sovranità statale riconoscendo il carattere dualistico degli ordinamenti.

La Corte costituzionale, però, sembra prestare sempre più attenzione alla giurisprudenza della Corte europea, richiamandola in funzione ancillare o strumentale o “complementare”36 in alcune sentenze, in quanto, rimanendo salda nella convinzione che la Convenzione abbia, nel nostro sistema, forza di legge ordinaria, ritiene che al più il richiamo al diritto europeo possa essere di aiuto nell’interpretazione delle norme costituzionali sui diritti. Del resto, come giudice delle leggi, a difesa della Costituzione, non potrebbe che operare diversamente.

Inoltre, l’attenzione a fini interpretativi “complementari” o, al limite, il richiamo ad adiuvandum anche al diritto giurisprudenziale europeo, non vuol dire operare in via d’interpretazione conforme37.

Unica perplessità può derivare dall’introduzione degli obblighi internazionali nel nuovo art. 117 della Costituzione come limite ai legislatori. Ma il recupero per questo percorso della legislazione confliggente, se da una parte amplierebbe il ruolo del giudice costituzionale, dall’altra potrebbe esporlo ad un situazione di conflittualità con la Corte EDU, conflittualità che già in altri Paesi aderenti alla Convenzione si è verificata38. Di fatto, però, pur non avendo la Corte europea la capacità di annullare, ma solo di dichiarare la contrarietà dell’atto (che potrebbe anche essere una sentenza della Corte costituzionale) alla Convenzione, una tal decisione potrebbe produrre un effetto di delegittimazione notevole39 (anche nei confronti della stessa Corte Costituzionale).

4. La Corte di Giustizia di fronte al diritto della Convenzione europea

Anche la Corte di Lussemburgo utilizza la giurisprudenza della Corte europea per le sue sentenze, tanto da far pensare, ad un esame superficiale, ad un suo appiattimento al diritto vivente della CEDU.

La Corte di Giustizia ha progressivamente allargato la sua competenza40, originariamente vincolata solo alle libertà previste dal Trattato di Roma, e, con un effetto di trascinamento, partendo da casi relativi a normativa comunitaria, si è eretta a giudice di alcuni diritti, estrapolandone la tutela dalle tradizioni costituzionali comuni dei Paesi membri o dalla tutela dei diritti della Convenzione europea41, ed ha fatto sempre più riferimento alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo.

Ma, va considerato che non sempre la Corte di Giustizia nel richiamare la giurisprudenza della Corte europea ha seguito poi il suo orientamento. E’ accaduto, infatti, che pur dando ampio spazio alle decisioni di Strasburgo, abbia, talvolta, concluso per l’inapplicabilità di tale giurisprudenza al caso di specie42 .

Ciò premesso, non si può, quindi, pensare ad una sostanziale omogeneizzazione delle due differenti forme di tutela che continuano a corrispondere a due rationes differenti, ed anzi, va evidenziato l’ampio margine di “creatività” del giudice comunitario usato, spesso, anche solo nel selezionare le norme della Convenzione e tradurli in principi generali dell’ordinamento comunitario, né più né meno di quanto, del resto, fa con altri strumenti del diritto internazionale, quale, ad esempio, la Carta sociale europea.

L’incorporazione della Carta dei diritti nel Trattato costituzionale europeo, che tra l’altro legittima l’Unione a aderire alla Convenzione europea, potrebbe forse portare ad una maggiore “concordanza” delle due Corti, soprattutto se si considera che le disposizioni relative a molti diritti in essa contenuti corrispondono alle disposizioni della Convenzione43, e, per quanto non si sia voluto fare riferimento al diritto CEDU (comprensivo anche della giurisprudenza creativa della Corte europea ed alla sua evoluzione) ma solo alla Convenzione, si ritiene che la Corte di Giustizia si possa comportare come i giudici nazionali, secondo interpretazioni conformi del diritto europeo al diritto CEDU, pur potendo discostarsene se l’ordinamento europeo lo esige44. Si noti come nelle “Spiegazioni” fornite dal Praesidium della Convenzione a titolo interpretativo si legge che, laddove vi è corrispondenza delle disposizioni sui diritti tra le due “Carte”, il significato e la portata (dei diritti) comprese le limitazioni annesse, sono identici a quelli della Convenzione. “Ne consegue che il legislatore, nel fissare le suddette limitazioni, deve consentire gli standard stabiliti dal regime particolareggiato delle limitazioni previste dalla CEDU (..)senza che ciò pregiudichi l’autonomia del diritto dell’Unione e della Corte di Giustizia europea. (…) Il significato e la portata dei diritti garantiti sono determinati non solo dal testo della Convenzione (e Protocolli addizionali) ma anche dalla giurisprudenza della Corte europea e della Corte di Giustizia45”.

La giurisprudenza della Corte EDU potrebbe continuare ad avere, quindi, valore di orientamento per la Corte di Giustizia.

In realtà, non si può pensare a forme di omogeneizzazione nella tutela, né tanto meno si può instaurare un rapporto di supremazia tra Corti; si può solo incrementare una reciproca influenza delle giurisprudenze46, influenza che non può e non deve essere formalizzata; i rapporti tra Corti non devono essere “formali”.

5. La tutela dei diritti dopo l’incorporazione della Carta nel Trattato costituzionale europeo

Diversa è la situazione per quanto riguarda i rinvii pregiudiziali tra giudici dei Paesi Membri e Corte di Giustizia47laddove il giudice nazionale deve seguire l’interpretazione richiesta: del resto la Corte costituzionale italiana ha già da tempo sostenuto che le sentenze interpretative della Corte di Lussemburgo, e, per di più quelle rese in sede di giudizio di condanna di uno Stato membro per inadempimento, costituiscono fonti del diritto della Comunità48.

Ancora maggiore visibilità assumerà il fenomeno, se il Trattato costituzionale europeo verrà ratificato dai Paesi membri, nonostante la presenza delle clausole orizzontali nella Carta, ovvero la sussidiarietà, l’armonia con le tradizioni costituzionali, l’ancoraggio alla CEDU49. I diritti costituiranno il limite alle azioni di organi e istituzioni europee e degli Stati nella costruzione e nell’attuazione del diritto europeo, ma la tutela “multilivello” dei diritti assumerà una configurazione più complessa perché la Corte di Giustizia amplierà la sua competenza quando, nella sua funzione interpretativa, o nel controllo di legalità degli atti sottoposti al suo vaglio, avrà come parametro anche le disposizioni della Carta. Potrà rafforzare il suo controllo giuridico su organi e istituzioni dell’Unione, potendo, al limite, incrinare anche l’equilibrio tra processo politico e giurisdizione, ma avrà anche la possibilità di dare impulso ad una nuova raffigurazione dell’Europa, non più o non solo economia sociale di mercato ma ordinamento fondato anche su una maggiore attenzione alla persona50, proprio perché ancorato alla tutela dei diritti fondamentali. Del resto i diritti si configurano non solo come limiti al potere (nella Carta) ma anche come obiettivi dell’Unione (già dall’art. 6 del TUE). Inoltre, la Corte potrà far valere la sua giurisprudenza anche nei confronti dei giudici nazionali, imponendo loro non solo di non applicare leggi in contrasto con normativa europea che attuino i principi della Carta, ma anche di seguire la sua giurisprudenza interpretativa del rispetto dei diritti51.

In questo quadro va, poi, considerata la possibilità delle persone fisiche o giuridiche di ricorrere alla Corte di giustizia contro atti adottati nei loro confronti o che li riguardano direttamente e individualmente52, e contro atti regolamentari che li riguardano direttamente e “che non comportano alcuna misura di esecuzione”, modifica questa introdotta dal Trattato costituzionale (art 277). In realtà, fino ad ora la Corte ha interpretato restrittivamente53 la formula “direttamente ed individualmente” già presente nel TUE: se la modifica introdotta non consente un ricorso sulle violazioni dei diritti modello Amparo o Verfassungsbeschwerde54, non v’è dubbio che con essa si viene ad ampliare la possibilità di portare al vaglio della giustizia comunitaria atti lesivi di diritti. Considerando che le decisioni della Corte sono titolo esecutivo, si verrebbe, così, a profilare un ricorso più agevole (anche se limitato ad atti dell’Unione o di sua derivazione) per la tutela dei diritti.

Ci si domanda, invece, se la teoria dei controlimiti delle Corti costituzionali italiana e tedesca potrà ancora essere fatta valere. I diritti fondamentali sono parte del nocciolo duro del costituzionalismo nazionale, anche perché, è stato osservato, delineano norme di competenza (negativa): “ogni decisione sui diritti fondamentali è una decisione sulle competenze del titolare della sovranità, una decisione sul punto dove si estende la sua sovranità”55 e per questo la giurisprudenza del Bundesverfassungsgericht tiene aperto il rapporto tra Grundgesetz e diritto comunitario, sul presupposto che il potere della Comunità è potere derivato, fondato solo su leggi di autorizzazione dei Trattati.

In fondo, il livello di tutela dei diritti (più elevato degli standard minimi garantiti dalla CEDU) che l’incorporazione della Carta nel Trattato costituzionale consente, viene correlato anche “all’armonia con le tradizioni costituzionali comuni”; certamente, anche a leggere la giurisprudenza della Corte di Giustizia che ha portato alla scrittura di questa formula56, “armonia” non si identifica con un minimo denominatore comune tra tutele costituzionali dei diritti, che sarebbe impossibile da perseguire. Ma nella Carta si specifica anche che per la portata e l’interpretazione dei diritti e dei principi si deve tenere conto, laddove ci sia esplicito riferimento nei singoli articoli, delle legislazioni e prassi nazionali. Viene, inoltre, prevista la salvaguardia del livello di protezione attualmente offerto anche dal diritto degli Stati, laddove è previsto che nessuna disposizione della Carta deve essere interpretata come limitativa o lesiva dei diritti riconosciuti dalle costituzioni degli Stati. Da tutto ciò si potrebbe argomentare che i margini per la difesa della cultura nazionale dei diritti, la loro tutela costituzionale e la correlativa validità dei controlimiti potrà sempre valere: bisognerà vedere, però, se la giurisprudenza pretoria della Corte di Giustizia riuscirà a contenersi e la Corte costituzionale riuscirà a difendere il patrimonio nazionale dei diritti che si incardinano sul complessivo impianto costituzionale, magari recuperando anche i ricorsi del giudice a quo del sindacato su norme di attuazione degli obblighi comunitari concernenti diritti tutelati anche dalla Costituzione, ex art. 117, I c..

6. Nuovi percorsi di integrazione nella tutela dei diritti

Non va poi tralasciata, infine, un’altra significativa forma di tutela dei diritti che si potrebbe definire “orizzontale” e che deriva dall’ampliarsi della comunitarizzazione del diritto internazionale privato.

Il mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie in materia civile, al quale si accompagna il ravvicinamento delle normative nazionali, rientra nell’ambito delle cooperazioni giudiziarie che, con il Trattato di Amsterdam, è uscito dal III pilastro per confluire in quello comunitario.

.La disciplina della materia è passata, quindi da una sua regolazione tramite Convenzioni, soggette a ratifica dai singoli Parlamenti nazionali, alla sua inclusione negli strumenti tipici del diritto comunitario, direttive ma, soprattutto, regolamenti del Consiglio. Così diversi regolamenti comunitari, particolarmente significativi nell’ambito del diritto civile hanno portato ad una dilatazione del diritto delle convenzioni già stipulate.

Nel 2000, ad esempio, un regolamento comunitario disciplinava il fallimento transnazionale, imponendo il mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie a tutela dei diritti dei creditori del fallito.

Ma, più significativamente, sono intervenuti due regolamenti comunitari anche nell’ambito del diritto di famiglia57. La circolazione interordinamentale della tutela delle situazioni giuridiche soggettive nel diritto di famiglia si realizza, pertanto, attraverso la cooperazione giudiziaria e si configura come una tutela “equivalente”, trasnazionale perché riconosciuta e garantita su tutto il territorio europeo. Gli status di coniuge, di divorziato di genitore e relativi diritti (e doveri), la protezione, la tutela l’affidamento del minore garantiti da decisioni giudiziarie di uno Stato membro saranno fatte valere in qualsiasi altro Stato dell’Unione. In altri termini, le decisioni pronunciate in uno Stato membro sono riconosciute negli altri Stati membri senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento.

Il reciproco riconoscimento è principio estrapolato, in origine, dalla Corte di giustizia in riferimento al reciproco riconoscimento delle legislazioni, per consentire la libera circolazione di beni prodotti secondo la legislazione di uno Stato membro58 negli altri Stati. Questo principio che viene, ora, applicato al fine di sviluppare la libera circolazione delle persone nell’Unione europea, anche alle decisioni giudiziarie in materia civile, si basa sulla fiducia reciproca degli ordinamenti giudiziari, della qualità del diritto sostanziale e processuale degli Stati (la full faith and credit clause della Costituzione degli Stati Uniti), e supera, pertanto, le diverse modalità di tutela e di garanzia dei diritti negli ordinamenti statali59.

Va notato, poi, che nell’introdurre il mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie non si è, fino ad ora, adottato lo strumento che normalmente è parallelo alla sua adozione, ovvero l’armonizzazione di una soglia minima di legislazione sostanziale e processuale in materia.

7. Qualche riflessione conclusiva

In conclusione si può affermare che il fenomeno di “osmosi”60 che caratterizza la tutela multilivello dei diritti, per certi versi attualmente appare come sintomo di una delegittimazione dei sistemi politici costituzionali statali, visto che fino ad ora il limite dei diritti è stato affidato al soggetto titolare della sovranità. D’altra parte, però, la tutela multilivello non esclude che ciascun sistema nazionale sia caratterizzato da una migliore tutela di quei diritti fondamentali che costituiscono il suo patrimonio costituzionale.

La garanzia della maggior parte dei diritti fondamentali, quali, ad esempio, la libertà personale, è sorta a livello nazionale, fa parte della tradizione culturale ed etica di una società nazionale, ed è trasmigrata a livello europeo perché se ne imponga la tutela ad altri Paesi; per altri diritti, quali i diritti dei consumatori o il diritto alla protezione dei dati personali, la tutela è sorta a livello europeo (comunitario) ed è stata tradotta a livello nazionale. Altri diritti ancora quale il diritto ad una durata ragionevole del processo, vengono fatti valere prima a livello europeo per poi essere fatti rientrare nella tutela di livello statale. Per altri diritti. si riconosce la tutela accordata dal sistema giudiziario di uno Stato in tutto il territorio dell’Unione. Da questa crescente trasmigrazione di garanzie non si potrà certamente arrivare ad una tutela paneuropea uniforme dei diritti, ma, forse, ad una più completa tutela a livello nazionale dei diritti (di propria tradizione o di “importazione”) purché, però, tale tutela sia poi dotata di effettività.

In questa costante interazione si può ipotizzare una sussidiarietà tra i diversi sistemi, l’uno potendo soccorrere in caso di fallimento dell’altro. Ma non possiamo nascondere la possibilità che insorgano fasi di conflittualità tra sistemi in relazione alle limitazioni dei diritti: ci si può chiedere, ad esempio, che cosa succederebbe se la Corte di Giustizia non tollerasse alcune limitazioni a diritti riconosciute legittime dalla Corte costituzionale e imponesse le sue decisioni in funzione della preminenza della legalità europea.

(16 maggio 2006)

Note

1 Sull’autonomia e l’autosufficienza di ciascun sistema di tutela dei diritti si veda F. SORRENTINO, La tutela multilivello dei diritti, in Rivista Italiana di Diritto Pubblico Comunitario, Milano, 2005,1, p.79 ss.

2 Cfr. sull’art. 15 C.E.D.U. in generale, G. Cataldi, in S. Bartole – B. Conforti – G. Raimondi, Commentario alla Convenzione europea per la tutela dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, Padova, Cedam, 2001, p. 425.

3 G. RESS, Separations of powers and the function of Judiciary, in I diritti umani cit., p.103 L’A. afferma che “for the European Court of Human Rights the problem lies in respecting the genuine sphere of decision of the State”

4 La giurisprudenza consolidata della Corte afferma che “discriminazione” significa trattare differentemente, senza un’obiettiva e ragionevole giustificazione, persone che si trovano in condizioni rilevantemente simili. Gli Stati membri godono di un certo margine di apprezzamento nello stabilire in quali casi e con quale ampiezza le differenze in altrimenti simili situazioni giustificano differenze nel trattamento, ma la decisione finale in merito all’osservanza dei requisiti della Convenzione spetta alla Corte»..Cfr. CEDU, Willis v. the United Kingdom, no. 36042/97, § 48, ECHR 2002-IV; Gaygusuz v. Austria, 16 Settembre 1996, Reports of Judgments and Decisions 1996-IV, § 42.

5 Per una linea giurisprudenziale che investe problemi giuridici complessi anche a livello nazionale si veda CEDU, 10 novembre 2005, Leyla Shin v. Turkey.

La Corte stabilisce che il divieto di indossare il velo islamico in vigore nell’Università di Instanbul non costituisce violazione dell’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il divieto previsto dalla circolare dell’Università, pur costituendo un’ingerenza nella libertà di religione della ricorrente, costituisce, infatti, una misura necessaria in una società democratica perché persegue legittimi obiettivi quali la protezione dei diritti e delle libertà degli altri, la protezione dell’ordine pubblico, la difesa della laicità delle istituzioni scolastiche e, infine, la protezione del principio di eguaglianza tra i sessi.

Dissenziente il giudice Tulkens, secondo il quale il divieto turco di indossare il velo islamico nell'Università non costituisce una misura proporzionata al perseguimento dei suddetti obiettivi, costituendo al contrario una violazione sia della libertà di religione sia del diritto all'istruzione. La pronuncia blocca un’evoluzione in senso multi-livello della tutela dei diritti su una questione “calda”.

6Un esempio recente di bilanciamento si trova nella Sentenza Paturel c. France del 22 dicembre 2005 tra libertà di espressione e protezione della reputazione e dei diritti altrui (interpretazione art. 10 della Convenzione). Sul bilanciamento degli interessi fra legislazione nazionale e CEDU, Dec. Evans v. UK. L’Embryology Act britannico (1990) non eccede il margine di apprezzamento riconosciuto agli Stati Membri dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo né contrasta con il giusto bilanciamento di interessi richiesto dall’art. 8 CEDU. La previsione di una rigida e neutra regola consensuale, in base alla quale ciascuna delle parti può revocare il consenso fino al momento del trasferimento in utero degli embrioni crioconservati – con conseguente distruzione degli embrioni stessi – non viola il diritto al rispetto della vita privata della parte che ne domanda invece l’impianto.

Esempi recenti di “bilanciamento” della Corte costituzionale per esempio, fra diritto alla difesa, e valore della tutela giurisdizionale; o fra diritto alla riservatezza e interesse allo sviluppo urbanistico di un'area si possono trovare in recenti sentenze quali Corte cost. sent. N. 30/2004, in G.U. 28.1.2004, sent. n. 342/2002, in G.U. 17.2.2002, n. 407/1993, in G.U. 1.12.1993, sent. n. 196/2004, in G.U. 7.7.2004, sent. n. 444/2002, in G.U. 20.11.2002, sent. n. 344/1999, in G.U. 27.10.1999, sent. n. 309/1999, in G.U. 21.7.1999, sent. n. 427/1995, in G.U. 20.9.1995, sent. n. 298/2003, in G.U. 1.10.2003., sent. n. 457/1998.

7 A. MOWBRAY, The creativity of the European Court of Human Rights, in Human Rights Law Review, 2005,vol.5, n.1, Oxford University Press, p.57 ss.,

8 NEIL MAC MCCORMICK, On Legal Decision and their consequences: From Dewey to Dworkin, New York University Law Review, 1983, p 243

9 Più in generale, le riflessioni sulla condizione del “decisore” nei sistemi multilivello in cui si incontrano sistemi giuridici appartenenti a famiglie giuridiche diverse, e sul suo condizionamento legato alla specificità degli interessi in gioco e al bilanciamento dei valori di volta in volta in discussione, come problema che rende ancora più complesso il ruolo dei giudici, sono sviluppatela da F. Pizzetti, in La tutela dei diritti nei livelli su statuali, in La tutela multilivello dei diritti, cit, p.199 e ss.

10 Ricorda S. BARTOLE in, Rilettura dell’articolo10. 2 della Costituzione spagnola nella prospettiva dell’esperienza costituzionale italiana, in The Spanish Constitution in the European Constitutional context- ed. F.F. SEGADO, Madrid, 2003, p. 1539 come diritti e libertà non sono solo momenti di tutela di sfere personali sottratte all’interferenza dei poteri costituiti, ma sono anche altrettante garanzie della partecipazione popolare all’esercizio del potere in adempimento delle rispettive clausole costituzionali che sanciscono l’appartenenza della sovranità al popolo.

11 A. Pertici, La Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo, in Atti del Convegno La Corte Costituzionale e le Corti d’Europa.

Del resto anche V. ZAGREBELSKY, in I giudici nazionali, la Convenzione e la Corte europea dei diritti umani, in La tutela multilivello dei diritti, cit. p.101, ha affermato che “il sistema europeo di tutela dei diritti non vive isolato e chiuso, ma è fortemente legato all’operare e dei diversi sistemi nazionali”

12 CEDU, 17 gennaio 2006. Il caso riguarda una cittadina spagnola che risiede in Francia, prima con lo status di rifugiata politica e poi sulla base di vari titoli di soggiorno rilasciati dalle Autorità francesi.

La cittadina ricorre contro le Autorità amministrative francesi, prima davanti ai Giudici francesi, e poi davanti alla CEDU, lamentando che il lunghissimo tempo protrattosi per ottenere un permesso di lungo soggiorno, in luogo di permessi di natura temporanea, non è giustificato sia sulla base del diritto euro-convenzionale, sia sulla base del diritto euro-comunitario (essendovi, a partire dal Trattato di Maastricht una cittadinanza europea che dà diritto alla libera circolazione e soggiorno dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro), e sia, a ben vedere, sulla base dello stesso diritto francese, non potendosi giustificare il rifiuto per motivi di ordine pubblico, e costituisce perciò un’illegittima interferenza nella vita privata e familiare del cittadino, da parte del pubblico potere. La Corte EDU, interpreta non soltanto la CEDU, ma anche – significativamente – il Trattato comunitario e le direttive che regolano la circolazione e il soggiorno di cittadini europei negli Stati della Comunità e pure la legislazione francese, operando così un’interpretazione integrata e multi-livello di diverse fonti normative, di vario tipo e a vari livelli, tutte incidenti sul diritto di libertà di circolazione e soggiorno.

Il Giudice di Strasburgo ha, poi, affermato che il caso in esame si differenzia dalle sue precedenti pronunce, per il fatto che qui la violazione dell’articolo 8 è derivata dalla situazione di precarietà ed incertezza subita dalla richiedente: il mancato rilascio, nelle circostanze del caso, di un titolo di soggiorno per un così lungo lasso di tempo ha costituito incontestabilmente un’ingerenza nella sua vita privata e familiare, la quale ingerenza non era, peraltro, nemmeno giustificabile alla luce dell’articolo 8§ 2. In definitiva, dopo aver analizzato la normativa nazionale, la normativa e la giurisprudenza comunitarie applicabili al caso di specie, la Corte ha concluso che, non essendo giustificabile per legge il decorso di più di quattordici anni per il rilascio, da parte delle autorità francesi, di un titolo di soggiorno alla richiedente, c’è stata una violazione dell’articolo 8 della Convenzione. Cruciale, nella risoluzione del caso, è stato perciò il ricorso al diritto comunitario, che costituisce anche l’aspetto più particolare della pronuncia, dove si legge che l’articolo 8 CEDU dev’essere interpretato alla luce del diritto comunitario ed in particolare degli obblighi imposti agli Stati membri quanto ai diritti di ingresso e soggiorno dei cittadini comunitari.

13 Cass. Sez. Un. Pen. Polo Castro n.1101 del 1989, che aveva sancito la diretta applicabilità nel nostro ordinamento delle norme della Convenzione europea. con cui la Corte affermava l’applicabilità diretta dell’art. 5 §4 della Conv. nel diritto italiano, specificando però che ciò, in generale, era possibile alla condizione che la disposizione invocata corrispondesse ad un atto normativo interno idoneo a creare obbligazioni e diritti.

14 Per un’attenta disamina della giurisprudenza della Corte di Cassazione si v. L MONTANARI, Giudici comuni e Corti sopranazionali: rapporti fra sistemi, in Atti del convegno su la Corte Costituzionale e le Corti in Europa, cit., testo provvisorio, p.11 e ss. In particolare su norme di principio della Convenzione, da implementare per opera del legislatore nazionale, per le quali non è possibile, quindi, diretta applicazione si veda Cass. Sez. VI Pen 8 gennaio 2003, n.3429

15.. Si v. ad esempio le sentenze nn.. 10693 del 27 luglio 1989, n. 2823 del 20 maggio 1991, n. 2549 del 28 maggio 1996, n. 2550 del 31 maggio 1997, n. 1439 del 21 maggio 1998. Da ultimo si veda Consiglio di Stato, sez. IV, 24 marzo 2004, n.1539 che ribadisce che, essendo non configurabile un rapporto di non supremazia tra le norme della convenzione europea e le leggi nazionali- (analogo a quello definito con riferimento al diritto comunitario) da reputarsi di pari rango, ciò impedisce di riconoscere lo stesso presupposto giuridico e concettuale che autorizza la disapplicazione delle disposizioni legislative interne configgenti con il diritto all’effettività della tutela giurisdizionale sancito dalla Convenzione.

16 Sulla disapplicazione di una norma interna, invece, si v. il recente caso del Tribunale di Genova, Traghetto c. Ente Poste, del 4-6-2001. Sul tema, v. A. GUAZZAROTTI, I giudici comuni e la CEDU alla luce del nuovo art. 117 della Costituzione, in Quaderni costituzionali, 1, 2003, p. 25 ss.

17 Corte cost. n. 10 del 1993

18 Con la sentenza "Medrano", Cass. Pen, Sez I, n. 2194-1993, la Corte faceva riferimento alla “particolare forza di resistenza, rispetto alla normativa ordinaria successiva, della regola di cui all’art. 8 della Convenzione”. Si veda anche Cass. Sezione I civile, 1998, n. 6672, caso Galeotti Ottieri contro Amministrazione delle finanze.

19 Cass. SS.UU, 10 luglio 1991, n. 7662 ha affermato l’avvenuta abrogazione dell’art. 34, c. 2, del R.D.L. 31 maggio 1946, n. 511 nella parte in cui escludeva la pubblicità della discussione della causa nel giudizio disciplinare a carico dei magistrati per contrasto con la regola sulla pubblicità delle udienze ex art. 6 della Convenzione che pone limiti precisi alla discussione della causa a porte chiuse.

20 Cass. 24 marzo 2002, n. 4297.

21 Cass. 19 luglio 2002, n. 10542.

22 Cass. Pen. Sez. IV, 18 novembre 2003, n.1969, pur richiamandosi a precedente giurisprudenza della Corte europea, afferma che « Costituisce orientamento giurisprudenziale quello secondo cui, ancorché debba riconoscersi alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo valore di precedente nell’esame delle controversie attinenti a situazioni giuridiche protette dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, deve negarsi valore di vincolo diretto delle sentenze per il giudice italiano ». Su questa linea già Cass. 26 luglio 2002, n. 11046, 2 agosto 2002, n. 11573 e n. 11600 ed altre richiamate nella sentenza del 2003.

23 Cass. Sez. Un. 14 aprile 2003, n. 5092

24 Cass. Sez. Un. Civ. Sentenze n. 1338, 1339, 1340, 1341 del 26 gennaio 2004.

In particolare si legge nella sentenza n. 1340 “L’ambito giuridico della riparazione equitativa del danno non patrimoniale è, in altri termini, segnato dal rispetto della Convenzione Europea dei Diritti Umani, per come essa vive nelle decisioni, da parte di detta Corte, di casi simili a quello portato all’esame dal giudice nazionale”. Le sentenze hanno negato che la fattispecie prevista dalla norma nazionale assumesse connotati diversi da quelli fissati dalla CEDU, rispetto alla quale la stessa norma interna va considerata non costitutiva del diritto all’equa riparazione per la non ragionevole durata del processo, ma unicamente istitutiva del ricorso interno –prima inesistente- per assicurare una tutela efficace alle vittime della violazione di questo diritto. Tutela disposta dall’art. 13 della Convenzione che stabilisce il diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale e il cui esperimento preventivo costituisce condizione di procedibilità del ricorso alla Corte di Strasburgo. Prima dell’introduzione del ricorso nell’ordinamento nazionale, il ricorso alla Corte EDU era proponibile in via diretta e immediata (ai sensi dell’art. 34 della Convenzione).

25 Corte europea dei diritti dell’uomo, I sez. decisione del 27 marzo 2003.

26 Legge n.89 del 2001, Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile.

27 Ricorso Scordino, cit

28

L’art.2 della L.89/2001, al c. 1, recita: “Chi ha subìto un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione, ha diritto ad un’equa riparazione”

29 Sentenza n. 1338/2004. Nella sentenza n. 1340 nella motivazione si specifica meglio: ”Poiché il fatto costitutivo del diritto attribuito dalla L. 89/2001 consiste in una determinata violazione della CEDU, spetta al giudice CEDU individuare tutti gli elementi del fatto giuridico che pertanto finisce con l’essere conformato dalla Corte di Strasburgo, la cui giurisprudenza si impone, per quanto attiene all’applicazione della L. 89/2001, ai giudici italiani”.

30 Cassazione, Sez.I civile, sentenza 4 maggio-17 settembre 2004, n. 18739.

31 Cassazione, Sez. I penale, sentenza 35616 del 3 ottobre 2005.

32 Cass. SS. UU. n. 28507 del 23 dicembre 2005.

33 Secondo la Cassazione, l’istanza di prelievo prevista dall’art. 51, c. 2, R.D. 642 del 1907 ha il solo fine di dichiarare il ricorso urgente onde ottenerne la trattazione anticipata, sovvertendo l’ordine cronologico di iscrizione delle domande di fissazione dell’udienza di discussione. Già precedente giurisprudenza (Cass. 13 dicembre 2004, n. 23187, 21 settembre 2005, n. 18759; 12 ottobre 2005, n. 19801) aveva affermato che la lesione del diritto ad una ragionevole durata del processo va riscontrata, per le cause davanti al giudice amministrativo, con riferimento al periodo di tempo decorso dall’instaurazione del procedimento. Su di esso non può incidere la mancata o ritardata presentazione dell’istanza di prelievo.

34 Si è gia ricordata la sentenza n. 10 del 1993: va ricordata, inoltre, la sentenza n. 388 del 1999 nella cui motivazione si legge “i diritti umani, garantiti anche da convenzioni universali o regionali, come quella europea, trovano riconoscimento nell’art. 2 della Costituzione (omissis)le diverse formule che li esprimono si integrano, completandosi a vicenda nell’interpretazione”. Per una critica all’ambigua formula dell’integrazione si v. V. ZAGREBELSKY, La Corte europea dei diritti dell’uomo e i diritti nazionali, resoconto a cura di A. DE PETRIS, Bollettino 6/2005 –Osservatorio costituzionale Luiss, Roma, 3 giugno 2005. Sugli sviluppi normativi e della giurisprudenza costituzionale in tema di diritti si veda P. Caretti, I diritti fondamentali- Libertà e diritti sociali, Torino, 2005, passim

35 S. BARTOLE, Rilettura dell’articolo 10.2 della Costituzione spagnola nella prospettiva dell’esperienza costituzionale italiana, cit, p.1540 e ss., l’articolo 15 del Trattato prevedeva: “L’Italia prenderà tutte le misure necessarie per assicurare a tutte le persone soggette alla sua giurisdizione, senza distinzione di sesso, razza, lingua e religione, il godimento dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ivi compresa la libertà di stampa e di diffusione, di culto, di opinione politica e di pubblica riunione”.

36 V Corte cost n 120 del 7 aprile 2004, relativa all’insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari nell’esercizio delle funzioni, n.154 del 26 maggio 2004, relativa al conflitto tra poteri. Presidente della Repubblica- autorità giudiziaria. n 445 del 2000, n. 399/1998, relativa al processo penale in contumacia, e n. 342/1999, in materia di partecipazione a distanza dell’imputato al dibattimento.

37 Per una riflessione sul punto v. A. PACE, La limitata incidenza della CEDU sulle libertà politiche e civili in Italia, Dir. Pubbl., 2001, p. 1 ss.

38 G. ZAGREBELSKY nell’Incontro tenutosi alla LUISS il 26 marzo 2004 ha ricordato il caso Rumasa relativo alla nazionalizzazione di banche, in cui è stata condannata la Spagna perché il Tribunale Costituzionale non aveva garantito il contraddittorio nel processo costituzionale.

39 Una delegittimazione generale del sistema, dei nostri sistemi politici costituzionali (perché le dichiarazioni dei diritti sono il prodotto della democrazia rappresentativa) ha affermato V. ZAGREBELSKY nella relazione cit.

40 Causa 1572/73, Sotgiu, sentenza 12 febbraio 1974 e più, incisivamente e di recente causa 1422/02, causa Garcia – sentenza 2 ottobre 2003, entrambi di divieto di discriminazione in base alla nazionalità, che, per diversi aspetti hanno ampliato il contenuto di cittadinanza europea. Per il divieto di discriminazione basata sul sesso si v. causa 43/75, sentenza dell’8 aprile 1978, definito leading case da M. CONDINANZI, in Il Livello comunitario di tutela dei diritti fondamentali dell’individuo, in La tutela multilivello dei diritti, punti di crisi, problemi aperti, momenti di stabilizzazione, a cura di P. BILANCIA e E. DE MARCO, Milano, Giuffrè, 2004, p.41 e ss., per cui si rinvia anche al significativo commento.

Un’evoluzione significativa della giurisprudenza europea verso la tutela di diritti sociali è rappresentata dalla sentenzaCGCE, 16 marzo 2006, C-131/04 e C-257/04, C. D. Robinson-Steele. “In proposito, occorre ricordare che il diritto di ogni lavoratore alle ferie annuali retribuite va considerato come un principio particolarmente importante del diritto sociale comunitario, al quale non si può derogare”. Cfr. anche CGCE, sentenza 26 giugno 2001, causa C-173/99, BECTU, Racc. pag. I-4881, punto 43.

41 Dalla sentenza 16 maggio 1986, causa 22/84 Johnston e successive sentenze citate da M. Condinanzi, in Il “Livello comunitario” di tutela, cit, tra le quali si annoverano quelle concernenti il diritto di proprietà, il divieto di discriminazioni religiose, il rispetto della vita privata, il diritto ad un termine ragionevole nei processi giurisdizionali. Significativa la sentenza Rutili del 28 ottobre 1975, causa 36/75.

42 Si v. B. CONFORTI in Note sui rapporti tra Diritto comunitario e Diritto europeo dei diritti fondamentali, in Rivista internazionale dei diritti dell’uomo, Anno XIII, maggio-agosto 200, p. 425 ss. L’A., nel ricordare l’ordinanza 4 febbraio 2000 nella causa C-17/98 (domanda di decisione a titolo pregiudiziale del Presidente dell’Arrondissement Srechtbank dell’Aja) dove era stata richiamata dalla parte che aveva sollevato la questione la decisione di Strasburgo nel caso Vermeulen c. Belgique del 20 febbraio 1996, fa notare come la Corte comunitaria pur ricordando le motivazioni della decisione della Corte europea nel caso (richimanado anche giurisprudenza successiva a quella richiamata dalla parte, in merito) sembri dover arrivare alle stesse conclusioni (violazione dell’art.6, p.1 della Conv.) e, quindi all’elaborazione del corrispondente principio fondamentale del diritto comunitario, alla fine concluda per la non applicabilità della giurisprudenza Vermeulen al caso di specie. L’A. conclude “Non è difficile cogliere, in questa motivazione, argomenti ed osservazioni proposti dai Governi interessati davanti alla Corte di Strasburgo, e da questa respinti, non solo nel caso Vermeulen ma anche negli altri analoghi casi”.

43 Ben dodici articoli della Carta hanno significato e portata identici agli articoli corrispondenti alla Convenzione (ed ai Protocolli addizionali); altri cinque articoli hanno significato identico agli articoli corrispondenti della Convenzione ma hanno un campo di applicazione più ampia.

44 E’ interessante leggere le Spiegazioni aggiornate relative alla Carta dei diritti fondamentali inviate dal Praesidium alla Convenzione il 9 luglio 2003 (Conv. 828/03), oltre a ricordare per singole disposizioni degli articoli della Carta la corrispondenza con quelle degli articoli della Convenzione o dei Protocolli addizionali, spiegazioni che “rappresentano un prezioso strumento di interpretazione destinate a chiarire le disposizioni della presente Carta”

45 Del resto anche nel Preambolo si legge che la Carta riafferma, nel rispetto delle competenze e dei compiti dell’Unione e del principio di sussidiarietà, i diritti derivanti, in particolare, dalle tradizioni costituzionali comuni e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dalla Convenzione europea (….) nonché dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia e della Corte europea dei diritti dell’uomo.

46 V. ONIDA, in La tutela dei diritti davanti alla Corte costituzionale e il reciproco rapporto con le Corti sopranazionali, in La tutela multilivello dei diritti, cit, p.111, fa riferimento ad un dialogo già in atto tra le due Corti, dal momento che la Corte di Strasburgo guarda con maggiore attenzione alla giurisprudenza costituzionale italiana e, a sua volta, la Corte costituzionale guarda con maggiore attenzione alla giurisprudenza della Corte EDU.

47 Sull’elaborazione di principi ruolo che, per un verso si impongono agli Stati membri si veda A. Adinolfi, I principi generali nella giurisprudenza comunitaria e la loro influenza sugli ordinamenti degli Stati membri, in Rivista Italiana di Diritto Pubblico Comunitario, 1994, pp. 521-578.

48 Cfr. Corte cost. 23 aprile 1985, n. 113, in Giurisprudenza costituzionale, 1985, I 694 ss.; Corte cost., ord. 16 marzo 1990, n. 64, in Giurisprudenza costituzionale, 1990, 259 ss.; Corte cost., ord. 18 aprile 1991, n. 168, in Giurisprudenza costituzionale, 1991, 1409 ss, con nota di F. Sorrentino, Delegazione legislativa e direttive comunitarie direttamente applicabili, 1418 ss.; Corte cost., sent. 11 luglio 1989, n. 389, in Giurisprudenza costituzionale, 1989, I, 1757 ss.

49 V. P. Caretti, La tutela dei diritti fondamentali nel nuovo Trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa, Contributo al Convegno CESIFIN, Firenze 18 gennaio 2005, in Il Diritto dell'Unione Europea, 2005, fasc. 2  pag. 371 e ss..
 

50 A. LOIODICE, L’incorporazione della Carta di Nizza nella Convenzione europea: Innovazioni nella tutela multilivello dei diritti, in La tutela multilivello cit, p. 81; A. L. YOUNG, The Charter, Constitution and Human rights: is this the beginning or the End of human rights protections by Community Law? in European Public Law, vol. II, Kluwer Law International, 2005, p 219 ss.; R.A.GARCIA, The general provisions of the Charter of fundamental rights of the European Union, in Law Journal, vol. 8, No. 4, December 2002, p. 492 ss.. Sullo sviluppo della tutela dei diritti umani e sulla logica istituzionale alla base della costruzione della policy sui diritti si v. A. WILLIAMS, Mapping Human Rights, Reading the European Union, in European Law Journal, Vol. 9, No 5, December 2003, p. 659 ss.. Sul bilanciamento operato dalla Corte di Lussemburgo tra diritti fondamentali e libertà correlate al Mercato si v. J. MORIJN, Balancing Fundamental Rights and Common Market Freedoms in Union Law: Smidberger and Omega in the Light of European Constitution, in European Law Journal, Vol.12, no.1, January 2005, p. 15 e ss.; J.H.H. WEILER, European Court of Justice and the question of Value Choice, - Fundamental human rights as an exception to the freedom of movement of goods, NYU School of Law, 2004

51 Sulla unitarietà del sistema giurisdizionale in funzione d’integrazione degli ordinamenti si v. G. MORBIDELLI, La tutela giurisdizionale dei diritti nell’ordinamento europeo, in Annuario 1999, La Costituzione europea, Atti del Convegno annuale, 1999, Cedam, Padova, p.425. Sulla nomofilachia della Corte di Giustizia come fattore «unificante» anche del diritto nazionale, v. F.G. PIZZETTI, Il giudice nell’ordinamento complesso, Milano, 2003, p 283 ss..

52 Sull’ampliamento del diritto al ricorso del singolo da parte del Tribunale di I istanza si v. Decisione del 3 maggio 2002, Jégo-Quéré et Cie S.S. v. Commissione su una richiesta di annullamento degli artt.3 e 5 del regolamento CE n. 1162/2001.

53 V. R. CALVANO, La Corte di Giustizia e la Costituzione europea, Padova, Cedam, 2004, p. 250

54 Sul punto si v. A. LANG, Il diritto ad un ricorso effettivo nell’Unione europea, in La tutela multilivello dei diritti, cit, p.57 ss.

55 H. HOFFMANN, I diritti dell’uomo, la sovranità nazionale, la carta europea dei diritti fondamentali e la Costituzione europea, in I diritti umani tra politica filosofia e storia, a cura di P. BARCELLONA e A.CARRINO, Napoli, 2003, p.142

56 Sentenza del 13 dicembre 1979, causa C-44/79 Hauer, s. 18 maggio 1982, causa 155/79 AM&S

57 Regolamento CE n. 2201/2003 del Consiglio del 27 novembre 2003 relativo alla competenza, al riconoscimento ed all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale che abrogano il Regolamento CE n. 1347 del 2000, su cui si veda C. KOHLER, Lo spazio giudiziario europeo in materia civile e il diritto privato internazionale comunitario, Diritto internazionale privato e diritto comunitario a cura di PICONE, Cedam, Padova, 2004, p.65 ss.

58CGCE 2o febbraio 1979 Rewe-Zentral Ag. contro Bundesmonopolverwaltung Fuer Branntwein, causa 120/78, meglio nota come caso Cassis de Dijon, sentenza con la quale si affermava costituire misura d’effetto equivalente alle restrizioni quantitative all’importazione (art. 30 Trattato di Roma) la fissazione di una gradazione minima per le bevande alcoliche -determinata nella legislazione di uno Stato membro- che avrebbe impedito l’importazione e la circolazione in questo Stato di bevande alcoliche con gradazione diversa (inferiore) ma prodotte legalmente e messe in commercio in qualsiasi altro Paese della Comunità. Da lì il principio del mutuo riconoscimento delle legislazioni per la circolazione dei beni, poi esplicitata nell’AUE.

59 Va ricordato che il suddetto principio è stato introdotto anche nell’ambito della cooperazione giudiziaria in materia penale, attuale terzo pilastro che verrà comunitarizzato con la ratifica del Trattato europeo, ed è, ad esempio, il fondamento dell’attuale mandato d’arresto europeo, che è stato adottato con una decisione quadro del Consiglio, priva di efficacia diretta e quindi, però, obbligata a passare attraverso il legislatore nazionale.

60Su una sorta di osmosi o di “circolazione” delle giurisprudenze costituzionali nazionali, soprattutto in materia di diritti, si v. la Relazione in occasione dell'incontro del 21 aprile 2006 al Palazzo del Quirinale per i Cinquanta anni di attività della Corte Costituzionale di G. ZAGREBELSKY, in www.associoazionedeicostituzionalisti.it.. Sono particolarmente significative le parole dell’A quando, a proposito di forme di convergenza delle giurisprudenze costituzionali (nazionali) afferma: “ E’ naturale, quando i beni costituzionali diventano interdipendenti e indivisibili, che le giustizie costituzionali di ogni livello aspirino a integrarsi, se non in una forma istituzionale sopranazionale cosmopolitica, che non è alle viste e forse non lo sarà mai, almeno in contesti deliberativi comunicanti. L’interazione non potrà non portare, prima o poi, a una certa convergenza di risultati. L’apertura delle giurisprudenze a reciproci intrecci non è dunque moda, pretesa di professori, arbitrio rispetto alle rispettive costituzioni nazionali. E’ un’esigenza radicata nella vocazione odierna della giustizia costituzionale. E’ parte del processo a molte facce di “universalizzazione del diritto”, un fenomeno caratteristico del nostro tempo giuridico (S. CASSESE, Universalità del diritto, Università Suor Orsola Benincasa, Editoriale Scientifica, Napoli, 2005”


Home
Attività | Organizzazione | Link | Redazione web e cont@tti
Dibattiti | Cronache | Dossier | Materiali | Novità editoriali | Appuntamenti