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In corso di pubblicazione in Nomos

Pro e contro delle nuove leggi elettorali per la Camera e il Senato

di Alessandro Gigliotti - alessandro.gigliotti@uniroma1.it
(Dottorando di ricerca in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate presso l’Università di Roma La Sapienza)

1. Premessa

Nel mese di dicembre del 2005 le Camere hanno definitivamente approvato il testo della legge di riforma del sistema elettorale italiano, promulgata dal Capo dello Stato il 21 dicembre ed entrata in vigore nei giorni successivi: si tratta della legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica). In tal modo, dopo oltre 10 anni di maggioritario, il parlamento italiano ha ridefinito la disciplina del voto per le due Camere, in un arco di tempo relativamente breve e benché la riforma elettorale non fosse di certo nell’agenda dei lavori che la maggioranza di governo aveva programmato per l’ultimo anno di legislatura.

La modifica del sistema elettorale adottato per le elezioni politiche è un evento politicamente rilevante, tanto più in Italia dove ciò si è sempre verificato in contesti straordinari, come la crisi dello Stato liberale (1919), il momento in cui si stava consolidando il fascismo (legge Acerbo del 1923) o la crisi di regime del 1993; in un’altra fase storica, la riforma elettorale è stata contraddistinta da polemiche molto accese e da scontri parlamentari al limite (c.d. legge truffa del 1953). Come è stato sottolineato in dottrina, peraltro, le modifiche del sistema elettorale avvenute in Europa negli ultimi decenni sono sempre state accompagnate da crisi di regime, soprattutto nel caso di passaggio da formule proporzionali o, comunque proiettive, a formule maggioritarie1. Si pone, quindi, il problema di cosa avverrà nei prossimi anni e di quale incidenza avrà questa nuova normativa elettorale sul sistema politico italiano, posto che la riforma del 1993 (avvenuta, com’è ben noto, dopo la caduta del Muro di Berlino e nel pieno del ciclone Tangentopoli) ha di fatto spazzato via la precedente classe politica ed ha causato la sostituzione in toto di quasi tutti i partiti italiani; la situazione del 2006 non è meno grave, dal momento che in questi dieci anni di maggioritario il sistema partitico non si è affatto strutturato, facendo permanere il nostro Paese in una fase di eterna transizione2. Da alcuni è stato detto che la reintroduzione del sistema elettorale proporzionale non permetterà di mantenere il principale, se non l’unico, effetto positivo derivante dalle leggi maggioritarie del 1993, vale a dire il bipolarismo e la conseguente alternanza al governo: in questo senso, si ritiene che il futuro più o meno immediato prospetti la crisi definitiva del bipolarismo e la rinascita di un polo di centro (simile o meno alla vecchia Democrazia Cristiana), al fine di isolare le ali estreme dello schieramento politico (Lega e forse anche Alleanza Nazionale da un lato, le sinistre di Bertinotti e Diliberto dall’altro). Tra gli spunti più interessanti, va citato senz’altro quello di Mauro Calise, che sostiene addirittura come la riedizione del sistema proporzionale costituisca la porta di ingresso dell’Italia verso la Terza Repubblica, che sarà verosimilmente caratterizzata dallo scontro tra i partiti e i presidenti (ammesso che dal 1994 al 2005 vi sia stata la tanto citata Seconda Repubblica)3.

Prima ancora di entrare nella descrizione dettagliata degli istituti previsti dalla legge n. 270 del 2005, deve essere affrontato un altro aspetto, quello del perché si è intervenuti sul sistema elettorale, visto che si è detto che una riforma del genere è sempre molto difficile da realizzare. Non è un mistero per nessuno che la spinta verso la modifica in senso proporzionale della legge elettorale sia stata favorita dalle pressioni derivanti dall’Udc, il partito della maggioranza di governo più incline verso tale formula a motivo della sua storia, essendo un partito continuatore della tradizione cattolico-democratica iniziata da Sturzo e proseguita poi con la Dc4. È stato sottolineato, peraltro, che il governo Berlusconi ha deciso di promuovere tale riforma anche in virtù delle difficoltà dell’esecutivo incontrate in particolar modo nell’ultimo anno di legislatura, soprattutto in conseguenza delle elezioni regionali di aprile, che hanno decretato una indiscutibile sconfitta per il centro-destra5. Si è anche detto che il governo ha tentato, come extrema ratio, di raddrizzare le sorti delle elezioni politiche del 2006, che sembravano oramai decise in favore del centro-sinistra: in tal senso, sfruttando il fatto che il centro-destra ottiene migliori performances nelle competizioni elettorali che si svolgono con sistemi proporzionali, la partita per le politiche del 2006 sarebbe in tal caso riaperta6. Ma non vogliamo, in questa sede, dare importanza eccessiva a considerazioni di questo genere. Semmai, l’aspetto più importante da sottolineare, a tale riguardo, è che la modifica del sistema elettorale è avvenuta a maggioranza, vale a dire con i voti dei soli partiti di governo, senza coinvolgere l’opposizione che del resto era del tutto contraria alla riforma. Quindi, prescindendo totalmente dalla convenienza per l’uno o per l’altro schieramento, è senz’altro innegabile che la riforma elettorale sia piuttosto il frutto di una tendenza che ha preso piede in questi ultimi anni, scaturita indubbiamente dal bipolarismo, in base alla quale le decisioni più importanti della vita politica nazionale non devono necessariamente essere adottate in maniera bipartisan, ossia con il consenso dell’opposizione. Dopo la riforma del Titolo V, operata dal Governo Amato a maggioranza, il Governo Berlusconi ha approvato, con i soli voti dello schieramento di centro-destra, la legge di revisione costituzionale che ha modificato la seconda parte del testo del 1947, sulla quale il corpo elettorale è chiamato a pronunciarsi nei prossimi mesi. Allo stesso modo è avvenuta la riforma del sistema elettorale, segno che ormai la prassi consociativa dei decenni scorsi sembra essere del tutto superata7.

Questa considerazione è molto importante perché spiega il motivo dell’immobilismo politico nei confronti delle riforme istituzionali ed elettorali, che ha caratterizzato l’Italia repubblicana; la necessità di giungere ad un accordo tra i diversi partiti faceva sì che difficilmente si giungesse ad una decisione, qualunque essa fosse, poiché i veti incrociati lo impedivano. La nuova prassi, per la quale si può decidere anche a maggioranza su questioni profondamente rilevanti, ancorché molto discutibile, è il segno tangibile di un nuovo modo di concepire il rapporto maggioranza-opposizione, finalizzato non più alla consociazione, ma alla decisione8.

2. I caratteri generali del sistema elettorale: verso il modello regionale

Il sistema elettorale introdotto dalla legge n. 270 del 2005 è un sistema con formula non maggioritaria, basato sul metodo del quoziente naturale (con il recupero dei maggiori resti), articolato su 26 circoscrizioni regionali e subregionali per la Camera e 20 per il Senato, dove le stesse, come al solito, coincidono con le Regioni, per rispettare l’art. 57 della Costituzione che richiede un collegamento tra enti regionali e camera alta. Accanto a ciò, il legislatore ha però introdotto due importantissimi istituti che vengono solitamente adottati con sistemi proporzionali, al fine di ridurne il potenziale rappresentativo e creare effetti selettivi: si tratta del premio di maggioranza e della soglia di sbarramento. Quando si dice, perciò, che con questa legge si torna al proporzionale, si commette un’inesattezza, giacché mai in Italia è stata in vigore una legge elettorale simile; il sistema del 1948, così come quello adottato nel 1919, era sì proporzionale ma, al contempo, privo di congegni in grado di alterarne la proiettività (premio e soglia, ad esempio, qui presenti). L’unico precedente storico a cui si può ricollegare la nuova legge elettorale è quello del 1953, l’anno in cui fu approvata la legge «truffa»: anch’essa proporzionale con premio di maggioranza, anch’essa introdotta a ridosso delle elezioni, anch’essa votata dalla sola maggioranza di governo, data la contrarietà delle opposizioni. A parte ciò, tutto sommato, la riforma del 2005 si pone in un certo qual senso in un’ottica di continuità non tanto con le leggi elettorali del 1993, quanto con il modello introdotto negli anni ‘90 per regioni, province e comuni, basato appunto su sistemi proporzionali temperati da un premio di maggioranza e, salvo i comuni al di sotto dei 15.000 abitanti, anche dalla soglia di sbarramento. È proprio il tatarellum, vale a dire il sistema elettorale introdotto con la legge n. 43 del 1995, valido per l’elezione dei consigli nelle regioni a Statuto ordinario, a rappresentare il vero modello che ha ispirato il legislatore nel 2005, sebbene non manchino alcuni elementi di notevole divergenza, in primis il fatto che nelle Regioni vige l’elezione diretta del Presidente. Sistemi proporzionali, dunque, ma al contempo distorsivi e in grado di convogliare il consenso verso due alternative, in modo da garantire il bipolarismo e, con esso, l’alternanza e la stabilità governativa. La vera soluzione di continuità rispetto alle leggi elettorali del 1993, invece, va rintracciata, più che nell’adozione della formula proporzionale, nell’abbandono del collegio uninominale9, i cui effetti dovrebbero essere mantenuti grazie alla presenza del premio di maggioranza. Queste considerazioni, riferibili senz’altro al nuovo sistema elettorale per la Camera, valgono assai meno per il Senato, dove clausola di sbarramento e premio, che nel testo originale erano nazionali come alla Camera, sono adottati a livello regionale: in questo caso la soluzione di continuità con il passato sembra netta, poiché per rintracciare un qualche precedente storico bisogna andare addirittura oltralpe e chiamare in causa la nota loi scélérate del 1951, che prevedeva premi di maggioranza su base circoscrizionale. Ma su questo si tornerà in seguito.

Nei paragrafi che seguono verranno esposti i caratteri generali delle nuove leggi elettorali, partendo dalla Camera e lasciando alla fine il Senato, eletto allo stesso modo dell’assemblea di Montecitorio, se si eccettuano alcuni elementi di divergenza, che verranno appositamente approfonditi e commentati.

3. Liste aperte o bloccate?

Il sistema elettorale, come detto, è proporzionale e, in quanto tale, articolato su liste di partito che si presentano nelle singole circoscrizioni, singolarmente ovvero collegate tra di loro, al fine di concorrere all’assegnazione del premio di maggioranza. La legge mantiene in questo modo un preciso ma debole riferimento al concetto di coalizione, essendo peraltro previsto che le liste che formano la stessa, oltre a dover effettuare un collegamento reciproco, debbano designare il capo dell’intera coalizione e indicare il programma che impegnerà il futuro governo in caso di vittoria. Si noti che la legge non parla di candidato alla Presidenza del Consiglio, ma solo di leader, lasciando in tal modo intendere che l’inquilino di Palazzo Chigi potrebbe essere anche un’altra persona, magari scelta dopo il voto sulla base dei consensi ottenuti dai singoli partiti. A dimostrazione di ciò, l’art. 14-bis del D.P.R. n. 361 del 1957 dispone che «restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione». Nessuna elezione diretta del premier, quindi, nessuna indicazione sulla scheda, dove non esiste neppure un contrassegno della coalizione, dato che l’elettore può votare solo ed unicamente per il partito prescelto e, in teoria, potrebbe addirittura ignorare gli eventuali collegamenti (pur visibili sulla scheda).

La centralità che si è voluta garantire al partito è evidente anche se si esamina uno dei punti più spinosi e controversi del provvedimento, quello relativo all’espressione del voto, data la scelta di non consentire all’elettore di poter esercitare il voto di preferenza, essendo le liste bloccate; pertanto, una volta che gli uffici elettorali hanno stabilito il numero di seggi che spetta ad una lista, i candidati vengono eletti sulla base dell’ordine di presentazione all’interno delle liste stesse, così che gli elettori non hanno la possibilità di esprimersi sui candidati, ma possono semplicemente scegliere il partito verso cui indirizzare il proprio voto.

Com’è noto, la questione del voto di preferenza è annosa e produsse discussioni molto lunghe persino nel periodo costituente e precostituente, in cui la scelta per il sistema proporzionale era avvenuta tutto sommato senza grandi problemi. Nella commissione incaricata di redigere il testo della legge elettorale per l’Assemblea Costituente, infatti, si era manifestato il netto contrasto tra i proporzionalisti per così dire «puri», secondo cui il voto di preferenza era incompatibile con la rappresentanza proporzionale, e gli uninominalisti, che ritenevano essere le preferenze l’unico elemento per depotenziare il potere dei partiti e mantenere un margine di scelta in capo all’elettore10. Il d.lgs.lgt. 10 marzo 1946, n. 74, contenente la legge elettorale per l’elezione dell’Assemblea Costituente, da cui in seguito sarebbe scaturita la legge elettorale della Camera, prevedeva un sistema proporzionale, con 31 circoscrizioni plurinominali (più il seggio valdostano), basato sul metodo del quoziente corretto (+1 ovvero +2, se i seggi da attribuire erano più di 20) e recupero dei resti nel Collegio Unico Nazionale. Le preferenze esprimibili dipendevano dall’ampiezza delle circoscrizioni, partendo da un minimo di due, fino ad un massimo di tre. La legge n. 6 del 1948, relativa all’elezione della Camera, differiva per il solo fatto che nelle circoscrizioni che assegnavano fino a 15 seggi si potevano esprimere tre preferenze, oltre 15 invece quattro.

Il voto di preferenza plurimo, elemento fondamentale della legge del 1948, costituì negli anni repubblicani uno degli aspetti maggiormente criticati del nostro sistema elettorale, perché favoriva le cordate e il voto di scambio, alimentando così la corruzione e la partitocrazia. Da queste considerazioni prese corpo l’ipotesi di giungere ad un referendum, che si celebrò nel 1991 e che costituisce il punto di partenza della crisi di regime che avrebbe sconvolto la politica italiana negli anni ’90.

Ripristinare il voto di preferenza, pertanto, significava riproporre un modello troppo legato al periodo della c.d. Prima Repubblica, con tutte le conseguenze che ciò implicava11. È questo, verosimilmente, il motivo che ha spinto il governo a pensare alle liste bloccate. Ma, a parte questo, si possono fare almeno altre due critiche al voto di preferenza: da un lato, infatti, il voto di preferenza implica una inevitabile guerra fratricida all’interno dei singoli partiti, poiché ogni candidato ha interesse a prendere più preferenze degli altri, al fine di assicurarsi l’ingresso in parlamento; in secondo luogo, i singoli candidati, per questi stessi motivi, sono portati a fare campagna elettorale non solo per il proprio partito, ma anche (e soprattutto) per se stessi, e ciò comporta una crescita esponenziale delle spese da sostenere nella campagna elettorale, tenendo in ulteriore considerazione il fatto che le circoscrizioni sono molte ampie, per cui ogni candidato sarebbe obbligato a fare il giro della propria regione per farsi conoscere da tutti i potenziali elettori.

Tuttavia, se la scelta di accantonare il voto di preferenza può sembrare giustificata da queste motivazioni, è anche vero che non sono pochi gli elementi che si levano a favore del voto di preferenza o, se si vuole, non sono pochi gli inconvenienti derivanti dall’adozione delle liste bloccate. La critica principale che è stata rivolta è che l’elettore si trova in tal modo del tutto privato della libertà di scelta ed inoltre le liste bloccate consentono ai segretari dei partiti di compilarle a loro piacimento: in altri termini, la composizione delle camere non verrà decisa dagli elettori, ma dai segretari di partito, con tanti saluti per la lotta contro la partitocrazia. Il fatto, peraltro, che le circoscrizioni, come detto, siano molto ampie (alla circoscrizione Puglia spettano 44 seggi, alle circoscrizioni Emilia-Romagna e Lombardia 2 ne spettano 43 e via dicendo), comporta che le liste di partito saranno inevitabilmente infinite, al punto che gli elettori non avranno la possibilità di conoscerne il contenuto: si passa da 2-3 candidati per i vecchi collegi uninominali (composti da un numero relativamente basso di elettori) agli innumerevoli candidati che si presenteranno, ad esempio, nella circoscrizione Puglia (dove il numero di aventi diritto supera i 4 milioni di persone). Da notare che le liste sono formate da un numero di candidati non inferiore ad un terzo e non superiore al numero dei seggi assegnati alla circoscrizione, per cui esse potranno contenere fino a ben 44 nomi12, cosa che rende, peraltro, impossibile la loro indicazione sulla scheda elettorale. A conti fatti, allora, le elezioni si svolgeranno nelle segreterie dei partiti, perché la scelta di coloro che entreranno nelle liste e, pertanto, in parlamento, è riservato ai leaders politici, che potranno anzitempo decretare la quasi totale composizione delle camere13.

Come si può ben vedere, il problema delle preferenze rischia di divenire un circolo vizioso, poiché l’adozione delle stesse porta ai problemi suddetti, mentre il ricorso alle liste bloccate non migliora la situazione perché espone a contraddizioni forse maggiori di quelle che si volevano evitare. A tale riguardo, va notato che nella prima formulazione del testo, per ovviare a questo dilemma, si era pensato di optare per una soluzione mista: ai partiti era, infatti, concesso di presentare una lista con due elenchi, un primo per così dire bloccato e l’altro sul quale era possibile esprimere una preferenza; i seggi venivano assegnati in ordine alternato, uno al primo elenco (tenendo in considerazione l’ordine di lista) e il successivo al secondo elenco (tenendo conto, questa volta, delle preferenze). Il congegno era forse un po’ troppo strano, tanto da essere in seguito eliminato dal testo14.

In conclusione, la soluzione adottata sembra non aver risolto granché, perché espone il sistema ad una serie di inconvenienti; sarebbe stato meglio, a questo punto, optare per la preferenza unica, che avrebbe dato agli elettori la possibilità di designare concretamente i futuri parlamentari, o in alternativa era preferibile ripensare il disegno delle circoscrizioni, riducendole notevolmente, in modo da non far pesare eccessivamente l’assenza del voto di preferenza15, ovvero ancora introdurre un sistema simile a quello attualmente adottato per i consigli provinciali, in cui il voto di preferenza è esercitato attraverso le candidature nei collegi uninominali, con assegnazione dei seggi effettuata attraverso il metodo d’Hondt.

4. L’assegnazione dei seggi e il premio di maggioranza

Dopo aver visto come influisce il tema delle preferenze, si può passare ad esaminare l’aspetto centrale del nuovo sistema, vale a dire l’assegnazione dei seggi. Come si è detto, la formula elettorale è non maggioritaria, basata sul metodo classico del quoziente naturale, con il recupero dei maggiori resti. La prima considerazione che si può fare è che il legislatore si è indirizzato verso il metodo del quoziente che, tra tutti i metodi che vengono solitamente classificati come proporzionali, è senza dubbio il più proporzionale di tutti, a maggior ragione in virtù del fatto che le circoscrizioni elettorali sono molto ampie e questa caratteristica, com’è noto, aumenta drasticamente il potenziale proiettivo di un sistema elettorale proporzionale. Il metodo del quoziente, peraltro, non è adottato solo per la Camera, la qual cosa non desta stupore se si pone mente al fatto che, a differenza del sistema elettorale del 1919, dopo il 1948 la Camera è sempre stata eletta così (nel 1948 si adottava il quoziente corretto con il recupero nel Collegio Unico Nazionale, mentre la quota proporzionale del 1993 prevedeva il ricorso al quoziente naturale). La novità riguarda, invece, il Senato, dove dal 1948 era sempre stato adottato il metodo d’Hondt, che è considerato quello che maggiormente reca vantaggio al partito maggiore. Sebbene la scelta di una formula non influisca in maniera decisiva sulla maggiore o minore proiettività di un sistema elettorale, essendo decisiva a tale scopo principalmente l’ampiezza delle circoscrizioni, la cosa è alquanto singolare poiché l’intento del legislatore è quello di mantenere le condizioni per la permanenza di un sistema politico non troppo frammentato e bipolare.

A parte ciò, il vero congegno ideato per la realizzazione del fine a cui si è accennato è il premio di maggioranza. Per la Camera è, infatti, previsto che la lista (ovvero la coalizione di liste apparentate, caso più realistico) che ha conseguito il maggior numero di suffragi, nel caso in cui essa non abbia raggiunto la soglia dei 340 seggi, considerato un limite sufficiente per assicurare la governabilità, abbia un premio di seggi aggiuntivi, tale da permettere il raggiungimento dei 340 seggi stessi. In tal modo si assicura alla coalizione vincente la maggioranza assoluta, dando quindi la possibilità alla stessa di godere di un numero di seggi sufficiente per poter governare per l’intera legislatura. Quanto al meccanismo matematico che permette ciò si rinvia al testo del nuovo art. 83 del D.P.R. n. 361 del 1957. Una volta assegnati i 340 seggi, essi vengono ulteriormente ripartiti alle singole liste attraverso il metodo del quoziente naturale e dei maggiori resti, dapprima su scala nazionale e, successivamente, all’interno delle circoscrizioni. I restanti 277 seggi spettano, invece, ai partiti di opposizione, e sono assegnati ad ogni lista allo stesso modo di cui sopra16. Dal numero complessivo di 630 deputati sono esclusi i 12 eletti, con sistema proporzionale, nella circoscrizione estero e il deputato eletto, con sistema maggioritario, nella Valle d’Aosta, i cui voti non sono pertanto computati ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza. Su questo punto, va detto che mentre il diverso trattamento verso la circoscrizione estero è fondata su una precisa disposizione costituzionale, l’esclusione dei voti valdostani è stata considerata da alcuni come una violazione dell’art. 48, in quanto tale previsione comporta il mancato rispetto del principio dell’eguaglianza del voto, poiché la particolarità nei confronti della Valle d’Aosta non poggia su nessun elemento di ragionevolezza, né tanto meno su una copertura costituzionale. Del resto, la legge elettorale del 1953 non prevedeva affatto una simile discriminazione, in quanto il collegamento tra liste effettuabile sul piano nazionale era consentito anche per suddetta regione17.

Ma è sul premio di maggioranza che si sono concentrate le attenzioni di tutti gli osservatori e studiosi, i quali hanno ravvisato una serie di problemi. La critica più frequente è che il premio previsto è eccessivamente limitato, tanto da non consentire un vantaggio sufficiente alla coalizione vincente; anzi, da parte di alcuni si è anche detto che si tratta in realtà di un «premio di minoranza», nel senso che il governo, sapendo di incorrere in una sicura sconfitta, ha pensato furbamente di introdurre un premio molto basso, che renderebbe incerta la vita del futuro governo di centro-sinistra, a vantaggio dell’opposizione. Il paradosso risiede nel fatto che, ripercorrendo le principali tappe della storia costituzionale del nostro Paese, si possono individuare alcuni precedenti storici molto interessanti, la legge Acerbo del 1923 e la legge «truffa» del 1953, criticate per motivi opposti: entrambe le leggi prevedevano, infatti, un premio eccessivo, pari a circa il 65% dei seggi (diverso, invece, era il quorum minimo affinché potesse scattare il premio, rispettivamente pari al 25% nella legge Acerbo e alla maggioranza assoluta nella legge truffa18). Il 65% dei seggi rappresenta senz’altro un premio eccessivo, perché ad una coalizione di governo non troppo eterogenea può essere sufficiente molto meno (ad esempio, il 58%, che è in linea di approssimazione la maggioranza di cui ha disposto il centro-destra in questa legislatura); 340 seggi, pari a circa il 54%, invece, sembrano effettivamente un po’ poco, soprattutto alla luce della eterogeneità delle coalizioni italiane, poiché consente ad un ristretto numero di parlamentari di esercitare un costante potere di veto nei confronti dell’intera maggioranza19.

Ciò che comunque è stato evitato è la possibilità che il premio venisse attribuito non già alla coalizione vincente, bensì a quella sconfitta dal voto popolare: si deve ricordare che nella prima formulazione era previsto che il premio venisse attribuito alla coalizione che avesse ottenuto non il maggior numero di voti, ma il maggior numero di seggi; poiché la legge prevede anche una soglia di sbarramento, è evidente che in tal modo i voti conferiti ai partiti che non superano tale soglia non sarebbero stati computati ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza, con un notevole detrimento soprattutto per il centro-sinistra, composto da molti partiti che rischiano di non superare lo sbarramento20.

In buona sostanza, l’introduzione del premio di maggioranza, pur con tutte le riserve espresse dalla dottrina, dovrebbe consentire il mantenimento del bipolarismo, faticosamente raggiunto negli anni ’90 e sempre più incerto e traballante; d’altronde, il buon funzionamento del modello delle regioni e di quello delle amministrative è di buon auspicio, sebbene in tali casi sia previsto un ulteriore elemento, quello dell’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, elemento che già di per sé è idoneo a mantenere la competizione articolata su due poli alternativi.

 5. Segue: il premio di maggioranza e lo spettro della legge Acerbo

La cosa che desta maggiori perplessità, relativamente al premio di maggioranza, è il fatto che non sia stato previsto un quorum minimo per farlo scattare: la legge truffa, ad esempio, prevedeva il premio solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei voti; in caso contrario, niente premio e distribuzione dei seggi con sistema proporzionale (come di fatto avvenne nel l953). La legge n. 270 del 2005, invece, stabilisce che il premio scatta a prescindere dal numero dei voti che la coalizione maggioritaria percepisce (la soglia del 10%, su cui si tornerà successivamente, non ha alcuna incidenza a tale riguardo, essendo molto bassa). Neppure la legge Acerbo del 1923 arrivava a tanto: prevedeva anch’essa un quorum minimo di voti, fissato al 25% dei voti, chiaramente troppo basso, tanto che nell’ipotesi limite consentiva ad un partito con il 25% dei suffragi, appunto, di conseguire il 65% dei seggi dell’intera assemblea, con un effetto distorsivo del tutto fuori misura21.

Le conseguenze di ciò possono essere diverse e anche molto gravi: se si applica questa legge ai risultati elettorali del 1996, si scopre che il partito di maggioranza relativa, il Pds con il 21% dei voti, avrebbe 340 seggi alla Camera, la maggioranza assoluta pari, come si è visto, a circa il 54% dei seggi. È evidente che la presenza di un premio di maggioranza spinge i partiti a coalizzarsi, tanto più che la legge n. 270 consente esplicitamente gli apparentamenti, ma il problema resta. Un’ulteriore considerazione da fare è che la legge elettorale così strutturata permette la realizzazione di terzi poli, che non sono ostacolati né dal collegio uninominale, che non c’è più, né da una soglia minima per far scattare il premio, assente nel testo22. Se, ad esempio, si fosse previsto un quorum del 45%, la formazione di un terzo polo sarebbe oggettivamente disincentivata, poiché raggiungere il 45% sarebbe per ognuna delle tre coalizioni molto arduo, e le camere con tre poli sarebbero condannate alla paralisi. Senza quorum, può crearsi il caso di tre coalizioni in competizione: ipotizzando per esse un bacino di suffragi prossimo al 30%, quella che prevale anche di un solo voto si porta a casa la maggioranza assoluta alla camera, con un premio che supera abbondantemente i 20 punti percentuali.

Pertanto, è lecito sostenere che un sistema elettorale con premio di maggioranza è senz’altro in grado di mantenere una competizione di tipo bipolare, garantendo peraltro una maggioranza chiara; ma è altrettanto lecito obiettare che la legge n. 270 del 2005, poiché non contempla un quorum minimo per far scattare il premio, mette a serio rischio il bipolarismo.

In relazione a quanto detto, va considerata l’interessante proposta di Giovanni Guzzetta, che ha ideato un possibile referendum abrogativo, in grado di apportare modifiche alla legge, benché il testo sia stato appositamente scritto in modo da rendere impossibile tale eventualità23. Basterebbe, secondo questa tesi, abrogare le disposizioni del testo che consentono l’apparentamento tra le liste: in tal modo, ci ritroveremmo con una legge elettorale proporzionale, con sbarramento al 4%, che prevede un premio di maggioranza (i soliti 340 seggi) da assegnare alla lista che prende più voti. L’effetto della normativa risultante potrebbe addirittura esasperare i problemi prospettati poc’anzi, benché l’intento dell’ideatore sia del tutto diverso, poiché tale congegno non è stato certo pensato per favorire terzi poli, ma piuttosto con il fine di ripristinare una competizione bipolare, un po’ sulla falsariga del sistema maggioritario. Il collegio uninominale, infatti, crea le premesse per una competizione a due, svantaggiando il terzo partito (si veda, ad esempio, il partito liberale in Inghilterra). Un sistema proporzionale con premio di maggioranza, così congegnato, incentiverebbe i partiti italiani a creare dei listoni per prendere un voto in più degli avversari, puntando al premio di maggioranza, così come è avvenuto con le coalizioni di centro-destra e centro-sinistra che presentavano candidati comuni nei collegi uninominali; l’unica differenza è che l’incentivo ad aggregarsi, questa volta, non sarebbe a livello di collegio, bensì a livello nazionale. Si ripropone, in altri termini, un sistema di fatto maggioritario, che toglie spazio ai singoli contrassegni di lista, in favore delle coalizioni che hanno dominato la scena politica degli ultimi 11 anni. Ciononostante, sulla normativa di risulta di un simile referendum, si possono sollevare non pochi dubbi di costituzionalità, proprio alla luce della possibilità che una lista con il 20% possa giungere, ope legis, alla maggioranza assoluta dell’assemblea. Pertanto è lecito supporre che un simile referendum potrebbe avere problemi a superare il vaglio del giudizio di ammissibilità della Corte.

 6. Le soglie di sbarramento

Resta da esaminare, infine, il tema delle soglie, previste dalla legge per l’accesso alle due camere. L’introduzione di soglie di sbarramento è strettamente connessa con il premio di maggioranza, giacché di tratta di due istituti che vengono utilizzati nei sistemi proporzionali per temperarne il potenziale proiettivo; peraltro, il mix premio di maggioranza-soglia di sbarramento non è nuovo, poiché è già previsto dal modello per i consigli regionali. Per ciò che concerne la Camera, sono previste tre soglie di livello diverso: per accedere all’assegnazione dei seggi è necessario raggiungere almeno il 4% dei voti, nel caso di una lista non apparentata; il 2%, nel caso di una lista facente parte di una coalizione; inoltre, è prevista una soglia del 10% per le coalizioni (che devono contenere al loro interno almeno una lista che superi il 2%, altrimenti sono escluse dalla ripartizione dei seggi).

Si può notare, da un lato, come la previsione di una doppia soglia di accesso per le liste sia un incentivo a coalizzarsi, ma dall’altro è innegabile che riemerge il solito problema dell’avversione italiana verso soglie significative, che metterebbero a rischio un bel po’ dei nostri partitini: in questo senso, chiedere alle nostra camere ed ai nostri partiti di votare una legge elettorale con uno sbarramento realmente efficace è un po’ come chiedere ad un imputato di sottoscrivere la propria condanna al patibolo. La soglia di sbarramento prevista inizialmente era pari a 4%, già meno del 5% previsto dal sistema tedesco, considerato da più parti come il modello ideale, ma che poi all’atto concreto nessuno vuole introdurre da noi. La previsione di una soglia più bassa per i partiti coalizzati, pertanto, è da considerare come un espediente per salvare la vita dei partiti che rischiano di restare al di sotto del quorum, che in tal caso sparirebbero, poiché non c’è più il collegio uninominale che consentiva l’accesso sicuro anche ai partiti che non raggiungevano il 4% (si pensi, nella presente legislatura, all’Udc, che ha ottenuto circa 70 parlamentari con il 3,2%, o alla Lega, ma gli esempi potrebbero continuare). Questa considerazione poggia, inoltre, su un altro elemento, il ripescaggio previsto per la migliore lista che, pur non avendo raggiunto il 2%, viene ammessa comunque al riparto dei seggi: in tal modo, è possibile la rappresentanza alla Camera anche di liste prossime all’1%, purché risultanti le più votate della propria coalizione, tra coloro che non hanno superato il quorum del 2%.

Si è persa, pertanto, una buona occasione per operare una riforma decisamente incisiva, in grado di bloccare il potere di ricatto dei piccoli partiti, eliminandoli, incentivando piuttosto alla creazione di un sistema politico basato su pochi ma stabili partiti, sul modello europeo. Il rischio che si corre, in sostanza, è di aver introdotto un sistema elettorale con uno sbarramento solo nominale e non anche effettivo, che consentirà ai partitini di restare in vita, così come già avveniva con il mattarellum.

7. Il sistema elettorale per il Senato

Dopo aver commentato brevemente gli aspetti generali del nuovo sistema elettorale della Camera, è possibile descrivere quello del Senato, che diverge dal modello precedente per ciò che concerne il premio di maggioranza e le soglie di sbarramento, applicate non su base nazionale, bensì regionale. Sebbene nella prima formulazione i due sistemi fossero pressoché identici, infatti, in un secondo momento si è pensato di intervenire per eliminare un grave limite che era stato individuato dalla dottrina: l’adozione di un premio di maggioranza e di una soglia di sbarramento a livello nazionale andava senz’altro bene alla Camera, ma non al Senato, dove ciò avrebbe violato il principio, sancito dall’art. 57 della Costituzione, per cui il Senato deve essere eletto su base regionale. Alla questione, sollevata dai professori Augusto Barbera e Franco Bassanini, si è posto rimedio dopo che il Quirinale, a quanto sembra, aveva lasciato intendere che si trattava di problemi non di poco conto, ma che anzi avrebbero potuto comportare la necessità di un eventuale rinvio alle camere del testo per palese violazione dell’art. 57 del testo costituzionale. Nondimeno, i lavori parlamentari erano già in fase avanzata e non vi era tempo per rivedere l’intero impianto del provvedimento, così che l’unica modifica possibile era quella di riadattare le norme relative al Senato, dove premio e soglia sarebbero stati trasferiti dal piano nazionale a quello regionale. In tal modo si faceva salvo il principio dell’elezione su base regionale, ma si introduceva allo stesso modo un profondo elemento di diversità tra i due sistemi24.

La necessità di avere due sistemi elettori simili, se non identici, deriva, com’è noto, dal fatto che il bicameralismo italiano è del tutto paritario, per cui entrambe le camere devono concedere la fiducia al governo, caso alquanto singolare per una forma di governo parlamentare; pertanto, è necessario che la composizione delle stesse sia in più possibile omogenea, onde evitare lo stallo istituzionale. Retrospettivamente, si può notare come le due camere non abbiano mai avuto leggi elettorali identiche: è noto che in Assemblea costituente fu approvato il famoso ordine del giorno Nitti, che prevedeva l’adozione del collegio uninominale per il Senato25 (ordine del giorno poi vanificato dall’intervento di Giuseppe Dossetti, il cui emendamento al progetto di legge elettorale per il Senato introdusse il quorum del 65% dei voti per l’elezione nel collegio), mentre per la Camera l’adozione di un sistema proporzionale non fu mai in discussione26. Sebbene le due leggi elettorali del 1948 fossero sulla carta assai diverse, il loro funzionamento pratico era del tutto identico e non si è mai verificato il caso di maggioranze differenti (per lo stesso motivo, fino alla riforma del 1963, cadde nel vuoto persino la disposizione costituzionale che voleva per le due camere una durata diversa, in quanto il Senato doveva restare in carica per 6 anni). Dopo il referendum del 1993 che modificò profondamente il sistema elettorale del Senato, abolendo semplicemente il già citato quorum del 65%, le camere approvarono immediatamente una nuova legge elettorale anche per la Camera, consapevoli che non era possibile far funzionare una macchina trainata da due motori che spingevano in direzioni opposte. Le leggi n. 276 e 277 del 1993 introducevano per le camere due sistemi pressoché simili, ma con alcune differenze (in primis, due schede alla Camera, una sola al Senato), che non scongiuravano il rischio di un parlamento diviso27; infatti, nel 1994 e nel 1996, la coalizione vincente ebbe la maggioranza solo in una delle due camere, mentre nel 2001 la schiacciante vittoria del centro-destra determinò la maggioranza alla coalizione sia a Montecitorio che a Palazzo Madama. Da quanto detto appare evidente il motivo per cui il legislatore ha previsto lo stesso sistema elettorale per entrambe le camere; ma come detto, la necessità di modificare gli istituti del premio di maggioranza e della soglia di sbarramento pone ora un delicato problema, evidenziato dalla dottrina e dai sondaggi: la possibilità di una non coincidenza tra la maggioranza della Camera e quella del Senato, o ancora, la possibilità che il Senato non abbia una chiara maggioranza, pur con la presenza del premio che ha esattamente quella finalità.

Ma passiamo ora alla descrizione degli istituti che differiscono rispetto al sistema della Camera. Quanto alle soglie di sbarramento, per accedere al Senato è necessario che un partito raggiunga almeno l’8% dei voti nella circoscrizione, nel caso in cui si tratti di una lista non coalizzata, ovvero il 3% nel caso di una lista facente parte di una coalizione, mentre per le singole coalizioni lo sbarramento è pari al 20%. Le soglie, evidentemente, sono più alte rispetto a quelle previste per la Camera, ma ciò deriva unicamente dal fatto che esse sono applicate su base regionale, per cui un partito non coalizzato che non raggiunge il 4% su scala nazionale non accede all’assemblea di Montecitorio, ma è probabile che riesca ad entrare a Palazzo Madama se è concentrato in alcuni ambiti territoriali (si pensi alla Lega, che nel 2001 ha preso il 3,9% su scala nazionale, ma che nelle regioni del Nord supera ampiamente la soglia dell’8%, ovvero all’Udeur, molto concentrato in alcune regioni meridionali). Peraltro, l’adozione di soglie su base circoscrizionale non è una novità italiana, ma si rinviene ad esempio in Spagna (3%) e può senz’altro dispiegare i propri effetti in modo ottimale, così come avviene per le soglie nazionali. Più interessante, invece, è notare che in alcune regioni minori le soglie effettive, o implicite, sono molto maggiori di quelle individuate dalla legge e rendono ancor minori le possibilità dei piccoli partiti.

Sorgono molte perplessità, invece, per la previsione del premio di maggioranza regionale, che è stato considerato il vero limite della legge. Da notare, in primo luogo, che le regioni in cui può scattare il premio sono solo 17 e non 20. Le tre regioni escluse sono la Valle d’Aosta, il Molise e il Trentino-Alto Adige: nel primo caso, si tratta di una circoscrizione che elegge un solo senatore, con metodo maggioritario; nel secondo caso, i senatori da eleggere sono due e non avrebbe senso prevedere un premio; nel terzo caso, i senatori da eleggere sono 7 (6 con sistema maggioritario uninominale plurality, 1 con sistema proporzionale) e l’esclusione deriva dalla necessità di tutelare le minoranze presenti. Nelle restanti regioni, viene attribuito un premio di maggioranza, pari al 55% dei seggi, alla coalizione maggioritaria che non abbia già da sé raggiunto tale quota. I seggi vengono successivamente assegnati ai partiti allo stesso modo di quanto si è visto per la Camera; i seggi residui, invece, sono assegnati alle opposizioni.

L’effetto del premio di maggioranza, in tal modo, rischia di essere reso nullo dall’incrocio che si può realizzare nel caso in cui ci siano vincitori diversi nella varie circoscrizioni, con il risultato paradossale di un Senato senza una maggioranza chiara, il che contrasta con la stessa previsione normativa di un premio di maggioranza, che dovrebbe operare proprio in tal senso. Ad avvalorare questa tesi vi sono molte rilevazioni statistiche effettuate negli ultimi mesi, che dimostrano come la futura composizione del Senato sarà presumibilmente tale da non permettere vita serena al futuro governo: questo perché se una coalizione vince in tutte le regioni prende all’incirca il 55% dei seggi, ma questo evento è difficilmente realizzabile, poiché è molto più realistico pensare che in alcune regioni vincerà la coalizione che risulterà poi sconfitta a livello nazionale28. Di certo, quindi, c’è che il Senato non vedrà al suo interno una maggioranza chiara e forte e ciò, al di là delle notevoli conseguenze sul piano politico, costituisce senza dubbio una profonda distonia, se si pone mente al fatto che questa legge prevede un premio di maggioranza.

8. Possibili profili di incostituzionalità

Come il lettore avrà notato, leggendo i paragrafi precedenti, la dottrina ha evidenziato la presenza di una serie di elementi controversi nel nuovo sistema elettorale. Ma, a parte ciò, sono stati non di meno individuati diversi profili di incostituzionalità.

Quanto alla legge elettorale della Camera, le disposizioni considerate contrarie alla Costituzione si rinvengono principalmente riguardo alla disciplina del premio di maggioranza, in ragione del fatto che non è prevista una forma di sanzione per la coalizione che ne usufruisce, ma poi nel corso della legislatura si scinde, alterando quella condizione di unità per cui il premio è stato congegnato. In tal senso, l’attribuzione di un premio di maggioranza si rileva irragionevole, poiché si configura come una mera forma di vantaggio a favore di alcuni partiti, violando la competizione elettorale29.

Sempre in materia di premio di maggioranza, un profilo di incostituzionalità deriverebbe dalla mancanza, su cui si è già detto, di un quorum minimo da raggiungere affinché possa scattare il premio stesso. L’assenza di un simile congegno, come si è visto, permette l’assegnazione del premio anche a coalizioni o liste con un numero di voti relativamente basso, con la conseguenza di introdurre una discrepanza eccessiva e sproporzionata tra seggi conseguiti autonomamente e seggi totali30. Inoltre, la competizione bipolare è a rischio, data la possibilità di creare terzi poli, e pertanto anche l’alternanza al governo può essere messa in discussione.

Inoltre, desta molte perplessità il già menzionato regime giuridico relativo alla regione Valle d’Aosta, i cui voti non sono computati ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza, operando in tal modo una ingiustificata discriminazione, che non trova fondamento alcuno nella Costituzione31.

Infine, la nuova legge elettorale non contiene alcuna disposizione in favore delle c.d. pari opportunità, come ad esempio le quote rosa, che permettono una adeguata rappresentanza del sesso femminile32. A tale riguardo è stato anche sostenuto che non sempre le leggi elettorali contengono disposizioni di tal genere: a questa tesi è stato risposto che la presenza di quote rosa nel testo, nel momento in cui è entrato in vigore il nuovo art. 51 della Costituzione33, è divenuta impellente. Va detto, peraltro, che una disposizione in tal senso era presente nel testo originario della legge, ma è stato poi bocciata nella fase di approvazione. Un ulteriore progetto di legge, presentato in extremis alle camere per reintrodurre le quote rose, non è stato poi approvato, poiché la fine della legislatura rendeva impossibile completare l’iter legislativo.

Maggiori problemi causa, invece, il nuovo sistema elettorale del Senato, su cui si addensano i maggiori dubbi espressi dalla dottrina. Il punto centrale è il premio di maggioranza attribuito su base regionale. Si è già detto come la previsione di un premio nazionale, come alla Camera, nella prima formulazione del testo, rappresentasse un elemento di contrasto con il principio dell’elezione del Senato su base regionale, sancito dall’art. 57 della Costituzione. Tuttavia, da parte di alcuni, si è sostenuti che anche la nuova formulazione, nonostante comporti una assegnazione di seggi esclusivamente a livello circoscrizionale, si ponga in violazione del principio suddetto34. Il premio di maggioranza, per sua natura, tende a creare i presupposti per un governo stabile, duraturo ed efficiente, garantendo ad una lista o coalizione un numero di seggi sufficiente a raggiungere la maggioranza assoluta. Per tale motivo, l’attribuzione del premio su base regionale è illogico ed immotivato, poiché o esso è comunque finalizzato al raggiungimento di una maggioranza nazionale (e, in tal caso, si pone in contrasto con l’art. 57 della Costituzione) oppure non ha alcun motivo di esistere, perché avere una maggioranza a livello circoscrizionale è del tutto inutile. In altri termini, il premio di maggioranza, comunque congegnato, è incompatibile con la legge elettorale del Senato, perché la Costituzione non lo rende praticabile. A dimostrazione di ciò, si può notare come la legge truffa del 1953 non prevedeva un premio anche al Senato, ma solo alla Camera.

Secondo altri, il premio di maggioranza del Senato è costituzionalmente illegittimo per violazione degli artt. 3 e 4835. Posto il fine del premio, che è quello di garantire la maggioranza parlamentare ad una coalizione, l’attribuzione di 17 premi diversi, regione per regione, non garantisce affatto che si possa raggiungere tale esito. Come hanno avuto modo di dimostrare i sondaggi e le simulazioni condotte nei mesi scorsi, si corre il rischio di avere un Senato senza maggioranza, il che è per l’appunto paradossale per si pone mente al fatto che l’introduzione di un premio dovrebbe evitare proprio tali conseguenze. Non solo, poiché l’ipotesi peggiore prevede un Senato in cui la coalizione che avuto più voti si ritrovi con meno seggi: ciò è possibile nel caso in cui una coalizione risulti maggioritaria nelle regioni in cui vengono attribuiti più seggi36.

In sintesi, emerge chiaramente come la previsione di un premio di maggioranza per il Senato sia incompatibile con la Costituzione, poiché per essere realmente efficace dovrebbe operare su scala nazionale, ma ciò non è consentito dall’art. 57, contenente il principio dell’elezione su base regionale. Applicando il premio su base regionale, però, rappresenta una cura che peggiora il male stesso: non è affatto assicurata la maggioranza in seggi alla coalizione che è maggioranza in termini di voti, perciò il premio è irragionevole e come tale incostituzionale. A ciò si aggiunga che un congegno che permette il raggiungimento della maggioranza assoluta è comunque incompatibile con l’art. 57, perché sarebbe concepito in funzione nazionale e non regionale37.

9. Conclusioni: dal maggioritario proporzionalizzato al proporzionale con effetti maggioritari

È ora possibile, giunti alla fine di questa breve esposizione degli aspetti più salienti delle nuove leggi elettorali, operare delle conclusioni in merito all’opportunità dell’innovazione. Si è già potuto notare che la dottrina si è schierata in gran parte in senso contrario alla riforma elettorale, ritenendo che essa è comunque peggiore del sistema che sostituisce.

In realtà, da un’analisi attenta degli istituti introdotti dalla legge n. 270 del 2005, si può sostenere la tesi per cui il nuovo sistema elettorale, quello relativo alla Camera, non produce grandi stravolgimenti, essendo molto più simile al mattarellum di quanto possa sembrare. La legge n. 277 del 1993 prevedeva, com’è noto, un sistema misto, in parte maggioritario, in parte proporzionale; il 75% dei seggi (in totale 475) veniva attribuito in altrettanti collegi uninominali al candidato che raggiungeva la maggioranza semplice, mentre i restanti 155 seggi (pari al 25%) venivano attribuiti, con metodo del quoziente naturale e dei più alti resti, a liste di partito presentate nelle 26 circoscrizioni regionali e subregionali. L’effetto che il maggioritario all’inglese avrebbe dovuto apportare, secondo i promotori dei referendum elettorali degli anni ’90, era quello di semplificare il quadro politico, conducendo ad un formato partitico bipolare, se non ad un vero e proprio bipartitismo sul modello britannico. L’esperienza concreta di 12 anni e 3 elezioni generali ha dimostrato come il risultato sia stato ben lungi da quello che era nella mente dei promotori, e ciò è derivato dal fatto che il maggioritario uninominale a turno unico non ha eliminato i piccoli partiti, anzi ha consentito loro di esercitare un enorme potere di ricatto e di tenere in scacco le coalizioni delle quali facevano parte. Discorso diverso, ovviamente, se fosse stato introdotto il modello francese, il cui sbarramento per accedere al secondo turno avrebbe senz’altro avuto effetti selettivi sul sistema dei partiti, così come avvenuto in Francia, caratterizzata in precedenza da problemi di frammentazione simili a quelli italiani.

L’introduzione del maggioritario, nel 1994, ha provocato la nascita di due grandi coalizioni, litigiose ed eterogenee, composte da tanti partitini: in tal modo, ogni coalizione presentava nei collegi uninominali un candidato comune, scelto sulla base di una serie di accordi preventivi in base ai quali i partiti si dividevano i collegi. Attraverso tale escamotage, i piccoli partiti potevano superare agevolmente lo sbarramento implicito del collegio uninominale, e potevano entrare senza problemi nell’assemblea di Montecitorio. In altri termini, il maggioritario italiano degli anni ’90 è stato proporzionalizzato, rendendo praticamente nullo l’effetto distorsivo e selettivo tipico del plurality38. Il mattarellum, sistema per il 75% formalmente maggioritario, di fatto agiva come un sistema proporzionale, con un premio di maggioranza di coalizione assicurato dalla distorsività del collegio uninominale, con una soglia di sbarramento implicita elevatissima, invalicabile per tutti i partiti che erano fuori dalle coalizioni, mentre per chi era coalizzato la soglia era di fatto nulla. La quota proporzionale, invece, funzionava come tale, con un vero sbarramento, superabile solo dai partiti maggiori ovvero, dai piccoli partiti, solo con la presentazione di liste unitarie.

Il sistema elettorale introdotto dalla legge n. 270 del 2005, come si può notare, non differisce, quanto a meccanica, da quello precedente: sistema proporzionale, premio di maggioranza di coalizione, soglie di accesso abbastanza elevate per i partiti non coalizzati e praticamente nulle (o molto basse) per i partiti coalizzati. Non è previsto il voto di preferenza, ma la possibilità di scelta per gli elettori non esisteva neppure con il mattarellum. Si è detto, infatti, che la nuova legge elettorale non consente agli elettori di scegliere la composizione delle future camere, perché agli stessi è concesso un solo voto da attribuire tout court al partito, che è poi libero di inserire chiunque nella propria lista. Questo è senz’altro vero, ma è anche vero che l’elettore del collegio uninominale era ancor più limitato nelle possibilità di scelta, perché si ritrovava due nomi e doveva scegliere per l’uno o per l’altro, senza altre alternative. In un paese con due o tre partiti il collegio uninominale può essere senz’altro ottimale, ma in un paese con dieci-dodici partiti è molto probabile che l’elettore si trovi sulla scheda due candidati che non gradisce: ad esempio, un elettore della Lega che si ritrova nel proprio collegio un candidato di An o dell’Udc (e viceversa), ovvero un elettore di Rifondazione comunista che si ritrova davanti un candidato dell’Udeur; allo stesso modo, un potenziale elettore radicale del 2006, con il mattarellum, avrebbe potuto trovare nel proprio collegio la cattolica Paola Binetti, leader antireferendaria, e gli esempi potrebbero continuare. Il cittadino che si recava alle urne con il mattarellum, pertanto, non era poi così libero ma risultava vincolato alla scelta in blocco di uno dei due candidati che rappresentavano ciascuno un insieme di 4-5 partiti, se non addirittura 7-8. A ciò si aggiunga che il fenomeno del «paracadutismo», vale a dire la tendenza a presentare nei collegi candidati privi di radicamento territoriale, ha reso nullo persino l’effetto, tanto enfatizzato nei sistemi uninominali, di generare un collegamento diretto tra elettori ed eletti.

La vera e sostanziale differenza tra il mattarellum e il nuovo sistema proporzionale è che il numero di seggi che spetterà ai singoli partiti non sarà più determinato dagli accordi preelettorali fatti dai partiti coalizzati, ma sarà determinato dal voto degli elettori; in questo senso, non c’è dubbio che la nuova legge conferisce maggiore libertà all’elettore nel determinare gli equilibri infrapartitici, veramente determinanti ai fini della formazione dei governi. Inoltre, il nuovo sistema assicura comunque che la coalizione vincente abbia la maggioranza assoluta dei seggi, a differenza del mattarellum, ed evita la situazione per cui la coalizione meno votata possa conseguire più seggi di quella più votata.

Ciò non toglie che, sebbene la nuova legge elettorale migliori alcune cose ed elimini finalmente il collegio uninominale, del tutto inadatto alla realtà italiana, quanto meno nella variante all’inglese, essa contiene una serie di elementi negativi e si presta ad essere migliorata. Una legge non perfetta, dunque, ma sicuramente perfettibile: quanto alle preferenze, si è già detto che era meglio introdurre il voto di preferenza unico, che avrebbe limitato il potere dei partiti di determinare la composizione della futura Camera. Inoltre, le circoscrizioni sono eccessivamente ampie, poiché ad ognuna si assegnano mediamente circa 24 seggi; la legge elettorale del 1948 prevedeva un numero di circoscrizioni maggiori, trentadue, e fino al 1963 il numero dei deputati era inferiore a 600. Quanto alla soglia di sbarramento, sarebbe auspicabile che essa fosse unica per tutti e non minore del 4%, in modo da evitare un eccessiva frammentazione partitica. Un ultimo problema è quello per cui l’abbandono del collegio uninominale reca minore coesione tra i partiti che compongono le due coalizioni, con il rischio di uno sfaldamento delle stesse a discapito di bipolarismo e alternanza: a tal fine, più che la mera indicazione di un programma comune e di un leader della coalizione, sarebbe auspicabile l’introduzione di un quorum minimo da raggiungere come condizione affinché possa scattare il premio di maggioranza, poiché ciò rappresenterebbe un disincentivo alla formazione di terzi poli.

Il nuovo sistema elettorale della Camera, pertanto, non va considerato nefasto, ma semplicemente perfettibile. Il vero problema introdotto dalla legge n. 270 del 2005 resta quello del Senato, dove i 17 premi di maggioranza condurranno alla sicura paralisi dell’organo. In questo senso, la legislazione elettorale per la camera alta è da ripensare ex novo, poiché il bicameralismo perfetto impone una perfetta coincidenza politica tra le due camere che compongono il parlamento italiano. L’unica via percorribile resta quella dell’abolizione del premio di maggioranza, incompatibile con l’art. 57 della Costituzione, così come il Manzella ha brillantemente argomentato, ed assicurare la governabilità attraverso la soglia di sbarramento e, semmai, la riduzione del numero dei senatori, che renderebbe anche un sistema proporzionale maggiormente selettivo. Ma, ad ogni modo, il sistema elettorale del Senato non potrà restare inalterato.

In una prospettiva de iure condendo, in realtà, la legislazione elettorale italiana andrebbe articolata in maniera del tutto differente, una volta presa coscienza del fatto che la stabilità del sistema politico, prima ancora che dei governi, può essere raggiunta solo con un quadro partitico strutturato e semplificato. Per fare ciò è necessario ridurre il numero e il potere dei piccoli partiti, favorendo l’aggregazione degli stessi sulla base di aree politico-culturali omogenee e la nascita di pochi grandi partiti sul modello europeo. Il sistema elettorale maggiormente idoneo a conseguire tali scopi può essere indifferentemente maggioritario o proporzionale. Nel caso in cui si volesse ripartire dalla nuova legge del 2005, si dovrebbe avere il coraggio di avvicinarsi al modello tedesco, imperniato sulla clausola di sbarramento del 5%, e soprattutto a quello spagnolo, caratterizzato da un basso numero di parlamentari e circoscrizioni su base provinciale. Riducendo il numero dei nostri deputati a 400 circa, adottando circoscrizioni relativamente piccole, introducendo una soglia di accesso realmente operativa (ciò significa attorno al 5% e, comunque, non meno del 4%), si potrebbero ottenere effetti simili. Quanto al Senato, nell’attesa di avere finalmente una camera che rappresenti concretamente le regioni e, in quanto tale, svincolata dal circuito dell’indirizzo politico, nell’impossibilità di applicare un premio di maggioranza a qualsivoglia livello, si potrebbe ridurre il numero dei senatori elettivi a 200, applicando eventualmente una clausola di sbarramento regionale.

Se si vuole realmente ripristinare il collegio uninominale, invece, bisogna abbandonare il modello inglese e i sogni di bipartitismo, e rivolgersi semmai al modello della V Repubblica, che ha prodotto due coalizioni composte da due partiti ciascuna, ha garantito l’effetto bipolare e, soprattutto, ha ridotto l’influenza dei partiti di estrema39. Proprio l’esempio della Francia, caratterizzata in passato dai medesimi problemi di ingovernabilità e frazionamento del sistema partitico, potrebbe spingerci a intraprendere questa strada, ipotesi del resto caldeggiata da molti autorevoli studiosi.

(13 aprile 2006)

Note

1 F. Lanchester, L’innovazione istituzionale nella crisi di regime, Bulzoni, Roma 1996, pag. 20. Si pensi non solo al caso italiano, ma anche all’esempio della Francia nel 1958, al tempo della crisi algerina e della caduta della IV Repubblica.

2 S. Ceccanti – S. Vassallo (a cura di), Come chiudere la transizione. Cambiamento, apprendimento e adattamento nel sistema politico italiano, Il Mulino, Bologna 2004, passim. In tal senso, la modifica delle leggi elettorali in una democrazia stabilizzata è indice di un mancato riallineamento dopo la crisi di regime degli anni ’90: vedi il contributo di F. Lanchester, Le elezioni del 2006 sotto “osservazione”, in www.federalismi.it, 9 marzo 2006, n. 5.

3 M. Calise, La Terza Repubblica. Partiti contro Presidenti, Laterza, Roma-Bari 2006, passim, ma in particolare pagg. 3-19. Va detto che l’autore sottolinea al riguardo la figura di Silvio Berlusconi, considerandolo come il principale artefice del bipolarismo. Entrato in politica per colmare il vuoto esistente nel settore moderato dello schieramento politico, Berlusconi è stato in grado di creare una coalizione di centro-destra mettendo in contatto partiti che parlavano lingue diverse; allo stesso modo, ha indirettamente incentivato la nascita dell’Ulivo, che ha posto le premesse per l’alternanza. Il passaggio dalla Seconda alla Terza Repubblica, pertanto, è frutto da un lato del nuovo sistema elettorale proporzionale, ma dall’altro della crisi del berlusconismo, che mette a serio rischio la permanenza dello schieramento moderato, quanto meno nelle forme in cui esso si è articolato finora.

4 In passato, il centro-destra si era già fatto promotore di un progetto di riforma elettorale di tipo proporzionale, basato però sul modello tedesco, con soglia al 5% nell’ambito di 8 circoscrizioni. Il testo in questione è meglio noto come Tremonti - Urbani, dal nome dei due esponenti di Forza Italia che hanno firmato il progetto di legge (progetto n. 5573, presentato alla Camera il 4 marzo 1999). Più di recente, una proposta di riforma elettorale in senso proporzionale era stata ideata dal deputato di Alleanza Nazionale Vincenzo Nespoli (nn. 5651-5652, presentati alla Camera il 23 febbraio 2005, confluiti nel testo unificato che ha poi dato vita alla legge n. 270 del 2005).

5 In questo senso, tra i vari, v. G. Quagliariello, Ma non chiamatela «legge truffa», in Il Messaggero, 18 settembre 2005.

6 Per tutti, v. A. Manzella, Il trucco finale conto la democrazia, in La Repubblica, 15 settembre 2005; S. Romano, Lo spariglio del Cavaliere. Vantaggi e rischi di una svolta energica, in Corriere della Sera, 14 ottobre 2005.

7 Va detto che tale prassi, oltre a porsi in contrasto con la storia repubblicana, smentisce il Codice di buona condotta elettorale, elaborato dal Consiglio d’Europa nel 2003, secondo cui «gli elementi fondamentali del diritto elettorale, ed in particolare il sistema elettorale in senso stretto, la composizione delle commissioni elettorale ed il ritaglio delle circoscrizioni, non devono poter essere modificate nell’anno che precede le elezioni oppure devono essere trattate a livello costituzionale ovvero ad un livello superiore a quello della legge ordinaria». V., in proposito, F. Caporilli, La stabilità della legge elettorale ed i principi fondamentali del patrimonio elettorale europeo, in www.forumcostituzionale.it, 18 ottobre 2005; T. Groppi, Voti rubati, in L’Unità, 24 novembre 2005; V. Onida, I guai della legge elettorale. Cancellati sia il voto di coalizione sia la scelta dei singoli candidati, in Il Sole 24 ore, 20 dicembre 2005.

8 La riforma del sistema elettorale italiano è molto recente, tuttavia gli studiosi si sono interessati notevolmente al problema e in questi mesi hanno prodotto articoli e saggi molto brillanti, che si cercherà di commentare nel prosieguo. Per una visione di insieme delle nuove leggi elettorali, comunque, si rinvia a R. Balduzzi – M. Cosulich, In margine alla nuova legge elettorale politica, in www.associazionedeicostituzionalisti.it; S. Ceccanti, I “nuovi” sistemi elettorali: regolarità, anomalie, utilizzazioni previste e impreviste, in www.federalismi.it, 20 ottobre 2005, n. 19; S. Duranti – J. Sawicki, La nuova legge per l’elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati (Legge 21 dicembre 2005, n. 270), in www.federalismi.it, 26 gennaio 2006, n. 2; T.E. Frosini, Nuova legge elettorale e vecchio sistema politico?, in Rassegna Parlamentare, 2006, n. 1 (v. l’anticipazione su www. associazionedeicostituzionalisti.it); P.L. Petrillo, La nuova legge elettorale per la Camera ed il Senato, in www.associazionedeicostituzionalisti.it.

 

9 R. Balduzzi – M. Cosulich, In margine alla nuova legge elettorale politica, cit.

10 E. Bettinelli, La formazione dell’ordinamento elettorale nel periodo precostituente. All’origine della democrazia dei partiti (1944-1946), in E. Cheli (a cura di), La fondazione della Repubblica. Dalla Costituzione provvisoria all’Assemblea Costituente, Il Mulino, Bologna 1979, pag. 199 ss.

11 A tale riguardo, si vedano, da ultimo, le considerazioni espresse da Augusto Barbera, in un’intervista su L’Unità del 14 settembre.

12 È consentita, peraltro, la candidatura contemporanea in tutte le circoscrizioni (prima era possibile solo in tre), mentre è espressamente vietata la candidatura contestuale in entrambe le camere. Da ciò ne deriva che vi saranno molti casi di deputati o senatori eletti in diverse circoscrizioni, che saranno poi tenuti ad effettuare la c.d. opzione.

13 Sul punto, v. S. Ceccanti, I risultati: instabilità, costi elettorali alle stelle, corruzione, in Europa, 15 settembre 2005; Id., I “nuovi” sistemi elettorali: regolarità, anomalie, utilizzazioni previste e impreviste, cit., pagg. 1-2; A. Chimenti, Gli sconfitti di un voto con l’esclusione di colpi (di scena), in Il Riformista, 28 febbraio 2006; G. Pasquino, Un pasticciaccio: ora i partiti nominano i deputati, in AGL, 9 marzo 2006.

14 Più in dettaglio, S. Duranti – A. Gigliotti, L’emendamento alla legge elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica presentato alla commissione affari costituzionali il 13-09-05, in www.federalismi.it, 22 settembre 2005, n. 17, pagg. 1-2.

15 In questo senso l’opinione di S. Ceccanti, I “nuovi” sistemi elettorali: regolarità, anomalie, utilizzazioni previste e impreviste, cit., ibidem.

16 Sull’assegnazione dei seggi, più in dettaglio v. S. Duranti – J. Sawicki, La nuova legge per l’elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati (Legge 21 dicembre 2005, n. 270), cit., pag. 4 ss.

17R. Balduzzi – M. Cosulich, In margine alla nuova legge elettorale politica, cit.; S. Ceccanti, Gli elettori della Val d’Aosta dimenticati. Il loro voto non conterà per il governo, in Il Riformista, 16 dicembre 2005; Id., Val d’Aosta e eguaglianza del voto: il caso è serio, in www.forumcostituzionale.it, 18 dicembre 2005; R. D’Alimonte – C. Fusaro, Se viene violata l’eguaglianza del voto, in Il Sole 24 ore, 17 dicembre 2005; C. Fusaro, La questione dei voti della Valle d’Aosta nella legge proporzionale con premio in attesa di promulgazione, ibidem, 19 dicembre 2005. Sulle implicazioni di un possibile giudizio di costituzionalità sulla legge n. 270, in relazione alla questione della Valle d’Aosta, v. le interessanti argomentazioni di A. Pertici – E. Rossi, La possibilità di impugnare la nuova legge elettorale alla Corte costituzionale e gli effetti della sua eventuale sospensione, in www.forumcostituzionale.it, 23 gennaio 2006.

18 Questo aspetto va ribadito, poiché in molti hanno paragonato le due leggi elettorali, dimenticando che, al di là della diversa fase storica nella quale esse vengono alla luce, il quorum del 1923 era estremamente limitato, mentre la legge truffa prevedeva il premio solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei voti, che avrebbe già di per sé assicurato la maggioranza assoluta dei seggi.

19 Per tutti, v. G. Pasquino, Premio di maggioranza troppo leggero, in Il Sole 24 ore, 8 novembre 2005.

20 Sul punto, v. S. Duranti – A. Gigliotti, L’emendamento alla legge elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, cit., pag. 2; A. Manzella, Il trucco finale contro la democrazia, cit.; G. Sartori, La riforma con il veleno. Il sistema elettorale proposto dal Polo, in Corriere della Sera, 15 settembre 2005. Contra, G. Pasquino, Norma partigiana? Non c’è scandalo, in Il Sole 24 ore, 15 settembre 2005, il quale ritiene che la disposizione non desta particolari apprensioni e possa essere superata con la presentazione di liste nelle quali far confluire più partiti.

21 Sul paragone con la legge Acerbo v. R. Balduzzi – M. Cosulich, In margine alla nuova legge elettorale politica, cit.; F. Lanchester, Le elezioni del 2006 sotto “osservazione”, cit.

22 Su questo problema, v. M. Ainis, Quel «premio» gigantesco tradisce la Costituzione, in La Stampa, 9 ottobre 2005; G. Amato, Una legge folle, un’ottima risposta politica, in Europa, 30 novembre 2005; T.E. Frosini, Nuova legge elettorale e vecchio sistema politico?, cit.; V. Onida, Sistema contraddittorio, in Il Sole 24 ore, 14 ottobre 2004.

23 V. G. Guzzetta, Un referendum sulla legge elettorale, in www.forumcostituzionale.it, 4 marzo 2006; Id. Grande centro vs. referendum? Risposta a Fulco Lanchester, in www.federalismi.it, 23 marzo 2006, n. 6. Per un commento su ciò si rinvia a F. Bassanini, Serve un referendum per la governabilità. L’attuale legge elettorale va modificata, in Il Riformista, 8 marzo 2006; S. Ceccanti, Legge elettorale, il referendum si può fare. La governabilità è nell’interesse generale, ibidem, 7 marzo 2006; F. Lanchester, Le elezioni del 2006 sotto «osservazione», cit.; Id., L’ascia e il bulino, in www.federalismi.it, 23 marzo 2006, n. 6; S. Vassallo, Una politica più semplice, in Corriere della Sera, 7 marzo 2006.

24 Secondo il Manzella, in realtà, anche il premio di maggioranza su base regionale, così concepito, è da considerarsi incostituzionale, perché il premio stesso altera il principio dell’elezione su base regionale, di cui all’art. 57 della Costituzione. Anche se assegnato in ogni circoscrizione, il premio è pur sempre finalizzato al raggiungimento di una maggioranza a livello nazionale, giacché una maggioranza a livello regionale è del tutto inutile. V., in proposito, A. Manzella, Il Senato e l’alternativa del diavolo, in La Repubblica, 5 novembre 2005.

25 La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, seduta del 7 ottobre 1947, vol. IV, pagg. 3084-3087.

26 Per la Camera fu presentato un o.d.g. Giolitti, che prevedeva l’adozione del sistema proporzionale, nella seduta del 23 settembre 1947. V. La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, seduta del 23 settembre 1947, vol. IV, pagg. 2988-2989.

27 Ciò rappresentava un buon motivo per modificare le leggi elettorali del 1993 anche per uno studioso che ha sempre difeso il mattarellum. Si veda la ricostruzione nel saggio di R. D’Alimonte, I rischi di una nuova riforma elettorale. In difesa del «mattarellum», in Quaderni costituzionali, 2004, n. 3, pagg. 507-509, secondo cui l’unico vero motivo che potrebbe indurre alla riforma elettorale è il rischio che future elezioni possano condurre ad una maggioranza di centro-destra alla Camera e ad una di centro-sinistra al Senato. L’eventualità, derivante dal diverso corpo elettorale ma soprattutto dalla differenza tra i due sistemi elettorali (due schede alla Camera, una sola al Senato), non è affatto remota e si spiega a motivo del miglior rendimento ottenuto dal centro-destra nella competizione proporzionale e del centro-sinistra nel maggioritario (e viceversa).

28 Questi i dati calcolati da R. D’Alimonte, Così la riforma condanna il Senato allo stallo, in Il Sole 24 ore, 27 ottobre 2005, secondo cui il centro-sinistra, considerato in vantaggio, non dovrebbe superare nella migliore delle ipotesi i 165 seggi, solo 7 in più rispetto alla maggioranza assoluta, ma nelle ipotesi peggiori potrebbe anche verificarsi una sorta di pareggio. Lievemente diversi i calcoli di S. Ceccanti, Governabilità. Pareggi inesistenti e problemi reali, in Il Riformista, 15 febbraio 2006, secondo cui, nella migliore delle ipotesi, il centro-sinistra dovrebbe conseguire 170 seggi, 12 sopra la maggioranza assoluta. Quasi impossibile, invece, la prevalenza a Palazzo Madama del centro-destra, che potrebbe recuperare alla Camera ma si ritroverebbe comunque in minoranza al Senato. Allo stesso modo G. Pasquino, Il pareggio impossibile, in L’Unità, 8 marzo 2006, secondo cui la prevalenza del centro-sinistra al Senato è assicurata dai senatori di diritto e a vita, mentre una vittoria del centro-destra alla Camera condurrebbe all’esito di un parlamento diviso. Lo stesso R. D’Alimonte, Senato, se 4 Regioni fanno la differenza, in Il Sole 24 ore, 13 novembre 2005, ritiene invece possibile una vittoria del centro-destra al Senato e del centro-sinistra alla Camera, se il centro-destra dovesse prevalere in Piemonte, Lazio, Puglia e Calabria. In tal caso essa avrebbe una maggioranza risicata a Palazzo Madama, prevalendo in termini di seggi sul centro-sinistra ma non in termini di voti.

29 Su tale aspetto si veda l’Appello dei giuristi ai Senatori in merito al ddl in materia di “Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentato nella fase di approvazione definitiva del testo presso il Senato, firmato da un gruppo di giuristi, che individua quattro profili di incostituzionalità della nuova legge elettorale. Il punto ora esaminato è il primo. Sullo stesso problema si v. anche T.E. Frosini, Nuova legge elettorale e vecchio sistema politico?, cit., il quale condivide la tesi dell’incostituzionalità, ma ritiene altresì che la presenza di una eventuale sanzione per la coalizione che si sfalda violerebbe il principio del divieto di mandato imperativo, sancito dall’art. 67 della Costituzione.

30 M. Ainis, Quel «premio» gigantesco tradisce la Costituzione, cit.; T.E. Frosini, Nuova legge elettorale e vecchio sistema politico?, cit.

31 V. il paragrafo n. 4 e la bibliografia ivi citata.

32 V., sul punto, R. Balduzzi – M. Cosulich, In margine alla nuova legge elettorale politica, cit., T.E. Frosini, Nuova legge elettorale e vecchio sistema politico?, cit., e il già citato Appello dei giuristi, al punto n. 4.

33 Si riproduce il testo del primo comma dell’art. 51: «Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini». Il secondo periodo del comma, infatti, è stato introdotto di recente, con la Leggecostituzionale 30 maggio 2003, n. 1.

34 A. Manzella, Il Senato e l’alternativa del diavolo, in La Repubblica, 5 novembre 2005. Dello stesso avviso anche T. Groppi, Voti rubati, cit.

35 Su tutti, v. L. Elia, Leggi elettorali e “moral suasion”, in Europa, 27 ottobre 2005; Id., Il voto rischia di essere delegittimato, ibidem, 29 novembre 2005; ma sul punto si vedano anche G. Amato, Una legge folle, un’ottima risposta politica, cit.; R. Balduzzi – M. Cosulich, In margine alla nuova legge elettorale politica, cit.; T.E. Frosini, Nuova legge elettorale e vecchio sistema politico?, cit.; T. Groppi, Voti rubati, cit.; G. Zagrebelsky, Una riforma del voto irrazionale e incostituzionale, in La Repubblica, 25 ottobre 2005.

36 V. il già citato intervento di R. D’Alimonte, Senato, se 4 Regioni fanno la differenza, cit.

37 Ma si v., in senso contrario, l’opinione di R. D’Alimonte, Paralisi al Senato dopo il voto? Ecco come evitarla, in Il Sole 24 ore, 4 dicembre 2005, secondo cui il problema si può superare con un premio di maggioranza nazionale, pari al 55% dei seggi, in quanto l’assegnazione dei seggi da effettuarsi successivamente a livello regionale non viola l’art. 57 della Costituzione.

38 Per una visione d’insieme di questi aspetti, v. R. D’Alimonte, I rischi di una nuova riforma elettorale. In difesa del «mattarellum», cit., pag. 501 ss., sebbene questo autore ritiene che la frammentazione seguita all’introduzione del maggioritario sia da addebitare non tanto al sistema elettorale, quanto al contesto storico dei primi anni ’90, in cui la caduta del Muro di Berlino e Tangentopoli avevano posto le basi per una profonda crisi del sistema dei partiti. Sugli effetti del mattarellum sul sistema politico italiano, si v. anche G. Sartori, L’Italia tra sbagli e abbagli costituzionali, in Id., Ingegneria costituzionale comparata, Il Mulino, Bologna, 1998, pag. 221 ss.; Id., Il sistema elettorale resta cattivo, in G. Pasquino (a cura di), Dall’ulivo al Governo Berlusconi. Le elezioni del 13 maggio 2001 e il sistema politico italiano, Il Mulino, Bologna 2002, pagg. 107-115.

39 Sull’effetto sottorappresentativo del doppio turno sui partiti di estrema, v. D. Fisichella, Elezioni e democrazia. Un’analisi comparata, Il Mulino, Bologna 2003, pag. 325 ss.


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