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In corso di pubblicazione negli Scritti per il 70° compleanno di Luigi Labruna, Jovene, Napoli.

La nuova legge elettorale per le Camere tra profili di incostituzionalità e prospettive di rimodellamento del sistema politico

di Salvatore Prisco
(Professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Federico II di Napoli)

Trascrizione, rivista ed integrata, dell’intervento orale svolto all’incontro di studio Sistemi elettorali ed esercizio delle libertà politiche, promosso dalla Facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli e dall’associazione Pragma (Santa Maria Capua Vetere, giovedì 30 marzo 2006). Per la stesura del quarto paragrafo è stato utilizzato ed in parte adattato, con aggiornamenti, il testo di un intervento al convegno Dinamiche evolutive del regionalismo in Italia e Spagna. La questione della Seconda Camera (Napoli, Istituto di Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano, lunedì 14 giugno 2004), rimasto sinora inedito. La premessa gratulatoria è nuova, scritta allo scopo di destinare il lavoro agli scritti per il 70º compleanno di Luigi Labruna, che saranno pubblicati dall’editore Jovene, Napoli.

1. Mi sono chiesto come un professore di diritto pubblico potesse onorare convenientemente - in occasione dei suoi primi settant’anni, tra l’altro splendidamente portati - un Maestro delle discipline romanistiche come Luigi Labruna; un uomo al quale potrei ben dire, al modo di Cicerone a Servio Sulpicio Rufo1, che «mihi videris istam scientiam juris tamquam filiolam osculari tuam», sicuro come sono che il suo spirito sopporterebbe la mia amichevole ironia.

Ho così ripescato dai ricordi di letture non vicine nel tempo il prontuario di istruzioni per l’uso con il quale Quinto Tullio Cicerone accompagnó nel 63 a. C., da vero e proprio spin doctor (come si direbbe oggi), la vittoriosa ascesa al consolato del più celebre fratello oratore. Incomincio dunque con un richiamo a questo libretto una riflessione sulla recentissima legge elettorale politica italiana, nella speranza che al festeggiato - non solo studioso, ma uomo delle istituzioni ed intellettuale che teorizza e pratica l’impegno civile - non riesca fastidiosa questa mescolanza di nova et vetera, che deliberatamente non si preoccupa troppo della correttezza storico-filologica dei rimandi reciproci tra le diverse situazioni e tantomeno della vexata quaestio del vero autore dell’opera, che per i nostri fini possiamo con tutta tranquillità lasciare agli specialisti.

Il gioco di trovare analogie con le odierne campagne elettorali è del resto perfino scontato.

Il candidato, raccomanda Quinto al fratello, scovi suoi sostenitori dovunque, li blandisca, li renda quasi come candidati al suo posto2; li chiami per nome, si riterranno così suoi amici3. Beninteso, stia molto attento ai doppiogiochisti4, ma per il resto non vada troppo per il sottile a ritenere per tali personaggi che nella vita comune non frequenterebbe5. Scenda ogni giorno in piazza sempre accompagnato da un codazzo di gente, perché questo gli procurerà grande prestigio6: è essenziale che sia sempre circondato da persone7. Sia grandioso in pubblico, perché il popolo invidia le ricchezze private, ma si sdilinque per la magnificenza pubblica8. Faccia temere agli avversari che potrebbe trascinarli in un processo, dove rischierebbero di brutto9. Non dica mai di no e, se proprio non può impegnarsi, rifiuti un favore gentilmente, o addirittura non lo rifiuti affatto: è questo ciò che distingue un uomo perbene da un candidato10. Abbondi anche in lusinghe: abominevoli in genere, sono essenziali in campagna elettorale. E poi, che saranno mai? Se l’adulazione rende qualcuno peggiore, è un male; ma se ce lo fa più amico, non è mica grave colpa: specialmente per un candidato, che nell’atteggiamento, nel volto, nel modo di parlare deve adattarsi alle idee di coloro che incontra11 .

Possiamo fermarci qui con i sagaci consigli di Quinto ad fratrem, convenendo senz’altro con quanto osserva l’illustre prefatore dell’edizione di questo aureo libretto, che chi scrive possiede.

Senatore a vita qual egli è, di campagne elettorali per se stesso non ha più bisogno, ma ne ha fatte tante e di politica, poi, se ne intende assai. «All’osservatore appena attento ai meccanismi della politica contemporanea non sfugge che, al di là dei cambiamenti di superficie, la sostanza delle cose non è cambiata né punto né poco…In questo senso si potrebbe dire, riecheggiando l’Ecclesiaste: “Nihil novi sub sole Romae”!»12.

Confortati da cotanto viatico, possiamo dunque procedere oltre. L’asprezza dell’attuale dibattito politico italiano (e per carità di patria risparmiamo al lettore gli epiteti peggiori che volano nelle polemiche quotidiane, specialmente - ma non soltanto - in situazioni analoghe a quella vissuta da Cicerone contro i suoi competitores Gaio Antonio Ibrida e Lucio Sergio Catilina) impone però un’ulteriore, piccola tappa scherzosa, allo scopo di rasserenare l’animo.

2. Grande fermento in queste settimane a Paperopoli e a Topolinia: ci saranno fra poco le elezioni politiche. Una prima lista, fra quelle in competizione, si chiama «Vinciamo noi» e la capeggia Rockerduck, insolitamente alleato con Zio Paperone: sarà che i dollari non hanno odore e che i due mirano al successo per poter far approvare in seguito apposite leggi ad paperum? Li sostengono comunque Gastone, Clarabella, Paperina e il più anziano esponente della banda Bassotti: chissà se si vuole alludere ad altri scenarî e ad altri Paesi, con questa coalizione di ricchi, fortunati, ladruncoli e casalinghe.

Quel che pare difficile è pronosticare il successo di un gruppo diverso, che è penalizzato già dalla denominazione scelta e cioè «Tiriamo la cinghia»: a meno che Paperino (e chi, se non lui?), Archimede Pitagorico, Nonna Papera e Ciccio, che ne è il capolista, non sperino - furbissimi - in un effetto di identificazione con loro della parte di gran lunga più ampia dell’elettorato.

Un terzo raggruppamento ha poi per leader Pippo ed ecumenicamente si chiama «C’è posto per tutti». Dal nome e dal capo sembra un covo di simpatizzanti di sinistra, ma sarà meglio stare attenti, perché dietro il candido portabandiera e l’alternativo Paperoga si schierano nientemeno che Amelia la fattucchiera e Pietro Gambadilegno.

Sembra sconveniente che un intervento in sede accademica sulla legge elettorale per le Camere incominci dall’invenzione che i lettori di Topolino13 (piccoli, ma - come si può notare - non solo) trovano in quest’inizio di primavera sul loro giornalino, secondo quanto riferiscono la più diffusa stampa quotidiana del 25 marzo 2006 e i servizi televisivi? Si valuta stravagante il termine di comparazione? Giudichi il lettore.

A parte che Qui, Quo e Qua sono invero già entrati nelle recenti cronache politico-giudiziarie del Paese, magari egli ritiene più dignitoso, serio ed elegante che un importante esponente della maggioranza pro tempore, già ministro della Repubblica, definisca la legge elettorale per il rinnovo delle Camere, introdotta d’improvviso e quasi senza dibattito parlamentare alla fine dello scorso anno, come «una porcata», tant’è che appunto - nelle riunioni tecniche preparatorie alle quali partecipava, avendo la delega per le questioni istituzionali nell’Esecutivo in carica - «io la chiamavo affettuosamente Porcellum» (come egli ha dichiarato alla Stampa del 18 marzo)14.

3. Si è ritenuto a prima lettura che l’Italia sia nuovamente tornata - per l’elezione delle Camere rappresentative - da un sistema misto e prevalentemente maggioritario, fondato in larga misura su collegi uninominali (introdotto dopo il referendum del 1993, che abrogó parti rilevanti del precedente assetto normativo in materia, con la legge 277/1993 e il d.lgs. 534/1993 per la Camera e con la legge 276/1993 e il d.lgs. 533/1993 per il Senato) ad uno proporzionalista, a collegi plurinominali a lista bloccata, di cui alla legge 270/200515.

Ci si continua a muovere, in realtà, nell’ambito di un sistema elettorale misto16. In questo caso, l’effetto distorsivo della rappresentanza politica, tipico dei sistemi maggioritarî, non è stato affatto superato, giacché - rispetto ad un ipotetico puro e semplice rispecchiamento nelle Assemblee dei rapporti di forza che si danno tra i partiti nella dialettica sociale spontanea - sono state previste correzioni al fine di favorire la formazione di coalizioni stabili e consistenti nell’introduzione di soglie di accesso, con percentuali di varia entità e di un premio di maggioranza: una blindatura dunque doppia17.

Come è stato osservato18, l’elemento rilevante che è cambiato è la logica uninominalistica, mentre il collegamento tra liste e candidato leader della coalizione è piuttosto virtuale e comunque non garantito quanto alla sua effettiva durata.

Nemmeno questo sistema elettorale risolve cioè in radice il problema della permanenza successiva alla consultazione elettorale del requisito della stabilità delle coalizioni e della penalizzazione del nomadismo parlamentare. Solo un duplice intervento di revisione costituzionale potrebbe davvero garantire questo obbiettivo: da un lato, con l’introduzione di decise clausole “antiribaltone”; dall’altro, rivisitando il divieto del vincolo di mandato e legando dunque l’eventuale fuoriuscita da un partito - ed al limite da una coalizione - a sanzioni operanti direttamente su questo piano.

Senonché, siffatto irrigidimento formale (e più in generale la stessa pretesa di fondo, sottesa all’intero dibattito sulle riforme costituzionali nel periodo storico più recente, vale a dire la volontà di ottenere la forzata bipolarizzazione del sistema attraverso leggi elettorali, piuttosto che affidandosi a dinamiche culturali spontanee, peraltro giocoforza efficaci nel lungo periodo) contrasta con la naturale e incomprimibile fluidità dei rapporti politici, che ad avviso di chi scrive sarebbe invece più opportuno mantenere - come risulterà meglio dal seguito di questo scritto - in sede di valutazione delle prospettive evolutive di un sistema politico che sembra ad oggi tutt’altro che definito per il periodo medio-lungo.

Dell’ultima versione della legge elettorale (introdotta frettolosamente e, come si ricordava, con scarso dibattito preliminare19) sono state in realtà ed in modo persuasivo denunciate l’occasionalità e l’incoerenza20, giacché - muovendo dall’intento di annacquare la vittoria di chiunque prevalga in occasione dell’ormai prossimo rinnovo delle Camere - essa finisce col porsi in palese contrasto con gli obbiettivi di iper-rafforzamento della governabilità perseguiti dalla egualmente appena approvata revisione organica della parte II della Carta Costituzionale.

Si è altresì censurata l’irrazionalità e perciò l’incostituzionalità di una disciplina che reintroduce il proporzionalismo, seppur forzandolo molto - come si è sopra notato - con la previsione di premi ai partiti che si coalizzano e alla maggioranza vittoriosa, ma non prevede soglie minime di accesso all’articolato pacchetto di incentivi, col risultato che potrebbe essere anche legittimata oltre misura semplicemente la più forte delle minoranze.

Senza contare che, al netto di preferenze che è impossibile esprimere ed azzerando il rapporto tra territorio e rappresentanza (ovvero mantenendolo al Senato, ma perché la Costituzione stessa impone il vincolo al territorio della regione - ed in prospettiva di revisione anche al rispettivo consiglio - ma comunque in collegi oggi troppo ampî), il parlamentare sarà letteralmente nominato da oligarchie partitiche, più che scelto dal corpo elettorale in funzione della sensibilità agli interessi reali, lì dove essi si manifestano davvero.

L’art. 49, che rende i cittadini soggetti della partecipazione politica e i partiti meramente strumentali al perseguimento di questo obbiettivo, nonché gli articoli 56, c. I e 57, c. I, per entrambi i quali l’elezione delle Camere - rispettivamente quella dei Deputati e il Senato - avviene a suffragio universale e diretto, appaiono dunque clamorosamente violati. Lo stesso deve dirsi a proposito dell’indicazione programmatica stringente di cui all’art. 51, recentemente riformato nel senso di imporre la promozione della partecipazione politica femminile, giacché un disegno di legge in termini21 non ha trovato la sua pur formalmente ricercata approvazione, proprio sul finire della XIV Legislatura.

Si dovrebbe allora perseguire quantomeno - se questa legge elettorale permanesse - una strategia di riduzione del danno costituzionale, vale a dire un’integrazione di quello che si chiama il selectorate, appunto a correzione dei rilevati vulnera.

Si rende cioè indispensabile a questo punto l’introduzione di un sistema di individuazione primariale per le candidature, ad applicazione non già casuale ed eventuale, bensì obbligatoria e disciplinata ai diversi livelli rappresentativi da leggi dello Stato e delle Regioni.

Le preferenze, insomma, eliminate a valle (e nemmeno garantite indirettamente da candidature contrapposte in collegi uninominali ristretti, come accadeva nella normativa previgente), andrebbero reintrodotte a monte, ovviamente con meccanismi rigorosissimi di effettuazione, che scelgano innanzitutto se le primarie medesime debbano essere aperte ai soli iscritti o anche a chi si limiti a sottoscrivere al momento una dichiarazione programmatica ed intervengano altresì sui profili cruciali della limitazione delle risorse economiche investibili da quanti prendono parte alla corsa e della trasparenza e del controllo pubblico delle operazioni.

Sulla scia di tale opzione (che, si ripete, non sembra ulteriormente rinviabile, nel quadro legislativo dato), sarebbe anzi il caso di rilanciare finalmente la battaglia politico-costituzionale - non di parte, ma assolutamente trasversale - per una legge generale che disciplinasse attività interne e funzioni pubbliche dei partiti, come è regola in molti ordinamenti democratici22.

L’introduzione obbligatoria e generalizzata delle primarie sarebbe del resto un rimedio solo parziale alle distorsioni presenti, data l’ovvia distanza tra una democrazia dei militanti ed una degli elettori puri e semplici, per così dire. A questi ultimi - come dev’essere in ipotesi garantito un diritto all’astensione dal recarsi alle urne, non prevedendo sanzioni per chi tenga tale comportamento - va altresì assicurato di non doversi necessariamente associare in partiti per esercitare i loro diritti di cittadinanza politica attiva. In sostanza ed in altri termini, anche con le primarie si priverebbe comunque l’elettore “semplice” - che cioè non conducesse vita di partito - della possibilità di utilizzare il voto come strumento selettivo delle candidature.

Chi scrive trova invece meno scandalosa l’introduzione di una riforma elettorale a fine legislatura, pur non ignorando le molte critiche sul punto23e addirittura l’esistenza di un Codice di buona condotta elettorale, che egualmente censura un mutamento del genere nell’anno che precede le elezioni politiche24Questo perché il risultato elettorale è suscettibile di essere interpretato in tale evenienza anche come ripulsa o accettazione ex post di siffatto metodo, sanzionando o premiando chi ha compiuto la scelta in tal senso. Più problematica sarebbe invece l’introduzione della riforma da parte del nuovo Parlamento uscito dalle urne, a legislatura appena iniziata o poco dopo, giacché l’organo ne risulterebbe allora delegittimato sul piano politico e si imporrebbe dunque come opportuna una immediata consultazione con le nuove regole. Se anche si ritenesse realistico che ciò accada, il punto decisivo sembra essere - in altri termini - non già il momento in cui la legge elettorale viene cambiata, ma la circostanza che essa sia piuttosto il risultato di un dibattito diffuso e di un’accettazione ampia da parte delle Camere che l’hanno deliberata, ciò che appunto è da noi mancato.

4. Occorre peraltro riconoscere che non è tanto il piano delle censure di costituzionalità (che, pur evidenti, sarebbero del resto difficilmente prospettabili in concreto, una volta che la deliberazione legislativa ha superato il vaglio del Presidente della Repubblica in sede di promulgazione) quello al quale deve oggi guardarsi per un giudizio compiuto sul sistema elettorale vigente.

Nella sostanza, ad ogni legge elettorale sono sottesi, com’è appena il caso di ricordare, disegni politici che la differenziano da ogni altra, rendendola funzionale ad obbiettivi specifici, sicché è dunque più opportuno mettere in luce le implicazioni di trasformazione dell’assetto politico-partitico attuale, che una logica come quella implicita nella legge appena introdotta potrebbe favorire.

Molti commentatori25 notarono - subito dopo le ultime elezioni per il Parlamento europeo, che com’è noto si svolgono con un sistema proporzionale - come l’insuccesso in quella competizione delle forze maggiori dei due poli (ricomprendendo nell’espressione generica tanto la flessione di Forza Italia, quanto lo scarso fascino esercitato sull’elettorato di centrosinistra dal progetto di apparentamento riformista nell’occasione presentato e che ad esso principalmente si rivolgeva) avesse rilanciato o registrato la “voglia di Centro” dell’opinione pubblica.

La questione è tutt’altro che trascurabile e merita approfondimento. Non vi sarebbe stato in realtà bisogno di attendere tali discussioni per rilevare come il nostro bipolarismo fosse all’epoca (e permanga tuttora) abbastanza solido, ma che non si mostrasse invece altrettanto in buona salute il meccanismo maggioritario.

I comportamenti degli elettori italiani si sono cioè venuti - nel tempo - progressivamente bipolarizzando26, indubbiamente favoriti in tale tendenza dall’introduzione - negli anni Novanta dello scorso secolo - di sistemi misti per la scelta degli eletti ad ogni livello rappresentativo, che sono stati diversi tra loro, ma in ogni caso tutti caratterizzati da una torsione maggioritaria più o meno intensa. Questa tendenza si è palesata anche più di quanto sarebbe stato lecito attendersi, in ragione del rilevato carattere composito delle leggi in materia. Il corpo elettorale si è insomma dislocato come se le leggi elettorali fossero integralmente maggioritarie e ne è conseguita la scarsa o nessuna fortuna delle terze forze, ove concepite come un polo autonomamente organizzato.

I grandi contenitori odierni della dinamica politica sono peraltro ed all’evidenza molto disomogenei al loro interno: non solo non si registra un formato bipartitico del sistema, ma nelle aggregazioni esistenti si osservano articolazioni molto differenziate - programmaticamente ed in pratica - in entrambi i campi in contesa.

Il punto di equilibrio effettivo della piattaforma di azione complessiva di ciascuna coalizione è risultato così largamente oscillante, in quanto la parte moderata di ogni schieramento - il cui successo è condizione di funzionalità in ogni buon assetto bipolare - viene costantemente insidiata e condizionata dalla presenza di istanze più radicali e, per così dire, identitarie.

Abbiamo oggi in definitiva due poli e non tre - come invece accadeva in precedenza - ma essi continuano a presentare un elemento di continuità rispetto al passato, che nel dibattito culturale maturato sul punto ci si era ripromessi di giungere invece a rompere. La semplificazione del quadro politico è dunque più apparente che reale, essendosi addirittura moltiplicate le formazioni in lizza, al contrario di quanto ci si riprometteva di conseguire.

La rispettiva coesione è pertanto massima in fase elettorale, allorché l’imperativo dominante è battere l’avversario esterno, ma decresce rapidamente di fronte al compito della gestione quotidiana successiva dei ruoli di maggioranza ed opposizione.

Non si è dunque eliminata - in particolare quanto al piano nazionale, sul quale ci si concentra qui - la gravosità nel processo di formazione di coalizioni organiche ed effettivamente rappresentative, ma semplicemente la si è spostata alla fase pre-elettorale, giacché il preponderante segmento maggioritario del procedimento selettivo ha funzionato sulla base di un rigido proporzionalismo di ingresso alle candidature nei collegi, in relazione alle quote da attribuire ai diversi partiti dell’alleanza e le esigenze della politica nazionale hanno inoltre di frequente imposto nomi catapultati nei collegi medesimi ab externo, in palese contraddizione con gli obbiettivi dichiarati di avvicinamento degli eligendi agli elettori locali.

Ancora più problematica si è poi manifestata la vita e la conduzione quotidiana delle coalizioni, tanto sul piano della maggioranza di governo (dove la raggiunta stabilità dell’Esecutivo e la leadership personale forte della compagine non sono riuscite comunque ad evitare, nella Legislatura che si è appena conclusa, tensioni e mutamenti di grande rilievo dei titolari di portafogli essenziali nella definizione dell’indirizzo politico, come gli Affari Esteri e l’Economia), quanto su quello - per forza di cose di apparentemente più facile tenuta, o meglio di più agevole mascheramento delle divisioni - dell'opposizione27.

Appare di conseguenza largamente retorica l’enfasi corrente sulla naturale virtuosità che una finalmente raggiunta stabilità governativa porta con sé, giacché tale traguardo è stato comunque costantemente insidiato e messo in pericolo da un contesto generale sfavorevole.

Erano state investite - all’inizio del processo e dunque ormai quasi un quindicennio fa - molte speranze sulla redditività di un assetto partitico bipolare, al quale miravano dichiaratamente i sostenitori della via referendaria alla riforma del sistema.

Se ne attendevano buone performances, al rammentato fine della semplificazione del quadro politico e perciò della reattività dei decisori alle domande dei cittadini (responsiveness), che avrebbe permesso - si preconizzava - di raggiungere l’obbiettivo di una maggior chiarezza e “leggibilità” nelle scelte rispettive dell’indirizzo presente e di quello, in ipotesi, futuro e alternativo.

I fautori del mutamento esprimevano altresì l’auspicio che il risultato finale - assieme ad opzioni di governo assunte più limpidamente, nonché con maggior rapidità e con esiti di efficienza e buon rendimento - fosse anche quello di indurre un più elevato livello di responsabilità e dunque di moralizzazione nella condotta della classe politica, in ragione del periodico ricambio tra le sue frazioni (per tal via finalmente possibile) nei ruoli speculari di maggioranza ed opposizione, entrambi ovviamente essenziali a definire una democrazia, il che avrebbe garantito un effettivo e periodico rendiconto (accountability) in sede elettorale.

Alla luce dell’esperienza, possiamo giudicare solo in parte raggiunti questi approdi nel periodo tra il 1993 e il 2005.

È senz’altro positivo che siano state superate le convenzioni di esclusione dall’area di accesso al governo, che costituivano una remora a sbloccare un gioco politico rattrappito, coinvolgendo in esso - in momenti diversi - tutte le forze in campo. Su questo punto, va condiviso l’apprezzamento ancora di recente manifestato28 per la dinamica del periodo in esame.

Il formato del sistema partitico è tuttavia e nondimeno restato foriero di prestazioni decisamente deludenti a causa degli accennati effetti indesiderabili, permanendo cioè e come ricordato la tipica configurazione per coalizioni dei governi della precedente fase iper-proporzionale della vita repubblicana con le connesse difficoltà, anche ove si ritenesse di ridimensionare il giudizio critico, giudicando che col tempo esse sarebbero divenute recessive.

Se l’elevata competitività endo-coalizionale ha indebolito la coesione tra i partners del patto elettorale e con essa i beneficî che se ne speravano sull’efficienza dell’indirizzo di governo, nel suo concreto dipanarsi, è stato dato altresì di osservare altresì comportamenti “trasformistici”, che - nel corso di poco più di un decennio - si sono tradotti sia in cambi di campo di singoli e gruppi, anche attraverso scissioni dalle formazioni esistenti, sia in mutamenti di casacca interni a ciascun àmbito di alleanze29.

A chi osservi l’attuale temperie della vicenda politica nazionale basterà solo qualche accenno per ricordare poi le ulteriori e più evidenti caratteristiche specifiche del nostro assetto politico complessivo, che ne segnalano l’atipicità rispetto a democrazie mature consimili:

i) il Presidente del Consiglio dei Ministri in carica al momento in cui queste righe vengono scritte - leader indiscusso non solo del proprio movimento, ma dell’intero suo arco di alleanze, salvo fibrillazioni striscianti e le conseguenze pratiche del rinnovato sistema “proporzionale” già manifestatesi, che hanno portato ad identificare in seno ad esso le cosiddette “tre punte” (cioè un’assunta condivisione di guida della coalizione coi capi dei partiti alleati) - ha mantenuto fortissimi e svariati interessi in affari interferenti col suo ruolo istituzionale, in particolare nella comunicazione televisiva privata, potendo altresì ingerirsi nel controllo di quella pubblica, in forza del suo ruolo;

ii) al problema di tale “conflitto di interessi” si è finalmente data una soluzione normativa, peraltro debolissima ed insoddisfacente;

iii) l’opposizione è invece dichiaratamente policefala ed il suo federatore, designato all’incarico di Presidente del Consiglio in caso di vittoria elettorale, non ha - come invece avviene dovunque - una posizione di capo di partito, non è ad oggi neanche parlamentare ed in ogni caso non è espresso dalla formazione maggiore della propria coalizione di riferimento.

Il dato più preoccupante che l’esperienza ha evidenziato è stato peraltro soprattutto quello di una perdurante asprezza dello scontro tra le contrapposte parti in contesa, che ha toccato punte elevate di delegittimazione reciproca - come molti osservatori neutrali, interni e stranieri, hanno rilevato - finendo altresì per determinare l’indebito coinvolgimento nella lotta politica della stessa Carta Costituzionale (i cui mutamenti più recenti sono avvenuti, com’è noto, a maggioranza assoluta e con l’esplicito favore dei Governi di volta in volta in carica, che non hanno dunque mantenuto l’abituale posizione di distacco in materia) e degli stessi organi ed istituti costituzionali di garanzia.

È in sostanza palese l’assenza di un idem sentire de Re Publica nel presente passaggio storico.

In ragione di questa situazione - sia per assecondare il nuovo corso istituzionale, sia che s’intenda correggerlo, facendo comunque tesoro delle “dure repliche della Storia”, come le chiamava per altri contesti Norberto Bobbio ed evitando quindi di ricadere negli abusi pregressi - è dunque esigenza ineludibile sia che aumenti e resti a livelli fisiologici il grado di rispetto scambievole tra i competitori politici, sia che le istituzioni di garanzia rimangano da un lato titolari di strumenti e poteri che consentano influenza, controllo e moderazione e vengano dall’altro convenzionalmente sottratte a polemiche contingenti.

Appare in quest’ottica essenziale, per migliorare il rendimento del sistema, ridurre innanzitutto - per quanto possibile - il condizionamento esercitato da forze caratterizzate da un’identità intensa (e perciò più rigida) nell’ambito di ciascun polo politico-elettorale, in modo da far prevalere una dialettica orientata piuttosto a premiare il confronto tra programmi rivolti alla ricerca di soluzioni di merito ai problemi di governabilità tipici di una società complessa, che non escluda nemmeno la ricerca di un incontro sulle questioni basiche di interesse nazionale, in luogo della mera testimonianza di posizioni ideali di tipo radicale, salvo il riconoscimento - sostanzialmente simbolico - di quello che si chiama correntemente un “diritto di tribuna”.

Basterà un solo esempio, per tutti: rispetto ai problemi posti dal prolungarsi di un ciclo di crisi dello sviluppo economico ed in presenza di un debito pubblico di proporzioni tuttora assai ampie (nonché dei vincoli stringenti imposti dal patto di stabilità comunitario), non sembrano potersi differenziare di molto le “ricette” politico-economiche praticabili per rilanciare il primo e contenere il secondo.

Esse sono in ogni caso tali da condurre a sacrificî immediati, salvo inevitabili riforme che liberalizzino in prospettiva interi settori della vita economica, ma la cui difficoltà d’intrapresa nasce dallo scontro con la resistenza degli interessi di volta in volta colpiti e con il rispettivo “peso” elettorale.

Certo, ognuna delle due parti in contesa ha teso ed ancora tenderà a non scontentare i gruppi sociali ad essa fedeli o il cui consenso intenda captare e tenderà a distribuire perciò diversamente le ricadute delle proprie opzioni. Sta di fatto che, in queste condizioni, residuano pochi spazi di manovra operativa: sono apparse ed appaiono non più che mere speranze ed espedienti elettoralistici le ricorrenti promesse - che sono in genere cavalli di battaglia trasversalmente comuni a tutte le forze politiche - di un taglio (o di un mancato aumento) delle imposte e propagandistica era tra le altre l’idea di una settimana lavorativa di trentacinque ore, avanzata ufficialmente nel recente passato da un partito della sinistra meno moderata.

Lo stesso processo di riorganizzazione della Repubblica a tendenza federalistica finisce - a tacere qui delle polemiche sulle sue conseguenze a proposito del mantenimento di una comune “cittadinanza sostanziale minima” degli Italiani - per essere molto oneroso e deve perciò realizzarsi in tale contesto non favorevole, scontando cioè appunto - senza dovere ulteriormente aggravarla - la ricordata, non brillante situazione della finanza pubblica.

Se le osservazioni che precedono fossero ritenute condivisibili, sarebbe dunque non inverosimile formulare previsioni sulla possibile evoluzione di medio periodo del nostro sistema politico verso un assetto differente, e forse più realistico, di quello attuale.

In sostanza - e per dirla con una formula sintetica - le alternative prevedibili per il futuro prossimo sono: o la formazione di un nuovo Centro chiaramente identificabile, come area politico-partitica autonomamente organizzata; ovvero il palesarsi di più centro dentro un assetto bipolare, di un maggiore spazio fatto cioè alle forze, alle istanze e alle politiche moderate e dialoganti sui fondamenti della democrazia (la Costituzione, ma non solo), all’interno gli attuali schieramenti.

È insomma possibile che dopo le prossime elezioni l’attuale formato del sistema partitico muti nel medio periodo, giacché è ragionevole prevedere che l’insieme di forze riuscito sconfitto, qualunque esso sia, venga investito da tensioni e dinamiche dissolutive dell’alleanza, mentre la ricordata, generale frammentazione non sembra poter assicurare alla coalizione che dalle elezioni riuscirà vincitrice - anche in questo caso indipendentemente da quale schieramento fosse - la necessaria coesione programmatica ed operativa, indispensabile a durare nel tempo e ad agire con efficacia.

In tale evenienza, l’aspirazione di cui si è appena detto sembra poter essere favorita e potenziata proprio dalla riadozione di un sistema elettorale delle assemblee rappresentative nazionali orientato in senso proporzionalistico, ovviamente una volta che ne fossero corretti i vizi di legittimità (o comunque i palesi difetti di merito) costituzionale, ricordati nel paragrafo precedente.

L’allontanamento dal maggioritario sembra cioè avere come suo vero e non trascurabile intento (ancorché in tale fase non dichiarato) quello di assecondare un eventuale “disgelo” tra gli attuali blocchi politici contrapposti, il che appunto innescherebbe verosimilmente una dinamica di rafforzamento delle parti più moderate delle rispettive coalizioni di riferimento.

Tale effetto si massimizzerebbe, inoltre, se l’insoddisfazione diffusa verso la recentissima riforma elettorale - chiaramente palesata da parte di esponenti di tutte le parti politiche e dal dibattito scientifico e culturale che essa ha già suscitato - conducesse alla futura adozione di un sistema elettorale a due turni, di cui il primo proporzionale e il secondo di eventuale ballottaggio tra i due (o i tre) candidati più suffragati in ciascun collegio, con risultato finale dunque maggioritario.

Va però a questo proposito, ad avviso di chi scrive, riguardata con cautela la recente proposta di un ennesimo intervento abrogativo referendario in materia, da condursi su parte della vigente legge30, cioè la riproposizione di una strategia di mutamento del sistema elettorale per questa via.

In primo luogo, non è detto che questa linea di condotta avrebbe il risultato sperato dall’ideatore, attesa l’evidente stanchezza dell’elettorato verso la pratica della democrazia diretta nell’attuale fase storica, che si è tradotta in un marcato astensionismo dalla partecipazione alle consultazioni, tale da renderle inefficaci per mancato raggiungimento del prescritto quorum. Nel merito, poi, l’esperienza dovrebbe consigliare la prudenza. Essa dimostra infatti che il legislatore tende (dopo il referendum e nel caso di un suo successo) a non recuperare sul punto la propria quota di sovranità, considerandosi vincolato in toto al suo esito, quantomeno nel periodo immediatamente successivo al suo svolgimento, anche perché l’unica possibilità di superare indenni le forche caudine della Corte Costituzionale in punto di ammissibilità riposa in tal caso, com’è noto, sull’autoapplicatività del meccanismo di risulta. Da questa caratteristica specifica, derivante dalla natura abrogativa del tipo di referendum di cui si sta discutendo, non sarebbe invero logicamente necessario dedurre tale vincolo, rispetto alla scelta di varianti diverse da quella emersa dall’intervento del corpo elettorale. Sta in fatto che, come è stato osservato circa quanto accaduto a proposito del cosiddetto Mattarellum, esso ha operato «sotto dettatura» del corpo elettorale31. Solo le Camere possono in realtà disciplinare una materia tanto tecnica, soppesando le numerosissime variabili da valutare e scegliendo fra loro, senza tuttavia assumere l’esito di un ipotetico referendum in un senso diverso dall’unico significato che dovrebbe essergli attribuito: non già l’indicazione in positivo di quanto dovrebbe farsi in materia, ma solo l’obbligo di non riprodurre la disciplina anteriore ed abrogata.

Il risultato di una ipotetica coniugazione virtuosa tra proporzionalismo corretto e bipolarismo tendenziale (che verrebbe assicurato da un sistema a doppio turno come quello sopra richiamato) è concretamente osservabile anche altrove, come in Germania - dove il sistema elettorale è per i più classificabile in siffatti termini, mentre per altri è misto - e in Spagna, dove vige un sistema proporzionale “ad effetti quasi maggioritarî ”, com’è stato definito.

Si dovrebbe allo scopo meditare dunque - ovviamente adattandoli, non certo importandoli tout court - su modelli siffatti e sulla stessa lezione francese, vale a dire quella di un sistema ad esito decisamente maggioritario e che nei momenti decisivi emargina in nome dell’esprit républicain le pur forti estreme (avendo determinato la conclusione un po’ paradossale che, alle ultime presidenziali, l’union sacrée della destra costituzionale e della sinistra ha così potuto sconfiggere, in favore di Chirac, il lepenista Front National), ma consente nel medesimo tempo, nella fase iniziale del procedimento selettivo, una competizione più larga e quindi - nel complesso - la presenza in campo di un ventaglio di forze di una certa ampiezza, ciò che avrebbe altresì l’ulteriore effetto desiderabile di elevare i tassi di partecipazione, riconducendo probabilmente alle urne elettori altrimenti poco motivati.

A ben vedere, anzi, non si dovrebbe nemmeno guardare necessariamente oltralpe, giacché il Paese pratica da più di un decennio un sistema di analoga ispirazione, con esiti giudicati dai più largamente soddisfacenti, per gli organismi consiliari degli enti locali, anche se è pur vero che, nel passaggio al secondo turno, la semplificazione imposta dalle alleanze che necessariamente vanno medio tempore stipulate non assicura contro il riaffiorare dell’astensionismo.

L’esito verosimile di questa evoluzione sarebbe quello di un buon rendimento di Esecutivi, resi in tal modo realmente (e non per mera speranza o per avventura) più omogenei sul piano politico-programmatico e quindi maggiormente stabili.

Tale obiettivo dovrebbe essere - su tale base ed in secondo luogo - incentivato e formalizzato attraverso l’adozione di appositi meccanismi di rango costituzionale, che siano però tali da non stravolgere il delicato sistema di pesi e contrappesi sui quali si regge una democrazia rappresentativa. Si tratta insomma di non dimenticare le specificità storiche del nostro Paese al riguardo: per quanto possa sembrare ovvio ricordarlo, quel che va bene a Londra - o a Parigi - non è detto che si adatti tout court a Roma.

Un premier rafforzato è in sostanza essenziale. La recentissima revisione costituzionale - che resta in attesa di una verifica referendaria - comporta però il renderlo troppo forte, quasi un «monarca repubblicano» (secondo la fortunata formula con cui Duverger descrive la V Repubblica francese), legittimato dal voto popolare a domare, più che a dirigere mediando, la sua stessa indocile maggioranza e chiuso al dialogo con l’opposizione.

Questo significa però importare avventatamente da esperienze straniere non già la giusta esigenza appena indicata (in sostanza comune a tutte le varianti del macromodello parlamentare europeo), ma principalmente quella spinta alla democrazia “immediata”, che in Italia si è certamente palesata, ma che appare oggi meritevole di un ripensamento critico, alla luce della chiaroscurale esperienza concreta prima sintetizzata nelle sue caratteristiche più evidenti

Una siffatta pulsione è altrove controllata e incanalata, invero, dalla presenza di una vigile opinione pubblica e di forti e rispettati istituti di garanzia neutrale del gioco politico, nonché sorretta da un diffuso “patriottismo costituzionale”, che si evidenzia nei momenti topici della vita del rispettivo Paese di riferimento.

Da noi, in ultima analisi, sembra invece continuare, in forme diverse - come si accennava sopra - una sorta di “guerra civile a basso regime”. Volendo avanzare un paragone, nella vicenda spagnola - ad esempio - non è avvenuto altrettanto durante la transizione democratica, per l’effetto sterilizzante e di decantazione forzata dei contrasti spiegato dal ricordo della genesi storica della precedente dittatura, che ha funzionato da potente monito a non ricadere in un conflitto politico distruttivo. In Italia, invece, la naturale competizione per conseguire e conservare il potere non ha evitato di coinvolgere (ribadiamo un punto toccato prima, in ragione della sua crucialità) anche istituti disegnati almeno in teoria per rimanere estranei alla sua dinamica, onde moderarla e soprattutto riconosciuti e rispettati come tali da tutti gli attori, col rischio concreto e più di una volta sfiorato di precipitare in una deriva populistico-plebiscitaria, quasi che l’investitura popolare autorizzasse a travolgere ogni contrappeso al potere della maggioranza pro tempore.

Qui va segnalato un apparente paradosso, che è in realtà espressione di una logica funzionale stringente del nostro sistema politico-istituzionale, ove riguardato in senso diacronico.

Quando bipolare era il contesto internazionale, l’Italia - nella quale operavano, da un lato, il più forte partito comunista dell’Occidente (collegato a Mosca da fili divenuti, peraltro, sempre più indeboliti e critici nel corso del tempo) e, dall’altro, una destra di ispirazione neofascista - non poteva permettersi un formato partitico interno bipolare e aveva bisogno di fondare le scelte di governo su un arco di forze politiche (in alleanza di volta in volta variabile), che fungesse da ammortizzatore tra spinte estreme e garantisse fedeltà all’alleanza atlantica.

Oggi che il bipolarismo mondiale è ineluttabilmente superato, il Paese sta esso sperimentando tale dinamica, come modalità funzionale della dialettica politica che non gli era prima solita e che tuttavia si mostra ancora immatura e non ben sedimentata, per la sua ancora troppo recente introduzione e perché probabilmente non consona alla disomogeneità politica e territoriale che vi persiste.

Dalla analisi svolta in precedenza non consegue tuttavia necessariamente l’esigenza che - onde avvicinare ragionevolmente gli obiettivi prima indicati - si riformi un Centro autonomo, prospettiva che sarebbe com’è ovvio letale per il bipolarismo.

La permanenza di un orizzonte bipolare è appunto ed infatti chiaramente sottesa a taluni disegni che, su entrambi i versanti dell’arco politico, si vanno contemporaneamente precisando: nel centrosinistra, quello di un prevalente rassemblement riformista, come sarebbe il “partito democratico”; nel centrodestra, quello della costruzione di un cosiddetto “partito unico dei moderati”.

Ad ottenere tale risultato, sarebbe peraltro indispensabile che anche in questo caso non siano neglette e rese marginali le ragioni (e i modi di autorappresentarsi) della quota di elettorato che si riconosce in un atteggiamento non radicale ed in una sensibilità politica ad esso coerente.

Esso costituisce infatti il nerbo produttivo e perciò politico dell’Italia - che è, in sostanza, un Paese di ceti medî diffusi, ancorché oggi preoccupati e tendenti ad impoverirsi per la bassa congiuntura economica - e dunque è il fattore decisivo, la conquista e il mantenimento del cui consenso è imprescindibile ad un arco di forze, qualunque esso sia, che intenda affermarsi per governare la Repubblica.


5. Quanto si è appena sostenuto non mira ovviamente a rilegittimare dinamiche trasformistiche, che pure sono una costante assai risalente della nostra storia costituzionale, evidenziatasi addirittura già nel Parlamento sabaudo e che si è sempre successivamente riprodotta, mutatis mutandis, anche nel trascorrere dei regimi e delle formule politiche32.

Ciò che invece appare necessario è coniugare assieme fermezza di perseguimento dell’indirizzo politico contingente e altrettanto indeclinabile contemplazione delle esigenze - che odiernamente si definiscono in genere bipartisan - del sistema nel suo complesso.

Le istituzioni, i vincoli di politica estera, l’ordinamento giudiziario, le politiche macroeconomiche con effetti di lungo periodo, le fondamentali opzioni su ambiente, risorse energetiche e salvaguardia delle generazioni future, la solidarietà tra le diverse aree geografiche e territoriali del Paese (a sviluppo tuttora ineguale), nonché verso i soggetti in vario modo deboli, richiedono - infatti e ad esempio - coesione nazionale e opzioni non reversibili ad ogni cambio di maggioranza, anche se, una volta fissati tali argini, sarebbe al tempo stesso preferibile che ciascuna parte assumesse nettamente le proprie responsabilità nei confronti dell’elettorato e rivestisse con incisività i ruoli rispettivi di governo ed opposizione, che sono entrambi essenziali a definire una democrazia.

Alle pratiche consociative nella gestione ordinaria dell’indirizzo politico quotidiano non si può insomma ritornare, anche perché esse - con la connessa situazione di blocco della dinamica politica, di cui erano l’effetto - sono state tra le responsabili non ultime dell’esplosione del debito pubblico di cui soffriamo, pur occorrendo riconoscere peraltro che erano, nelle condizioni storiche date, un modo per rispondere ad un deficit democratico, in presenza di forze di notevole peso, consenso e radicamento, ma non del tutto assimilate al sistema e che tale situazione ancor oggi non è completamente superata, benché le spinte centrifughe e perfino potenzialmente dissolutive dell’unità nazionale nascano in sostanza da nuove formazioni e per motivazioni differenti.

In ogni caso, il consociativismo è fenomeno qualitativamente diverso dall’accordo sui principî costituzionali e da un certo grado di condivisione delle opzioni di lungo periodo sulle politiche pubbliche da parte degli attori.

Qualunque sia il futuro che ci attende, resta in ogni caso ferma l’esigenza (che si è ripetutamente sottolineata) di robuste e vigili istituzioni di garanzia, pur dovendosi certamente accentuare la ricerca della governabilità e di buon rendimento dell’assetto istituzionale complessivo ed a ben vedere, anzi, proprio come faccia inversa di tale processo.

Qui si colloca appunto il nesso ineludibile tra una riforma costituzionale equilibrata e nuovamente condivisa nelle dinamiche di fondo, come nella felice stagione postbellica, e le dinamiche funzionali del sistema partitico, cui non può del resto nemmeno restare estraneo il mutamento del rapporto tra centro e periferia prodottosi negli ultimi tre lustri e consolidatosi in scelte di revisione costituzionale che devono ritenersi irreversibili, benché l’esperienza possa suggerirne correzioni.

(27 aprile 2006)

Note

1 Cic., Pro L. Murena Oratio, (23), 163 s., in appendice a Quinto Tullio Cicerone, Commentariolum petitionis, traduzione italiana con testo a fronte, con il titolo Manualetto di campagna elettorale, a cura di P. Fedeli, presentazione di G. Andreotti, Roma, II ed., 2006. Avverto qui che le parafrasi sintetiche dall’originale latino, di cui al testo, sono di chi scrive, anche se seguo appunto le tracce argomentative della dotta ed assieme divertita introduzione del curatore.

2Comm., 31: «Perquiras et investiges homines ex omni regione, eos cognoscas, appetas, confirmes, cures ut in suis vicinitatibus tibi petant et tua causa quasi candidati sint».

3 Ibidem: «Homines municipales ac rusticani, si nomine nobis noti sunt, in amicitia se esse arbitrantur».

4 Comm., 39: «Summa tua virtus eodem homines et simulare tibi se esse amico et invidere coegit».

5 Comm., 25: «Potes honeste, quod in cetera vita non queas, quosqunque velis adiungere ad amicitiam».

6 Comm., 36: «Magnam adfert opinionem, magnam dignitatem cottidianam in deducendo frequentia».

7 Comm., 37: «ad rem pertinere arbitror semper cum multitudine esse».

8 Pro Mur., 76: « Odit populus Romanus privatam luxuriam, publicam magnificentiam diligit».

9 Comm., 55: «In hoc fac ut bene noris, id est ut intellegas eum esse te qui iudici ac periculi metrum maximum competitoribus adferre possis».

10 Comm., 45: «Quod facere non possis, ut id aut iucunde neges aut etiam non neges; quorum alterum est tamen boni viri, alterum boni petitoris».

11 Comm., 42: « blanditia…etiam si vitiosa et turpis in cetera vita, tamen in petizione necessaria est; etenim cum deteriorem aliquem adsentando facit, tum improba est, cum amiciorem, non tam vituperanda, petitori vero necessaria est, cuius et frons et vultus et sermo ad eos quosqumque convenerit sensum et voluntatem commutandus et accomodandus est».

12 G. Andreotti, op.cit., 10.

13 Unicamente per eventuali lettori non italiani, preciso che si tratta di un albo a fumetti ispirato al noto personaggio (in originale Mickey Mouse), disegnato da Walt Disney

14 Devo la notizia all’articolo di S. Ceccanti, Tra gli effetti collaterali del Porcellum c’è anche la rinascita della “partitinocrazia”, ne Il Riformista, 24 marzo 2006.

15 Per una chiara e sintetica esposizione dei contenuti della legge, si vedano S. Duranti e J. Sawicki, La nuova legge per l’elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati (legge 21 dicembre 2005, n. 270), sul web nel sito federalismi.it, 26 gennaio 2006.

16 Si tratta di una tipologia di sistemi elettorali in espansione, come documenta il recente volume di A. Chiaramonte, Tra maggioritario e proporzionale. L’universo dei sistemi elettorali misti, Bologna, 2005. Una delle ragioni di tale successo indicate dall’autore e cioè che «in contesti caratterizzati da una transizione di regime, essi hanno spesso rappresentato una soluzione di compromesso tra le opposte convenienze delle élites fondanti il regime stesso» (ivi, 237) è effettivamente bene esplicativa di tale scelta nella presente situazione italiana.

17 N. Mancino, Una legge irrazionale, intervento nell’aula del Senato, 24 novembre 2005, in La Costituzione lacerata, Avellino, 2006, 169 ss.

18 R. Balduzzi e M. Cosulich, In margine alla nuova legge elettorale politica, sul web nel sito associazionedeicostituzionalisti.it, 2 marzo 2006, 2 ss.

19Sulla particolare accelerazione del procedimento di approvazione, per effetto di «due maxi emendamenti presentati in Commissione Affari Costituzionali alla Camera il 14 settembre 2005 e volti a modificare integralmente un testo base già adottato dalla Commissione e risultato dall’unificazione di diversi disegni di legge (presentati il 3 marzo 2005 in Commissione) diretti ad introdurre alcuni semplici correttivi alle leggi elettorali del 1993 (ad esempio per l’abolizione del c. d. “scorporo” o per l’introduzione delle preferenze per i singoli candidati», si veda P.L. Petrillo, La nuova legge elettorale per la Camera ed il Senato, sul web nel sito associazionedeicostituzionalisti.it, 1 marzo 2006, 1.

20 N. Mancino, op. e loc. cit., 171; S. Gambino, Riforme elettorali e modelli di democrazia, sul web nel sito federalismi.it, 9 gennaio 2006, spec. 23, dove possono altresì trovarsi - in nota - riferimenti puntuali alla dottrina, apparsa anche in quotidiani e su siti web.

21 si veda, da ultimo e dopo l’approvazione del Senato, l’atto Camera dei Deputati n. 6330.

22 Per un riepilogo della problematica ed una bibliografia, si vedano di recente T. E. Frosini, È giunta l’ora di una legge sui partiti politici? sul web in dirittoestoria.it, n. 2, marzo 2003 e da ultimo, C. Salvi e M. Villone, Il costo della democrazia. Eliminare sprechi, clientele e privilegi per riformare la democrazia, Milano, 2005, 172 ss. La posizione degli Autori è tanto più significativa, in quanto essi sono parlamentari provenienti da una cultura e da una formazione politica tradizionalmente diffidenti sul tema della regolazione giuridica del partito. Può ragionevolmente ipotizzarsi che non sia estranea alla loro proposta la particolare collocazione che gli stessi rivestono nella formazione di appartenenza, i Democratici di Sinistra - nella quale animano una corrente attualmente di minoranza e quindi sensibile al tema delle garanzie anche in diritto della dialettica interna - il che dimostra una volta di più che sulle visioni ideali influiscono le necessità e le contingenze specifiche della battaglia politica.

23 Si veda ad esempio la decisione del Tribunale Costituzionale tedesco (BVerfGe 3, 389), ricordata da T. E. Frosini, op. ult. cit., 6 s.

24 Si veda Consiglio d’Europa, Commissione di Venezia, 2002, citata da F. Caporilli, La stabilità della legge elettorale ed i principi fondamentali del patrimonio elettorale europeo, in forumcostituzionale.it., 18.10.2005.

25 Rinvio per tutti all’articolo di M. Bordignon, Tra maggioritario e proporzionale, sul web nel sito la voce.info, 15. 6. 2004.

26 Su questo punto e su quanto sostenuto oltre, mi permetto di rinviare per svolgimenti più ampi al mio «Il Governo di coalizione» rivisitato, in Scritti in onore di Gianni Ferrara, III, Torino, 2005, 195 ss.

27 Per un quadro comparato di questo aspetto, è molto utile il riepilogo di A. Chiaramonte, op. cit., spec.. 237 ss.; sulla situazione del nostro Paese, si vedano specificamente e tra gli altri Maggioritario per caso? La transizione elettorale italiana 1994 - 2001, a cura di R. D’Alimonte, Bologna, 2002 e A. Di Virgilio, La politica delle alleanze. Stabilizzazione senza coesione, in Come chiudere la transizione. Cambiamento, apprendimento e adattamento nel sistema politico italiano, a cura di S. Ceccanti e S. Vassallo, Bologna, 2004, 187 ss.

28 T. E. Frosini, Nuova legge elettorale e vecchio sistema politico?, sul web nel sito associazionedeicostituzionalisti.it, 21 marzo 2006, spec. 3 ss. ed in corso di pubblicazione in Rassegna parlamentare, 1/2006.

29 All’analisi del fenomeno del cosiddetto «transfughismo parlamentare» è esplicitamente ed approfonditamente dedicato il volume di S. Curreri, Democrazia e rappresentanza politica. Dal divieto di mandato al mandato di partito, Firenze, 2004.

30 G. Guzzetta, Un referendum sulla legge elettorale, sul web in forumcostituzionale.it, 4. marzo 2006. Si vedano altresì F. Lanchester, L’ascia e il bulino e G. Guzzetta, Grande Centro versus referendum? Una risposta a Fulco Lanchester, entrambi sul web in federalismi.it., 6/2006, rispettivamente 23 marzo 2006 e 15 marzo 2006.

31 Si veda T. E. Frosini, op. ult. cit., 2.

32 G. Sabbatucci, Il trasformismo come sistema. Saggio sulla storia politica dell’Italia unita, Roma - Bari, 2003


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