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(In corso di pubblicazione sulla rivista Giurisprudenza Costituzionale)

Il Caso Pupino: ovvero dell’alterazione per via giudiziaria dei rapporti tra diritto interno (processuale penale), diritto Ue e diritto comunitario

di Roberta Calvano
(Ricercatrice in Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza, Università degli studi di Roma “La Sapienza”)

1. Il 16 giugno 2005 la “grande sezione” della Corte di giustizia 1 ha pronunciato una discutibile sentenza in relazione ad una questione interpretativa pregiudiziale promossa dal Tribunale di Firenze.

La questione pregiudiziale proveniva da un procedimento penale pendente davanti al giudice fiorentino nei confronti di una maestra elementare accusata di maltrattamenti vari e percosse nei confronti dei suoi alunni. La donna era accusata di abuso dei mezzi di disciplina 2 e del reato di lesioni aggravate, anch’esso, secondo l’accusa, commesso nei confronti di una delle sue alunne.

La disciplina codicistica prevede all’art. 392 c. p. p. i casi tassativi in cui l’indagato o il pubblico ministero possono chiedere l’incidente probatorio nella fase predibattimentale (prevalentemente legati all’ipotesi che la testimonianza non possa poi essere assunta successivamente per infermità o grave impedimento del testimone, rischio di violenza o minaccia nei confronti dello stesso, o di imputati in procedimenti connessi). L’art. 398, comma 5 bis, prevede poi la possibilità di assunzione anticipata della testimonianza dei minori, secondo particolari modalità a tutela degli stessi, nei soli casi di delitti sessuali o a sfondo sessuale.

Il dato normativo aveva quindi posto il giudice delle indagini preliminari nell’impossibilità di disporre che, come richiesto dal pubblico ministero i bambini coinvolti dai fatti fossero ascoltati tempestivamente tramite incidente probatorio. Da ciò derivava il rischio di un danno significativo ai fini dell’accertamento della verità. Infatti, ascoltare i testimoni molto più tardi, ai fini della produzione della prova nel corso del dibattimento, considerata l’età e la connessa condizione psicologica degli stessi, avrebbe significato sentirli dopo che si era prodotto un quasi inevitabile processo di rimozione psicologica del trauma, col rischio peraltro di produrre l’unico risultato di turbare nuovamente la serenità dei bambini.

Le due norme codicistiche erano quindi state sottoposte dal Tribunale di Firenze in via incidentale al giudizio della Corte costituzionale e la relativa questione rigettata con sentenza n. 529 del 2002 3 (sul punto si tornerà in seguito).

2. Il giudice penale si era allora posto il problema se la mancata previsione nel c.p.p. della possibilità di acquisire la testimonianza dei bambini coinvolti tramite un incidente probatorio fosse in contrasto con alcune disposizioni (artt. 2, 3 e 8) di una decisione quadro adottata dall’Ue nell’ambito del cosiddetto III pilastro, relativo alla cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale. La decisione (adottata dal Consiglio il 15 marzo 2001) disciplina il livello minimo di tutela della posizione della persona offesa dal reato nel processo penale 4 .

Molte importanti questioni sono coinvolte dalla decisione (e forse questo è il motivo per cui nel giudizio si sono costituiti, oltre al governo italiano, anche quelli greco, francese, olandese, portoghese, svedese e britannico), che, sotto l’apparenza dell’affermazione di un semplice obbligo di interpretazione conforme del diritto interno, si segnala soprattutto perché in sostanza finisce col sancire l’efficacia diretta delle disposizioni contenute nelle decisioni quadro Ue, - nel caso di specie contrastanti col diritto processuale interno -, efficacia chiaramente esclusa dalla lettera stessa del Trattato Ue. Le decisioni quadro, infatti che hanno lo scopo di ravvicinare le legislazioni degli Stati membri in materia, vengono adottate sulla base dell’art. 34, comma 2 lett. B, ai sensi del quale “Le decisioni-quadro sono vincolanti per gli Stati membri quanto al risultato da ottenere, salva restando la competenza delle autorità nazionali in merito alla forma e ai mezzi. Esse non hanno efficacia diretta”.

Ma per comprendere come si sia potuti giungere a tale significativa conclusione è necessario ripercorrere l’iter logico seguito nella motivazione della sentenza dal giudice comunitario. In essa la Corte di giustizia afferma, come si è detto, l’obbligo per il giudice italiano di interpretazione conforme del diritto interno in relazione alla decisione quadro. Tale affermazione è giustificata innanzitutto attraverso un passaggio fondamentale, che viene però costruito in termini, a parere di chi scrive, certamente discutibili.

L’obbligo di interpretazione conforme (del diritto interno al diritto comunitario) discende, per giurisprudenza costante della Corte di giustizia, dal principio della leale cooperazione, 5 sancito dall’art. 10 Tce, in ambito comunitario quindi. Tale principio sarebbe, si dice nella sentenza, applicabile anche nel ben diverso contesto del diritto dell’Unione. Ciò che a dire il vero sconcerta un po’ il lettore è che l’unico elemento addotto a dimostrazione di ciò, nell’argomentare della Corte, oltre che nelle conclusioni dell’Avvocato generale Kokott, sembra essere costituito dal contemporaneo uso della parola “cooperazione” oltre che nel principio (di leale….), anche nell’intitolazione del VI titolo del Tue, (disposizioni sulla cooperazione in materia di polizia etc.).

Peccato che la parola cooperazione in tale ambito stia a dimostrare proprio la natura incompiuta del processo di integrazione in alcune delicate materie, rispetto alle quali la cooperazione tra gli Stati è rimasta ferma a modalità di carattere meramente internazionalistico, ed in particolare a decisioni intergovernative, e non rientra nel ben divero ambito comunitario. E chi conosca almeno un po’ il diritto costituzionale europeo 6 , comprende bene quante significative conseguenze tale dato comporti, in termini di trasparenza delle procedure, partecipazione dell’istituzione più chiaramente democratica e rappresentativa, possibilità del pieno dispiegarsi degli istituti di garanzia, tra cui non ultimo proprio il sindacato giurisdizionale sulla legittimità degli atti.

Oltre a ciò si può peraltro ritenere che, se anche fosse introdotto un principio di leale cooperazione degli Stati in seno all’Unione, non è detto che esso sarebbe comunque di per sé idoneo a produrre le conseguenze che da esso derivano nel ben diverso contesto comunitario.

Come si è anticipato, nella sentenza in commento, per la via dell’affermazione dell’obbligo di interpretazione conforme si giunge invece, ad avviso di chi scrive, all’attribuzione di una non dichiarata efficacia diretta alla decisione quadro. Infatti, come ben chiarito in uno dei primi commenti “la differenza tra efficacia diretta ed interpretazione conforme sta nel fatto che in base alla prima il giudice applica direttamente la norma comunitaria, disapplicando quella nazionale con essa configgente, mentre con la seconda applica la norma interna interpretandola in modo aderente a quella comunitaria” 7 . Posto che le richiamate norme codicistiche non erano suscettibili, già ad avviso del giudice remittente, di un’interpretazione che ne conformasse il significato alla decisione quadro, la via indicata dal giudice comunitario, come si vedrà tra breve, pare piuttosto essere quella della disapplicazione del codice di procedura 8 .

La portata dirompente della decisione appare ancor più evidente se si considera che con essa si consente di produrre effetti su di un procedimento penale, e quindi si apre la porta alla possibilità di aggravare in esso la posizione dell’imputata, in forza di un atto emanato nell’ambito di una cooperazione caratterizzata ancora, come si è detto, in senso intergovernativo (nonostante il tentativo dell’Avvocato generale Kokott nelle sue conclusioni, di insistere sulla natura non meramente internazionalistica degli atti adottati nel quadro del III pilastro), al di fuori delle garanzie e dei controlli cui si è accennato, ma anche di alcuna espressa rinuncia alla sovranità in tali ambiti da parte degli Stati.

L’Avvocato generale desume poi, nelle sue conclusioni, la necessità di estendere l’obbligo di interpretazione conforme anche alle decisioni quadro, argomentando sulla base di un parallelismo, ben poco convincente, con le direttive Ce. 9 Sebbene l’analogia sia possibile per quanto attiene alla struttura delle due categorie di atti, contraddistinti dal contenuto generale, e dall’efficacia vincolante gli Stati quanto al risultato da ottenere, salva restando la scelta per quanto concerne i mezzi, va rilevato innanzitutto che le decisioni quadro sono adottate all’unanimità dal Consiglio, mentre all’adozione delle direttive concorrono Consiglio, Commissione e Parlamento europeo. Inoltre è ben noto come la possibilità di produrre effetti diretti per le direttive CE, solo a determinate condizioni (mancata attuazione, scadenza del termine, contenuto dettagliato ed incondizionato), era stata essa stessa il frutto di una forzatura interpretativa da parte del giudice comunitario, essendo tali atti indirizzati esclusivamente agli Stati. Posto che le materie in cui esse intervengono però, attengono all’ambito in cui gli Stati hanno accettato ed espressamente deliberato tramite i Parlamenti nazionali una cooperazione molto stretta, tale forzatura è sembrata giustificabile sulla base della necessità di garantire comunque l’effettività e l’omogeneità dell’integrazione comunitaria sul piano legislativo nei diversi paesi. Ben diversa appare la situazione in un ambito così strettamente collegato alla sovranità degli Stati come quello dell’esercizio della giurisdizione penale.

La prassi poi di emanare direttive dettagliate da parte delle istituzioni comunitarie, proprio per contrastare l’ipotesi della mancata attuazione da parte degli Stati membri, ha reso possibile come si sa un aggiramento del disegno originario previsto dal Trattato Ce. Un analogo fenomeno non appare essersi ancora realizzato nell’ambito del terzo pilastro, né pare sinceramente auspicabile che ciò avvenga anche in ragione della limitatezza della giurisdizione della Corte di giustizia nel settore della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale, ai sensi dell’art. 35 Tue 10 .

Se si considera poi la natura non immediatamente autoapplicativa delle disposizioni della richiamata decisione quadro, preoccupano gli effetti che la sentenza in commento è suscettibile di produrre in un ambito così delicato quale quello del processo penale. E neanche per il futuro pare da augurarsi che al legislatore italiano venga surrettiziamente a sovrapporsi un legislatore europeo dalla carente legittimazione democratica che con decisioni quadro dettagliate vada a disciplinare il processo penale.

3. Venendo più specificamente al merito della questione pregiudiziale proposta, circa la compatibilità delle norme disciplinanti l’istituto dell’incidente probatorio con la normativa europea citata, posta a tutela della vittima nel procedimento penale, data l’inconciliabilità delle norme interne ed europee raffrontate, la Corte è costretta ad ammettere che l’obbligo di interpretazione conforme che ricade sul giudice non può essere inteso al punto di trasformarsi in un obbligo di interpretazione contra legem. Tuttavia essa sembra affidare al giudice rimettente il compito di individuare se possibile, diritto interno compatibile con (o, si potrebbe supporre, sufficientemente manipolabile allo scopo di soddisfare) l’obbligo di interpretazione conforme, laddove essa afferma che“il principio di interpretazione conforme non può servire da fondamento ad un’interpretazione contra legem del diritto nazionale. Tale principio richiede tuttavia che il giudice nazionale prenda in considerazione, se del caso, il diritto nazionale nel suo complesso per valutare in che misura quest’ultimo può ricevere un’applicazione tale da non sfociare in un risultato contrario a quello perseguito dalla decisione quadro”. 11

Incidentalmente la Corte incontra nel suo argomentare anche l’ostacolo, apparentemente insuperabile, soprattutto in materia penale, del principio di legalità e di quello del favor rei. Ed a monte di essi, quello dell’incompetenza della Unione in materia di esercizio della potestà punitiva, materia nella quale si starebbe tentando di “legittimare progressivamente una strisciante e surrettizia competenza penale dell’Unione europea”. 12 Il giudice comunitario richiama a tal proposito nella sentenza una propria decisione di poco precedente, nella quale aveva dimostrato una ben diversa cautela in relazione al principio di legalità, pur muovendosi in ambito pienamente comunitario. 13 Il precedente richiamato dal giudice comunitario concerne la sentenza sulle questioni pregiudiziali sollevate dai giudici milanesi, nell’ambito di procedimenti penali pendenti nei confronti tra gli altri di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri in materia di falso in bilancio. In essa la Corte aveva affermato, nei passaggi salienti, che “una direttiva non può avere come effetto, di per sé e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o aggravare la responsabilità penale di coloro che agiscono in violazione delle dette disposizioni”. Nella pronuncia si concludeva, dunque, che la prima direttiva sul diritto societario “non può essere invocata in quanto tale dalle autorità di uno Stato membro nei confronti degli imputati nell’ambito di procedimenti penali, poiché una direttiva non può avere come effetto, di per sé e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione di determinare o aggravare la responsabilità penale degli imputati”.

Tuttavia, nel caso Pupino, le norme in questione, come si è visto, sono quelle che regolano la formazione e l’ammissibilità della prova (della quale infatti l’imputata faceva valere l’inammissibilità) nell’ambito del processo. Per questo esse non sarebbero per il giudice comunitario suscettibili di incidere sulla responsabilità penale dell’imputata (“le disposizioni che formano oggetto della presente domanda di pronuncia pregiudiziale non vertono sulla portata della responsabilità penale dell’interessata, ma sullo svolgimento del procedimento e sulle modalità di assunzione della prova)”. 14 Quanto la disciplina del processo possa di frequente incidere ben più del diritto penale sostanziale sulla responsabilità penale dell’imputato è però di tutta evidenza. Una sorta di interpretazione autentica, come quella resa dal giudice comunitario, che modifichi in senso peggiorativo una disciplina dettata a garanzia dell’imputato, come quella che nel processo accusatorio vuole che la formazione della prova avvenga prevalentemente nel dibattimento, andando, per di più, ad incidere sui procedimenti pendenti, non appare consentita dai principi fondamentali della Costituzione e quindi con l’esigenza di rispettare i controlimiti, più volte ribadita dalla Corte costituzionale 15 .

Il dubbio, forse malizioso, che all’origine del maggiore riserbo della Corte nel caso del falso in bilancio ci fosse, oltre all’indubbia diversità delle due fattispecie, anche il chiaro rilievo politico della vicenda, e le sue possibili conseguenze in caso la questione pregiudiziale avesse ricevuto una diversa risposta, rimane. 16

Nel “caso Pupino”, invece, non pare neanche porsi la questione del principio di legalità in materia penale, che rimane sullo sfondo, come anche la sempiterna questione circa la natura del diritto dell’Unione, entrambi aspetti coinvolti dalla poco convincente sentenza.

4. Un vero rebus da risolvere quindi aspetta il giudice italiano del rinvio, che, in base all’indicazione del giudice comunitario, dovrà accertarsi di ciò che aveva già escluso a priori nella sua domanda pregiudiziale (e nell’ordinanza di rinvio alla Corte costituzionale), e cioè la possibilità che il “ricorso all’incidente probatorio diretto all’assunzione anticipata della prova e l’audizione secondo modalità particolari previsti dal diritto italiano siano nella fattispecie possibili”, e ciò in ragione della qui contestata elaborazione da parte del giudice comunitario di un ”obbligo di interpretazione conforme del diritto nazionale” in relazione alla decisione quadro. E questa operazione dovrebbe poi essere svolta in maniera tale da rendere il procedimento penale a carico dell’imputata, considerato nel suo complesso, non “iniquo ai sensi dell’art. 6 della Convenzione, quale interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo”. 17

L’elaborazione di analoghe costruzioni giurisprudenziali, in deroga in questo caso alla necessaria rigidità delle forme del diritto processuale interno sembra determinare in effetti, alla luce delle considerazioni che si è cercato di svolgere sopra, una rottura evidente nel quadro consolidato dei rapporti tra ordinamenti, interno, comunitario, europeo. Simili espressioni di creatività giurisprudenziale, che altrove sono state paragonate alla creazione di diritto pretorio 18 poiché frutto di un malinteso modo di intendere il suo ruolo da parte del giudice interno, in questo caso fanno piuttosto tornare alla mente la storia dello sviluppo della giurisdizione di equity nell’Inghilterra dei Tudor, di fronte alla “sclerosi” del common law ed alla sua crescente inadeguatezza rispetto alla domanda di equità nelle aule di giustizia 19 . Ora come allora, nuovi e complessi itinerari si percorrono per rispondere a pur condivisibili istanze di giustizia.

E’ possibile che qualora la questione qui discussa, sottoposta, come si è detto, prima che alla Corte di giustizia, alla Corte costituzionale sub specie di questione in via incidentale, fosse stata accolta, tutte le problematiche forzature coinvolte dall’interpretazione del giudice comunitario non si sarebbero venute a determinare.

Perché era stata respinta la questione di legittimità costituzionale? Per il giudice costituzionale “tutela della personalità del minore e genuinità della prova sono certo interessi costituzionalmente garantiti: non lo è però lo specifico strumento, consistente nell’anticipazione, con incidente probatorio, delle testimonianze in questione” 20 . Rimane il quesito se quello specifico strumento fosse invece l’unico suscettibile di garantire correttamente i suddetti interessi costituzionalmente garantiti coinvolti nella fattispecie. Non va dimenticato, infatti, che, oltre alle problematiche già richiamate, sollevate da quelle che appaiono come forzature interpretative del giudice comunitario, sorge a questo punto la questione che non è meramente di politica del diritto, della diversa efficacia delle pronunce della Corte di giustizia. Esse, nonostante la crescente attenzione prestata ai più diversi livelli per gli orientamenti provenienti da Lussemburgo, non sono certo dotate di effetti paragonabili a quelli delle pronunce di accoglimento della nostra Corte costituzionale 21 .

Da un punto di vista più generale, insomma, viene da chiedersi se la soluzione dell’accoglimento della questione di legittimità costituzionale sollevata in via incidentale, per le sue caratteristiche di concretezza, derivante dal legame con il giudizio a quo, ma allo stesso tempo di incidenza con effetti erga omnes sulla norma impugnata, non fosse più indicata rispetto allo strumento della questione pregiudiziale, in vista della necessità di garantire la certezza del diritto in un ambito come quello del processo penale, nel quale la portata e l’applicabilità delle norme che lo regolano non possono certo essere lasciate alla libera valutazione del caso per caso. Se tale via si fosse rivelata più proficua nel caso di specie nel rendere la dovuta garanzia ai principi costituzionali coinvolti, si sarebbe peraltro evitato di rischiare la fuoriuscita anche dal quadro della legalità europea oltre che di quella costituzionale, effetti che invece sembrano essersi così prodotti entrambi.

Perché, davvero, oltre che della legalità costituzionale ci si deve oggi preoccupare di garantire la legalità dell’azione dei pubblici poteri nel rispetto dei limiti stabiliti dal Trattato Ue, oltre che dalla Cedu. Il che richiederebbe quindi, una puntuale e corretta lettura da parte del giudice comunitario, delle norme a tutela della sovranità degli Stati, anche perché tali norme garantiscono allo stesso tempo agli individui il rispetto dei diritti fondamentali.

(13 febbraio 2006)

Note

1 La grande sezione (da non confondere con la seduta plenaria, limitata a casi decisamente eccezionali), è una novità introdotta dal Trattato di Nizza; essa comprende tredici giudici ed è presieduta dal presidente della Corte. Ai sensi dell’art. 16, comma 3 dello statuto della Corte di giustizia, la Corte si riunisce obbligatoriamente in grande sezione quando lo richieda uno Stato membro o un’istituzione comunitaria che sia parte in causa, o, comunque, quando lo suggerisca l’importanza o la difficoltà della causa. (art. 44 regolamento di procedura). Sul punto v. P. BIAVATI, Diritto processuale dell’Unione europea, Milano, 2005, 108-109.

2 Per aver percosso ripetutamente i suoi alunni di età inferiore ai cinque anni, averli minacciati di dare loro tranquillanti e di mettere loro cerotti sulla bocca, oltre ad aver impedito loro di recarsi in bagno.

3 Gli artt. 2 e 3 Cost erano stati invocati quali parametri della questione di legittimità costituzionale Sentenza n. 529 del 2002 in Giur. Cost., 2002, 4346.

4 L’art. 2 della decisione quadro, intitolato “Rispetto e riconoscimento” prevede che “Ciascuno Stato membro prevede nel proprio sistema giudiziario penale un ruolo effettivo e appropriato delle vittime. Ciascuno Stato membro si adopererà affinché alla vittima sia garantito un trattamento debitamente rispettoso della sua dignità personale durante il procedimento e ne riconosce i diritti e gli interessi giuridicamente protetti con particolare riferimento al procedimento penale. Ciascuno Stato membro assicura che le vittime particolarmente vulnerabili beneficino di un trattamento specifico che risponda in modo ottimale alla loro situazione». L’art. 3, (Audizione e produzione delle prove) stabilisce che “Ciascuno Stato membro garantisce la possibilità per la vittima di essere sentita durante il procedimento e di fornire elementi di prova. Ciascuno Stato membro adotta le misure necessarie affinché le autorità competenti interroghino la vittima soltanto per quanto è necessario al procedimento penale”. L’art. 8 della decisione quadro, al n. 4 precede che “ove sia necessario proteggere le vittime, in particolare le più vulnerabili, dalle conseguenze della loro deposizione in udienza pubblica, ciascuno Stato membro garantisce alla vittima la facoltà, in base ad una decisione del giudice, di rendere testimonianza in condizioni che consentano di conseguire tale obiettivo e che siano compatibili con i principi fondamentali del proprio ordinamento”.

5 G. GAJA, L’esigenza di interpretare le norme nazionali in conformità con il diritto comunitario, in Le riforme istituzionali e la partecipazione dell’Italia all’Unione europea, a cura di S. P. PANUNZIO e E. SCISO, Milano 2003, 133 ss. Sul punto v. anche R. MASTROIANNI, Sanzioni nazionali per violazione del diritto comunitario: il caso del “falso in bilancio”, in Rivista italiana di diritto pubblico comunitario, 2003, 628 ss.

6 Nel dibattito sulla Costituzione europea anche i più netti avversari della possibilità di utilizzare il termine concordano sull’esistenza di un cospicuo coacervo di principi e materiali normativi e giurisprudenziali che concorrono a costituire il“diritto costituzionale europeo”. Sul punto v. M. LUCIANI, Gli atti comunitari e i loro effetti sull’integrazione europea, Relazione convegno AIC di Catania. ottobre 2005; l’impostazione mi sembra seguita anche nel volume AA. VV., Costituzione italiana e diritto comunitario. Princìpi e tradizioni costituzionali comuni. La formazione giurisprudenziale del diritto costituzionale europeo, a cura di S. Gambino, Milano, 2002, 503.

7 Così V. BAZZOCCHI, Il caso Pupino e il principio di interpretazione conforme delle decisioni-quadro, in Quad. cost., 2005, 886, che legge tuttavia con favore la decisione, che costituirebbe un “passo in avanti verso il superamento delle distinzioni tra i pilastri dell’Ue”. Che tale superamento possa avvenire per via giurisprudenziale appare però quantomeno rischioso, in considerazioni dei molti “ostacoli” sul piano costituzionale che andrebbero superati.

8 Sulla problematica soluzione della disapplicazione o non applicazione del diritto interno in antinomia col diritto comunitario v. fra tutti A. CELOTTO, Le ‘modalità’ di prevalenza delle norme comunitarie sulle norme interne: spunti ricostruttivi, in Rivista italiana di diritto pubblico comunitario, 1999, 1473.

9 Punto 36 della sentenza “indipendentemente dal grado di integrazione considerato dal Trattato di Amsterdam nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa ai sensi dell’art. 1, secondo comma, UE, è perfettamente comprensibile che gli autori del Trattato sull’Unione europea abbiano ritenuto utile prevedere, nell’ambito del titolo VI di tale Trattato, il ricorso a strumenti giuridici che comportano effetti analoghi a quelli previsti dal Trattato CE”.

10 Ed infatti il governo del Regno Unito e quello italiano avevano fatto presente nel corso del giudizio come rappresenti un problema la mancanza di “un sistema completo di rimedi giuridici e di procedure destinato ad assicurare la legittimità degli atti del Titolo VI TUE”.

11 Sentenza, punto 47, il corsivo è mio.

12 Così v.. E. MEZZETTI, Gli “obblighi” comunitari di tutela penale in una recente pronuncia della Corte di Giustizia UE, in www.Giustamm.it, che riferisce di un caso di poco successivo, deciso dalla Corte di giustizia in Causa C-176/03.

13 Corte di giustizia, sentenza del 3 maggio 2005, in cause riunite C-387/02, C-391/02, C-403/02.

14 Punto 46 della sentenza.

15 V. sul punto da ultimo G. MORBIDELLI, Corte costituzionale e Corti europee, la tutela dei diritti (dal punto di vista della Corte di Lussemburgo), Relazione al Convegno tenutosi alla Corte costituzionale l’8 ottobre 2005, in corso di pubblicazione, v. soprattutto 45 e ss. del paper.

16 Sulla sentenza v. M. D’AMICO, Il falso in bilancio davanti alla Corte di giustizia, in Quad. cost., 2005, 675, che sottolinea che la sentenza torna indietro rispetto al filone giurisprudenziale precedente per quanto riguarda il principio del favor rei. Essa appare “rispettosissima dello spazio discrezionale del legislatore nazionale e, pur analizzando la natura delle direttive comunitarie in questione (…) “non si spinge a valutare in concreto le scelte legislative, come richiesto dai giudici italiani”, riproponendo “la centralità del legislatore nazionale e l’eccezionalità della materia penale rispetto alla natura diffusa del controllo comunitario” Ricostruisce tutta la questione proposta al giudice comunitario nella fattispecie R. MASTROIANNI, Sanzioni nazionali per violazione del diritto comunitario: il caso del “falso in bilancio”, in Riv. It. Dir . pubbl. comunitario, 2003, 621 ss.

17 E vengono richiamate in tal senso in particolare, Corte eur. dir. dell’uomo, sentenze 20 dicembre 2001, P.S. c. Germania; 2 luglio 2002, S.N. c. Svezia, Recueil des arrêts et décisions 2002 V; 13 febbraio 2004, Rachdad c. Francia, e decisione 20 gennaio 2005, Accardi e a. c./ Italia, ric. n. 30598/02).

18 Mi ero permessa un simile parallelo quando la Corte d’appello di Roma aveva disapplicato la legge italiana ed “applicato” la Carta dei diritti Ue. (La Corte d’appello di Roma applica la Carta dei diritti Ue. Diritto pretorio o jus comune europeo? Nota a sentenza dell’11 aprile 2002, in Giur. it., 2002, p. 2238-2239) .

19 Così definita dal classico R. DAVID, I grandi sistemi giuridici contemporanei, Padova, 1980, 285 ss., che ripercorre le tappe principali di quella vicenda. Rileggendo quelle pagine si ricorda poi come quella creazione diede luogo però ad inconvenienti notevoli per il contrasto tra corti di common law e giurisdizione di equità del cancelliere, e la necessità di comporre tali dissidi. La storia come sempre si ripete.

20 Così sentenza n. 529 del 2002, cit., 4354.

21 Non pare condivisibile l’opinione secondo cui esse sarebbero strumenti idonei per produrre o promuovere la comunitarizzazione del terzo pilastro, come invece sembra sostenere P. SALVATELLI, La Corte di giustizia e la comunitarizzazione del ‘Terzo pilastro’, in Quad. cost., 2005, 887. Sul piano dei loro effetti giuridic, per quanto concerne la questione circa l’effetto di precedente o normativo delle sentenze interpretative del giudice comunitario si veda F. GHERA, Pregiudiziale comunitaria, pregiudiziale costituzionale e valore di precedente delle sentenze interpretative della Corte di giustizia, in Giur. cost., 2000, 1193 ss.; se si vuole si v. anche il mio La Corte di giustizia e la Costituzione europea, Padova, 2004, 100; nonchè, più di recente G. MARTINICO, Le sentenze interpretative della Corte di giustizia come forme di produzione normativa, in Rivista di diritto costituzionale, 2004, 249.


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