Home
 
Google associazionedeicostituzionalisti.it web

Home :: Dottrina :: Teoria generale

Politica  e  diritto  in  Silvano  Tosi

di Fulco Lanchester[1]

Ordinario  di  Diritto  costituzionale  italiano  e comparato  nella  Facoltà  di  Scienze  politiche  dell’Università  “La  Sapienza”  di  Roma.

Sommario1-Premessa; 2-Politica  e  diritto:il  tema  della   modernità; 3-La  discussione  degli  anni  ’30 e  la  giovane  dottrina  costituzionalistica; 4-I  giuspubblicisti  della   Facoltà  di  Scienze  politiche  fiorentina; 5-La  riflessione  di  Silvano Tosi:b- il  periodo  della  Costituzione  congelata.6-La  riflessione   di  Silvano Tosi:b- nel  periodo  della  Costituzione  applicata fino  alla  crisi  del   centro-sinistra  ;7- La   centralità parlamentare  e  la  transizione  infinita;8- Conclusioni.

1-Premessa. Il    rapporto   politica -  diritto   costituisce  un  fondamentale  banco  di  prova      per    individuare    il  taglio  metodologico   di  un  giurista  e  per  valutare   i  suoi   argomenti  di  ricerca. Silvano  Tosi    è  stato  indubbiamente  un  giurista  d’indirizzo  realista, che   ha  sviluppato  in  maniera   originale   le  suggestioni  sussunte  non  soltanto   nell’ambiente  della  Facoltà  di  Scienze  politiche    “Cesare  Alfieri”  attraverso  i  suoi  Maestri, ma  anche  dal  periodo  storico  in  cui    ha  vissuto  e  che   ha influenzato-  ovviamente-  la  sua  concreta    posizione   nei  confronti  del  politico  .

 In  questa  occasione  intendo  accennare  a  taluni    aspetti    della  sua   produzione, al  fine  di  sottolineare  come  Tosi  sia   partito  dallo  studio  di  alcuni   temi  liminari  del  diritto  costituzionale(il  colpo  di  Stato e la   rivoluzione), esaminando   territori  di  ricerca  considerati   caldi  e  nello  stesso  tempo  trascurati   dalla  dottrina  costituzionalistica  del  periodo  (il  diritto  parlamentare  ed   in  particolare  i  regolamenti  parlamentari)  per  inserirli   nel   corso   del  tempo    nell’ambito  della  realtà  dello  Stato  di  diritto costituzionale,  che    è  venuto  ad  instaurarsi  processualmente  in  Italia   dal  1948  in  poi .

L’  attività  scientifica  di  Silvano  Tosi      si  è  svolta ,infatti,  in  modo  estremamente  significativo  nell’arco  del  primo  quarantennio  della  vicenda  costituzionale  repubblicana, che  egli   ha   accompagnato   nel  lungo  tragitto    dalle  incertezze  della  cosiddetta costituzione  fluida[2](frutto  del cosiddetto   diritto  costituzionale transitorio  e  provvisorio[3] ) verso  il  periodo  della   costituzione  applicata e  poi  discussa[4],   in  una  dinamica  di  implementazione  progressiva,  dove   il  ruolo    prevalente  della  costituzione  materiale, caratterizzata  dalle  forze  politiche[5],  viene  affiancato  da  quello  della  costituzione  vivente[6], che ha   per  protagonista  la  giurisdizione  costituzionale.  Attraverso   la  sua  opera   mi  sembra  sia    possibile   esaminare    un  esponente   della  scuola  antiformalista,  che   prende  coscienza, senza  rinunziare  alle  proprie  caratteristiche e  a  dubbi  sistemici,  della  rivoluzione   istituzionale    che   la  presenza  della  giurisdizione costituzionale  introduce  nel  sistema  e  ne    tiene   conto  nell’ambito  dell’inveramento   della  tecnica  della   libertà rappresentanta   dal  diritto  costituzionale.

 Per  analizzare  il  percorso  di  Tosi  sulla  base  di  alcuni  dei  suoi   principali  lavori  ed  escludendo –pour  cause-   la  sua   amplissima   produzione  pubblicistica, accennerò prima  di  tutto  alla   questione   generale  relativa   al  rapporto   politica-diritto; inquadrerò  la  discussione   nell’ambito  del  dibattito  politico-metodologico  degli  anni  Trenta, dando  particolare  attenzione  alle   posizioni  dei  Maestri  di  Tosi (Maranini  e  Biondi); per  poi  esaminare, in  maniera  sintetica,    nei  vari  periodi  l’evoluzione  del  suo  pensiero  e  le  costanti   dello  stesso  dagli  anni  Cinquanta  agli  anni  Ottanta.

2-Politica  e  diritto:il  tema  della   modernità-   Si  diceva  che  il  rapporto  politica-diritto  costituisce  un  indicatore  fondamentale   per  comprendere  la  posizione    di  un  giurista   ed  in  particolare   di  un  costituzionalista. In  Ex  captivitate   salus   Carl Schmitt    sostenne, in  maniera  lucida  e  liminare, che  il    politico    costituisce   la   fortuna  e   la  sfortuna  del  costituzionalista.[7]  In  questa   posizione    estrema,frutto  della  riflessione  di  un  giurista  che  si  riteneva  sconfitto  ma   capace  di  scrivere  la storia,    v’è   la  certificazione  che  il  diritto  costituzionale      è  un  diritto  caldo, a  volte  bollente,  e  che  il  rapporto  con  il  politico  non  soltanto  coinvolge  il  piano  metodologico - disciplinare,  ma  anche  quello  personale  dei  singoli  studiosi.   In  questa specifica   prospettiva   Dieter  Grimm, che   invece  ha  sempre  dichiarato  di  non   voler  operare   come un  Kronjurist,   ha  messo   in    modo  limpido  in  evidenza    come “l’attuale  rapporto  fra  diritto  e  politica [sia] determinato  dalla  posivitizzazione   del  diritto, ossia   dal  processo  storico   per  cui  da   una  validità  del  diritto  fondata  sulla  consuetudine   o  su  un  ordinamento  trascendentale  si  è  passati  ad  una  validità  basata  sulla  decisione”[8]. Nelle  società  moderne,   alla   base  del  diritto   si   pongono  dunque  decisioni,  individuali  e  collettive,  che   evidenziano   come  - a  differenza  degli  ordinamenti  premoderni  dove  il  politico  non  doveva  “dar  forma  al  diritto”,  ma  si   limitava  a  registrarlo-  oggi il  politico  produca in  modo diretto  il  diritto    e  quindi   naturalmente   lo  politicizzi.  Svincolato   dalla  sedimentazione  storica  di  tipo  consuetudinario   o  dalla  rivelazione   numenica,   il  diritto, oramai   frutto  della  decisione  del  Monarca  o  di  un’Assemblea,  ha   posto il duplice  problema   della  giustizia  e   della   legittimazione  in  società  non  più  statiche  ma  sempre  più dinamiche. Nel  tempo   ciò  ha     portato  al  superamento prima  della   monarchia  assoluta  e   poi  di  quella  costituzionale, ma  anche   del  tradizionale   Stato  di  diritto   legislativo, per  affidare   l’equilibrio  del  sistema  allo  Stato  di  diritto   costituzionale.  La   richiesta  di  prevedibilità  ovvero  di  certezza, che   veniva  richiesta   dal  costituzionalismo  sei - settecentesco    al  potere  politico, nell’ottocento  fu,prima,  parzialmente  raggiunta  attraverso  le  istanze  di  concentrazione   della  produzione   normativa   nella   rappresentanza  legislativa  e    nella  separazione   tra  diritto  e  politica   nell’applicazione  del  diritto.  Sempre  Grimm  ci  dice     che   -dopo  il  dramma   dei   totalitarismi del periodo  tra  le  due   guerre-  la  Costituzione    come     nucleo  di  valori  e  la indipendenza  della  giurisdizione,con  la  presenza al  vertice   di  Corti  costituzionali,  costituiscono   i  due  elementi  che  permettono   di  separare,  se  non  la   produzione, perlomeno l’ applicazione  del  diritto  dalla  politica.    Nelle   società democratiche   di  massa una  simile  evoluzione      comporta ,tuttavia,    lo  svuotamento   della  rappresentanza   collegiale nell’ambito  di  un  rapporto   diretto tra  corpo  elettorale - partiti-leader. Ne  conseguono   forti    pericoli  per  i  rapporti  tra   i  poteri,  se  non  vi   è  una  forte   coscienza    costituzionale  nella  società  civile  e  nella  classe  dirigente, in  sostanza   quel   Verfassungspatriottismus[9]derivante   da  una  cultura  politica   omogenea,  che  costituisce   la  differenza  tra  gli  ordinamenti  radicati    nei  valori  costituzionali  e   quelli  che  invece   trovano  difficoltà  nella  loro  applicazione[10].

3-La  discussione  degli  anni  ’30 e  la  giovane  dottrina  costituzionalistica- Ho  fatto  riferimento   a  Schmitt  e   a  Grimm(con  un  accenni  impliciti  alla   Integrationslehre  di  Smend  e   al  dibattito   tedesco   contemporaneo),  ma  questa  evoluzione   è  chiaramente  percepibile anche   nel  nostro  ordinamento,  se   si  fa  riferimento  alla   discussione  che  avvenne  all’interno  del  ceto  politico  e  della  dottrina  costituzionalistica  italiana  dagli  anni  Venti  e  Trenta.  Durante  il  fascismo la  giovane  dottrina  costituzionalistica  italiana  (rappresentata  da- e  cito  in  maniera  sintetica-   Mortati, Crisafulli, Esposito, Chiarelli ,Lavagna, Pierandrei)  si  pose     il  problema   della crisi  dei  paradigmi  disciplinari giuspubblicistici  della  scuola    nazionale  orlandiana,  che  avevano costituito - come  il   labandismo -   una  vera  e   propria  ideologia  (e  non  soltanto  ristretta  alla  dottrina  giuridica, sibbene  alla  stessa  classe  dirigente)   dell’Italia   liberale  oligarchica.[11]    Già la applicazione  del   suffragio  maschile  nel 1912   e   della   cosiddetta   proporzionale Nitti  nel  1919   aveva, però,  inaridito    la  capacità  di    copertura formalistica   della   cosiddetta   persona  giuridica  dello  Stato ,  come  paravento  della  dicotomia  Monarca- Parlamento e   aveva  posto   il  problema  dell’adeguamento  delle  strutture  dello  Stato  di  diritto  legislativo  nella  fase  liberale  e  democratica  fino  al  1922. Nel  periodo  successivo  il  fascismo  e  le  sue  riforme   incrementali ,tese   alla  trasformazione    dell’ordinamento    autoritario  in  totalitario,  non  soltanto  avevano,in  maniera  ben   più  radicale,   svuotato, sulla  base  del   compromesso  monarco - fascista-  le  istituzioni  statutarie, ma  negli  anni  Trenta     avevano  portato   al  punto  di  rottura   l’elasticità dello  Statuto, ponendo   il    problema  delle  conseguenze  che  la  totalitarizzazione   dell’ordinamento  avrebbe   comportato   per  le  strutture  istituzionali  italiane.[12]

In  quest’ambito    nacquero   le  impostazioni, che-  anche   sulla  base   di  una  sussunzione   dei  dibattiti  della  dottrina weimariana - portarono  molti   giovani  giuristi  degli  anni  Trenta   ad  abbracciare  una  teoria   della  Costituzione,  basata  sui  principi  dell’ordinamento   politico  fascista, che  in  seguito  potrà  essere  adattata  anche   allo  Stato  dei  partiti democratico   pluralistico  di  massa .  La  dottrina  costituzionalistica  italiana  del  dopoguerra  non  nasce solo   con  la  resistenza  e  la  Costituzione  repubblicana,  ma   è  il  frutto  del  passaggio   obbligato   dallo  Staatspartei    al  Parteienstaat.  In  questa   prospettiva  bisogna    analizzare    il  rapporto   tra   diritto   e  politica   dagli  stessi  individuato .   Quando  Mortati  e  Crisafulli  dibattono  di  indirizzo  politico  e  l’uno  la  definisce   funzione  e   l’altro  attività[13], oppure  quando  Mortati   e   Giannini   discutono  a  distanza  di  discrezionalità[14] lo  fanno  sulla  base   di  una  chiara (anche  se  differente) concezione  del   rapporto  tra  politica  e  diritto. Giannini   nella  sua   prolusione  sassarese    evidenzierà  che  nel  lavoro   del  giurista  vi  è una  compresenza  di  invarianze  e  di  problemi[15], Crisafulli  metterà  in  rilievo –invece-  la  nebulosa politica  da  cui  scaturisce  il  diritto[16],  ma  tutti  sono- in  sostanza-  con  Mortati   nel   sottolineare   l’importanza  della   forza  o  delle  forze  che  si  pongono  alla  base  dell’ordinamento  e  che  lo  animano,  dando  vita  al  regime[17].

Sul piano metodologico la contrapposizione è  più  profonda di ciò  che possa apparire dal contrasto nominalistico fra ordinamento e sistema. Negli  anni  Trenta  riappare   sostanzialmente    la  dicotomia   tra    Orlando  e  Mosca  e  la  giovane  dottrina, pur  non  volendo   abbandonare   l’alveo  della  scuola   giuridica  nazionale ,  come   stavano  facendo   sulla   base  di   paradigmi  iperpolitici  Panunzio  e,  soprattutto,  Costamagna ,  darà forte  peso  alla   nozione   di  regime sulla  base  del  principio  politico o  dei  principi  politici  dominanti[18]. Ciò che differenziava il paradigma giuridico da quello antiformalista (quale ne fosse l’origine) era  però  l’inserimento delle forze storiche e delle élites nell’ambito del circuito analitico. Si trattava dunque dell’individuazione di quale fosse il rapporto tra politica e diritto  all’interno  del   processo  storico.

In questa specifica dimensione,come   già  aveva  fatto  rilevare lo  stesso  Mosca  in  più  luoghi[19],  uno  storico  del   diritto    come    Arrigo Solmi ritenne  che il compito della scienza politica (che in realtà  in lui veniva a sovrapporsi alla dottrina generale dello Stato) fosse quello di derivare «dalla storia, dai fatti sociali sicuramente attestati, i materiali, le esperienze, le regole, per penetrare le leggi della società  e del diritto». [20] Una simile impostazione venne    delineata e portata avanti in maniera molto coerente, sino all’isolamento, proprio da Maranini, che – superando il maestro – prospettò  nella seconda metà  degli anni Trenta una sostanziale dipendenza del giuridico dal politico e quindi l’abbandono del canone base su cui si fondava la «scuola giuspubblicistica nazionale».  Il dibattito sulla storia costituzionale e sul  metodo nel diritto costituzionale verificatosi su «Stato e diritto» con Crisafulli e Chiarelli appare ancor oggi della più  alta significazione per comprendere la posizione metodologica di Maranini[21] e per la verifica della sua persistenza anche nel secondo dopoguerra . In  un  saggio pubblicato negli Studi in onore di Arrigo Solmi   proprio  Maranini  aveva chiarito  i propri legami intellettuali,sostenendo  che,mentre le scuole giuridiche dominanti si [erano smarrite] in esercitazioni forma-  sopra la natura dei nostri ordinamenti costituzionali, il Mosca solo, con serena indipendenza di indagine[,] ne [aveva svelato] il segreto meccanismo, indicandone la reale consistenza organica, e pertanto, sotto aspetti essenziali, la reale consistenza giuridica.[22] Al centro della ricerca   per    il  Maranini doveva porsi dunque la classe politica, la quale non doveva essere monopolio «dei soli studiosi della politica pura, ma anche, e ancor più , l’opera di altre categorie di studiosi», poiché  «una approfondita cognizione delle condizioni della classe politica» costituiva «il segreto tessuto degli avvenimenti e delle istituzioni».

In questa prospettiva metodologica veniva    a  porsi    il concetto di regime, che per Mortati significava l’ideologia del gruppo di  forze  o  della forza dominante, connessa alla «Costituzione in senso materiale», in un determinato ordinamento. Mortati,dunque , in  quel  periodo   tentò  di giuridicizzare il politico, ponendo in rilievo – attraverso l’identificazione della base sociale e politica dell’ordinamento – valori e principi cogenti in un determinato assetto istituzionale. La  giudizzazione    poteva ,però,   trovare   la  propria fonte  in  valori     che  potevano  finire  per  contrastare   con  la  stessa   giuridicità. In questa  specifica  prospettiva   risaltano  le  contraddizioni    che, già   alla  fine  degli  anni Trenta,  caratterizzano  molti   giuspubblicisti  del  periodo  e  che  -  aiutati  dagli  avvenimenti-  si  preparano   alla  riconversione  democratica del  dopoguerra. Si trattò di una faticosa ricerca che si connetteva alla tradizione giuspubblicistica nazionale, ma la temperava con l’antiformalismo,riconoscendo l’importanza della rivoluzione delle masse e il ruolo strategico del partito politico nella dinamica istituzionale di quello che  veniva   chiamato regime.

4-I  giuspubblicisti  della   Facoltà  di  Scienze  politiche  fiorentina- Ricordo   questi   elementi, perché  Silvano  Tosi  nasce scientificamente   nell’ambito  del  peculiare   ambiente   del  “Cesare   Alfieri”, un  Istituto  che-  non  ho  bisogno  di  ricordarlo-  si  pone   alla  base   della  vicenda  delle   Facoltà  di  Scienze   politiche  in  Italia[23].   La  storia  dei   giuspubblicisti  dell’Istituto  “Cesare  Alfieri”   è  legata   -come   è  noto-  nel  suo  primo  periodo   più  agli  internazionalisti  che  ai   costituzionalisti, viste   le  finalità  di   preparazione “esterne”  che  esso  si  poneva. Dagli  anni  Novanta  del   secolo XIX  fino  alla  prima  guerra  mondiale  sugli  insegnamenti    internazionalistici  si  erano   succeduti   personaggi  come  Dionisio  Anzillotti  e  Scipione  Gemma, mentre    sia  il  Diritto  costituzionale   che  la  Scienza  politica   erano  caratterizzati  dall’indirizzo  storico (penso  a  Domenico  Zanichelli  e  a  Pasquale  Villari). Nel  periodo del   primo  dopoguerra  per  le  materie  costituzionalistiche  la  tradizione   antiformalistica   era  stata   confermata  dalla  presenza  di  un   giurista   conservatore   come  Teodosio  Marchi[24],  sostituito  -dopo una  breve   parentesi  nel  1922-23  - 24    da   un    Santi  Romano  in  via  di  spostamento (da  Pisa   verso  Milano e  poi  verso  Roma) e,    poi,  da  Manfredi  Siotto  Pintor,   altro  rilevante giuspubblicista  di  indirizzo   antiformalista. Negli  anni  Trenta ,prima  della  statizzazione,  l’Istituto  si  era  in  pratica   svuotato   di  professori  stabili, se  si eccettua  la  presenza  di  Giacinto  Bosco, per  il  Diritto   internazionale,  e Rodolfo  De  Mattei,   per  la  Storia  delle  dottrine   politiche.  Nel   1940,e  già  vi  erano  stati   interventi  ministeriali di  cui  si  accennerà  in  proseguo,  l’intero  consiglio  di  Facoltà  era  composto  da   quattro  persone, ossia   -oltre  a  Bosco  e  De  Mattei - Biondi  per   la  Dottrina  dello  Stato  e  Niccolò  Rodolico per  la  Storia  dei  Trattati  e  delle  relazioni  internazionali,  mentre   insegnavano  presso  la  Scuola  di  perfezionamento  in  Studi  politici  internazionali Carlo  Morandi (Storia  diplomatica  e     costituzionale) e   Giuseppe   Vedovato(Organizzazione   e  funzionamento  dei  principali istituti  internazionali)[25] .Nel  1941  entrò  nei  ruoli  della   Facoltà  Giuseppe  Maranini  per  il  Diritto  internazionale .  Nella  vicina  Facoltà  di  Giurisprudenza  agivano  invece, tra  gli  altri,   Lessona, Calamadrei, La  Pira , D’Avack, Mazzoni,  mentre    come  costituzionalisti  si  successero   come   incaricati della  materia  prima Carlo  Esposito  e  poi Paolo  Biscaretti  di  Ruffia.

Tosi    è stato   allievo  di  Maranini e   di  Biondi,  come   egli  stesso  dichiarò  nella  dedica      al  volume  su  la Direttiva  parlamentare[26]. Anzi, all’inizio   più  di  Biondi  che  di  Maranini e   l’influenza  del  primo   è  evidente    soprattutto  nei  primi  scritti. Si   tratta   di  due  intellettuali    differenti,    che  si  mossero-  con  percorsi  diversificati-    all’interno   dell’Università   fascista   del  periodo. Sulla  vicenda e  la  posizione    di  Maranini   mi  sono  già  soffermato  in  altro  luogo,  ma   anche  per  lui  è  evidente  che  non  si  può  dire  che  fosse  stato  un  avversario  del  regime. Dal  1927    in  poi  le  sue  opere    si  muovono  all’interno  dello  schema  del  regime ,sulla  base  di  una  interpretazione   storiografica    precisa.  I  suoi  esordi   intellettuali   ed  accademici sono  ormai  noti, mentre  il  suo  passaggio    da  Perugia  a  Firenze (per  il  Diritto  internazionale)fu  avventuroso  sulla  base  di  problemi  personali  e  di  rapporto   con il Rettore   dell’Ateneo  perugino  Paolo  Orano[27].Dal  1941 Maranini   caratterizzerà,invece,    per  circa   un  quarto  di  secolo   la  Facoltà  fiorentina[28].

E’  dunque  indispensabile   parlare   di   Pompeo  Biondi, che  potrebbe rappresentare   un  punto  interrogativo  per  chi  non  avesse   letto   la  sua  produzione  prima  e  dopo  gli  anni  Quaranta.  Dal  punto  di  vista  accademico Pompeo  Biondi[29]  nacque ,infatti,  come  processualcivilista, allievo  di   Piero  Calamandrei, vinse   la  cattedra  a Cagliari e  passò  per  Macerata ,  per  Modena e  poi  , dalla  fine   del   1938,  a  Scienze  politiche  di Firenze   per  la  Dottrina  dello  Stato[30]. Non   mi  soffermo   sui  suoi  scritti   politici degli  anni  Trenta (qualche  articolo  su  riviste  come  Critica  fascista”, non  di  più),  né   sugli  episodi   che  lo  portarono  a  Firenze, né-infine-  sul  periodo dell’epurazione,  che  ne  suo  caso   si  concentrò  soprattutto  sull’ipotesi  di  revoca  del  trasferimento  fiorentino. I  suoi  saggi  scientifici sul  Pubblico  Ministero    e  sull’ammissibilità  della  prova sono  interessanti  e  tecnici,  ma  è  necessario  soffermarsi   sul  volumetto   su  La  perizia  giuridica [31] , perché  utile  ad  individuare  un  percorso,  che  lo  unisce   al  peculiare  iperpoliticismo   di    Maranini  del  periodo   ed  accompagna  anche  Tosi. In  sostanza  se,in  quegli  anni ,   Maranini  dichiarava   fosse  necessario  vedere  tutto  attraverso  il  paradigma  del   politico e,  quindi,  ne  conseguiva  che  la   politica  non  soltanto   generava   il  diritto,  ma   lo  dominava,  per   Biondi  la  stessa  “perizia  tecnica”   del   Pubblico  Ministero   diveniva    “perizia  politica”  indispensabile    per  acclarare   anche  la     funzione   giurisdizionale   sulla  sua  attività[32].

Maranini    sosteneva- anche  sulla  base  della  posizione  di  Solmi -  tesi    per  cui  il  diritto   costituirebbe  storia  congelata ,aggiungendo  che   ovviamente  anche   la   politica   è  storia ,cosicchè  i  tre  elementi    finirebbero   logicamente   per  sovrapporsi.[33] Biondi –studioso raffinato  anche  se  eccessivamente  speculativo- pensava     che  le stesse  regole   sostanziali  della  tecnica  giuridica fossero   politiche.  Non  si  trattava   solo    della  tesi presente   nella  dottrina   romanistica o nel  dibattito   tedesco    del  periodo    , a  nuova  situazione   nuova  dommatica,quanto  la  convinzione     che  “per  raggiungere   la   continua  rispondenza   del  principio  dogmatico  alle  esigenze  del  sistema  giuridico (che  altro  non  è  che   sistema   politico)”[34].  Chi  esamini  la  logica  di   Biondi    nel  volumetto  sulla   perizia  giuridica ,si  accorgerà  che  il  suo  Pubblico  Ministero   assomiglia  molto  alla  prokuratura  sovietica.  Per  sintetizzare   Biondi  fornisce   una  teoria   italiana  della  Prokuratura[35],  che    è  coerente  con  la  situazione   dell’ordinamento    di  riferimento,  ma  che   era  impossibile  da  riciclare  nel   nuovo. Si  tratta  in  sostanza  del  superamento    della  concezione  della  separazione  dei  poteri ,  che  caratterizzava   palesemente   il  regime   fascista   e  su  cui  lo  stesso  Maranini  si  era    soffermato   alla  fine  degli  anni  Venti.[36]

Osservo  questo  non  per  gusto  scandalistico  ,  ma   per   sottolineare     come  un’ intera  generazione     alla  fine  del  fascismo    si    sia  riconvertita  al  pluralismo   in  maniera  anche  faticosa, ma  decisa. Nel  dopoguerra il  principio  di  separazione   dei  poteri    e  l’importanza  dei    meccanismi  istituzionali   vennero  approfonditi   ed  esaltati    nella  analisi  maraniniana    attraverso  il  ruolo   orizzontale    della  magistratura  e  del  sistema  elettorale  da  un  lato,  e  quello  verticale   delle  regioni  dall’altro,nell’ambito  di  una  applicazione   della   politique  constitutionnelle  di  Constant.  Tra  gli  studi  di     Pompeo  Biondi ,eccitatore  della  palestra    di  Studi  politici ,  che  con  Il  politico   di  Bruno  Leoni  costituisce   il  fondamento  di  una  nuova  fase  delle  Facoltà  di  Scienze  politiche,  mi  piace-invece-  ricordare  i  suoi  Studi  sul  potere   e   l’evidente  identificazione   che   egli  pone   tra  sé  stesso  e   Benjamin Constant [37] ,dove  al  centro   si   pone  l’individuo   e  la  coscienza   della  sua  individualità  nella  storia  come  limite  al  potere[38].Alcuni  suoi  scritti   su  Studi  politici  [39]  presentano  intuizioni  formidabili   e  rivelano  un inaspettato  monarchico  liberale.

Sia  Maranini  che  Biondi   verranno  investiti   dal  crollo  del  Fascismo  e  reagiranno  in  maniera  differenziata  agli  avvenimenti  del   dopoguerra.  In  primo  luogo    entrambi   saranno  sottoposti a  processo  di  epurazione[40].  A  Maranini, oltre   a  scritti  specifici,  venne  contestata   la nomina  per  chiara  fama   presso  l’Università  di  Perugia; a  Biondi  e  De Mattei-  tra  l’altro-  il  trasferimento  presso  la  Facoltà  fiorentina. In  tutto  questo  si  sovrapposero  anche  pregressi  problemi  personali,  che    coinvolsero  soprattutto   Piero  Calamandrei, dal  settembre  1944   Rettore  dell’Ateneo   fiorentino.[41]

5-La  riflessione  di  Silvano Tosi:a- il  periodo  della  Costituzione  congelata. Silvano  Tosi  studia  nella  Facoltà   fiorentina  e  si  laurea  nel   1948[42]. Si  avvicina  al  Diritto  costituzionale  dalla   Dottrina  dello  Stato, anche    attraverso    l’esperienza   nelle   Scuole  di  perfezionamento  della  Facoltà. Il volume  su Il colpo  di  Stato[43]    rivela, anche  se  trasversalmente,  un  simile  percorso. Silvano  Tosi in questo periodo      muove, infatti,  naturalmente   la  sua   ricerca   del  rapporto      tra  politica   e  diritto all’interno  del    continuum  effettività- validità rappresentato  dal  concetto di regime[44]. Sin  dai  suoi  primi  lavori  è, dunque,   la  nozione  classica   di  regime  che   viene   alla    luce   in  maniera  vivida[45],  anche  se  nel  tempo  l’utilizzazione  del  termine  assumerà  sempre  più  la  significazione  francese  di  forma  di  governo. La  politica   si  estrinseca   nella  generazione  dell’ordinamento  costituzionale  formale  sulla  base  di   un  complesso  di  forze (o  di  una  forza),   che  animano   in  maniera  sostanziale    l’ordinamento  stesso .  Il  tema  della  difesa  della  Costituzione  si   estrinseca  nella  cautela  nell’ eventuale inserzione  delle  formazioni  anticostituzionali   e  antisistema  all’interno dei   gangli  del  sistema[46].Era  questo  un  argomento che  costituiva  implicitamente  il  centro  della  riflessione  politica  e  costituzionale  e  che   solo  alla  fine  degli  anni  Sessanta    verrà  esplicitamente  teorizzata   in  maniera  sistematica da  Leopoldo Elia.[47]

La  dottrina  costituzionalistica   nel  periodo  1948-1953  si  interrogò   in  maniera  non  formale  sul   tema  della  applicazione  del  testo  costituzionale   ed  anche  su  quelli  dei  limiti  alla  sua  revisione.  In  altra  sede   ho   sottolineato  come, agli  inizi  degli  anni  Cinquanta,   gli  Studi  in  memoria  di  Luigi  Rossi[48] abbiano  costituito   un punto   di  estrinsecazione  di  varie  posizioni  sia   sulla  rivedibilità  del  patto  costituzionale, sia  sui  limiti  alla  sua  revisione. I  principali    giuspubblicisti   italiani  si  erano  confrontati   su  simili  problemi  evidenziando  approcci  metodologici  e  sensibilità  politiche  differenti.

  Nell’ambiente  di  Scienze  politiche, dove  Maranini aveva  lanciato  con  la   sua  prolusione   la   battaglia  contro  la  cosiddetta   partitocrazia[49],  i  temi  della  difesa  dell’ordinamento  erano fortemente  rappresentati  in  chiave  anticomunista. Il  volume  di  Tosi  su Il  colpo  di  Stato    uscì  nel  febbraio   1951  per  le  edizioni  Gismondi  ,  con  una  lunga  prefazione   di  Widar    Cesarini  Sforza   e  venne preceduto   nel  1949     da  un  articolo   su  Pagine    libere[50].  L’argomento   del  colpo  di  Stato  era  in quel  momento   caldo    sia   a  livello  interno  che  internazionale. Per  numerosi  autori (penso  a  Mortati, Gueli e  il  giovane   Lodolini)[51]  il  problema  del  25  luglio 1943, e  quello   dello   stesso  maggio  1946,  avevano   costituito  uno  degli  interrogativi    più  presenti    per  la  delucidazione   del  cosiddetto  Diritto  costituzionale  transitorio, all’interno  della  riflessione pre e  postcostituente  sulle  istituzioni[52] .  Il  colpo  di  Stato   era  antigiuridico,  ma in  maniera    naturale     diveniva   legittimo   con  il  successo  ,  ed  apriva   -  in  questo  modo-   la  possibilità  di  una  riflessione  sulla  categoria   poco  studiata  dai   giuristi  ed  anche   dai  tecnici (tra  le  eccezioni penso  a Vincenzo  Gueli  per  i  primi;  Curzio  Malaparte,  ma  anche    a  Guglielmo    Ferrero o  a  un  filosofo  della  politica  e   poi  sociologo  come  Eugenio  Pennati)[53].

 L’interesse  di  Tosi   allora  era    categorizzare    non  soltanto   gli  avvenimenti  del  25   luglio  1943  (  aggiungendovi  il  20  luglio  1944  di  Stauffenberg),  ma  analizzare   altre   forme  di  conquista   illegittima  del   potere , differenziando    colpo  di  Stato,congiura    di  palazzo,pronunciamento  , sommossa  rivoluzione. Nella  sua analisi    spiccavano  -come  ovvio-  gli   esempi  classici    dei  napoleonidi  o  quelle  del   periodo  successivo  al  primo  conflitto  mondiale,  che-d’altro  canto-  già  erano  stati  esaminati  da  Malaparte,  con  cui   l’A.  colloquia in    maniera   esplicita   e  implicita.

E’   evidente,però,   come    Tosi  volesse  occuparsi     del  colpo  di  Stato  in  ordinamenti   parlamentari   sviluppati   con   un  particolare  interesse  per  l’ultimo  esempio, quello  cecoslovacco  di  Praga,  in   cui –nel  febbraio  1948-  il  presidente  Beneš  dovette  sottostare   ad  un  sostanziale  colpo  di  Stato  del  partito  comunista  ,  mentre    il  ministro  degli  esteri   Masaryk   scomparve    a  causa  di  un  dubbio  suicidio. Al  centro  della  sua  riflessione   si  poneva,  dunque, il    problema   specifico  e allora  molto   attuale     dell’azione  di  partiti  rivoluzionari  o  antisistema,  capaci in  modo attuale  o  potenziale  di   prevaricare   sull’ordinamento  democratico. Un  simile   tema venne declinato  da   Tosi  in  maniera  molto    concreta  sulla   base  dell’influenza    che  la  pratica   parlamentare    aveva   sul  partito    rivoluzionario    o  antisistema e  sulla  prevalenza   dell’allocazione   geopolitica su   quella    ideologica. Sono, d’altro  canto,  questi i  temi      che  stanno  alla  base   della  riflessione  collettiva   che  avvenne  su  Studi politici  nei  primi  anni  Cinquanta, la  stagione  d’oro  della  rivista  fiorentina e  che  videro   una   intensa  partecipazione   dello  stesso  Tosi.

6-La  riflessione   di  Silvano Tosi:b- nel  periodo  della  Costituzione  applicata fino  alla  crisi  del   centro-sinistra.

Nel  1959   Silvano  Tosi,  che  aveva  già  iniziato  a  pubblicare   il  Corso di  diritto   parlamentare [54]  ed  aveva   curato  la   traduzione  de  La  democrazia  in  America  di  Tocqueville[55],  affrontò   in  un nuovo   lungo  saggio    il  tema  delle  modificazioni  tacite della   costituzione.  In      quell’opera   Tosi   esaminava   le    differenti     ipotesi  di  trasformazione  silente  e  liminare  dell’ordinamento   alla  luce  della  nuova  situazione  di   applicazione  processuale  della   Costituzione   e   in  presenza  della  Corte  costituzionale. Il  tema  della  costituzione  in  senso  materiale  e  della  elasticità  della  costituzione[56]  sulla  base  dei  contributi  di   Rossi, Mortati,Barile e  Maranini veniva, in questo  periodo,  considerato   in  maniera più  equilibrata,   poiché  Tosi  sosteneva-significativamente-    che, “fecondo strumento di progresso scientifico, che ha aperto al costituzionalismo italiano le vie di una più approfondita e sperimentata conoscenza ……. la costituzione materiale malamente intesa [avrebbe  potuto] egregiamente prestarsi a legittimare l'anti-diritto, quando portata alle estreme conseguenze”[57].

 Tosi, come   lo  stesso   Temistocle   Martines[58],  risulta   in  sostanza   oramai  segnato  dal  garantismo costituzionale e  in  questo  quadro  affermava  che  alla  Corte  costituzionale  “compete[va] in  sede  definitiva   la  tutela  giuridica  della volontà espressa  dal   costituente”[59]. Ma   è  evidente   che   egli  si  riproponeva,  in  un  periodo  di  crisi  che   avrebbe  portato  in  ambito  italiano  al  Governo  Tambroni  e  in  ambito  francese  al  crollo  della  IV  Repubblica  e  all’instaurazione  della   V , l’interrogativo  classico    su  chi  fosse  il  custode  la  Costituzione[60] e,  come   un altro   giovane  studioso  del  diritto  costituzionale “Dodi” Negri, lasciava aperte   plurime  possibilità.[61] Recentemente   mi  sono  occupato  di  questi  due   strategici  momenti     e   dei   relativi  riflessi   sui  differenti  disegni  della  classe  dirigente  francese  ed  italiana[62] . Per  sciogliere   l’interrogativo di  quale  fosse  la  concreta   posizione  di   Tosi  nel  periodo   sarebbe  necessaria  un’analisi  sistematica  della  produzione  pubblicistica, rivelatrice  della  sua   sensibilità  politica. Ma  il  quadro    generale in  cui  si  muovo  molti  dei   docenti   della  Facoltà  fiorentina fornisce alcune  risposte  che  possono  ritenersi  valide  anche  per  lui.    Mentre  in  Francia  le  difficoltà  interne   vennero  acuite  dalla   crisi  di   decolonizzazione  (  prima   Vietnam  e  poi  Algeria), in  Italia    la  controversa transizione  verso   il  centro-sinistra  fu    favorita  dalla  tenuta     del  sistema  dei  partiti  dell’arco  costituzionale,che    già  dal   1955   avevano  incominciato   a  giocare   le  proprie   carte   sulla     applicazione  della  Carta  costituzionale.  Il  fallimento  della   cosiddetta  legge  truffa      e    la   conseguente    crisi  del  centrismo  organico fece  divenire  la  Costituzione, con   l’elezione  di  Gronchi  alla  Presidenza  della  Repubblica,       uno  strumento  che  non  soltanto  poteva   essere  applicato,  ma  poteva  anche    costituire    uno  mezzo   di  integrazione.

 In  una  simile    prospettiva   su  cui  si  muoveva    coerentemente  Lelio  Basso  dal  punto  di  vista  politico e  sulla  scia   giuridica  si  articolavano  le   azioni  dei   giovani   giuspubblicisti  degli   anni  Trenta.  Esposito,Giannini  e  Mortati   saranno  alla   base   della  nuova  rivista   Giurisprudenza   costituzionale,che  seguirà  sistematicamente   l’attività  della   corte   di  Palazzo  della  consulta   dal  1956  in  poi,mentre al  richiamo della   viva  vox  constitutionis  di  Calamandrei   rispondeva    da  un  lato  la  coerente    posizione  decisionista  di  Carlo  Esposito,dall’altro      l’opera  di  critica  e  di  stimolo  di   costituzionalisti   come  Maranini.

Il   volumetto  di  Tosi   denunciava,in  sostanza,      la  costituzione  non  presa  sul  serio  e, proprio  nel  periodo      in  cui    era  stato  istituito   l’ordinamento  della    V  Repubblica,  sottolineava  sia  la  posizione    della  dottrina  francese che  si  era  posta   contro  il  ritardo   dei   cosiddetti  legalitari   nei  confronti    dei  catilinari[63], sia il  contributo  del  diritto   costituzionale  come   tecnica   della   libertà . Di  fronte   a  quelle   che  Tosi   considerava   le   modifiche  tacite   della  Costituzione  attraverso   fatti  normativi (attivi  ed   omissivi) ,egli   esaminava,soprattutto,      i  più controversi   istituti   del  diritto    parlamentare, settore  che   venne   letteralmente      riscoperto  nel  corso  degli  anni  Cinquanta,come  egli  stesso   nota   nelle   introduzioni  alle  varie  edizioni  del   suo  Corso.   Dopo  la  pionieristica   azione  di  Vincenzo Miceli  nel  periodo  anteriore  alla  prima  guerra  mondiale(d’altro  canto laureato   al  “Cesare  Alfieri”  nel 1882[64]),     il  diritto  parlamentare    era,infatti,   stato  abbandonato come  inutile  anticaglia  liberale   e,poi,  nei  primissimi  anni  del  secondo  dopoguerra   era  stato    affidato     alle  cure  attente   di  funzionari  parlamentari   come  Mohrhoff[65].  Martines[66]  ,Bon  Valsassina [67]e  Tosi    svilupparono,invece,  il  settore    in  ambito   strettamente   accademico, mentre anche  su   Giurisprudenza   costituzionale   si  verifica   la  nuova  attenzione,cui  non  era  estraneo   proprio Leopoldo  elia, assistente prima  di   Gueli a  Giurisprudenza  e  poi  di  Mortati  a  Scienze  politiche [68] .

   Le  lezioni  del Corso  di   diritto  parlamentare[69]   che   Tosi   pubblica  da  quando,successivamente  al   1956,  ottiene  l’incarico     della  materia  presso  il  “Cesare  Alfieri”    si  collegano senza  dubbio   più  alla  posizione   della   dottrina  francese   che  ai  canoni  della  scuola  nazionale  tedesca  o  italiana. Tuttavia  l’impostazione   fondamentale   era  quella   del  costituzionalismo  classico, che  unisce   sia  l’approccio  inglese   che   quello  francese. Nelle  stesse Lezioni  egli   affrontava,infatti,  il  diritto  parlamentare    sulla  base  della  definizione  del   diritto  costituzionale  come  scienza  empirica  ovvero  come  scienza  della  libertà ,dove   -maraninianamente - il  diritto    costituzionale    veniva,    da  un  lato,   connesso  con  le  istituzioni    politiche e,  dall’altro,   non  vi  era  una  scissione  tra   scienza  giuridica  e  scienza  politica[70] . In  questa  prospettiva   il partito  politico  e  le forze politiche, che  si  ponevano   alla  base  del  regime,  divenivano   fondamentali    per  comprendere  il  diritto  costituzionale   e   per    la  stessa  clinica  costituzionale rappresentata  dal  diritto  parlamentare.

Nell’impostazione  di  Tosi     non  vi  è soltanto   l’antiformalismo  italiano  di  Miceli- Ferracciù  - Siotto  Pintor,  con  l’ implicito  riferimento mortatiano  alle  zone  grigie del  diritto  costituzionale[71],  ma  soprattutto   l’ influenza francese,   che  va  dal   Traité pratique de droit parlementaire  di   Poudras  e   Pierre    al  manuale  del  Prélot  [72],  e  quella   inglese  della Parliamentary Practice  britannica  del     May[73].

Attraverso   le  lezioni   e  le  differenti    edizioni   delle  stesse   si  può  ricostruire  in  maniera    concreta  il  viaggio di  Tosi dallo  Stato  di  diritto  legislativo  a  quello  Stato  di  diritto  costituzionale,ma  anche   le  peculiarità  e  le  remore    dello stesso  percorso  giurisprudenziale  come finiva  per  dimostrare     la  stessa  sentenza  della   Corte  costituzionale  che    aveva  conservato   l’antico  feticcio  degli  interna  corporis.

 La   monografia   su  Il  governo   davanti  alla  corte   nei  giudizi  di  legittimità   costituzionale[74], secondo  volume  di  una   collana   in  cui  scriveranno  gli  allievi  di  Maranini (penso  a  Laura  Sturlese,Sara Volterra, ma  anche  degli  esterni come  -  tra  gli  altri- Alberto  Predieri,Mario  Albertini,Augusto   Barbera,Franco  Cazzola e  Giovanni  Grottanelli  de’ Santi),  pose  sul  piatto    molti  degli  interrogativi  sul  ruolo  del  parlamento  e  degli  altri  organi  costituzionali,  che  verranno  sceverati  durante  il   quindicennio  successivo.    In   quegli  anni  il  tema  delle  assemblee  elettive  in  un  ordinamento   frammentato  e  con  la  presenza  di  opposizioni  antisistema  era visitato  non  soltanto  da  ricerche  ad   hoc (penso  alla   indagine  sul  Parlamento  diretta   da   Sartori[75],  che  prefigura   quella  successiva   di  Predieri  agli  inizi  degli  anni  Settanta[76]),  ma  anche  alle   ricerche  di  Tempi  moderni,de il Mulino e  di  Spreafico, in  un  ordinamento  in  cui  si   parlava  insistentemente  di  crisi  del  Parlamento  e  della   sinistra[77].  L’analisi  di  Tosi  sul  tema  strategico  dell’indirizzo  politico  si  muoveva    nell’attenta  considerazione   della  ricerca  della  dottrina  degli  anni  Trenta ,ma   con  la  concretizzazione   degli  strumenti   applicativi  sulla  base   del   quadro  costituzionale  repubblicano. L’ultimo  capitolo  del  volume  del   1963   è  dedicata  al   necessario    aggiornamento  all’ordinamento  democratico   pluralistico  di  una  concettuologia  derivante  dallo  Stato  autoritario  a  tendenza  totalitaria  degli  anni  Trenta. Di  qui  la  distinzione  dell’indirizzo  politico  in  indirizzo  politico  del  Governo  e  costituzionale, con  interessanti  osservazioni   sulla   natura  delle  forze  politiche   e    delle   maggioranze.  Le  funzioni  di  parlamentari  di  indirizzo  e  di  controllo  che  dalla  seconda  metà  degli  anni   Cinquanta  erano al  centro  della   attenzione  nell’ambito  della  trasformazione  dei  rapporti   politici  vennero  esaminate  da  Tosi   in  maniera  concreta,  al  di  là  di  schematismi  preconcetti. L’attenzione   alla   Corte   e all’intervento   del  Governo  nel  giudizio  incidentale  è stimolato  anche  da    problemi   di  valutazione   accademici,per  cui   per  un   costituzionalista,anche  se  vocato  al  diritto  parlamentare,  risulta  necessario    sottoporsi   alla  prova   di  ricerca  in  una  simile  direzione.  Ma non  soltanto.  Essa  indica, almeno    per  quanto   riguarda   la  data  di  pubblicazione, l’accertamento   di  una  normalizzazione   dell’ordinamento, derivante  dal  consolidamento  della   alleanza  di  centro-sinistra  e  dalla  formazione  di  stabili  maggioranze.  La  valutazione  sulla   produzione   e  gli  indirizzi  di  ricerca  di  Tosi  deve essere   operata   anche     in  questa    prospettiva  dinamica,   che  corrisponde al   modificarsi  dei  rapporti  tra  gli  organi  costituzionali  ed  i  soggetti   politicamente  rilevanti    all’interno  dell’ordinamento

7- La   centralità parlamentare  e  la  transizione  infinita- La  stagione  del   centro-sinistra  e il  suo  fallimento  furono  un  periodo   particolarmente  felice  per  la  ricerca   sul parlamento  e  per  la  ristrutturazione  dello stesso, anche  se  forieri  di  una  crisi  di   transizione  che   è  durata   per  quanto  riguarda  la  storia  costituzionale  italiana  sino  alla  fine  della prima  fase  della storia   della  Costituzione  repubblicana(1968-1993) e  che  ancora  non  si   è  risolta.  In  questa prospettiva,durante   gli  anni  Sessanta la  riflessione  corale   sulla  funzione  delle  Assemblee  parlamentari  in  un  ordinamento   democratico  venne  preceduta  dalla  tensione  di  tutti   gli  istituti  del  diritto   parlamentare    nell’ambito  dei   nuovi  rapporti  tra  maggioranza   e  opposizione  e  dello  scontro  sulla  stessa  funzione  dell’opposizione  in  un  ordinamento  democratico. 

Nel    dicembre  1974 Andrea  Manzella riassumerà l’esperienza  parlamentare  repubblicana,sottolineando  come   le   vicende     successive   alla  approvazione  dei  nuovi  regolamenti  parlamentari  avessero  prodotto “la  regola   dell’apertura  delle  procedure  come  normale   condizione  di  operare  delle  Camere”. Ad  avviso  dell’Autore”(l)’interlocutore  del   parlamento  non[era]  più  quello   unico  governativo   ma  [era]  ora  plurimo”,  con  la  conseguenza ,  che  tutti   i  soggetti    politici  coinvolti   finivano  per  parlamentarizzare  la  loro  azione.[78] Sulla  base  di  una  ricostruzione  assiologica  Manzella  cercava  di  dimostrare     che  i  partiti  stavano  allo  Stato  comunità  come  il  parlamento  allo  Stato  apparato   ed  imputava  i  difetti    del  sistema   alla  supplenza    dei   primi  rispetto   al  secondo, il  che    gli  faceva  perdere  di  vista   che   i  partiti  erano  in  sostanza  il  parlamento[79].   Alla  fine  apparente  di  un   percorso  di  integrazione   dell’opposizione lo  stesso  Manzella   evidenziava   l’inefficacia  decisionale  delle  soluzioni  adottate   e   prospettava  la  necessità  di  un  rafforzamento   della  capacità  di  incisione   operativa.   Il  consociazionismo  all’italiana  aveva   prodotto una  necessaria  convergenza   funzionale   e  l’aveva ammantata  con  la  dignità  di  una  terza  via,  sulla  base  dell’ideologia  della  rete  delle  assemblee   elettive   e   della  concezione  maggioritario.minoritaria. Lo  stesso  Carlo  Chimenti,in  un   commento  su Il  nuovo  regolamento  del  Senato,non  soltanto  aveva  espresso  un  giudizio  molto  drastico  sulla  sua  efficacia,  ma   aveva   precisato  che  “i più  perfezionati  regolamenti  parlamentari   intesi  a  consentire   l’esercizio  della  funzione  di  indirizzo  e  di  controllo    a  nulla  [sarebbero  serviti]  se  il  quadro  politico   nazionale  non  [avesse  permesso] il  preventivo  formarsi  di   una  volontà   di  indirizzare  e  di  controllare”. .[80]

Evidenzio  questi  giudizi  di  due  dei  maggiori  studiosi  di  diritto  parlamentare(funzionari  e  poi  docenti  universitari),  per rimarcare   l’insoddisfazione   a  consuntivo  sulla    fase  riformatrice   delle  regole   infraparlamentari alla  luce  della  dinamica  del  sistema    politico, insoddisfazione   che   ,proprio   dal  1974,  porterà  alla  decostruzione dei  regolamenti      che  la  contingenza   del  1969-1970,in  Parlamento  e nel  Paese  aveva  prodotto.

In  questa  prospettiva  sono    comprensibili    quelli  che  possono  sembrare   ondeggiamenti  e   derapamenti   di  Silvano Tosi  tra  il  1968  e  il  1974,  nel   quadro  di  una  situazione   non  stabilizzata, e  poi  il  consuntivo  fattone  nel  1978 nella  fase  terminale della  compartecipazione  all’indirizzo tra  Dc e Pci(  il   cosiddetto Governo  della  non  sfiducia[81]. Essi   costituirono   un  elemento   comune  di  tutti  i  principali   studiosi   di  Diritto  parlamentare   del  periodo. Ciò  fu  evidente   nella  stessa  fase  iniziale  del  periodo.    Proprio  a  venti  anni  dalla    entrata  in  vigore  del   testo  costituzionale Tosi, in un contributo  su   Regime  parlamentare   e   regime   assembleare(per   un  ammodernamento  di  antichi moduli  definitori)[82]    riassunse   gli elementi fondamentali  della  ricerca,   che   pubblicò l’anno  successivo  su  la direttiva   parlamentare[83], evidenziando   la  pluralità  di  opportunità  del  momento,  le  incertezze   del  momento  e  la ricerca   plurima  di  soluzioni.  Lo  schema   di  lavoro   di  Tosi cercava  di  interpretare   la  realtà  e    ipotizzava   “che  un  regime   politico liberaldemocratico   coordin[asse]    il  suo  principio  di  legittimità   con  il  proprio  complesso    istituzionale, al  fine   di  consacrare    l’effettiva  titolarietà   della  direzione  politica   conferita  in  modo  prevalente   ad  un  dato  organo   piuttosto  che  ad  altri ,ovvero  conferita  ad  una   pluralità  di  organi  con  espresse  modalità   di  equiordinazione”. [84]     Una  simile     interpretazione   poteva  dispiegarsi   nell’analisi   dei  vari  istituti  in  cui  il  controllo  e  la   direzione   finivano  per  esplicarsi,  ma  rifuggiva-     in  maniera  chiara  dal  dottrinarismo-    della   mediatizzazione  parlamentare   o  della investitura   plebiscitaria. Manca,  è  da  rilevare  in   modo  esplicito,  ogni  accenno   alla   sovranità  popolare,  sul  cui  paradigma  si  era  soffermato   Giuliano  Amato, nell’ambito     di  una  concezione   non  dottrinaria,ma  caratterizzata  dalla  dinamica  esistenziale    delle  forze  presenti  nell’arena.[85]  A  differenza  di  altri  che   considerava  la  dinamica   come   una terza via,  Tosi  rilevava   la   peculiarità   della  situazione  dei  rapporti di  forza   che-  in   un  ordinamento   non  caratterizzato   da  bipartitismo  capace  di  automatizzare   le  funzioni- tutte  le  forze   politiche   “influiscono sull’esercizio  della  sovrana   attività  di  direzione  politica” , cosicchè  il  parlamento  diveniva   “luogo  geometrico dei  processi  democratici  altrove  elaboratisi”. Il  che   non  soltanto   veniva - a suo  avviso- a  spiegare  e  legittimare “ , al  di  là  delle  frontiere  fittizie    delle ‘forme  di   governo” , la  partecipazione   assembleare    in  via  attiva   e  continua  alla  direzione  politica”. [86]  Ne  conseguiva- sempre   ad  avviso  di  Tosi-   che    “proprio  codeste   indubbie  degenerazioni “ avevano  riattivato  il  parlamento,”consentendo      nelle  Assemblee    una  mobile  e  duttile    articolazione  delle  correnti”,  capace  di  alimentare  il  dibattito  politico  e  di  segnare    “ una  manifestazione, rozza  quanto  si  vuole   ,giusto  di  quel  pluralismo  troppo  spesso  dimenticato   come  cifra  chiave   dell’ordinamento  costituzionale  moderno”[87] .  In  questa    prospettiva   Tosi  apriva  alla  partecipazione  dell’opposizione,  ma  manteneva   chiara  la  delimitazione  nei  confronti  delle  tesi  di  Basso(e  quindi  di  Lavagna)  del  rapporto  maggioritario - minoritario , incamminandosi  sul  sottile   crinale  scriminante  tra   indirizzo  politico-amministrativo e  politica  generale   del  Governo  ,da  un  lato, e  politica  nazionale, dall’altro.

E’  in  questo  contesto   che,tiene  conto   della  dinamica   storico-politica  concreta,  ma  non  deflette  dal  principio  base   del   rapporto  fiduciario  che  caratterizza  la  forma  di  governo  parlamentare,  che  può  essere   inquadrato il     contributo   sulla direttiva   parlamentare. Si  tratta  di  un’opera   complessa,che   aveva   tutte   le  caratteristiche  di  un lavoro   di   maturità  metodologica, come  dimostravano  le  stesse   premesse    che  allargavano  il  campo   esplicitamente  al  settore   costituzionalcomparatistico[88], evidenziando implicitamente  la  vicenda   concorsuale della   prima  cattedra   di  Diritto  parlamentare  in  Italia.[89]   Il  volume  si  incentrava- appunto-    sugli  aspetti  problematici    del  rapporto   indirizzo-controllo  nell’ambito  delle  forme  di  governo  parlamentari  e  teneva  conto   dello  svolgersi  dei  rapporti  di  forza   esistenti  nell’arena e  dell’influenza  dei  paradigmi  interpretativi  alla  luce  del  processo  di  elaborazione in progress    dei  nuovi  regolamenti parlamentari. L’alternativa   indirizzo-controllo o  la  modulazione   dei  due  termini    nell’ambito   della  forma  di  governo   muoveva  dalla  discussione   critica   dei  modelli  dualista  e  monista,che  avevano  caratterizzato  la  letteratura  costituzionalistica, inserendolo   nel    caso  italiano. L’asse  principale  dell’interpretazione  di  Tosi  era   rappresentato   dalla  dinamica  del   sistema  partitico  che  si  riverberava  sulla  scena  parlamentare, ma  esso  si  scontrava    con  due  opzioni  di    valore  che  spiegano  le  sue   posizioni  pragmatiche.  La  prima  era  l’esigenza   di  applicare  sempre  ed  in  ogni  luogo  la  tecnica  costituzionale    come  contropotere;la  seconda   di  invertire   una  costante  della  politica   italiana  rappresentata  dalla   politica  di  centro  che  impediva  la  dinamica    di  duale.  Un  simile  indirizzo   costituisce  una  costante   che  spiega   la  sua  posizione  durante  gli  anni  Settanta,in  cui  viene   applicata   la  riforma  consociativa  dei  regolamenti  parlamentari, e  durante  gli  anni  Ottanta quando   la  riforma   regolamentare  viene  smontata  ed   adeguata  ai  nuovi  rapporti  di forza  coalizionali.     In  uno  dei  suoi  ultimi, se  non  ultimo,  intervento pubblico(St.Vincent  4  luglio  1987)[90],intervenendo  dopo  un  lucido  e  scatenato   Gianfranco  Miglio, Tosi  affermò  che  non  soltanto   non  esisteva   più  il  comando,sostituito  dal  potere    di  un  ceto  politico –parassitario  senza  autorità,  ma  il  sistema   non  aveva  bisogno  di  riforme   costituzionali, sibbene  di  applicare  la   Costituzione.  In  questa   prospettiva   egli   dichiarava,però, la  sua  profonda  avversione     al costante  serrare  al  centro  che  sin dal  connubio cavouriano  aveva  caratterizzato   la  storia  costituzionale  italiana, aggravato   dalla  pesantezza  di  uno  Stato  dei  partiti  sregolato.    Riaffioravano  prepotenti, in questo  suo  ultimo  intervento,      gli   assi  portanti  dell’interpretazione  di   Maranini  della storia   costituzionale italiana  [91],basati  sulla  mancanza  di  un  sistema  elettorale  adeguato  e  sulla  dipendenza  della   magistratura  dal  potere  politico. Già  prima  del  1987  innumerevoli  erano  stati  i  suoi  interventi   in  difesa  del  Parlamento,  contro   il  suo  svuotamento  da  parte  del  sistema  partitocratico,  che  impediva   i  controlli   popolari  e  parlamentari.[92]    Nell’esposizione  orale   la  continuità  del  compromesso  deteriore  al  centro   percorreva  tutta  la  storia  costituzionale   unitaria  e  richiamava,  in  maniera   interessante   ed  implicita,  l’indirizzo  interpretativo  che   aveva  caratterizzato   Arrigo  Solmi  e   Giuseppe   Maranini   nei   precedenti  cinquanta  anni.  La  mancanza  di  una   dinamica   bipartitica   o  bipolare,tipica  della   cosiddetta  Europa  fredda,  costituiva   la  caratteristica   della  società  civile  italiana   e  del  suo   ceto  politico,  contro  cui  Tosi  continuava   una  battaglia  con  gli occhi  asciutti.    

8- Concusioni- Non  proseguo  oltre e  tralascio  molti  spazi  dell’attività  di  Silvano   Tosi  ed  in  particolare  la  sua  attenzione  per  il  tema  strategico  della  magistratura,che  negli  anni  Ottanta  lo  portò  al CSM, in  un  periodo  dove  le  tensioni tra   quel  settore   della  classe  dirigente   e il  ceto   politico facevano  presentire lo scontro aperto degli anni successivi .Quanto  evidenziato,per  ora, mi  pare  sufficiente   ad  individuare  la  dinamica   metodologica   di  un  giurista  rappresentativo   dell’impostazione  antiformalista   del  diritto   pubblico  italiano.   Mi  ero,infatti,  prefisso  di  esaminare   l’atteggiamento   di  Silvano  Tosi  nei  confronti  del   rapporto  diritto  e  politica, interpretando  lo  stesso   sotto  il  profilo  del  metodo  adottato   nell’ambito  della  ricerca   giuspubblicistica.  Nel  corso  dell’analisi   ho  verificato  l’influenza  dell’ambiente( dei  Maestri    del   “Cesare  Alfieri” e  della  scuola antiformalista  italiana )  nella  sua  formazione di  costituzionalista  e  di   cultore  del  diritto  parlamentare. Pur   non  avendo   affrontato - come   ho  già  detto-  la  sua  produzione   pubblicistica  di  commentatore di   temi  istituzionali, né  il  suo  rapporto  con  la  politica praticata, ritengo  che, al  di  là   delle  sue  esperienze  negli  anni  Quaranta, Silvano  Tosi   abbia  interpretato     in  maniera  egregia  ciò  che  voleva  fare, ovvero   l’intellettuale  universitario (non   isolato  nella  torre eburnea), impegnato   nella   ricerca   istituzionale, dove  le   istituzioni  sono  il  frutto  della  storia  e   dell’impegno  degli  uomini.

Rimane  il  rimpianto  che  non  abbia  potuto  commentare  gli  avvenimenti  successivi ed  in  particolare   la  crisi  di  regime   del  1992-93 e  il  quindicennio  di  ulteriore transizione.  Non   è  dato  infatti  sapere   quale  sarebbe  stata  la  sua  posizione sulla  ristrutturazione    del  sistema   politico-costituzionale  nella  seconda  fase  della  Repubblica.  In  un  periodo  in  cui  la  scomparsa  di  tutti   i  soggetti  che  si  erano  posti  alla  base   del  testo   della   Costituzione  obbiettivamente   ha  indebolito   una  Carta , già  snervata  da  modificazioni  plastiche   durante  la  prima   fase   della  storia  repubblicana,  sarebbe  stato  interessante    sentire   il  suo  parere   sui  tentativi  di  riforma   costituzionale e  di  rilegittimazione  del  patto.  Ed  ancor   più  interessante avere  un  suo  giudizio    sulla  persistenza  della  sregolatezza  del  politico  e  dei  controlli, al  di là   di   ogni  cambiamento  di  maggioranza.

Si  tratta   di  interrogativi  non  peregrini, cui  dare   risposta   nell’ambito  di  cambiamenti  intensi  che  debbono  essere    opportunamente   metabolizzati   a   livello  interpretativo. In  questa  dimensione   non   è  un  caso  che   lo  stesso  Leopoldo  Elia,  sulla  base   delle   suggestioni  di   Giuseppe   Dossetti  a  Monteveglio,  abbia  incominciato  sin  dal  1994  a  esternalizzare   i  valori   del  patto  costituzionale   nel  quadro   occidentale  ed  europeo. Si tratta  di  un significativo  sintomo della  debolezza  del  patto  costituzionale che , al  di  là della  retorica  e  delle  opzioni  politiche  differenti, impone   di  analizzare    la  storia  della  Costituzione repubblicana   nella   prospettiva  della  storia   costituzionale   italiana.

Le  elezioni  del  2008   sembrano,d’altro  canto,  aver  costituito  un    punto   di  svolta   per  la  transizione  italiana, ma  forse  non  avrebbero   tranquillizzato   uno  spirito  inquieto  come  quello  di  Silvano  Tosi.  La  ristrutturazione  fredda  si   è  attuata   sulla  base  di  un  solo  polo;il  rapporto     tra  i  poteri  attivi  dell’ordinamento  risulta  fortemente   squilibrato  e  il  Parlamento  pare svuotato  sia  di  rappresentatività, sia   di  capacità  di  influire  sull’indirizzo  politico. In  questo  quadro       il  referendum   di  giugno  potrebbe  portare   a risultati   peculiari    in  cui    la  stessa   dinamica  politica  dell’ordinamento  finirebbe  per  essere  concentrata  in  un  solo  polo,  con  scenari  singolari  per  il  futuro,  dove  già  ora  nella   maggioranza  si  appalesa  l’intera  dinamica  sistemica. L’interrogativo   finale   di  questa   mia relazione è quindi: Chissà  cosa avrebbe  detto  di  tutto  questo  Silvano  Tosi?


[1] Relazione al Convegno di studi in ricordo di Silvano Tosi- Seminario di Studi e Ricerche Parlamentari “Silvano Tosi”- Firenze 11 maggio 2009

[2]  su  cui M.S. Giannini, La costituzione «fluida», in «Società », 1951, 3, pp. 497 ss..

[3] V. V.  Gueli, Diritto  costituzionale  transitorio  e   provvisorio,Roma,Il  foro  italiano,1950.

[4] V.G.Amato, Economia, politica e istituzioni in Italia,Bologna,Il Mulino,1976;E.Cheli, Costituzione e sviluppo delle istituzioni in Italia,Bologna,Il  Mulino,1976.

[5] V. C. Mortati, La  costituzione  in  senso  materiale,Milano,Giuffrè,1940  e   voce   Costituzione,in  “Enciclopedia  del  diritto”,vol.XI

[6] C.Esposito, Diritto costituzionale vivente : Capo dello Stato ed altri saggi,a  cura  di  D. Nocilla,Milano, Giuffrè,1992

[7] V. C.  Schmitt, Ex captivitate salus : esperienze degli anni 1945-47,Milano,Adelphi,1987.

[8] v. D.Grimm, Die   Verfassung  und  die  Politik .Einsprüche   in  Störfällen(1995) ,München,Beck,2001,p.13 ,pubblicato  anche  in    Enciclopedia   delle  scienze  sociali,vol.III,p.113)

[9] v.   per  il  concetto  v.D.Sternberger, Verfassungspatriotismus,Hrg. V. P. Haungs, Klaus Landfried, Elsbeth Orth und Bernhard Vogel, Insel, Frankfurt a.M. 1990 ,  pp.17 ss. e  J.  Habermas, Staatsbürgerschaft und nationale Identität,in  Idem, Faktizität und Geltung. Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1992;G.E.Rusconi,Patria  e  Repubblica, Bologna, il   Mulino,1997.

[10] v.  Grimm, Die  Verfassung….,cit.,p.22,  ma  anche Gli  studi  istituzionalistici  in  Europa ,in  Passato  e  presente  delle  Facoltà  di  Scienze   politiche,a  cura  di  F.Lanchester, Milano,Giuffrè,2003,pp.13  ss..

[11] V. F. Lanchester,Pensare  lo  Stato,Roma-Bari,Laterza,2004,pp…

[12] V.L. Rossi,L’elasticità  dello  Statuto italiano,in Scritti giuridici in onore di Santi Romano,Padova,Cedam,1940.

[13] V. C. Mortati, L' ordinamento del governo nel nuovo diritto pubblico italiano,Roma,ARE,1931 e   V. Crisafulli, Per una teoria giuridica dell'indirizzo politico,Urbino,STEU,1939.

[14] v. G. Azzariti,discrezionalità,  merito  e  regole  non  giuridiche  nel   pensiero  di  costantino  Mortati  e  la  polemica  con  Massimo Severo  giannini, in  Costantino Mortati costituzionalista  calabrese,a  cura  di  F.  Lanchester,Napoli,Esi,1989,pp.408 ss.

[15]v. M.S. Giannini, Profili storici della scienza del diritto amministrativo,Sassari,Gallizzi,1940.

[16] V. V.Crisafulli,Per  una  teoria…,cit.

[17] v.C.Mortati,La  costituzione  in  senso  materiale,cit. Per  il  concetto   di  regime   e  la  sua   discussione    v.  S.  Bonfiglio,Mortati  e  il  concetto  di  regime   durante  il  ventennio  fascista, in  , Costantino  Mortati  costituzionalista  calabrese,cit.,pp.394 ss.

[18] v. F.Lanchester,Pensare  lo  Stato,cit.

[19] V.  G.  Mosca, Ciò che la storia potrebbe insegnare : scritti di scienza politica,a cura di G. Ambrosini, R. De Mattei, L. Salemi,Milano,Giuffrè,1958,

 

[20] V.A.Solmi, A. Solmi, Politica e diritto nella dottrina generale dello Stato. Prolusione al corsodi Scienza politica tenuta il 16 gennaio X nella R. Università degli studi di Milano, Milano,Scuola di mistica fascista Italico Mussolini, 1932

[21]     v. F.Lanchester,Momenti  e  figure  del  diritto  costituzionale  in  Italia  e  in  Germania,Milano,Giuffrè,1994,passim.

[22] V.G. Maranini, Qualche osservazione sopra il valore scientifico e pratico della teoria della classe politica, in Studi di storia e diritto in onore di Arrigo Solmi, Milano,Giuffrè, 1941, pp. 373 sgg.

[23] V. i  contributi  di  M. D’Addio  e   E.  Gentile   in F.Lanchester(a  cura  di),Passato  e  presente,cit e  S.Rogari,Il  “Cesare  Alfieri”  da  Istituto  a  Facoltà,  in  L’Università  degli  studi  di  Firenze,1924-2004,Firenze,2004,pp.677 ss. (in  pdf  su   http//:www.storiadifirenze.org.).

[24] Su  cui  v. F. Lanchester,Pensare  lo  Stato ,cit.

[25] Esisteva  anche   le   Scuole  di  perfezionamento  in discipline  corporative e   in  Studi  coloniali.

[26][26]v.S.Tosi,La   direttiva  parlamentare,Milano,Giuffrè,1969.

[27] v. F. Lanchester , Pensare  lo  Stato…

[28] V. S.Rogari, Il  “Cesare  Alfieri”  da  Istituto  a  Facoltà,  in  L’Università  degli  studi  di  Firenze,1924-2004,cit.

[29] Figlio  di  Cesare  Biondi,ordinario  di  Medicina legislativa  e  del  lavoro,nasce  a  Firenze  il  1-12-1902 e  muore   il  2-6-1966;nominato  straordinario   di  Procedura  civile il 1-12-1931 a  Cagliari  in  un  concorso  in  cui  gli  altri  due  ternati   erano  Raselli  e  Liebman,trasferito   alla  stessa  disciplina  presso  l’Università  di  Macerata;rinviato  dalla  prima  commissione  di  conferma che  si   pronunzia  sfavorevolmente(E.Redenti,M.T. Zanzucchi, F. Menestrina),mentre  favorevole  gli   è  la  seconda (A.Raselli,U.Rocco,A.Volpicelli).

[30] Per  l’assegnazione  di  Biondi  a  Firenze  sulla   base  dell’art. 6 ,  comma  3   del  RDL 1935 , n. 1071  e  per   il  ricorso  di  Alessandro   Levi  v.  ACS,MPI,III versamento,b/59.

[31] V.P. Biondi, La  perizia  giuridica (Concetto  e  teoria generale),Firenze,Sansoni,1935.

[32] V. P. Biondi,La  perizia  tecnica(Concetto  e  teoria  generale),Firenze,Sansoni,1935,pp.63  ss.

[33] La   sintesi  è  ovviamente   mia, ma   faccio  notare   come in  materia      vi  siano  analogie   rilevanti  con  la  posizione   di  C.J. Friedrich,The   Philosophy of Law  in Historical  Perspective,Chicago,Up,1963 (II ed.)  ed  in  particolare  il  capitolo Law  and  History  ( già  pubblicato sulla  Vanderbilt   Law  review,XIV,1961,ott.), pp.233 ss. ,dove Friedrich  afferma ,prima  di  tutto, che  " Law  is  frozen  history",  ma  poi  ,dopo  essersi  chiesto che  cosa  sia  la  storia,  risponde  che  -almeno  per  il  mondo  occidentale-  non c'è  storia  senza diritto.

[34] V.P.Biondi, La  perizia…, cit.,pp.25-26.

[35] V. T. Napolitano,Prokuratura,in  Nvssmo Dig…..  e  per    l’ipotesi  di  adattamento   ad  un  altro  regime Consiglio d’Europa, La transformation de la Prokuratura en instance compatible avec les principes democratiques de justice : actes : reunion multilaterale organisee par le conseil de l'Europe en cooperation avec le Bureau du procureur general de la Republique de Hongrie ,Budapest, 27-29 septembre 1994,Strasbourg,1996.

[36] V. G.Maranini, La divisione dei poteri e la riforma costituzionale, Venezia,  La  Nuova  Italia, 1928.

[37] V. P. Biondi,Studi  sul  potere, Milano,Giuffrè,1965,pp.124 ss

[38] idem,pp.148-9

[39] Raccolti    nel  volumetto P.  Biondi,  Un’esperienza  democratica-La nuova  politica  dell’Italia,Firenze,Edizioni  Leonardo - Casa  editrice  Sansoni, 1958.

[40] Lo  sarà  anche   De  Mattei sulla  cui  opera  v.  ora   L.Russi,Il  passato  e  il  presente:Rodolfo De  Mattei  e  la  storia delle  dottrine  politiche  in  Italia,Pescara,Edizioni Scientifiche  Abruzzesi,2008.

[41] V. ACS MPI,III  versamento b/59  per  quanto  riguarda   il  procedimento  di  epurazione (con  difesa   da  parte  di  La  Pira) e la  revoca  del  suo  trasferimento (e  anche  quello  di  Rodolfo  De  Mattei ) attraverso  DM del  7/2/1946 a  sua  volta  revocato  il  2/2/1948  con  DM  a  firma   Gonella. Su  Calamandrei   Rettore   v.  S. Merlini(a  cura  di), Piero Calamandrei : rettore dell'Universita di Firenze : la democrazia, la cultura, il diritto,Milano,Giuffrè,2005.

[42] V. Associazione Laureati  della  Facoltà  di  Scienze  politiche   “Cesare  Alfieri”,Cesare  Alfieri”.I  laureati   in  cento  anni(1875-1975),Firenze,Le Monnier,1975,p.40(è  il  n.1896).

[43] V. S. Tosi,Il  colpo  di  Stato,Roma,Gismondi,1951.

[44] V. V.Gueli, Il regime politico, Roma, La Scienza, 1949, ma  frutto  di  una  riflessione  precedente Regime politico e ordinamento del governo,Milano,Giuffrè,1942.

[45] V. S.Tosi, Sieyès  e  la  dottrina  del   potere  costituente,in  Studi politici, a. 4., 2. ser., fasc. 2, 1957,pp. 240-258.

[46] V. S.  Tosi ,Movimenti   rivoluzionari  contemporanei,in  Studi  politici,1954,estr, e M.. Bon  Valsassina, Profilo dell'opposizione anticostituzionale nello Stato contemporaneo,in  “Rivista  trimestrale  di  diritto  pubblico”,1957,pp.531  ss..

[47] V. L.Elia,Governo (Forme di),in  “Enciclopedia  del  diritto” vol.XIX,pp…

[48] V.   Studi  in  memoria  di  Luigi  Rossi… su  cui F.  Lanchester,Pensare  lo  Stato….

[49]Su  cui v. F. Lanchester, Pensare lo Stato,cit., pp. 115 ss.

[50] v. S. Tosi, Il colpo di Stato del due dicembre ,1949,IV, n. 2(dicembre),pp. 313-329. La   Biblioteca  giuridica  in  cui  venne   pubblicato  il  libro  aveva   visto      la     pubblicazione  dell’opera  di  Lopez  de   Oňate   su  La  certezza  del  diritto,mentre     la  rivista  Pagine  libere   ,  fondata  nel  1907   con  il  sottotitolo  di  rivista  del  sindacalismo  italiano, ebbe   per  direttori  Angelo Oliviero   Olivetti (di  cui si  v.  Dal  sindacalismo  rivoluzionario   al  corporativismo ,  pref.  di  R.  De  Felice, intr.  Di  F.  Perfetti,roma,Bonacci,1984) e dal  1946  Vito  Panunzio (  di  cui  si  v. Il secondo  fascismo  ,1936-1943:La   reazione   della  seconda  generazione  alla  crisi del   movimento  e  del  regime, Milano,Mursia,1968).Sottolineo    “Pagine  libere  ed  il  ruolo  del   suo    direttore,figlio  di   Sergio  Panunzio,  perché  alla  rivista   collaborarono  Ugo  spirito,Gioacchino  Volpe,Giuseppe  Maranini,Adolfo  Oxilia,Camillo  Pellizzi,Gianfranco  Legittimo,Francesco  Carnelutti ,Costantino  Mortati, Giuseppe  bottai,Giano Accame   ed  altri  che   avevano  avuto    ruoli  differenziati   nelle  vicende   degli  ultimi  lustri  di  storia  italiana.

[51]V. C. Mortati, La  Costituente…,cit., p.137; V.Gueli , Diritto   provvisorio  e  transitorio,cit.,p.62.;E. Lodolini, La illegittimità del Governo Badoglio : Storia costituzionale del quinquennio rivoluzionario (25 Luglio 1943-1 gennaio 1948), Milano,M. Gastaldi, Pavia, 1953.

[52] V.V.Gueli,Le  trasformazioni  anticostituzionali  delle  istituzioni  governative,in  “Studi in  memoria  di L. Rossi”,cit., pp.231 ss. E  voce Colpo  di  Stato  in  “enciclopedia  del  diritto”,vol.:::

[53] V.V.Gueli,Colpo di  Stato,in “Enciclopedia  del   diritto”,passim;C. Malaparte, Tecnique du coup d'etat, Paris, Grasset, 1931; G.Ferrero, Potere, Roma, Edizioni  di  Comunità,1946 e  E.  Pennati, Forme di trasmissione e conquista del potere, Pavia , Tip. successori frat. Fusi, 1953 estr. Il Politico, n. 2, 1953( di  cui  si  v. Elementi di sociologia politica,Milano,Etas Kompass,19713).

[54] V.  S.Tosi,Corso  di  diritto  parlamentare,Firenze,Università  degli  Studi,1958.

[55] V.A. de   Tocqueville,La  democrazia  in  America,traduzione   e  prefazione   di  Silvano  Tosi,Bologna,Cappelli,1957.

[56] Per   la  connessione  tra   i  due    concetti   si  v.  F.  Lanchester,Gli  strumenti  della  democrazia,Milano,Giuffrè,2004,pp.38 ss.

[57] V. S. Tosi,Modificazioni  tacite…,cit,p.21.

[58] Su  cui  si  v.  F.Lanchester,I  giuspubblicisti  tra  storia  e  politica, : personaggi e problemi nel diritto pubblico del secolo 20,Torino,Giappichelli,1998

[59] V.S.Tosi,Modificazioni tacite,cit.,p.44.

[60] Idem,p.71

[61] V. G.  Negri , Verso  la  Quinta  Repubblica.L'evoluzione   costituzionale  contemporanea   in   Francia, Pisa,Nistri-Lischi,1958

[62] V. F.  Lanchester, La transizione italiana e la quarta fase nel rapporto con le Istituzioni francesi della Quinta Repubblica,introduzione  al   Convegno  sulla  V  Repubblica  francese   e   l’Italia  - Camera  dei  deputati,26-1-2009.

[63] Ibidem,p.47.

[64] V.Associazione Laureati  della  Facoltà  di  Scienze  politiche   “Cesare  alfieri”,Cesare  Alfieri”.I  laureati   in  cento  anni(1875-1975),cit.,p.9.

[65] V. R.Astraldi,Il diritto parlamentare italiano nel regolamento delle assemblee legislative,in “Il centenario del Parlamento : 8 maggio 1848-8 maggio 1948”, Roma,Segretariato Generale della Camera dei Deputati, 1948,pp. 369-397; F.Mohrhoff,Trattato di diritto e procedura parlamentare,Roma, Bardi, 1948; idem,Principi costituzionali e procedurali del regolamento del Senato : appendice al trattato di diritto e procedura parlamentare,Roma,Bardi, 1949; R.Astraldi Romolo – F.Cosentino,I nuovi regolamenti del Parlamento italiano : storia, esposizione, raffronti, interpretazioni; con una lettera di Enrico De Nicola,Roma,Colombo, 1950; V.Longi –M. Stramacci,Il regolamento della Camera dei Deputati illustrato con i lavori preparatori : 1848-1958,Milano,Giuffrè, 1958.

[66] V. T.  Martines, La natura giuridica dei regolamenti parlamentari,Pavia , Tipografia del libro, 1952,  che  già  in  precedenza   si  era   occupato   di  argomenti  di  diritto   parlamentare     sotto  la  guida  di  Biscaretti  di  Ruffia: In tema di ineleggibilita e di incompatibilità parlamentari, Napoli, Jovene, 1949(  ma  già  pubblicato in Annali del Seminario giuridico dell'Universita di Catania, 3(1949) .

[67] V. Marino Bon  Valsassina,Sui regolamenti parlamentari,Padova , Cedam, 1955.

[68] Questioni di procedura parlamentare,Giurisprudenza costituzionale,1958,n.3, pp. 788-828.

[69] V.  S.  Tosi,Corso  di  diritto  parlamentare,Firenze,Università  degli  studi,(1958?);idem, Lezioni di diritto parlamentare,Firenze,Facoltà  di  Scienze  politiche”Cesare  Alfieri”,1962(e  1964);ibidem, diritto parlamentare,Milano,Giuffrè,1974; .

[70] V.S.Tosi,Corso  di  diritto parlamentare,cit.pp.3-4.

[71] V. C. Mortati,L’ordinamento  del  governo  nel  nuovo  diritto  pubblico  italiano,Roma,ARE,1931

[72] V. J. Poudra –E. Pierre, Traité pratique de droit parlementaire, Paris, Cerf, 1878 e  M. Prelot, Droit parlementaire francais, Paris : Les Cours de Droit, 1957

[73][73] V. E.May, A  Practical  Treatise   on  the  Law,Privileges,proceedings and  Usages   of  Parliament, London , Butterworths, 1859

[74] V.  S.Tosi, Il  governo   davanti  alla  corte   nei  giudizi  di  legittimità   costituzionale,Milano,Giuffrè,1963.

[75] AA.VV., Il parlamento italiano : 1946-1963, Napoli, Esi,1963.

[76] V.  A. Predieri  (a  cura  di), Il parlamento nel sistema politico italiano, Milano,Comunità,1975

[78] V. A.  Manzella,L’esperienza  parlamentare  repubblicana,in “Scritti   in  onore  di  Costantino  Mortati.  Aspetti  e  tendenze   del  diritto  costituzionale.2”,Milano  ,  Giuffrè ,1977,p.302.

[79] V.  A.Manzella,L’esperienza  parlamentare repubblicana…,cit.p,282

[80] V.  C.  Chimenti,il nuovo  regolamento   del  Senato, in “Scritti   in  onore  di  Costantino  Mortati.  Aspetti  e  tendenze   del  diritto  costituzionale.2,cit.,pp.96-97

[81] V. S. Tosi, Sistema politico-costituzionale e regolamento parlamentare : l'esperienza dal '71 alla VII legislatura,in Il Parlamento nella Costituzione e nella realtà : atti, regolamenti e prassi della Camera nella VII legislatura,Roma, Hotel Parco dei principi, 20-21-22 ottobre 1978, Milano,Giuffrè, 1979.pp. 5-33

[82] V. S. Tosi, Regime  parlamentare   e   regime   assembleare(per   un  ammodernamento  di  antichi moduli  definitori, in AA.VV.,Studi   per  il  ventesimo  anniversario  dell’Assemblea   costituente.4.Aspetti  del  sistema  costituzionale,Firenze  Vallecchi,1968,pp.599 ss.  

[83] V. S. Tosi,La  direttiva  parlamentare,cit..

[84] V. S.Tosi , Regime  parlamentare  e  regime  assembleare,cit. pp.607-608.

[85] V. per   il  primo  profilo G. Amato, La sovranità popolare nell'ordinamento italiano,in   “Rivista  trimestrale   di  diritto  pubblico”,1962,pp.74  ss. e  per  il  secondo  idem,  L' ispezione politica del parlamento,Milano,Giuffrè,1968.

[86] v. S. Tosi,Regime  parlamentare  e  regime  assembleare,cit.,p.617.

[87] Idem,p.618.

[88]v. S. Tosi,La  direttiva  parlamentare,cit.,,pp.1-16

[89] La Facoltà  fiorentina   di  Scienze  politiche   bandì  infatti    un concorso  per   il  diritto  parlamentare  dove   furono  ternati  Giuliano  Amato,  Valerio  Onida  e   Silvano  Tosi. La Commissione,concluse i  lavori  in data 11 marzo 1970,ed  era composta da Giorgio Balladore Pallieri, presidente, e da Antonino La Pergola, Carlo Lavagna, Giuseppe Cuomo e Temistocle Martines

[90] v. Un’altra  Repubblica?Perchè?Come?Quando?St.Vincent,4  luglio  1987(v.  Radio radicale)  poi  pubblicato in  volume   a   cura  di  J. Jacobelli,Roma-Bari,Laterza,1988.

[91] V. G. Maranini, Storia del potere in Italia : 1848-1967, nuova ed. aggiornata con una nota di Silvano Tosi alla nuova edizione,Firenze,  Guaraldi,1983(la  prima  ed.  è,  come   noto ,  Firenze,Vallecchi,1967)

[92] Si  v.  in  questo  senso  alcuni   suoi  interventi  a  Radio  radicale:11 novembre  1980 sul  finanziamento  pubblico  dei  partiti  e 16  febbraio 1981  sulla  riforma  del  regolamento  della  Camera  dei   deputati

(22 maggio 2009)