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Davvero necessaria la previsione di decreti legge regionali?

di Massimo Siclari
(Straordinario di Giustizia costituzionale nella Facoltà di giurisprudenza dell═Università degli Studi di Teramo)

L'intervento di Nicolò Zanon sulla futura configurabilità di decreti-legge regionali ha l'indubbio merito di aprire un dibattito su una questione assai delicata e destinata ad aprire controversie infinite sul piano politico-istituzionale come in quello giuridico.Un ulteriore merito sta nel fatto di aver correttamente posto in evidenza diversi motivi che dovrebbero condurre a non introdurre la decretazione d'urgenza fra i modi di produzione normativa delle Regioni; in breve, si tratta:

  1. della scarsa incidenza della decretazione d'urgenza statale sulle materie divenute, ora, di competenza esclusiva;
  2. delle ripercussioni che l'introduzione della decretazione d'urgenza regionale potrebbe avere nei riguardi del rapporto Giunta/Consiglio;
  3. sulla scarsa opportunità di trasportare a livello regionale una fonte che, a livello centrale, ha dato luogo a frequenti abusi.

A tali perplessità ne aggiungerei almeno una, inquadrando il decreto-legge nell'ambito del sistema di governo regionale, perlomeno nei suoi caratteri fondamentali che non dovrebbero essere alterati dalla (imminente?) approvazione dei nuovi statuti. Invero - al di là della questione dell'equilibrio Giunte/Consigli, che Zanon supera argomentando che i Consigli recupererebbero in sede di conversione quanto perdono al momento dell'emanazione del decreto-legge - mi pare che vadano tenute presenti le caratteristiche delle assemblee legislative regionali: sono monocamerali, hanno un numero ridotto di componenti (non più di ottanta consiglieri regionali). Il Parlamento (nazionale, ça va sans dire: cfr. Corte cost. 106/2002) non solo è bicamerale, ma le due Camere, nel loro insieme, hanno una composizione almeno dieci volte maggiore dei Consigli regionali (nonostante i seggi vacanti per la nota vicenda delle "liste civetta"). Sta proprio nella scarsa efficienza di legislativi così ampi la ratio dell'ampliamento dei poteri normativi dell'esecutivo. Da un lato, vi è l'urgenza di provvedere, l'esigenza di assicurare rapidità di predisposizione ed entrata in vigore di norme destinate a fronteggiare contingenze straordinarie (decreti legge), dall'altro la necessità di non ingolfare i lavori del Parlamento con l'approvazione di testi lunghi e complessi (delega legislativa) o di norme di dettaglio (regolamenti), che comunque il governo sarebbe meglio attrezzato a predisporre grazie ai suoi apparati serventi. Nel primo caso, come nel secondo, l'ampio numero dei parlamentari e le lungaggini legate alla navette fra una Camera e l'altra impedirebbero che il legislativo adempia, adeguatamente, alla propria funzione. Nel caso dei Consigli regionali, forse, potrebbe essere opportuno prevedere (ove non siano già contemplate e sufficienti) delle procedure d'urgenza per l'approvazione dei disegni di legge nei regolamenti interni, onde consentire una maggiore sollecitudine nel fronteggiare circostanze impreviste.

Zanon riferisce del decreto legge 6 maggio 2002, n. 81, adottato dal Governo nazionale, a seguito della tragedia del grattacielo Pirelli, per sospendere i termini processuali dei giudizi nei quali sia parte la Regione Lombardia nonché i termini dei procedimenti amministrativi regionali (e non) nei quali la Regione stessa sia comunque interessata. Ma il Consiglio regionale, svolgendo una vera e propria actio finium regundorum, non poteva riunirsi tra il 18 aprile (giorno dell'incidente) ed il 6 maggio (giorno dell'emanazione del decreto legge) per approvare una legge che provvedesse per quanto ritenuto di propria competenza e, negli stessi giorni, un disegno di legge statale (eventualmente traducibile dal governo in decreto legge) per sollecitare lo Stato ad intervenire? Questa vicenda sembra in qualche misura - assieme ai ritardi nell'approvazione degli statuti ed alla messianica attesa della legge La Loggia - il paradigma del regionalismo italiano, vecchio e nuovo, in cui all'esercizio dei propri poteri, le Regioni preferiscono attendere l'intervento dello Stato per poi lanciare geremiadi contro lo Stato accentratore. Sarebbe opportuno, davvero, un cambiamento di atteggiamento. Autonomia vuol dire, innanzitutto, capacità di intraprendere iniziative, di sapersi assumere le proprie responsabilità, esercitando i poteri (e non sono pochi né di scarso significato) che la Costituzione attribuisce.

Sotto un profilo più generale, cercando di rintracciare degli elementi per ricostruire sistematicamente il sistema delle fonti (statali e regionali), può dedursi un maggior sfavore del legislatore costituzionale nei riguardi delle funzioni normative del governo.Nel contributo di Zanon si fa riferimento alla riduzione della possibilità di adottare atti aventi forza di legge (dello Stato) nelle materie di competenza concorrente. A ciò va aggiunto che l'enumerazione delle materie di competenza legislativa esclusiva riduce la potestà regolamentare statale a quella di dettare norme di attuazione e di esecuzione, precludendo per il futuro regolamenti delegati e indipendenti: le norme legislative che li prevedono, se non proprio abrogate, dovrebbero essere considerate viziate da illegittimità costituzionale sopravvenuta. A meno di una nuova precisazione in sede di revisione della Costituzione.

Non mi convince, infine, che la possibilità che non si riproducano in sede regionale gli abusi dello strumento ex art. 77 Cost. sia evitata da precisazioni in sede statutaria sulla necessità e l'urgenza. Davvero sarebbe sufficiente la previsione del "carattere oggettivo" della necessità e dell'urgenza? Mi sembra che si rischi di creare una "lustra" paragonabile alla "motivazione" dei decreti legge richiesta dall'art. 15 della l. n. 400 del 1988, e tradottasi, nella quasi totalità dei casi, nella parafrasi del titolo del decreto.

(08/07/2002)

 


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