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Il Parlamento "nazionale". Sunt nomina consequentia rerum?

di Gino Scaccia
(professore associato di diritto costituzionale nell'Università di Teramo)

E' dato di comune esperienza che i nomi rappresentino il precipitato di processi storici, di evoluzioni di costume e acquisizioni scientifiche, esprimendo talora valori simbolici percepibili solo all'interno di un determinato contesto etologico.

La celebre massima «nomina sunt consequentia rerum» (cfr. Giustiniano, Institutiones, libro II, 7, 3) sembra tuttavia essere stata rovesciata nel suo opposto nel contesto linguistico che fa da cornice al processo di revisione del regionalismo italiano. Forzature nominalistiche niente affatto innocenti cercano di imprimere una direzione finalistica a un quadro costituzionale ancora in via di assestamento, non di rado proponendo significati simbolici e allusivi in palese contraddizione con i dati reali desumibili dall'interpretazione giuridica. L'intento, palese, è quello di accreditare l'idea che la riforma del regionalismo italiano abbia sospinto la nostra forma di Stato fino alle soglie di un ordinamento federale, che ormai potrebbe essere pienamente realizzato solo con qualche limitato intervento. Si pensi all'impiego, ormai incontrollato nel linguaggio politico, del termine "Governatore" per designare quello che, in modo ben più aderente alla realtà, la nostra Costituzione si limita a definire Presidente della Giunta regionale. L'immediato e spontaneo riferimento all'ordinamento federale degli Stati Uniti d'America, nel quale il Governatore dispone di poteri incomparabilmente superiori (fino allo ius vitae ac necis, negli Stati che prevedono la pena capitale) riflette il desiderio recondito di far curvare in direzione presidenzialista una forma di governo che la Costituzione, pur con il correttivo della regola stabilizzatrice del simul stabunt, simul cadent (art. 126, ultimo comma), configura come parlamentare nell'art. 126, secondo comma.

L'esempio più macroscopico della tendenza a rivendicare nomina costituzionalmente inappropriati è però quello che ha dato causa alle questioni decise dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 106 e 306 del 2002. Nel primo caso il Consiglio regionale della Liguria, con una deliberazione non legislativa, aveva previsto che in tutti i propri atti alla denominazione costituzionalmente tipica fosse affiancata la dizione ulteriore di «Parlamento della Liguria». Nel secondo la Regione Marche, stavolta con delibera legislativa statutaria, aveva introdotto una denominazione aggiuntiva non solo per il Consiglio, ma anche per i Consiglieri regionali, ai quali era imposto il nomen di Deputati delle Marche. E' noto come la Corte abbia accolto entrambi i ricorsi governativi, escludendo che il termine Parlamento possa essere impiegato all'interno di ordinamenti regionali in base alla considerazione che «solo il Parlamento è sede della rappresentanza politica nazionale (art. 67 Cost.), la quale imprime alle sue funzioni una caratterizzazione tipica ed infungibile». E' utile però brevemente ricordare come il giudice costituzionale si sia specificamente soffermato sull'analisi del nome Parlamento, chiarendo che esso «non ha un valore puramente lessicale, ma possiede anche una valenza qualificativa, connotando, con l'organo, la posizione esclusiva che esso occupa nell'organizzazione costituzionale» e concludendo nel senso che: «è proprio la peculiare forza connotativa della parola ad impedire ogni sua declinazione intesa a circoscrivere in ambiti territorialmente più ristretti quella funzione di rappresentanza nazionale che solo il Parlamento può esprimere e che è ineluttabilmente evocata dall'impiego del relativo nomen».

Se si tengono a mente queste affermazioni, si fatica a comprendere la ragione per la quale, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, due tipologie di provvedimenti: da un lato le comunicazioni relative alle convocazioni del Parlamento in seduta comune e alla elezione del Presidente della Repubblica (cfr., da ultimo, le comunicazioni di convocazione del Parlamento in seduta comune nelle GG.UU. nn. 64 del 17 marzo 2000, 52 del 3 marzo 2000; 112 del 15 maggio 1999, nonché i comunicati di elezione del Presidente della Repubblica pubblicati nelle GG.UU. nn. 110 del 13 maggio 1999 e 121 del 25 maggio 1992); dall'altro gli atti di nomina dei componenti delle Autorità amministrative indipendenti e del Consiglio di amministrazione della Rai, affidati ai Presidenti delle Camere (cfr., da ultimo, la nomina dei componenti del Consiglio di amministrazione della Società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, nelle GG.UU. nn. 47 del 25 febbraio 2002, 57 del 10 marzo 2003, 61 del 14 marzo 2003; di un componente dell'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, nella G.U. n. 222 del 21 settembre 2002; di due componenti dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, nella G.U. n. 41 del 19 febbraio 2000), continuino ad essere imputati al "Parlamento nazionale" [1].

L'aggettivazione "nazionale", infatti, non trova alcun riscontro nel testo costituzionale, che menziona il Parlamento nel titolo I della Parte II, intitolata all'Ordinamento della Repubblica, e quando ne parla, negli artt. 55, 63, 64, 67, 68, 69, 83, 85, 90, 98, 122, 135 lo fa sempre impiegando il sostantivo senza alcuna qualificazione. Nel linguaggio legislativo, si dirà, i riferimenti al "Parlamento nazionale" sono numerosi: nell'art. 68, primo comma, del decreto legislativo n. 165 del 2001, ad esempio, si disciplina l'aspettativa dei «dipendenti delle pubbliche amministrazioni eletti al Parlamento nazionale, al Parlamento europeo e nei Consigli regionali»; nell'art. 2 della legge n. 206 del 1993 si prevede che la carica di membro del Consiglio di amministrazione della RAI sia «incompatibile con l'appartenenza al Parlamento europeo, al Parlamento nazionale, ai Consigli regionali, provinciali e dei comuni con popolazione superiore a ventimila abitanti...»; nell' art. 13, numero 1, del D.P.R. n. 380 del 1982 sul riordinamento della docenza universitaria si disciplina l'aspettativa obbligatoria per i professori ordinari eletti al «Parlamento nazionale od europeo». Tuttavia, pur volendo trascurare il fatto che anche qui si sarebbe potuto più correttamente e utilmente impiegare la locuzione "Parlamento della Repubblica", è agevole replicare come in tutti i casi che si sono appena ricordati, e nei numerosi altri che sarebbe possibile addurre, l'aggettivo "nazionale" trovi giustificazione nell'esigenza di differenziare le Camere dal Parlamento europeo. Nelle fattispecie ricordate più sopra (elezione del Presidente della Repubblica, convocazione del Parlamento in seduta comune, atto di nomina di componenti delle Authority o del Consiglio di amministrazione della Rai), non v'era invece alcuna necessità di distinguere, non essendo dubitabile che tali atti non potessero essere in alcun modo riferiti al Parlamento comunitario.

Lungi dall'arricchirlo, l'attributo "nazionale", in definitiva, immiserisce il termine Parlamento, lo priva del carattere di esclusività che pure la Corte costituzionale ha ad esso riconosciuto e appare perciò inutilmente ridondante e addirittura ambiguo. Come infatti la negazione «è in grado di produrre dal nulla il negato e di crearlo dialetticamente» (così C.Schmitt, Teologia politica II. La leggenda della liquidazione di ogni teologia politica, trad.it. a cura di A.Caracciolo, Milano, 1992, 7), così anche l'impiego di un termine che evoca la totalità fa affacciare alla mente, fino a renderla presente, l'idea di parzialità ad esso antagonista e, perciò, per stare al caso, la possibilità astratta di configurare Parlamenti non nazionali, ma invece regionali (e pure provinciali, almeno limitatamente a Trento e Bolzano).

E' lecito auspicare che in futuro si impieghi una formula costituzionalmente più rigorosa?

(06.05.2003)

 


Note

1. Corre l'obbligo di precisare che gli atti di cui si discorre, recano, nella versione licenziata dalle Camere, una intitolazione corretta: nel caso dell'elezione del Presidente della Repubblica e delle convocazioni del Parlamento in seduta comune la dizione "Camera dei Deputati - Senato della Repubblica"; nei casi di nomina la dizione "Il Presidente del Senato della Repubblica e Il presidente della Camera dei Deputati". (Torna all'intervento)

 


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