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Statuti regionali e 'armonia' con la Costituzione. Brevi note sulla forma di governo prevista nello Statuto calabrese

di Silvio Gambino
(p. o. di Diritto costituzionale italiano e comparato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università della Calabria)

1. La recente approvazione dello Statuto della Regione Calabria ha provocato molto interventi critici, sia da parte politica (ex multis, i Presidenti Ghigo e Bassolino, l'on. Salvati) che da parte giuridica (Barbera, Cassese). Non rileva in questa sede offrire argomenti di riflessione rivolti alla classe politica; mi limiterò, pertanto, ad una analisi tecnico-giuridica nella quale intendo confutare la tesi di una presunta disarmonia con la Costituzione dello Statuto calabrese, tanto che le scelte in esso sancite lascerebbero configurare una sorte di 'frode' ai limiti costituzionali previsti (per come sostenuto in una non convincente critica del prof. Barbera). Per farlo dovrò, preliminarmente, richiamare alcuni passaggi argomentativi che possono ben ritenersi pacifici in dottrina, ma che evidentemente non lo sono, atteso che hanno prodotto censure così gravi nel merito giuridico.

La nuova architettura istituzionale e normativa della 'Repubblica delle autonomie', delineata dalla riforme costituzionali del Titolo V della II Parte della Costituzione, riguarda in modo significativo il sistema normativo regionale e i relativi limiti, modificando la natura ed il rango delle fonti atto regionali. Essa s'inscrive, come è noto, in un quadro giuridico e politico caratterizzato da un forte decentramento politico ed istituzionale, che più di uno enfaticamente ha chiamato federalismo.

La potestà statutaria, in tale ambito, è stata significativamente ampliata e valorizzata rispetto al previgente ordinamento, dal momento che la revisione costituzionale (l. cost. n. 1/1999) ha soppresso le procedure di approvazione parlamentare della deliberazione statutaria regionale. Ciò fa sì che, nell’esercizio della stessa, il legislatore regionale conosca il vincolo dell''armonia con la Costituzione'. A tale vincolo (positivizzato nell'art. 123, I co., Cost.), però, deve aggiungersi quelli   (previsti all'art. 117, I co., Cost.) del 'rispetto della Costituzione', nonché quelli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali, che risultano estensibili anche allo Statuto nella sua natura di legge regionale statutaria, ancorché particolare nel suo procedimento di formazione e di modifica. L’eliminazione della fase parlamentare e l’imputabilità piena degli statuti al sistema delle fonti regionali (trattasi, oramai, di leggi regionali a tutti gli effetti, pur se atipiche) costituiscono una delle più vistose modifiche introdotte dalla riforma, differenziando sensibilmente la 'posizione' degli statuti regionali rispetto agli atti di organizzazione previsti in altri ordinamenti (come ad es. nel caso delle Comunità spagnole e dei Länder tedeschi).

Il delicato compito di “garanzia“ del principio unitario, che potenzialmente potrebbe essere messo in crisi da scelte eccentriche dello statuente regionale, viene affidato – per un verso – al giudice costituzionale e – per l'altro – al corpo elettorale regionale. La Corte costituzionale potrà sindacare, quindi, ai sensi del novellato art. 123 Cost., le violazioni alla Carta poste in essere dagli statuti regionali qualora adita dal Governo della Repubblica (entro trenta giorni dalla loro pubblicazione). Parimenti, lo Statuto è sottoposto a referendum popolare qualora ne facciano richiesta (entro tre mesi dalla sua pubblicazione) un cinquantesimo degli elettori della Regione ovvero un quinto dei componenti il Consiglio regionale. Essendo questi gli unici limiti positivizzati nel novellato testo costituzionale, l’oggetto della disciplina statutaria è da individuare nelle sei materie indicate dal novellato art. 123 della Costituzione: a) i «principi fondamentali di organizzazione e funzionamento» dell’ente Regione; b) l’«iniziativa su leggi e provvedimenti amministrativi regionali»; c) i «referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della Regione»; d) la «pubblicazione delle leggi e dei regolamenti regionali»; e) il «Consiglio delle autonomie locali, quale organo di consultazione tra la Regione e gli enti locali»; f) la «forma di governo regionale».

  2. L’innovazione più significativa della potestà statutaria, come si è appena ricordato (ed in ogni caso quella che è stata ritenuta tale), risiede nella facultas di determinare la forma di governo che si reputa maggiormente idonea al modello politico-organizzativo dell’ordinamento di ciascuna Regione. Si tratta di una forma di governo di complessa definizione in ragione degli inevitabili impatti che sulla stessa hanno le regole elettorali (sistema di elezione), rimesse alla determinazione del legislatore regionale, sia pure nei “limiti dei princìpi fondamentali” posti con leggi della Repubblica. Tale potestà legislativa regionale si estende alla durata degli organi elettivi, nonché agli status di ineleggibilità e di incompatibilità dei membri degli organi regionali (art. 122, I co., Cost.).

Il novellato dettato costituzionale italiano definisce in termini abbastanza chiari un modello di governo regionale che è, tuttavia, valevole solo in via transitoria, ossia fino alla data di entrata in vigore dei nuovi statuti regionali ed all’emanazione della legge statale di princìpi in materia di sistema elettorale regionale.

Il modello di rapporti interistituzionali, prefigurato dalla riforma costituzionale, ruota attorno alle disposizioni di cui al V co. dell’art. 122 Cost. ed al III co., I cpv, dell’art. 126 Cost. Nel primo, si prevede che «il Presidente della Giunta regionale, salvo che lo Statuto regionale disponga diversamente, è eletto a suffragio universale e diretto» e che «il Presidente eletto nomina e revoca i componenti della Giunta»; nel secondo, viene stabilito che «l’approvazione della mozione di sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta eletto a suffragio universale e diretto, nonché la rimozione, l’impedimento permanente, la morte o le dimissioni volontarie dello stesso comportano le dimissioni della Giunta e lo scioglimento del Consiglio». Parimenti rilevanti sono, poi, l’art. 121, IV co., Cost., che annovera tra le funzioni del Presidente – a prescindere dalle modalità di investitura – la direzione e la responsabilità della politica della Giunta, con un'evidente analogia con quanto previsto dall’art. 95 Cost. per il Presidente del Consiglio dei ministri, e l’art. 121, II co., Cost.,che non prevede più la riserva consiliare del potere regolamentare, riserva che passa così nella disponibilità dell'esecutivo regionale (spettando allo Statuto di definire la sua allocazione fra Giunta e/o Presidente della Giunta).

Tali disposizioni, che operano in via transitoria e che, in astratto, potrebbero fungere da linee guida per gli statuenti regionali nella determinazione di forme di governo ad investitura diretta degli esecutivi, delineano scenari di neo- o semi-parlamentarismo con “governi di legislatura”, in cui il capo del governo e l’assemblea legislativa traggono la propria legittimazione dalla medesima fonte, attraverso la contemporanea e duplice elezione da parte del corpo elettorale. I due organi, legati da un patto di legislatura, nascono e cadono insieme, secondo il noto brocardo “aut simul stabunt aut simul cadent”; il voto di sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta e lo scioglimento anticipato del Consiglio determinano, pertanto, la rielezione contemporanea dei due organi.

Le nuove disposizioni costituzionali non prevedono in modo espresso, ma neanche escludono, che il Presidente eletto a suffragio universale e diretto, congiuntamente ai membri dallo stesso nominati, ma presumibilmente in solitudine, debba presentarsi dinanzi al Consiglio per ottenerne esplicitamente la fiducia. Certo è che, in ogni caso, tra Consiglio e Giunta s’instaura e si svolge un rapporto di fiducia (tacita o espressa, implicita o esplicita); ne costituiscono sicura testimonianza i commi II e III dell'art. 126 Cost., che disciplinano la mozione di sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta regionale. Invero, mentre il II co. disciplina, tout court, la mozione di sfiducia nei confronti del Presidente della Giunta – sia se è eletto direttamente dal corpo elettorale sia se è eletto in modo indiretto (presumibilmente dal Consiglio) – il III co. dell'art. 126 Cost. disciplina anche gli effetti che derivano dall’approvazione della mozione di sfiducia nel caso del Presidente eletto a suffragio universale e diretto. Tali effetti sono appunto le dimissioni della Giunta ed il contestuale scioglimento del Consiglio. La previsione di cui all’art. 126, II co., Cost. – mozione di sfiducia al Presidente della Giunta – restringe così lo spettro delle scelte dello statuente regionale in tema di relazione fra gli organi della Regione ad ipotesi comunque di governo parlamentare (sia pure eventualmente razionalizzate, nelle pur numerose implementazioni che tale modello conosce ed anche in ragione del sistema elettorale prescelto). Si escludono, pertanto, le sole forme di governo presidenziali, in ragione della 'necessarietà' della fiducia/sfiducia (che è appunto istituto qualificativo delle forme di governo parlamentari). Residuano, invero, vincoli assolutamente non derogabili che impongono cambiamenti di un certo spessore anche per lo statuente meno propenso all’innovazione: il Presidente della Giunta «dirige la politica della Giunta e ne è responsabile», il che sancisce la sua preminenza funzionale tanto nei confronti dei componenti la Giunta che nei confronti del Consiglio. Inoltre, si rimuove l’anomala attribuzione del potere regolamentare all’assemblea legislativa con evidenti ricadute sulla complessiva funzione legislativa di quest'ultima e, più in generale, sul sistema delle fonti.

Nel sistema delineato dal novellato testo costituzionale, il Consiglio regionale perde comunque il ruolo di snodo centrale nell’assetto relazionale tra i poteri (almeno rispetto all'esperienza trentennale delle forme di governo regionali, tutte ispirate alla forma parlamentare), sia che della novella costituzionale si dia una lettura simil-presidenzialista sia che se ne sfruttino al minimo le potenzialità maggioritarie. Pertanto, pare essere definitivamente tramontata l’epoca della centralità delle assemblee legislative ed il suo portato istituzionale, noto in dottrina con la formula del “governo parlamentare a tendenza assembleare”, tra le cui connotazioni principali è da ricordare sicuramente la pertinenza all’organo legislativo della competenza a definire (ed, in alcuni casi, a specificare e gestire) l’indirizzo politico-amministrativo dell’ente Regione. In realtà, al di là delle disposizioni degli statuti, la dinamica istituzionale e la riproduzione a livello regionale dei tratti del sistema politico-partitico nazionale avevano già snaturato, quando non svilito sia pure fattualmente il ruolo del Consiglio, che: a) era stato ridotto a semplice organo di registrazione del programma politico-amministrativo della Regione, messo a punto dai vertici dei partiti di maggioranza senza alcun collegamento con la volontà del corpo elettorale; b) era stato sostanzialmente impossibilitato ad impiegare in modo incisivo gli strumenti tradizionali di controllo politico a disposizione dei singoli consiglieri regionali, fortemente condizionati nelle loro scelte dalla formazione partitica di appartenenza; c) si era rivelato incapace di finalizzare effettivamente l’attività legislativa al soddisfacimento degli specifici bisogni della regione.

  Appare evidente, quindi, come il Consiglio regionale perda ora le attribuzioni che gli erano state riconosciute dalla Costituzione repubblicana del ’48 senza con questo vedersene attribuite di nuove. Di contro, il Presidente ed il governo della Regione acquistano tutta una serie di attribuzioni che nella prima fase statuente non possedevano (R. Bin, P. Cavaleri). Ciò che, a prima vista, potrebbe sembrare una vera e propria deminutio capitis dei consigli regionali, tuttavia, se opportunamente convogliata in sede di attuazione statutaria, potrebbe recuperare agli stessi quella centralità che, in passato, era solo presunta, convenendo con quanto sostenuto di recente dal prof. Cassese. In altri termini, se i tre perni attorno ai quali dovrà ruotare il Consiglio regionale – partecipazione, legislazione e controllo – saranno strutturati su una matrice razionale ne risulterà valorizzato il suo ruolo istituzionale. Quanto osservato risulta tanto più verosimile in riferimento alla auspicabile definizione di uno 'statuto regionale delle opposizioni' che, a partire da un certo grado di istituzionalizzazione della funzione oppositoria (utilizzando a tal fine, soprattutto, lo strumento del Regolamento del Consiglio), dovrà essere poi modulato a seconda della formula di governo e dal sistema elettorale prescelto. Nelle more dell'attuazione di tali adempimenti istituzionali, punto di riferimento obbligato per i consigli impegnati a riscrivere gli statuti regionali, rimane l’attuale legislazione nazionale in materia di rappresentanza elettorale regionale. Quest’ultima, sia pure in modo differenziato nel panorama delle regioni italiane, non pare tuttavia aver assicurato tutte le opportunità connesse alla logica maggioritaria di fondo prevista nella vigente legge elettorale regionale, presentandosi come una delle possibili spiegazioni della stessa incertezza dell'attuale fase di attuazione statutaria.

3. Se questo è, in sintesi, il quadro delle opportunità normative (facoltà) riconosciute alle Regioni dal novellato Titolo V Cost., al fine di confermare ciò che il testo costituzionale non pare in alcun modo revocare in dubbio – nel suo prevedere, accanto ad una forma di governo fondata sulla elezione a suffragio universale e diretto del Presidente della Giunta regionale (con la trasformazione a regime definitivo di quanto previsto nelle Disposizioni transitorie, di cui all'art. 5 della l. cost. 1/99), una forma di governo determinabile dallo Statuto, con i soli limiti di cui all'art. 126, II co. Cost. (escludendosi tutte e solo le forme di governo che non prevedano una disciplina della relazione fiduciaria fra Consiglio e Presidente della Giunta regionale) – non resta che ripercorrere le poche ma nitide tracce già segnate in materia dal Giudice delle leggi, arricchendo l'analisi con il richiamo dell'ampia ed univoca dottrina costituzionalistica in materia.

Pur originata da una questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo contro una deliberazione legislativa statutaria adottata dal Consiglio regionale delle Marche, la sentenza n. 304 del 2002 della Corte contiene tutta una serie di indicazioni utili ai fini della odierna disamina. La Consulta ha nnanzitutto negato – in ragione dei diversi procedimenti di formazione e di controllo – la piena assimilabilità fra legge e statuto regionale, sottolineando come la disciplina posta dall'art. 123 Cost. sia "chiara nelle sue linee portanti e realizza un assetto normativo unitario e compatto, in cui ciascuna previsione è assistita da una propria ragione costituzionale, e tutte si legano tra loro in un vincolo di coerenza sistematica, che disvela il ponderato equilibrio delle scelte del legislatore costituzionale". Un equilibrio nel quale sono, al contempo, appagate tanto le istanze autonomistiche "con l'attribuzione allo statuto di un valore giuridico che lo colloca al vertice delle fonti regionali", tanto il rispetto del principio di legalità costituzionale, con la previsione di un (eventuale) controllo di legittimità costituzionale in via preventiva delle deliberazioni statutarie.

Quanto poi al merito della questione sottoposta al suo vaglio (previsione del subentro del vicepresidente della Giunta regionale nel caso di morte o impedimento permanente del Presidente della Giunta regionale), la Corte ha sottolineato in modo chiaro il diverso regime contenuto nell'art. 126, III co., Cost e nell'art. 5, II co., lettera b), della l. cost. 1/99 nonché la ratio che li ispira, individuata soprattutto nella esigenza di garantire la stabilità dell'esecutivo regionale. Tuttavia, l'appena richiamato art. 5 – come ha ricordato la Corte – contiene la disciplina transitoria, "destinata a permanere fino a quando, nell'esercizio dell'autonomia statutaria loro riconosciuta dall'art. 123, primo comma, le Regioni compiranno la scelta in ordine alla propria forma di governo. Solo in quel caso sarà loro consentito esercitare la facoltà prevista dall'ultimo comma dell'art. 126 e optare per un sistema di elezione del Presidente della Giunta regionale diverso dal suffragio universale, ciò che le scioglierà dall'osservanza del vincolo costituzionale di cui si parla" (corsivo nostro). Né vale osservare in senso contrario – ha aggiunto ancora la Corte – che la previsione di cui all'art. 5, I co., della l. cost. 1/99 non rinvia ad una vera e propria elezione del Presidente della Giunta a suffragio diretto, dal momento che quest'ultima "è assimilabile, quanto a legittimazione popolare acquisita dall'eletto, ad una vera e propria elezione a suffragio diretto".

Con tale argomentazione, il Giudice delle leggi ha dichiarato la illegittimità costituzionale della deliberazione del Consiglio regionale della Regione Marche, e nel contempo ha offerto una chiara lettura (pienamente convincente) del testo costituzionale. Ha osservato, infatti, che "è sufficiente, al tal fine, rilevare che la Regione Marche, con la sua parziale innovazione statutaria, non ha operato quella diversa scelta in ordine alla forma di governo regionale (corsivo nostro) che sola avrebbe potuto esonerarla dall'osservanza della regola stabilizzatrice che la Costituzione e la disciplina transitoria impongono nel caso di elezione diretta del vertice dell'esecutivo".

Ne consegue, pertanto, in ossequio allo spirito ed al testo novellato della Costituzione, che le Regioni possono liberamente optare per un regime di stabilizzazione dell'esecutivo, individuato (nelle disposizioni transitorie e nell'ult. co. dell'art. 126 Cost.) nella forma di governo di legislatura, con la vigenza del principo dell'aut simul stabunt aut simul cadent, oppure per altre forme di governo, che sono pienamente disponibili alla propria autonomia statutaria, con il solo limite che deve trattarsi di forme di governo che lascino pienamente operante la relazione fiduciaria fra legislativo ed esecutivo (nel rispetto dell'art. 126, II co., Cost.).

Quanto, infine, al limite conosciuto dagli statuti regionali, in ambedue le opzioni richiamate, il Giudice delle leggi, nella stessa sentenza ora in esame, ha anche rigettato gli argomenti difensivi della Regione Marche, secondo cui le scelte dello statuente marchigiano, non ponendosi in contrasto con i valori di fondo che ispirano la Costituzione, non escludevano la possibilità di derogare a sue singole norme. La Corte, anche in questo caso, è stata netta e decisa, offrendo molto più di una indicazione nel risolvere le ambiguità di una formula – come quella dell''armonia' con la Costituzione – dal "significato incerto (se non polisenso)", che costituisce un vero e proprio "rompicapo ermeneutico" (A. Spadaro). Per la Corte, infatti, "il riferimento all'armonia, lungi dal depotenziarla, rinsalda l'esigenza di puntuale rispetto di ogni disposizione della Costituzione, poiché mira non solo ad evitare il contrasto con le singole previsioni di questa, ma anche a scongiurare che lo statuto, pur rispettoso della lettera della Costituzione, ne eluda lo spirito".

In quest'ultima eventualità paventata dal Giudice delle leggi pare potersi individuare una possibile assonanza con la censura sollevata dalla dottrina richiamata in premessa (Barbera), circa una possibile 'frode costituzionale' contenuta nel testo statutario della Regione Calabria, nella parte in cui prevede l'indicazione elettorale del Presidente e del vicepresidente (che subentra al primo nella sola ipotesi delle dimissioni volontarie del Presidente della Giunta), e l'elezione consiliare del Presidente della Giunta regionale (conseguendone effetti caducativi del Consiglio nell'ipotesi di mancata elezione del Presidente designato elettoralmente).

Prima di ritornare alle soluzioni dello statuto calabrese (approvato in seconda lettura ed ora 'minacciato' di ricorso alla Corte costituzionale) al fine di argomentarne la piena 'armonia alla Costituzione', nell'ambito più generale delle facoltà costituzionalmente riconosciute alle Regioni (dall'art. 122, ult. co., Cost.), tocca qui ricordare, sia pure brevemente, come la dottrina, che fin qui si è pronunciata sul punto, esprima pieno consenso (né poteva essere altrimenti a fronte della chiarezza del testo costituzionale) circa la totale disponibilità statutaria di opzione fra il regime della stabilizzazione (in ossequio al modello del governo di legislatura) e le diverse e possibili varianti del governo simil- o neo-parlamentare. Rimane dunque da riflettere sui soli limiti dell'armonia con la Costituzione, verificandone, a mò di test, se essi siano stati disattesi, elusi o perfino violati dallo statuto calabrese.

Quanto alla dottrina che più a fondo si è occupata del limite dell''armonia' con la Costituzione degli statuti regionali (Ruggeri, De Siervo, D'Atena, Spadaro, Tosi ed altri), è da sottolineare che la stessa appare pienamente in linea con il richiamato indirizzo giurisprudenziale della Corte. Si è fatto bene osservare, infatti, come il limite dell''armonia' con la Costituzione, di cui all'art. 123, I co., Cost., debba oggi rileggersi nella logica complessiva imposta dal novellato Titolo V della Costituzione, nella quale si individuano come limiti generali alla potestà legislativa regionale (e statale) il 'rispetto' della Costituzione ed i vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. L''armonia' con la Costituzione ritorna, poi – quasi a fondare una differenza di contenuti con il 'rispetto' della stessa – nell'art. 119, II co., Cost., in cui si prevede che "comuni, province, città metropolitane e regioni … stabiliscono e applicano tributi ed entrate proprie, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario". Ma se proprio una differenza di contenuti vuole essere individuata nei due termini di 'armonia' e di 'rispetto' della Costituzione, a me pare più plausibile quella lettura che assegna alla 'armonia' degli statuti con la Costituzione uno spazio normativo più ampio, limitato nel fondo dalla conformazione alla filosofia istituzionale che regge l'intero ordinamento democratico-repubblicano, mentre il 'rispetto' della Costituzione troverebbe più appropriata applicazione nell'esercizio delle novellate potestà normative (legislative e regolamentari) in capo alle Regioni ed allo Stato. Ragioni sostanziali, più che formali sembrano quindi soccorrere nell'individuazione della diversa ratio seguita dal legislatore di revisione costituzionale e fra queste un rilievo centrale pare occupato da quelle tensioni presenti nel corpo sociale di alcune parti del territorio nazionale che, da tempo, esprimono tendenze e/o minacce secessive (ed oggi perseguono obiettivi di devolution, che non sono scevri di conseguenze particolarmente problematiche ai fini della garanzia della cittadinanza unitaria e sociale). In effetti – come si è fatto bene osservare – "nel termine armonia riecheggia l'esigenza di qualcosa 'di più' che una mera conformità a Costituzione", dovendosi per questo lo statuto regionale non limitarsi a 'non violare' la Costituzione, bensì "mettendosi in piena sintonia con il sistema di valori complessivo della Carta del 1948, che resta il documento fondativo, sì, di uno Stato profondamente decentrato, ma ancora e strutturalmente unitario, con tutto quel che questo concetto comporta (in termini sociali, giuridici e politici)" (Spadaro).

L'armonia con la Costituzione degli statuti regionali trova così una sua possibile e compiuta spiegazione e lo stesso contenuto materiale in un'ottica sostanzialistica, tesa a ricercare nel rispetto del principio di unità nazionale lo spazio di un novellato e potenziato decentramento istituzionale e di poteri a livello territoriale (regionale e locale). In essa, pertanto, si riassume e si sostanzia la conformazione degli statuti ai princìpi della cittadinanza unitaria e sociale, per quanto concerne l'ambito dei diritti della persona, nonché ai nuovi principi organizzatori del decentramento istituzionale (con la sussidiarietà, la leale cooperazione, la differenziazione e l'adeguatezza). Il rispetto dei vincoli dell'ordinamento comunitario ed internazionale, infine, sembra riguardare lo statuto solo e nella misura in cui lo stesso contenga disposizioni in materia de qua, mentre appare chiaro come il legislatore di revisione, nel prevedere tali vincoli, pensasse soprattutto all'esercizio della potestà legislativa regionale (e statale).

Rimane da interrogarsi, così e da ultimo, sull'esistenza di eventuali limiti impliciti che possano dare adito alla preoccupazione di frode e/o di elusione della Costituzione nella disciplina statutaria della forma di governo, secondo le opzioni prescelte dello statuente calabrese. Anche a me pare che l'unico e possibile vulnus possa eventualmente derivare dall'integrazione della materia statuaria in tema di forma di governo – limitata, come è noto, ai "principi fondamentali di organizzazione e di funzionamento" – con la legislazione nazionale di principio che fissa il sistema di elezione ed i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti la Giunta regionale, nonché dei consiglieri regionali. Tuttavia, dopo aver ricordato che l'indirizzo della Corte (come anche della dottrina) è chiaro nel senso di facultizzare la potestà legislativa regionale (e pertanto anche quella statutaria) nell'ipotesi di inerzia del legislatore nazionale, potrei qui convenire sulla possibilità di insorgenza di asimmetrie (e perfino di contrasti logici) fra princìpi di organizzazione politica della Regione (forma di governo) e corrispondenti princìpi nazionali e regionali di legislazione elettorale. Peraltro, se di limite deve parlarsi, si tratta evidentemente di un limite ascrivibile al (frettoloso) legislatore di revisione e non certo a quello statutario regionale. In verità, il legislatore di revisione, forse pressato dalle contingenze del dibattito politico, non sembrò molto preoccuparsi di riconoscere tale spazio normativo e di organizzazione alle Regioni. Certo, non può non convenirsi sulla pertinente considerazione, sottolineata dal prof. Barbera (ma anche da altri), che nei principali ordinamenti statuali a base federale non si conoscono simili 'eccentricità' nella diversità di forme di governo territoriali, dal momento che in essi si prevedono forme di organizzazione politica territoriale (Stati negli U.S.A. e Laender in Germania) in sintonia con le analoghe forme di governo federale. L'unica possibile soluzione ad una simile asimmetria (che invero è contenuta nella l. cost. 1/99) sarebbe quella di prevedere che gli statuti sanciscano in modo necessario princìpi, ancorché essenziali, di disciplina del sistema elettorale e dei casi di incompatibilità e di ineleggibilità. Resta, comunque, ferma la facoltà per il legislatore costituzionale di intervenire, con una disciplina di principio in materia elettorale, al fine di 'obbligare' gli statuti a conformare il modello di governo regionale a princìpi riconosciuti come più coerenti e più rispettosi delle forme di governo che si assumono, in via di principio, 'migliori' e per questo auspicabili. Tale opzione parrebbe invero più rispettosa dell'autonomia regionale rispetto alla tendenza in atto ad invocare l'intervento della Corte costituzionale contro gli statuti regionali che non si sono conformati 'liberamente' alle opzioni segnalate nelle disposizioni transitorie della l. cost. 1/99 (che il prof. Barbera aveva proposto come soluzione auspicabile in via definitiva).

Ma tale analisi imporrebbe di richiamare orientamenti ideali e prospettive politiche sostenute qui e là, sia da parte di uomini politici ma soprattutto da parte di valenti costituzionalisti. Tuttavia, essa non rientra nelle finalità di queste brevi osservazioni, dal momento che rinvia ad opzioni politiche circa i modelli di governo ritenuti auspicabili e/o solo opportuni (ad es. cancellierato, forme di governo simil-presidenzialistiche). Ritengo, quindi, di poter concludere per la piena libertà degli statuenti regionali nell'adottare la propria forma di governo, nel rispetto ed in armonia con il dettato costituzionale, avendone già argomentato le ragioni tecnico-giuridiche nel senso conforme alla giurisprudenza della Corte. Conseguentemente, è mia convinzione che il modello di governo prescelto dalle forze politiche calabresi, sotto tale profilo, è coerente ed in sintonia con valori e prescrizioni costituzionali, e corrisponde alle aspettative di autonomia politico-territoriale delle popolazioni locali, per come rappresentate in Consiglio.

(05/09/2003)

 

 


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