Attività | Organizzazione | Link | Redazione web e cont@tti
Home
Associazione Italiana dei Costituzionalisti
 
Dibattiti

 

Home :: Dibattiti

La differenziazione regionale nel regionalismo differenziato

di Tommaso Edoardo Frosini
(professore straordinario di Diritto pubblico comparato nella Facoltà di giurisprudenza dell'Università di Sassari)

1. La riforma del titolo V della Costituzione mette in moto un "regionalismo differenziato", volto ad esaltare e valorizzare le potenzialità intrinseche di ciascuna Regione; non si è voluto però tentare di risolvere il problema della differenziazione regionale. Non si è voluto, cioè, provare a dare risposta al seguente interrogativo: nell'attuale fase di sviluppo del regionalismo hanno ancora oggi un ruolo ed un significato politico-istituzionale le (cinque) Regioni a statuto speciale? La loro nascita era legata a fattori e ragioni - di carattere politico e geografico - oggi da ritenersi sufficientemente superati dall'evoluzione storico-politica e costituzionale italiana. Va rilevato semmai, che l'esigenza di dotarsi di un'autonomia "speciale" è oggi avvertita da tutte, o quasi, le Regioni italiane, a prescindere dalla storia, dalla configurazione geografica, dall'identità culturale; quindi, è un'esigenza che non ha nulla a che vedere con le vecchie istanze di specialità. Riflette, piuttosto, un forte bisogno di uscire in fretta dal culto per l'uniformità, che ha caratterizzato così a lungo la vicenda del regionalismo italiano, e che, a ben vedere, il regime speciale di talune Regioni non ha mai minimamente scalfito. Semmai, in uno Stato autenticamente federale tutte le Regioni, ovvero gli enti territoriali, sono speciali, nel senso che tutte devono godere parimenti di una forte autonomia. C'è da rilevare però, come la riforma costituzionale, sebbene preveda una significativa torsione in senso federalistico del tipo di Stato, mantiene la caratterizzazione della specialità in favore delle cinque Regioni, e nel contempo però afferma, nel nuovo art.116 Cost., che "ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite ad altre Regioni", secondo criteri prestabiliti. Questa previsione può essere considerata come una sorta di iniziale e progressivo percorso verso il riconoscimento delle forme e condizioni di specialità comuni a tutte le Regioni. Può ritenersi allora, seppure nell'ambito di una fase politico-istituzionale ancora in evoluzione, che l'autonomia speciale delle cinque Regioni stia per esaurire la sua ragion d'essere; che un nuovo assetto del rapporto centro-periferia - qualunque forma verrà ad assumere, ma che sarà comunque rafforzativa dell'autonomia territoriale - finirà col ridurre sempre più gli aspetti di differenziazione formale esaltando piuttosto aspetti di differenziazione sostanziale, ovvero di capacità promozionale di ciascuna Regione; seppure sotto l'ombrello protettivo, e per certi versi rassicurante, del principio di sussidiarietà (ora costituzionalizzato).

Se è questo è un possibile scenario istituzionale, sia pure ancora di là da venire, vediamo piuttosto come si presenta la situazione rebus sic stantibus. Più nello specifico, si vuole mettere in rilievo come la riforma costituzionale abbia mantenuto i modi e le forme della specialità, a cominciare dalla promulgazione degli statuti speciali con legge costituzionale emanata dal Parlamento: e che oggi può ben ritenersi non più una prerogativa ma piuttosto un vulnus all'autonomia regionale, visto e considerato che le Regioni ordinarie, invece e giustamente, approvano con propria legge regionale i propri statuti. La riforma si è limitata ad intervenire soltanto per fare qualche leggero aggiustamento qua e là: come l'aggiunta del nomen in tedesco per il Trentino-Alto Adige/Sudtirol e in francese per la Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste: riconoscendo così - una volta per tutte - quella condizione di differenza linguistica che identifica, in modo definitivo, l'identità regionale nella connotazione di minoranza linguistica.

C'è da dire, inoltre, che anche la legge costituzionale n.2 del 2001 ("Disposizioni concernenti l'elezione diretta dei Presidenti delle Regioni a Statuto speciale e delle Province autonome di Trento e Bolzano") non ha saputo (voluto?) provare a dare una nuova fisionomia alle Regioni speciali. Infatti, a voler fare una comparazione fra quanto è stato fatto in tema di organizzazione della forma di governo per le Regioni ordinarie rispetto a quelle speciali, è possibile già intuire, prima facie, come le Regioni ordinarie tendano a mostrarsi maggiormente strutturate nella forma di governo, che è stata rafforzata nei circuiti di legittimazione e di decisione, laddove invece le Regioni speciali rischiano di rimanere afflitte da deficit di legittimazione e governabilità, in mancanza di una chiara e precisa formula di governo, che non ha espressione compiuta nemmeno nello statuto. Quindi, anche sulla base di questo rilievo - ovvero di una mancata omogeneità nel disegno complessivo della innovazione sulla forma di governo delle Regioni, ordinarie e speciali - si può essere indotti a considerare che la ratio della riforma prodotta con l.cost. 2/2001 non appare propriamente quella di aver voluto provare a fare un significativo passo in avanti sulla via della federalizzazione dell'ordinamento.

2. Si ha l'impressione che oggi le Regioni cosiddette speciali abbiano perso la loro specialità e che questa si stia trasferendo alle Regioni ordinarie (ammesso e non concesso che, come detto prima, debbano sussistere ancora forme di differenziazione regionale). Come recuperare su questo terreno? Vi è un'importante opportunità offerta dalla riforma, grazie alla quale, e se saputa ben sfruttare, le Regioni tutte, speciali e ordinarie, potranno rilanciare la propria politica di sviluppo e di autonomia. Si tratta della riscrittura degli statuti regionali. E' un'occasione di primaria importanza per adeguare l'impianto complessivo delle istituzioni politiche e amministrative alle nuove sfide cui debbono far fronte le Regioni, per far sì che l'azione pubblica coniughi efficienza ed equità. E' un processo costituente, quello attuale delle Regioni, decisivo per il futuro delle stesse. Gli statuti sono destinati a diventare una sorta di costituzioni regionali (come ci sono già in Germania), all'interno delle quali bisognerà sapere scrivere i nuovi diritti della cittadinanza, nell'ottica di un disegno complessivo di rilancio delle autonomie territoriali (e di valorizzazione delle proprie identità regionali). E proprio sulla portata costituzionale degli statuti si indica qui un percorso sul quale pare voglia incamminarsi una Regione speciale, la Sardegna. E' quello dell'elezione di un'Assemblea costituente a cui affidare il compito di scrivere lo statuto, creando così un circuito di larga partecipazione politica nel territorio per quanto attiene alle scelte fondamentali che andranno a regolamentare l'attività sociali e professionali dei cittadini della Regione. Si ricorda come le Regioni a statuto speciale non fondano la loro autonomia speciale su di una legittimazione proveniente dal basso; infatti gli statuti non sono stati votati direttamente dalle rispettive popolazioni regionali, o per il tramite di una specifica assemblea rappresentativa; essi sono stati, piuttosto, concessi in quanto adottati con legge costituzionale, in nome di una maggiore garanzia delle "forme e condizioni particolari di autonomia" ad esse attribuite rispetto a quelle proprie delle Regioni ordinarie. Se si è voluto mantenere lo statuto-legge costituzionale per le Regioni speciali - e quindi uno statuto, ancora e nonostante tutto, "concesso" - allora occorre, soprattutto oggi nella fase di evoluzione del regionalismo, trovare forme attraverso le quali si possa venire ad esprimere la legittimazione democratica per la costruzione degli statuti, nuove costituzioni dei cittadini della Regione.

Certo, tecnicamente l'istituzione di una Assemblea costituente con legge regionale presenta qualche problema, anche se non mancano "agganci" statutari sulla base dei quali dar fondamento giuridico alla proposta (qui ci si limita a citare, come riferimento generale, l'art.15 dello St. Sardegna, che riconosce l'esercizio del diritto di iniziativa legislativa del popolo sardo, attribuendo così una precisa identità territoriale e regionale ad un popolo-comunità). Resta il fatto, però, che la richiesta di un'Assemblea costituente fa emergere chiaramente la voglia di voler cambiare, di provare cioè a dare un nuovo volto "costituzionale" alla Regione. Un progetto che si viene ad introdurre nell'ambito di un processo di regionalismo differenziato, e non più in nome di una differenziazione regionale da ritenersi in fase di obsolescenza.

 


Home
Attività | Organizzazione | Link | Redazione web e cont@tti
Dibattiti | Cronache | Dossier | Materiali | Novità editoriali | Appuntamenti