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Dan Brown e il paradosso delle riforme costituzionali

di Vincenzo Tondi della Mura
(Professore straordinario di Diritto Costituzionale, Facoltà di Giurisprudenza Università di Lecce)

Per quanto strano possa apparire, il dibattito di questi mesi sulla riforma costituzionale soggetta a referendum confermativo presenta significative e sorprendenti analogie con quello coevo, relativo al fortunato romanzo di Dan Brown ed al successivo film prodotto dalla Sony.

Il Codice da Vinci è un’opera che, “puntando senza dirlo su alcuni fra i temi più ambigui dell’immaginario politico contemporaneo” (Bernard-Henri Lévy, Ebreo e agnostico, ma contro il Codice sto con la Chiesa, in Corriere della Sera, 24.5.2006, 1), è riuscita a catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Non solo ha dissacrato senza alcuna valida argomentazione ed in modo palesemente mistificatorio il contenuto della ragione di vita di intere generazioni succedutesi nella storia sino alla presente; ha provocato altresì un dibattito, che solitamente non ha nulla a che fare con la storicità e con la veridicità di quanto contestato, essendo piuttosto incentrato tutto sulle suggestioni e i miti evocati (Templari, Priorato di Sion e quant’altro), secondo un metodo incapace di cogliere le specificità dell’oggetto trattato. Di talché il lettore è tendenzialmente indotto ad esprimere un giudizio al riguardo, sull’onda delle emozioni ricevute dal testo e sulla base di metodologie e motivazioni inadeguate ed ultronee rispetto a quelle richieste. Per tale via si è originato un circolo vizioso (sapientemente agevolato dal marketing della Sony), per il quale più si contesta romanzo e film (non importa se con rilievi pertinenti), più si concorre a dissacrare l’oggetto dell’opera; con la conseguenza che, paradossalmente, solo il silenzio è in grado di restituire dignità alla ragionevolezza del messaggio evangelico.

Con tutti i distinguo del caso, analoghi rilievi possono formularsi a proposito del dibattito sul referendum costituzionale. Anche in questo caso, una riforma che opera una netta cesura con la tradizione costituzionale italiana, introducendo istituti fra loro inconciliabili, costituzionalmente inediti e tali da squilibrare il rapporto fra poteri, ha avviato un dibattito sovente svolto secondo metodologie, motivazioni e contenuti ultronei rispetto all’oggetto della consultazione referendaria. Le argomentazioni solitamente impiegate attengono a profili meta-costituzionali, politici e comunque avulsi dalle ragioni del costituzionalismo, incentrati come sono sulle suggestioni e i miti evocati (devolution, modernizzazione dello Stato e quant’altro). Di talché il cittadino è tendenzialmente chiamato a pronunciarsi al riguardo, sulla base di considerazioni che prescindono dalla costituzionalità degli istituti introdotti dalla riforma. Anche in questo caso, dunque, si è originato un circolo vizioso, per cui più si contesta la riforma costituzionale (non importa se con rilievi pertinenti), più la vigente Costituzione risulta nei fatti delegittimata e svilita della credibilità e dell’autorevolezza necessarie a mantenere inalterata la propria forza prescrittiva (A. Ruggeri, La Costituzione allo specchio: linguaggio e “materia” costituzionale nella prospettiva della riforma, Giappichelli, Torino, 1999, spec. 13 ss. ). E difatti, nel caso di conferma referendaria del nuovo testo, nelle more d’attivazione dell’impianto riformato (prevista per gli anni 2011 e 2016) la Costituzione del ’47 risulterebbe delegittimata; per contro, nel caso opposto, essa potrebbe comunque essere intesa non più come la Costituzione di tutti, ma solo di una parte del Paese.

La scissione fra le ragioni del costituzionalismo e quelle della politica e delle altre esigenze all’uopo avanzate, è tale che la riforma costituzionale del 2005 è ora invocata non tanto in sé, bensì a fini interlocutori, vale a dire allo scopo di favorire la prossima scrittura di un’ulteriore riforma, questa volta ad integrazione e correzione delle storture di quella in discussione; in modo speculare, poi, per molti versi anche l’opposizione all’attuale riforma è improntata ad analoghi fini interlocutori, vale a dire allo scopo di catalizzare il consenso politico in vista della formulazione di un nuovo testo, correttivo di quello in discussione. Con il che - riprendendo l’analogia iniziale - per così dire il cerchio si chiude, dovendosi dare atto al “Codice costituzionale” o alla “Riforma da Vinci” che dir si voglia, di aver provocato un maldestro tentativo per il definitivo accantonamento della Costituzione del ’47.

Per non dire che in tal modo anche il paradosso delle riforme costituzionali stigmatizzato negli anni ’80, trova definitivo compimento. All’epoca si diceva che solo le riforme inutili avrebbero avuto possibilità di successo; le altre, invece, implicando il massimo di aggregazione politica, si sarebbero paradossalmente infrante contro lo stesso presupposto da cui venivano originate, ossia l’esigenza di superare la disgregazione del processo di integrazione politica (G. Zagrebelsky, Adeguamenti e cambiamenti della Costituzione, in Scritti in onore di Vezio Crisafulli, Cedam, Padova, 1985, II, 915: "L'esigenza della riforma nasce dalla disgregazione del processo di integrazione politica; ma la riforma costituzionale presuppone essa stessa il massimo di aggregazione. Si vuole la riforma perché non si riesce a decidere; ma la riforma della Costituzione (nel senso ipotizzato) è essa stessa la massima decisione ipotizzabile. Quanto maggiore è la disgregazione, tanto maggiore è la necessità della riforma; ma tanto più questa è necessaria, quanto più è difficile. Fino al limite del paradosso: dove la riforma è assolutamente indispensabile, ivi è anche assolutamente impossibile”). Orbene, il carattere interlocutorio della riforma del 2005, indipendentemente dall’esito referendario conseguito, si pone a rimedio di tale paradosso, favorendo il costituirsi di un’aggregazione meramente finalizzata a riformare una Costituzione oramai ritenuta forse delegittimata nei fatti.

Si arriva così al punto cruciale: riformare per far cosa? Tanto la riforma del 2001 (quella c.d. del Titolo V), quanto quella del 2005, anche se in modo quantitativamente differente presentano analoghi limiti; limiti non solo metodologici (l’essere state approvate dalla sola maggioranza governativa, per di più con le facilitazioni derivanti dal diverso sistema elettorale di tipo quasi maggioritario nel frattempo introdotto), ma anche ontologici. Il fatto che entrambi i testi non siano riusciti a favorire un equilibrio fra soggetti territoriali (nel primo caso) ed anche fra poteri (nel secondo), non dimostra solo una scarsa sensibilità costituzionale da parte dei relativi autori; denota piuttosto come l’opera dei novelli costituenti sia stata (quantomeno) condizionata da preoccupazioni politiche, partitiche, elettorali e di coesione governativa, che poco hanno a che fare con l’esercizio del potere di revisione costituzionale; attesta, in altri termini, una comune considerazione della revisione costituzionale, intesa quale mera fase tattica della maggioranza governativa e non quale fase strategica dell’intero arco parlamentare.

Più che l’esito dell’opera di revisione, in tale prospettiva, interessa l’attività di revisione in sé; più che la riforma (compiuta e coerente) interessa il riformare (ininterrotto ed instancabile), potendosi così mantenere le istanze politico-partitiche continuamente mobilitate in uno stato di coesione e di (apparente) autooccupazione; uno stato di in cui la valenza simbolica degli istituti, di volta in volta introdotti nell’incessante opera riformatrice, ha il sopravvento sulla valenza sostanziale degli stessi, al punto che le relative regole sono informate a logiche più di ingegneria istituzionale che non di compatibilità costituzionale.

La scissione fra le ragioni del costituzionalismo e quelle della politica s’inquadra in tale contesto. Essa non deriva (soltanto) dalla sordità dei nuovi costituenti alle istanze dei giuristi; attesta piuttosto la diversità dei punti di vista, giacché ciò che per i primi è momentaneamente un valore (l’attività di riforma in sé), per i secondi invece è sempre un disvalore (per gli effetti di implicita o auspicata delegittimazione della Carta vigente).

Del resto, è difficile immaginare che il trauma derivante dalla fine della guerra fredda e dalla seguente crisi dell’assetto costituzionale, si sarebbe potuto arrestare sulla soglia della Costituzione, modificandone convenzioni e prassi senza intaccare l’impianto fondante. E’ arduo ritenere che il malessere di quegli eventi si sarebbe potuto risolvere nell’incompleta transizione in atto dalla “democrazia consensuale” alla “democrazia maggioritaria”, senza trascinare nell’agone della contesa sociale e politica lo stesso impianto costituzionale.

Da tale punto di vista, la diversa valenza accordabile all’attività in corso di riforma senza quiete, esprime piuttosto il disagio e la complessità di una transizione ancora incapace di realizzare un nuovo compromesso culturale e sociale, prima ancora che politico ed istituzionale. Nondimeno, una riforma che tarda a compiersi, a ciò impedita dall’ultimo baluardo posto dalla Carta del ’47 a tutela del relativo impianto (il difficile procedimento di revisione di cui all’art. 138) non rappresenta necessariamente un disvalore; può anche denotare l’estrema vitalità di quel testo, capace di resistere, anche a costo della propria stessa credibilità, a revisioni che non derivino da un nuovo patto sociale. A questo occorre tendere, nella lezione dei Padri costituenti del ’47.

(30 giugno 2006)


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