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Riforme costituzionali e beghe politiche

di Sergio Bartole
(Professore ordinario di Diritto costituzionale nell'Università di Trieste)

L'andamento del dibattito parlamentare sul disegno di legge costituzionale di revisione di numerosi articoli della parte seconda della Costituzione non può non destare perplessità e preoccupazione in quanti, come i cultori del diritto costituzionale raccolti nella nostra Associazione, seguono con attenzione e trepidazione ogni tentativo di porre mano alla revisione di un testo che in questi ultimi cinquant'anni si è progressivamente arricchito di significati che, nel suo disegno complessivo, lo rendono sempre vivo ed attuale. Anche chi guardi alle vicende della Costituzione con spirito laico e non ne faccia oggetto di un culto inconsapevole delle difficoltà che la sua applicazione talora comporta ed incontra, non può non darsi carico della posizione occupata dalla nostra carta fondamentale non solo nel sistema delle fonti del diritto, ma anche, ed anzitutto, nell'ordine dei valori che reggono la nostra società civile. Se vogliamo che questa sia tenuta unita dal patriottismo costituzionale, che va aldilà del tradizionale patriottismo culturale o anche soltanto etnico - linguistico, e di cui si è molto ragionato in questi tempi di progressiva affermazione di autorità sovranazionali, è palese che la Costituzione, che del patriottismo costituzionale è elemento portante, è destinata ad occupare un posto primario nella coscienza e nell'intelligenza dei cittadini associati.

E' perciò evidente che quando si pone mano alla riforma della Costituzione contano non solo gli ulteriori e nuovi contenuti che vi si vogliono immettere, ma anche i modi stessi che vengono adottati per approvare il testo della proposta di revisione. Oltre il formale rispetto dei precetti dell'art. 138 Cost. e delle norme dei regolamenti parlamentari, che li attuano e completano, contano i comportamenti pratici, gli atteggiamenti delle forze politiche, e l'andamento stesso delle discussioni che a quei disposti danno concretezza giorno per giorno, nel faticoso processo che deve portare all'approvazione finale delle Camere.

Altri, anche insistendo sulla impraticabilità referendaria dell'iniziativa, ha già ragionato del rischio di delegittimazione derivante da proposte totalizzanti di riforma costituzionale. Si può obiettare che sono rilievi opinabili, ma qui interessano i fatti che sono dinanzi agli occhi di tutti, e sono purtroppo i fatti di un andamento tormentato dei lavori parlamentari. Esso non sarebbe di per sé deprecabile se costituisse il segno di un serio ed aperto confronto sui contenuti della riforma. Ma, più passa il tempo, più l'osservatore ha la sensazione che l'andamento ondivago, per non dire casuale del procedimento in corso dipenda anzitutto dall'atteggiamento strumentale con il quale il tema viene affrontato. Il dibattito viene usato come palcoscenico di esternazioni che, in fin dei conti, nulla hanno a che fare con la sostanza della riforma e riguardano, invece, gli interni equilibri della coalizione di governo. La minaccia di non votare articoli importanti del disegno di legge, o addirittura lo stesso disegno di legge viene giustificata non con obiezioni di merito sulle scelte recepite nel testo proposto al voto, ma con il dissenso rispetto ad atteggiamenti assunti dai partner di governo su altri e diversi problemi. A meno di non ritenere che talvolta la polemica su questi atteggiamenti nasconda messaggi cifrati sui temi delle riforme, messaggi peraltro incomprensibili all'elettore medio, non si sfugge al ragionevole dubbio che la discussione sulle riforme nelle aule parlamentari e fuori di esse sia strumentalizzata ad altri fini, di regolazione di conti antichi e nuovi, di ritorsione per torti subiti o presunti, e di ridefinizione del ruolo e del peso delle diverse parti politiche che compongono la maggioranza. E, d'altra parte, la stessa opposizione, che pure dovrebbe difendere la " sua " riforma del titolo quinto della Costituzione, ha trovato difficoltà ad andare oltre l'elaborazione di una dichiarazione comune di principio, mai tradotta peraltro in un testo organico, e si è quindi spesso ridotta alla presentazione casuale e sporadica di emendamenti cui, del resto, non si è data grande pubblicità e diffusione. Si può comprendere che riesca difficile " coprire " un testo lacunoso come quello votato dal centro - sinistra nella passata legislatura, anche se peraltro supportato dal voto referendario, ma è anche vero che già nel dibattito sulla c.d. legge La Loggia l'opposizione aveva dimostrato di avere piena consapevolezza delle carenze e contraddizioni del vigente titolo V della parte seconda della Costituzione. E, quindi, da essa ci si poteva aspettare qualcosa di più.

Quale è l'opinione che della Costituzione si può fare il cittadino medio in presenza di queste vicende? Non vi è il rischio che esse la delegittimino ai suoi occhi? L'elettore che esce frastornato dalle informazioni che gli arrivano sull'andamento dei dibattiti parlamentari, non potrà non avere l'impressione che quella di cui si discute è una legge provvedimentale come tante altre, sul cui testo si consumano conflitti fra interessi minori e preoccupazioni clientelari, fra aspirazioni di potere e ragioni di schieramento. A leggere i giornali ed a seguire la radio o la televisione, pubblica o privata che sia, per vero nessuno si fa l'idea che si sta discutendo non di una legge di regolazione amministrativa dei rapporti fra le più diverse categorie di microinteressi sociali ed economici, ma della legge costitutiva ed ordinatrice dei rapporti fra i poteri dello Stato, e quindi della relazione stessa fra il cittadino, le sue rappresentanze ed il potere.

Non vorremmo che queste note siano addebitate a mere preoccupazioni di bottega, proprie di chi si vede svalutare fra le mani l'importanza del proprio privilegiato oggetto di studi. Da cittadini consapevoli vorremmo, invece, che della composizione del Senato si discutesse senza privilegiare gli interessi alla permanenza in carica dei componenti di quella Camera, come vorremmo che la decisione se sostenere o meno la riforma non sia fatta dipendere dalle esternazioni estemporanee fatte nel corso di una festa paesana da un personaggio politico e dalle reazioni successive delle controparti . Certi conti si possono regolare in altra sede, senza coinvolgere l'ordinamento della nostra convivenza collettiva che, per la sua stessa destinazione a durare nel tempo, merita altra e diversa attenzione.

(06/03/2004)


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