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Laicità e multiculturalismo, ovvero dei nodi che giungono sempre al pettine...

di Francesco Rimoli
(Straordinario di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Teramo)

1.La laicità non è un principio astratto

Con quel tanto di ritardo che sempre nobilita il contesto italiano, giunge anche da noi il dibattito sull'esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche, che altrove si è presentato già da almeno un decennio (la polemica sull'uso del velo in Francia, già risalente ai primi anni Novanta, trova oggi un nuovo passaggio nel projet de loi n. 1378 approvato il 10 febbraio 2004 dall'Assemblea nazionale; in Germania, alla nota sentenza sull'esposizione del crocifisso resa dal Tribunale costituzionale federale tedesco il 16 maggio 1995 se ne aggiungono ora due del 30 luglio e del 24 settembre 2003 sull'uso del velo; su queste ultime pronunce si veda, in questo stesso sito, l'intervento di A. DI MARTINO, La "decisione sul velo" del Bundesverfassungsgericht). Ma ora, anche in Italia, l'incremento del numero degli immigrati, e dunque delle religioni in concreto professate, si riflette rapidamente in ogni contesto, e particolarmente in quello dell'istruzione, primo momento di integrazione di ciascuno nella società. Vengono così al pettine i nodi irrisolti dall'incompiuta realizzazione di un principio, come quello di laicità delle istituzioni pubbliche, non espresso per ovvi motivi storici dalla Carta del 1948, ma ricavato da tempo in via ermeneutica, alla luce degli artt.2,3,7,8,19 e 20 Cost., dalla Corte costituzionale, da questa qualificato come "supremo", e come "uno dei profili della forma di Stato" delineata dalla Costituzione italiana, in una serie di sentenze ormai nota (dalla n.203/89 e dalla n.13/91 in poi, fino alle più recenti 508/2000 e 327/2002), tutt'altro che recepito dal legislatore ordinario, e applicato dalla stessa Corte in modo talora incerto.

2. La croce della discordia

La decisione che ha riacceso le polveri è un'ordinanza di rimozione di un crocifisso da un'aula di una piccola scuola abruzzese, emanata ex art.700 c.p.c. dal Tribunale dell'Aquila il 23 ottobre 2003, la cui esecuzione è poi stata prontamente sospesa, con altra ordinanza ex art.669-terdecies co.5 c.p.c., del successivo 31 ottobre, dal Presidente dello stesso Tribunale, a seguito del reclamo presentato dall'Avvocatura dello Stato, che prospettava nel turbamento degli scolari cattolici presenti in quell'aula il "grave danno" richiesto dalla norma per l'adozione del provvedimento di sospensione (nel frattempo, il Sindaco del paese aveva chiuso la scuola, per evitare troppe pressioni sugli alunni: si veda, in questo stesso sito, la ricostruzione della vicenda offerta da M.TOFFOLI, Crocifissi e laicità dello Stato nelle recenti ordinanze del Tribunale dell'Aquila). Ma la prima ordinanza, con buona pace dei molti critici, non aveva fatto altro che applicare il principio di laicità nell'unico modo, in prospettiva, concretamente possibile. Secondo i primi commenti di qualcuno, sarebbe stato più corretto sollevare questione di legittimità costituzionale; tale via, ritenuta non praticabile dal giudice aquilano, avendo le norme da applicare carattere regolamentare, in quanto poste nell'art.118 del R.D. 30 aprile 1924 n.965, per le scuole medie, nonché negli artt.10, co.3, e 119 del R.D. 26 aprile 1928, n.1297 [all.tab.C], per le scuole elementari, è stata tuttavia tentata in seguito dal T.A.R. del Veneto, che ha recentemente sollevato (con ordinanza del 13 novembre 2003) la questione di legittimità in ordine agli articoli 159, 160 e 676 del d.lgs. 16 aprile 1994, n.297 (testo unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione), il quale, recependo il R.D. 6 maggio 1923, n.1054 sull'istruzione media, e il R.D. 5 febbraio 1928, n.577, per le scuole elementari, ha riprodotto le norme primarie di cui i primi due decreti citati costituiscono attuazione regolamentare (in particolare, inerendo tali norme, tra l'altro, agli arredi scolastici, il giudice rimettente chiede alla Corte se l'inserimento del crocifisso tra gli arredi stessi costituisca violazione del principio di laicità, desunto come detto dagli articoli 2,3,7,8,19 e 20 Cost.). In attesa della pronuncia della Corte, sarà bene tornare al caso della scuola abruzzese di Ofena. Nel merito, la scelta operata in tale prima decisione aveva il pregio di percorrere la via (obbligata) dell'eguaglianza nell'unico senso sostenibile (peraltro richiamandosi, oltre alla giurisprudenza costituzionale in proposito, e al venir meno del principio che poneva la religione cattolica come religione di Stato, in base al punto1 dell'art.1 del Protocollo addizionale dell'Accordo di modifica del Concordato del 1929, stipulato nel 1984 e ratificato con la legge n.121/85, anche la sent.n.439 del 1' marzo 2000 della IV sez. penale della Corte di Cassazione, sulla rimozione del crocifisso dai seggi elettorali). Due sono infatti le considerazioni in proposito. La prima è di ordine strettamente costituzionale: nello Stato di diritto, democratico e pluralista i luoghi in cui si svolgono funzioni pubbliche devono appartenere a tutti in egual misura, devono essere spazi in cui sia possibile per ciascuno riconoscersi come eguale rispetto a tutti gli altri. Il luogo dell'incontro e del confronto non può in alcun modo privilegiare, tanto meno coloro che sono (o ritengono di essere) appartenenti a ideologie maggioritarie nel Paese. E ciò vale soprattutto per il sentimento religioso, storicamente capace di generare contrapposizioni aspre e moti affatto irrazionali. La seconda considerazione è di ordine pratico: una volta accolta la prima, le vie potrebbero essere due, ovvero il perseguimento di un'equiparazione verso l'alto, in cui tutti i soggetti possano legittimamente pretendere di essere rappresentati nell'esposizione dei simboli presso i locali di strutture pubbliche (scuole, università, ospedali, tribunali e così via), nonché di seguire le proprie pratiche religiose quotidiane, anche nell'ambito dei luoghi e degli orari di lavoro (il problema della refezione nelle mense è noto a molti, ma altrettanto può valere per i giorni di riposo, che, guarda caso, sono diversi per ogni grande religione: domenica per i cattolici, sabato per gli ebrei, venerdì per i musulmani, e via dicendo), con un'espansione incontenibile che dovrebbe, a quel punto, tener conto di ogni possibile variante, incluse quelle volute dalle più bizzarre sette a sfondo religioso (perché, in verità, la nozione di confessione ai sensi dell'art.8 Cost. resta sempre evanescente). In una moltiplicazione di rivendicazioni, in cui, tra l'altro, finirebbero con l'essere di fatto assimilati comportamenti in sé diversi: perché, certo, l'esposizione del crocifisso o di una Sura coranica in un'aula pubblica non equivalgono, per sé, all'uso individuale del chador o del burqa (sebbene i problemi di conflitto si possano porre anche in questo caso: si pensi all'eventuale rifiuto di farsi fotografare o comunque vedere per fini di identificazione). Oppure, e sembra questa la via seguita dal magistrato aquilano, il perseguimento di un'equiparazione verso il basso, in cui il divieto di esposizione (con conseguente rimozione) dei simboli religiosi nei locali pubblici vale a riaffermare da un lato la neutralità dello Stato dinanzi alle diverse ideologie (ivi incluse quelle religiose), e dall'altro un'incontestabile parità di trattamento tra tutti i potenziali fruitori di quegli spazi.

3. Quando il gioco si fa duro, l'arbitro dovrebbe essere imparziale...

In effetti, emerge oggi in tutta la sua evidenza ciò che in passato, per l'Italia, era rimasto nascosto: finché il credo cattolico, che assai ama le manifestazioni esteriori, poteva dirsi l'unico, o quasi, praticato sul territorio nazionale, auspice anche il pervadente e tenace interventismo politico della Chiesa di Roma, il principio di laicità poteva essere tranquillamente eluso (come, con chiara soddisfazione dell'area cattolica, avveniva nella più lontana giurisprudenza della Corte costituzionale, in cui i privilegi erano giustificati alla luce di un insostenibile principio maggioritario), ovvero affermato come oggetto di una evoluta quanto astratta interpretazione della Carta costituzionale (e della Costituzione materiale, che vede ormai da tempo il sentire religioso e l'influenza della dottrina cattolica assai meno rilevanti di quanto immaginato da alcuni). Oggi, che dinanzi alle residue posizioni di vantaggio dei cattolici si oppongono non le pur vivaci - quanto innocue - obiezioni dei (pochi) laicisti e di qualche indignato anticlericale, ma le ben più decise richieste di comunità religiose organizzate e dotate di pari (se non maggiore) convinzione, il gioco si fa assai più duro (e la provocatoria richiesta di Adel Smith, ricorrente nel processo aquilano, ne è già un chiaro esempio).

Dinanzi a ciò, si dovrà misurare la maturità, la tolleranza e la fiducia di tutti nella democrazia, e non solo in relazione al fenomeno religioso, laddove peraltro, dalla legge n.186/2003 sull'assunzione degli insegnanti di religione cattolica nei ruoli della scuola pubblica (permanendo comunque la necessità del placet dell'ordinario diocesano), alla legge n.206/2003 sui finanziamenti pubblici agli oratorî e agli enti similari, negli ultimi tempi si è fatto più di un passo indietro. Perché, ovviamente, di laicità si deve parlare anche in rapporto all'espressione culturale e artistica, all'insegnamento nelle strutture pubbliche, o all'accesso a certe pratiche sanitarie, dalla fecondazione assistita alla biogenetica: ovunque cioè le scelte del legislatore o dell'amministrazione si ricolleghino a diritti individuali di libertà, ma possano altresì contendersi il campo ideologie più o meno esclusive, dietro cui si celano, pronti ad emergere, integralismi della più varia natura. Certo, l'attuale clima politico non sembra favorevole al rafforzamento del principio: in effetti, se sul piano ideologico (o di quel che ne rimane) la contrapposizione tra laici e cattolici pare talvolta più chiara di quella tra centro-destra e centro-sinistra, ormai ben vaga nei contenuti (nonostante i toni), è pur vero che, nel bipolarismo assai imperfetto in cui si è impelagato il contesto italiano, l'influenza vaticana sulle opzioni più "sensibili" in materia resta un punto fermo, rispetto al quale il "pacchetto" di voti di cui l'area cattolica può disporre finisce con il contare più di molte altre considerazioni. Nondimeno, certi orientamenti sembrano poco lungimiranti, qualunque sia il punto di osservazione: al di là dell'ovvio interesse alle varie forme di finanziamento pubblico, diretto o indiretto, a istituzioni religiose e laiche, della cui legittimità si dibatte ormai da molti anni, e che rimangono il vero fine di molte nobili battaglie parlamentari, resta un interesse comune (veramente di tutti) alla salvaguardia di una convivenza ordinata, che sarebbe in breve compromessa sia da atteggiamenti "esclusivi" e discriminatori, sia, all'opposto, da meccaniche e superficiali forme di "addizione" continua di privilegi specifici, svolti comunque a danno (quanto meno) dei non appartenenti ad alcun credo religioso (che peraltro, in una società sempre più neocorporativa e conflittuale fino al tribalismo, paiono avere ben poco da sperare).

4. ... giocando in un campo molto più grande del solito

Oltre a ciò, le scelte appena compiute dal Parlamento italiano in taluni campi (l'esempio immediato è quello della legge sulla procreazione medicalmente assistita, approvata in via definitiva il 10 febbraio scorso e tutt'altro che "laica" e neutrale), seppur fondate su una giusta esigenza (quella di disciplinare un settore finora del tutto anomico), ma altresì sviluppate su basi del tutto irrealistiche (l'illusione che un mero e diffuso atteggiamento di divieto, per di più affermato in sede nazionale - vale a dire locale, in un contesto globalizzato - possa scongiurare l'avanzare della ricerca scientifica in ambiti di enorme interesse, anzitutto economico) e con opzioni etiche del tutto unilaterali, finiscono con il creare danni maggiori di quelli che vorrebbero evitare. Perché, quanto meno, generano una discriminazione tra i ricercatori, che ne favorisce il trasferimento all'estero, e tra i cittadini, che, per ricorrere a certe tecniche, devono altresì cercarsele in Paesi lontani, con costi - e spesso rischi - assai maggiori, destinando l'area italiana a un rapido isolamento sul piano scientifico e a un probabile incremento delle sempre pericolose pratiche clandestine. In più, e questo ci interessa maggiormente nel nostro discorso, compiono scelte etiche tanto nette quanto non condivise da una parte dei consociati comunque assai consistente (non importa se - ed è peraltro da dimostrare - relativamente minoritaria), operando in modo esclusivo proprio laddove l'inclusività, tramite la rigorosa tutela del principio di autodeterminazione individuale, dovrebbe essere garantita con la massima attenzione.

Poiché le implicazioni del principio di laicità, se questo è correttamente inteso in senso ampio, come diretta espressione del modello pluralista, sono molte e molto rilevanti, investendo non solo l'area del sentire religioso, ma anche, come detto, quella della cultura, dell'arte, della scienza, dell'istruzione, di tutti i campi in cui il potere pubblico dovrebbe porsi come regola quella di una "neutralità attiva", che consenta la massima espressione altrui, senza farsi latore di una concezione propria che non sia quella traducibile in un intervento compensativo, di garanzia, che impedisca cioè la prevaricazione di alcuna delle forze in campo sulle altre. Per restare nell'ambito della libertà di religione, comunque, può dirsi che probabilmente, nella sua accezione più superficiale, ovvero come rimozione dei privilegi attribuiti a una singola confessione, una prima, vera attuazione del principio si avrà solo allorché il peso, numerico e dunque politico, delle comunità non cattoliche (magari misurabile in un altro bel "pacchetto" elettorale) diventerà tanto rilevante da non permettere alla classe politica di non tenerne conto (ciò che già accade nei Paesi di più vecchia immigrazione: si pensi solo all'atteggiamento estremamente cauto tenuto da Francia e Germania sul più recente intervento in Iraq, che avrebbe potuto scatenare una devastante reazione delle vaste comunità islamiche stanziate al loro interno). Ma, com'è ovvio, sarebbe questo solo un primo passo, probabilmente rivolto nella direzione meno saggia, cioè quella dell'addizione di nuovi privilegi: per ottenere un vero, equilibrato e sostenibile modello di Stato laico, in Italia, con una netta separazione, individuale e istituzionale, tra dimensione civile e religiosa, e in una distinzione reale tra arena pubblica e ideologie, si dovrà probabilmente passare per un lungo, e non indolore, processo di maturazione culturale e politica.

(06/03/2004)


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