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Brevi spunti di riflessione alla luce della decisione del Consiglio di Stato n. 556/2006 relativa alla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche

di Ignazio Lagrotta
(Ricercatore di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Bari)

La recentissima decisione della VI Sezione del Consiglio di Stato n. 556/2006, pubblicata il 13 febbraio u.s., nel confermare la sentenza n. 1110/2005 del TAR Veneto, afferma che ladecisione delle autorità scolastiche, in esecuzione di norme regolamentari, di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, non appare pertanto censurabile con riferimento al principio di laicità proprio dello Stato italiano.

La summenzionata decisione ed il percorso argomentativo svolto (in linea con l’impianto già contenuto nella sentenza n. 1110/2005 del TAR Veneto), pur nelle oggettive difficoltà create dall’effetto mediatico che ha accompagnato l’intera vicenda, consentono di poter sgomberare il campo da equivoci di fondo che molto spesso, in preda ad una “deriva” di common law, partendo dal momento di fibrillazione del sistema (caso concreto) “attanagliano” anche la migliore dottrina lasciando sullo sfondo l’ordinamento positivo e, quindi, nel caso di specie, la ricostruzione del dato costituzionale (del Paese “ospitante”).

A parere di chi scrive l’occasione, invece, è proficua per poter tracciare le linee di demarcazione di due differenti aspetti che “imbrigliano” la c.d. questione del crocifisso e sviluppare il discorso nell’analisi delle due direttrici che sembrano correttamente alla base del ragionamento svolto dal giudice: a) la portata di quello che si può affermare essere il diritto costituzionale in materia religiosa; b) il rapporto tra la laicità ed il patrimonio culturale comune.

La decisione, infatti, non si esime dal portare uno guardo all’Europa ed agli altri ordinamenti giuridici proprio in ragione della condivisibile necessità di evidenziare le condizioni d’uso anche di un “principio” quale quello di “laicità” che viceversa resterebbe confinato nelle dispute ideologiche e sarebbe difficilmente utilizzabile in sede giuridica.

Condizioni di uso che, ci ricorda il Consiglio di Stato, vanno certo determinate con riferimento alla tradizione culturale, ai costumi di vita, di ciascun popolo, in quanto però tale tradizione e tali costumi si siano riversati nei loro ordinamenti giuridici. E questi mutano da nazione a nazione.

Mutevolezza di tradizioni culturali e costumi di vita che, anche esulando dall’ambito di analisi in esame, dovrebbero essere opportunamente approfondite (per la rilevanza che il tema – nel quale è ricompreso quello della laicità come parte di un insieme più grande – riveste con riferimento alle problematiche ad esso connesse anche in ragione dei fenomeni migratori, di integrazione ed a quelli di sicurezza internazionale).

L’UE, lo si ricorda, rispetta e non pregiudica lo status previsto nelle legislazioni nazionali per le Chiese e le associazioni o comunità religiose in quanto espressione dell’identità degli Stati membri e delle loro culture e quale componente del patrimonio culturale comune (HÄBERLE).

Ne consegue, pertanto, che inevitabilmente anche il “principio di laicità” assume un significato polisenso e diverso a seconda del dato “positivo” o “negativo” di tale libertà e dell’ordinamento in cui si colloca.

Alle singole nazioni e regioni, quindi, residua una spazio per il “proprio” diritto costituzionale in materia religiosa; spazio nel quale si può correttamente sviluppare un regime di “favore” (dalle norme costituzionali italiane richiamate dalla Corte per delineare la laicità propria dello Stato si evince, inoltre, un atteggiamento di favore nei confronti del fenomeno religioso e delle confessioni che lo propugnano, avendo la Costituzione posto rilevanti limiti alla libera esplicazione della attività legislativa dello Stato in materia di rapporti con le confessioni religiose; attività che potrà praticarsi ordinariamente soltanto in forma concordata sia con la religione di maggioranza sia con le altre confessioni religiose (art. 7, 2° co., e art. 8, 3° co.) e nel quale, come ben rende la decisione in esame, il principio di laicità opera diversamente: non v’è dubbio che in un modo vada inteso ed opera quel principio nell’ordinamento inglese, laico, benché strettamente avvinto alla chiesa anglicana, nel quale è consentito al legislatore secolare dettare norme in materie interne alla chiesa stessa (esempio relativamente recente è dato dalla legge sul sacerdozio femminile); in altro modo nell’ordinamento francese, per il quale la laicità, costituzionalmente sancita (art. 2 Cost. del 1958), rappresenta una finalità che lo Stato potrà perseguire, e di fatto ha perseguito, anche con mortificazione dell’autonomia organizzativa delle confessioni (lois Combes) e della libera espressione individuale della fede religiosa (legge sull’ostensione dei simboli religiosi); in altro modo ancora nell’ordinamento federale degli Stati Uniti d’America, nel quale la pur rigorosa separazione fra lo Stato e le confessioni religiose, imposta dal I emendamento alla Costituzione federale, non impedisce un diffuso pietismo nella società civile, ispirato alla tradizione religiosa dei Padri pellegrini, che si esplica in molteplici forme anche istituzionali (da un’esplicita attestazione di fede religiosa contenuta nella carta moneta - in God we trust -, al largo sostegno tributario assicurato agli aiuti economici elargiti alle strutture confessionali ed alle loro attività assistenziali, sociali, educative, nell’orizzonte liberal privatistico tipico della società americana) in altro modo, infine, nell’ordinamento italiano, in cui quel simbolo linguistico serve ad indicare reciproca autonomia fra ordine temporale e ordine spirituale e conseguente interdizione per lo Stato di entrare nelle faccende interne delle confessioni religiose (artt. 7 e 8 Cost.); tutela dei diritti fondamentali della persona (art. 2), indipendentemente da quanto disposto dalla religione di appartenenza; uguaglianza giuridica fra tutti i cittadini, irrilevante essendo a tal fine la loro diversa fede religiosa (art. 3); rispetto della libertà delle confessioni di organizzarsi autonomamente secondo i propri statuti purché non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano (art. 8, 2° co.), e per tutti, e non solo per i cittadini, tutela della libertà in materia religiosa, e cioè di credere, non credere, di manifestare in pubblico o in privato la loro fede, di esercitarne il culto (art. 19); divieto, infine, di discriminare gli enti confessionali a motivo della loro ecclesiasticità e del fine di religione o di culto perseguito (art. 20).

Il problema della laicità dello Stato, intesa come rapporto tra fenomeno religioso ed ordinamento, non può, quindi, essere risolto in termini unitari, a livello globale, anche perché lo Stato laico presuppone scelte di valore (CARDIA).

Contrastano con una soluzione unitaria le singole (e molto differenti) soluzioni date da ordinamenti di consolidata tradizione democratica (per esempio Francia, Germania, Stati Uniti ed Italia) che dimostrano la sussistenza di una varietà di posizioni.

Va rintracciato allora il fattore unificante onde poter declinare la fattispecie in esame. Tale fattore unificante non può che essere individuato in quel minimo comune denominatore che legittima le pur differenti opzioni: le differenti tradizioni culturali dei popoli.

Questo minimo comune denominatore deve, quindi, essere preso quale parametro di riferimento per valutare la sussistenza di un bilanciamento all’interno del singolo ordinamento così come considerato.

In Italia il contesto costituzionale delinea un concetto di laicità che la Corte costituzionale, sia pure in sede di obiter dicta, sentenza n. 203/1989, ha ritenuto di poter qualificare come “principio supremo dell’ordinamento” proprio in quanto non indifferente ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale.

Il principio della laicità, inoltre, deve necessariamente essere in collegamento con le altre norme, garantite anche a livello costituzionale, come l’accordo 1984 con la S. Sede che prevede l’impegno “alla reciproca collaborazione” fra Stato e Chiesa “per la promozione dell’uomo e del bene del Paese” e che contengono il riconoscimento da parte della Repubblica, del “valore della cultura religiosa” e del fatto che “i principi del cattolicesimo fanno parte integrante del patrimonio storico del popolo italiano” (FINOCCHIARO).

La storicizzazione della cultura religiosa cattolica nel senso, però, di una “sana laicità dello Stato” determina l’accoglimento dei suoi principi che vengono ad assumere una connotazione laica (LOIODICE I.) proprio perché affermati dallo Stato nella sua piena Sovranità (SPINELLI).

Sotto tale profilo, oserei dire, che c’è un’ideale linea di continuità tra i valori su cui si fonda la nostra Costituzione ed i principi cristiani che trova conferma nel recepimento, nel testo costituzionale, di ispirazioni chiaramente derivanti dalla Dottrina sociale della Chiesa cattolica (LOIODICE A.) ed in generale nel ruolo riconosciuto al cristianesimo di “fattore culturale” (HÄBERLE in tal senso richiama il Tribunale costituzionale federale tedesco da cui, però, non si discosta il nostro Giudice delle Leggi).

I valori del Cristianesimo che hanno contribuito ad alimentare i diritti della persona e ad esaltarne la dimensione sociale, al contempo, hanno alimentato la parte più viva del costituzionalismo contemporaneo (BARBERA) ed in particola modo la nostra Carta costituzionale che, nella sua accezione di manifesto, custodisce valori, ideali e simboli condivisi nella nostra società (BACCARI R.).

In tale contesto, inoltre, si può dare una lettura costituzionalmente adeguata dell’art. 8, c. 1, laddove affermandosi che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge” si sancisce che vengono garantiti a tutti non i privilegi ma le libertà.

In conclusione l’ordinamento italiano recepisce un concetto di laicità che si traduce, da un lato nella aconfessionalità dello Stato e nella separazione della sfera politica da quella religiosa (art. 7 Cost.), dall’altro nel riconoscimento del ruolo peculiare che il cattolicesimo assume nell’identità storico-culturale del Paese (CAVANA). La parità tra confessioni religiose non viene, pertanto, violata, perché è stata definita dagli artt. 7 e 8 della Cost. in questi termini (TONDI DELLA MURA).

Alla luce si tale ricostruzione la problematica connessa in Italia alla c.d. questione del crocifisso, che deve necessariamente essere collocata nel contesto storico ed istituzionale del nostro Paese, ben può essere risolta (come hanno fatto il TAR Veneto ed il Consiglio di Stato) ammettendo la presenza nello spazio pubblico di un simbolo religioso cristiano che, per i valori umani che esprime, ne identifica più di altri le peculiari tradizioni.

Per le stesse ragioni possono ritenersi giuridicamente corrette, ma non applicabili nel diritto interno, soluzioni differenti realizzate in altri contesti costituzionali (vedi ad esempio: Francia, Germani, Stati Uniti).

In tal senso sembrano potersi leggersi, ad una prima e sintetica valutazione, le condivisibili motivazioni della decisione del Consiglio di Stato (il crocifisso è atto ad esprimere, appunto in chiave simbolica ma in modo adeguato, l’origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana. Questi valori, che hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano, soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, accolte tra i “Principi fondamentali” e la Parte I della stessa, e, specificamente, da quelle richiamate dalla Corte costituzionale, delineanti la laicità propria dello Stato italiano). La decisione del Consiglio di Stato, inoltre va segnalata anche per la capacità di “ponderare” i limiti di attribuzione di competenze (cosa rara) sia laddove afferma (lasciando giustamente alle dispute dottrinarie le rispettive ulteriori analisi) che in questa sede giurisdizionale (…) si tratta in concreto e più semplicemente di verificare (…) la legittimità della esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, disposto dalle autorità competenti in esecuzione di norme regolamentari (…) e se tale imposizione sia lesiva dei contenuti delle norme fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, che danno forma e sostanza al principio di “laicità” che connota oggi lo Stato italiano, ed al quale ha fatto più volte riferimento il supremo giudice delle leggi sia quando giustamente rinvia ad altra sede la “disputa”: la pretesa che lo Stato si astenga dal presentare e propugnare in un luogo educativo, attraverso un simbolo (il crocifisso), reputato idoneo allo scopo, i valori certamente laici, quantunque di origine religiosa, di cui è pervasa la società italiana e che connotano la sua Carta fondamentale, può semmai essere sostenuta nelle sedi (politiche, culturali) giudicate più appropriate, ma non in quella giurisdizionale.

In conclusione traendo spunto dalla vicenda in esame, più che auspica(re) (e rivendica(re)) una parete bianca, la sola che alla stessa (appellante) appare particolarmente consona con il valore della laicità dello Stato, sarebbe opportuno indagare la capacità di impatto e di interfaccia che le differenti applicazioni del principio di laicità dello Stato (v. caso Francia) hanno con le sfide poste dalle società multietniche, che impongono di bilanciare l’apertura all’integrazione culturale delle popolazioni immigrate e il rispetto della loro libertà di coscienza e di religione con la prudente salvaguardia anche di quelle tradizioni nazionali che assicurano la coesione del tessuto sociale (e non solo).

In tale prospettiva la “neutralità” dello spazio pubblico può risultare non solo più discriminante della stessa presenza di simboli religiosi collettivi, corrispondenti alle tradizioni ed ai valori costituzionali tutelati dai singoli Paesi, ma soprattutto meno capace di sviluppare integrazione.

Per quanto riguarda il caso Italia, quindi, il crocifisso è atto ad esprimere, appunto in chiave simbolica ma in modo adeguato, l’origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana.

In definitiva le motivazioni addotte dal Consiglio di Stato e le conclusioni raggiunte ben si armonizzano con i principi costituzionali italiani; ma non si deve parlare di “vittoria” in quanto la pronuncia in esame, mutuandosi dalla tradizione della Corte costituzionale, deve essere letta anche come una decisione “monito” talché i principi enunciati nella nostra Carta fondamentale e riassunti nel simbolo del crocifisso non si traducano all’atto pratico in un vuoto simulacro (per usare un espressione di VOLPE G.) in enunciazioni, cioè, prive di qualsiasi valore assiologico.

(20 marzo 2006)


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