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Piccole note sul crocifisso nelle aule scolastiche

di Gabriella Galante
(ricercatrice di Istituzioni di diritto pubblico nell'Università di Teramo)

1. Le questioni di fondo, mutuate dal parere del Consiglio di Stato n. 63/1988

Dopo il noto provvedimento giudiziale del giudice aquilano, che nell'ottobre del 2003 sollevò una vivace reazione sociale ed un coinvolgimento diretto di forze politiche ed istituzioni (ord. 22 ottobre 2003, Tribunale dell'Aquila, Giudice Montanaro), un altro giudice ha assunto la decisione di rimettere alla Corte la questione della legittimità costituzionale delle norme relative all'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche (ordinanza 14 gennaio 2004, n. 56 del TAR Veneto). In attesa della decisione della Corte la discussione è quanto mai viva.

Prenderò posizione rapidamente su alcune questioni di fondo, che mi appaiono pressoché scontate, per lasciar spazio a qualche considerazione ulteriore, nata in risposta ad opinioni espresse nel corso di questo dibattito.

Assumerò, come punto di partenza, il parere del Consiglio di Stato n. 63/1988, che mi pare documento efficace perché capace, nel breve volgere di poche righe, di riassumere egregiamente quanto di meno condivisibile è possibile sostenere su questo tema.

Le asserzioni in esso contenute sono tre.

a) Non sarebbe ravvisabile alcun rapporto di incompatibilità tra le norme regolamentari concernenti l'esposizione del crocefisso nelle scuole e le norme sopravvenute.

b) Il crocefisso, <<a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendente da specifica confessione religiosa>>.

c) La presenza del crocefisso nelle aule non costituisce <<motivo di costrizione della libertà individuale a manifestare le proprie convinzioni in materia religiosa>>.

2. Sulla vigenza delle norme relative all’esposizione del crocifisso

Ora, l'incompatibilità delle norme di rango secondario, di cui si discute, dapprima con l'impianto della Costituzione e poi con la revisione concordataria, che sancisce in forma esplicita l'aconfessionalità dello stato, è talmente evidente da far ritenere che esse non siano più vigenti nel sistema. La conclusione inevitabile è dunque che, mentre il problema di opportunità politica è grande e molto ben evidente - reso ancor più manifesto tra l'altro dalla reazione sociale e politico-istituzionale che ha fatto seguito alla vicenda giudiziaria aquilana -, il problema giuridico sottoposto all'attenzione della Corte sembra semplicemente non esistere.

3. Sulla valenza culturale del simbolo

L'attribuzione al crocefisso di un valore culturale non risolve alcun problema. Se anche si ammetta che quel simbolo abbia una valenza culturale, di cui si sia arricchito nei secoli - cosa quanto meno ovvia, data anche la natura estremamente polisensa del termine "cultura" -, mai sarebbe possibile escluderne il significato religioso, con cui è invece venuto ad esistenza. La croce è simbolo chiaramente confessionale e religioso e dunque, indipendentemente da altri significati o valenze che le si vogliano riconnettere, la sua presenza continua a generare il conflitto ed a porre il problema. L'assegnazione d'una valenza culturale appare così un tentativo di difesa estremo quanto inutile, che produce a tratti peraltro un atteggiamento di arroganza culturale, quando si pretende di attribuire al simbolo - come il Consiglio di Stato ha fatto - addirittura un "valore universale".

Sembra generare contraddizione in termini, inoltre, il tentativo di modificare il riferimento concettuale proprio di ciò che è "simbolico", ossia di ciò che per antonomasia dovrebbe esprimere o evocare inequivocabilmente qualcosa.

Ma riconnettere valore culturale ad un simbolo religioso è operazione che lascia trasparire tutta l'evidenza delle motivazioni più vere e profonde che spingono a quella difesa. Viene riconosciuta al simbolo valenza culturale perché ci si avvia in un processo di difesa dell'identità culturale e, se tale è la partita, bisogna ammettere che la mossa risulta congruente. Ma qui si torna al nodo, sociale prima che giuridico, dell'ansia e del disagio generati dal senso di vulnerabilità con cui le società occidentali oramai fanno costantemente i conti.

4. Il problema di libertà di coscienza a fronte della questione della laicità dello stato

La terza sorprendente affermazione del Consiglio di Stato consiste nel non ritenere che la presenza del crocifisso violi in alcun modo la libertà del singolo a manifestare opinioni diverse in materia religiosa. L'approccio al tema delle libertà individuali è così rudimentale da non consentire di andare oltre questa semplice considerazione, che sembra non voler cogliere la vera essenza del problema.

Molte volte in questo dibattito si discute di laicità dello stato, di neutralità dello spazio pubblico, ma si omette di ricordare che, sull'altro lato della medaglia, c'è il problema della libertà di coscienza dell'individuo. Sono in totale disaccordo con chi ha dichiarato che mettere qui in campo il problema della libertà di coscienza sarebbe fuori luogo e svelerebbe una impostazione troppo individualistica e sono invece del tutto convinta che quella della libertà morale e della libera formazione della coscienza sia una questione fondamentale.

Ha ragione il giudice dell'Aquila quando sostiene che la presenza del simbolo religioso comunica implicita adesione, presume omogeneità e comunque tende a determinarla, che impone una sorta di istruzione religiosa obbligatoria, di cui non è consentito non avvalersi. Tutto ciò è aggravato dal fatto che si tratta di istituti d'istruzione obbligatoria.

Sono dunque qui presenti, pur nella peculiarità di una situazione che investe dei minori, gli elementi tipici che descrivono gli ambiti del problema di coscienza: il rischio della manipolazione, con la conseguente necessità di garanzie da condizionamenti nel momento di formazione della coscienza individuale ed il bisogno di veder rispettati i propri convincimenti interiori e di esprimere coerenza di comportamenti rispetto ad essi.

5. Identità negata?

Si obietta che, con l'eliminazione di questo simbolo, rinnegheremmo noi stessi, la nostra identità culturale, la nostra storia. Perché? La nostra identità resta inscritta prima di tutto in noi stessi, nei nostri codici interiori; poi rimane scritta nei nostri luoghi di vita, ad esempio nei nostri tessuti urbani storici, tutti e sempre raccolti intorno ad edifici di culto. La simbologia religiosa continua a trovar posto nei luoghi della contemplazione e della preghiera, in contesti e spazi di vita privata. A cosa avremo dunque rinunciato?

Piuttosto, è mantenendo il simbolo religioso nelle aule che rinneghiamo qualcosa di noi stessi. I secoli di storia lungo i quali è trascorsa la vicenda dell'affrancamento del potere politico da quello ecclesiastico; la tradizione del pensiero politico occidentale; i principi del liberalismo; la nostra natura di democrazia avanzata, pluralista ed aperta; la vicenda gloriosa quanto sofferta che ha condotto all'affermazione dei diritti di libertà del singolo in una logica dapprima astensionistica e poi sempre più partecipativa dello stato; quella sensibilità - per la verità tutta occidentale - che ci ha sospinti a maturare un sistema di libertà più compiuto, evoluto e raffinato, capace di declinare i diritti prestando attenzione ai loro risvolti interiori ed intimi e ricomprendendo in essi spazi di libertà psichica, morale, di coscienza, esprimendone così una dimensione ulteriore e più avanzata. Tutto questo neghiamo - mi sembra -, rinnegando una parte di noi stessi, della nostra storia, cultura e civiltà giuridica, in una battaglia per il mantenimento del simbolo religioso nelle aule scolastiche pubbliche anacronistica, insostenibile ed insincera, non già perché non sentita, ma perché condotta con argomenti pretestuosi.

Il paradosso, così, è che difendendo in questo modo la nostra identità culturale e religiosa, finiamo con lo smentire noi stessi.

6. La giurisprudenza pregressa sulla laicità dello stato d’ostacolo ad un accoglimento?

Qualora la Corte decidesse davvero di scendere nel merito di questa questione poco giuridica e molto politica, non ritengo affatto - come pure è stato affermato - che, per procedere ad un accoglimento, essa sia obbligata a mutare giurisprudenza su quel concetto di laicità dello stato con cui ha preso le distanze dalla laicità separatista di tipo francese, per tener conto della specificità del dato italiano.

È vero, il principio di laicità enucleato dalla Corte è prudente, tenue, di sicuro non integralista, affermato - un po' ambiguamente - nel momento stesso in cui essa decideva sulla vicenda dell'insegnamento della religione cattolica nella scuola, ma pur tuttavia esiste e non può essere totalmente svuotato di significato e tra la questione della istruzione religiosa nelle scuole pubbliche e la vicenda dell'esposizione del crocefisso c'è questa fondamentale, non trascurabile - ed a mio avviso dirimente - differenza: l'istruzione religiosa non è imposta a tutti, l'esposizione del crocifisso sì.

Il principio di laicità elaborato dalla Corte nel sistema delle sentenze nn. 203/89 e 13/91 - tenendo conto della peculiarità del caso italiano - non comporta un limite agli interventi dello stato in campo religioso, ma impedisce - questo sì! - che opportunità previste per alcuni si traducano in obblighi o limiti per altri. La consapevolezza d'essere in presenza d'una questione che da un lato sottopone il problema della laicità delle istituzioni statali e dall'altro propone il risvolto della libertà morale dell'individuo e del diritto a non subire manipolazioni della coscienza, mi induce dunque a ritenere che un eventuale accoglimento della Corte non sarebbe affatto incoerente o incongruente rispetto alla precedente giurisprudenza sulla laicità dello stato ed inoltre si disporrebbe perfettamente nel solco della pregressa giurisprudenza sulla libertà di coscienza dell'individuo.

Vi è un solo criterio precedentemente evocato nella giurisprudenza della Corte che si porrebbe in contraddizione con un accoglimento: si tratta del criterio della maggioranza, del gruppo numericamente prevalente (si veda per es. la sent. n. 58/60), che risulta fortunatamente da lungo tempo abbandonato nelle motivazioni della Corte.

Certo, la libertà religiosa nasce storicamente come garanzia prestata ad intere comunità religiose, ma ciò accadde evidentemente perché il gruppo ha una forza ed una capacità rivendicativa che il singolo non possiede. Molti secoli sono passati dalla "Mayflower", che hanno visto nascere e trascolorare la vicenda del costituzionalismo ed oggi la sensibilità personalista della nostra Carta ci avverte che le libertà appartengono innanzitutto al singolo e poi al gruppo, che la libertà religiosa e di coscienza ha preso la forma d'un diritto individuale, che la persona - non le formazioni sociali - è l'unità di misura dell'ordinamento.

7. Aule scolastiche: uno “spazio pubblico” dal carattere peculiare

Si obietta che ritenere che lo spazio pubblico si debba liberare delle identità private sia semplicistico e probabilmente l'obiezione non è priva di fondamento. Ma non è a sua volta semplicistico considerare un'aula scolastica uno "spazio pubblico" alla stregua di qualsiasi altro?

Come si può trascurare di riflettere sul fatto che quello "spazio pubblico" ospita un'istituzione statale finalizzata all'istruzione dei giovani, obbligatoria lungo il corso di anni in cui le loro personalità e le loro coscienze sono in formazione, dunque facili al condizionamento; che quella istituzione dovrebbe essere volta a fornire ad essi non verità rivelate, ma strumenti per avviarsi sulla strada, ben più faticosa, dello sviluppo di una personale capacità di critica, di analisi, di discussione e confronto; che dovrebbe fungere da guida per stimolare comportamenti ispirati alla tolleranza ed al rispetto reciproco?

Se si vuole definire un'aula scolastica, riduttivamente, "spazio pubblico", bisognerà però ammettere che si tratti di uno spazio pubblico con un certo "valore aggiunto".

(12/10/2004)


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