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Scuole pubbliche e simboli religiosi

di Giovanni Di Cosimo
(p.a. diritto costituzionale - Università di Macerata)

Non è facile affrontare una questione dai marcati risvolti latu sensu ideologici come questa dei simboli religiosi nelle scuole pubbliche. Il dibattito sulla pronuncia dell'Aquila sta lì a dimostrarlo: segnato dall'italico riflesso a schierarsi in guelfi e ghibellini e dalla scarsa capacità di introspezione e di riflessione dell'opinione pubblica nostrana su tematiche tanto delicate. Nondimeno (e per fortuna) la questione è tale da scompaginare gli assetti consolidati cosicché la linea di frattura non coincide con i tradizionali, contrapposti schieramenti.

Conviene indugiare per un attimo su questo piano pregiuridico allo scopo di sdrammatizzare il tema: non sono in discussione le sorti della confessione religiosa che si riconosce nel simbolo esposto; la mancata esposizione nei locali pubblici non comporterebbe un danno particolare, se non la perdita di una rendita di posizione, probabilmente compensata da un effetto positivo sul piano della purezza dell'immagine, se così posso dire.

Venendo agli aspetti giuridici, la questione principale è stabilire se le norme sull'esposizione del simbolo religioso sono o meno compatibili con la Costituzione. Gli altri temi sul tavolo ruotano in qualche modo attorno a questo. Penso all'individuazione del giudice competente, sia esso il giudice amministrativo in considerazione della natura regolamentare di tali norme, oppure la Corte costituzionale sul presupposto che costituiscano specificazione di successive norme legislative (come ha sostenuto da ultimo il Tar veneto nella sent. 56/2004 che ha sollevato questione di legittimità costituzionale delle norme legislative individuandole negli artt. 159 e 190 del d.lgs. 297/1994). Ma anche il tema della intervenuta abrogazione delle norme regolamentari per effetto della revisione del concordato (tesi sostenuta dal Tribunale dell'Aquila nella arcinota ord. del 22 ottobre 2003) ha tutto sommato meno rilevanza di quella della loro dubbia legittimità, posto che il Consiglio di stato (sez. II, parere 63/1988) e l'amministrazione (nota Ministro pubblica istruzione 3.10.2002) le considerano tuttora vigenti e posto che non mancano proposte volte a riproporle in veste legislativa (AC 4426 e 3182, AS 1717).

Se il problema centrale è la loro legittimità, il presupposto da cui partire è che i padri costituenti non indicarono una religione di stato, anche se sappiamo che dedicarono un'attenzione particolare alla religione cattolica (e sappiamo pure che solo nel 1984 la revisione del concordato ha tolto il riferimento alla religione di stato contenuta nei Patti lateranensi). La bontà di quella scelta è ancor più evidente oggi, di fronte alla laicizzazione della società e all'affermarsi di un più accentuato pluralismo confessionale.

Già questo basterebbe a inquadrare la questione che a me pare ormai definita (sul piano giuridico), visto che tutta una serie di parametri mostrano che su quelle pareti non dovrebbe figurare alcun simbolo religioso. Credo che la Costituzione offra chiare indicazioni per affrontare un problema di tal genere (al contrario di quel che sembra pensare il Tar Lazio, sez. I ter, sent. 4558/2002 quando riporta l'opinione del Ministero dell'interno secondo cui, in base ai princìpi costituzionali in tema di libertà religiosa, «non sussiste un obbligo né un divieto circa l'esposizione del crocifisso negli uffici pubblici in genere»).

Il primo parametro è l'eguaglianza. In conseguenza di quelle norme c'è una confessione religiosa il cui simbolo campeggia sulle pareti delle scuole; dunque, le altre confessioni, che pure hanno propri simboli, sono trattate in maniera diversa e - si direbbe - deteriore. Quelle norme differenziano in base alla religione e ciò va contro l'eguaglianza senza distinzioni di religione di cui parla l'art. 3 comma 1 Cost. (così la Cassazione, sent. 439/2000, IV sez. pen.). A fronte di una situazione simile, esistenza di varie confessioni religiose, si registra un trattamento ingiustificatamente dissimile, esposizione del simbolo di una confessione versus mancata esposizione dei simboli delle altre.

Per contestare questo punto, bisognerebbe dimostrare che in realtà la situazione non è affatto simile. A tal fine, è inutile rivolgersi alla Costituzione che - sotto questo specifico profilo - non opera (e non avalla) alcuna distinzione. Lo stesso rimando dell'art. 7 ai Patti lateranensi non cambia i termini della questione perché il concordato nulla dice in merito alla esposizione del simbolo.

Occorre piuttosto spostarsi sul piano sociologico per constatare che la confessione beneficiaria è quella con il maggior numero di aderenti. Ma così facendo si torna all'argomento numerico che è stato giustamente respinto dalla giurisprudenza perché in materia di libertà (in questo caso, religiosa) non conta il peso dei gruppi ma i diritti individuali (e non c'è bisogno di ricordare che un fondamentale corollario della democrazia liberale è che in materia di libertà non vale l'argomento numerico).

Un'altra strada per sostenere la diversità delle situazioni sottolinea il rapporto fra il simbolo e l'identità nazionale (laddove, è implicito, gli altri simboli religiosi non hanno questa caratteristica). E' la tesi del Consiglio di Stato che nel parere del 1988 sostiene che la Costituzione non ne vieta l'esposizione perché fa parte del patrimonio storico del nostro Paese. Tuttavia, questa tesi, da un lato, dice una cosa ovvia, vale a dire che quel simbolo ha un collegamento con l'identità nazionale (di passaggio: mi domando cosa, a livello simbolico, non riguardi pro quota l'identità?). Dall'altro, trascura che quel simbolo è in misura prevalente espressione di una ben precisa confessione religiosa (come ha osservato il Tar Veneto). E poi, contro la tesi del Consiglio di Stato sta anche la (mi pare risolutiva) circostanza che la Costituzione si è già posta il problema ed ha indicato nella bandiera il simbolo nazionale.

Passiamo alla libertà religiosa: la presenza del simbolo religioso nella scuola pubblica ha una ricaduta sul piano della propaganda, quanto meno nel senso che la religione del simbolo esposto ha una maggiore visibilità e quindi gode di un vantaggio "competitivo" rispetto alle altre.

E certo, la libertà negativa di religione può essere invocata da chi credente non è, visto che nella scuola pubblica ci sono tutti, anche quelli che non si riconoscono in nessuna confessione religiosa (come ha riconosciuto la Corte a partire dalla sentenza del 1979 sul giuramento dei testimoni).

A risultati non dissimili si giunge ragionando in punto di libertà negativa di coscienza, che tutela anche i non credenti. Nel nostro caso torna utile anche la libertà di formazione della coscienza per la evidente ragione che gli ambienti della scuola sono esplicitamente destinati alla formazione degli studenti (è chiaro che il problema nasce dal fatto che il simbolo è esposto nell'aula che gli studenti devono frequentare per le lezioni: motivo per cui non ha molto senso invocare l'argumentum ab absurdo secondo cui allora si dovrebbero vietare le rappresentazioni del simbolo nei palazzi storici e nelle opere d'arte).

Si potrebbe obiettare che la libertà di coscienza (intesa come libertà distinta e autonoma dalla libertà religiosa) non esiste perché la Costituzione non la cita espressamente; che si tratta di un'invenzione dei giudici, ivi compresa la Corte. Ma, a parte il fatto che abbiamo altri principi che la Costituzione non cita espressamente - come per esempio il principio di legalità - e che nondimeno nessuno dubita che siano impliciti al testo costituzionale, e a parte il fatto che anche il legislatore si è riferito alla libertà di coscienza (cfr. per es. legge 230/1998), così opinando si rinuncerebbe a un principio che può tornare utile in svariati contesti, al di là della circoscritta vicenda dei simboli religiosi, e in particolare in materia di obiezione di coscienza. Il gioco non vale la candela: per conservare quel simbolo sulle pareti si butta a mare un principio a largo spettro, che può trovare feconde applicazioni in chiave garantista.

Infine la laicità: se lo Stato sceglie di mettere sulle pareti delle scuole un simbolo di una fra le tante confessioni religiose non è più imparziale, equidistante. E sul concetto di imparzialità ha puntato la Corte negli ultimi anni quando ha dovuto dare corpo alla sua iniziale intuizione del 1989 in merito alla laicità (v. sent. 329/1997).

Anche in questo caso c'è chi ha detto che la laicità non esiste, è un invenzione dei giudici. Ma di nuovo, così si rinuncerebbe ad un principio che - come ha ricordato Rimoli - non opera solo in campo religioso. E poi, se la laicità vive nei tribunali, è perché risponde a una precisa esigenza di tutela e pare per lo meno velleitario volerla cancellare con un tratto di penna della dottrina.

(31/03/2004)


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