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Principio di laicità ed attitudine dello Stato alla autonoma determinazione di sé

di Francesco Bertolini
(Straordinario di diritto costituzionale nell’Università degli studi di Teramo)

Fenomeno religioso e laicità dello Stato

Il fenomeno religioso spiega una influenza specifica nella vita sociale, in quanto predispone per propria natura gli strumenti per una valutazione dell’assetto organizzato del corpo sociale, che opera, per così dire, dall’esterno e dall’alto dello stesso ordinamento giuridico. Per sua intima natura, nel dar luogo in particolare alle organizzazioni confessionali, esso implica l’esistenza, all’interno della società generale, di forme di organizzazioni particolari i cui componenti manifestano la appartenenza ad un ordine che pretende un rango diverso rispetto a quello politico generale. La tensione che ne deriva – che è tensione implicata naturalmente nel fenomeno religioso in quanto tale –  sarebbe stata affrontata, nel tempo, con soluzioni molto diverse fra loro, che – nell’ambito dell’occidente – spaziano dal modello del mondo antico della identificazione fra potere religioso e potere civile, al modello che è stato conosciuto nella esperienza contemporanea della radicale esclusione del fenomeno religioso da quelli riconosciuti come socialmente apprezzabili.

Nel mondo medioevale e nell’epoca premoderna,  le soluzioni sono state improntate ad una duttilità molto maggiore, la cui radice storica potrebbe essere rinvenuta nel riconoscimento – teorizzato dalla Chiesa a partire dalla fine del V secolo (Papa Gelasio, Lettera all’imperatore Anastasio, anno 494) – che potere religioso e potere civile attingono a sfere esistenziali distinte e dotate ciascuna di una propria autonomia e di un proprio intrinseco valore. Il riconoscimento, però, non solo non avrebbe impedito, ma, al contrario, avrebbe propriamente costituito la radice del carattere problematico dei reciproci rapporti, in quanto le due parti “furono sì in grado di distinguere le loro sfere di competenze, a seconda che si trattasse dell’uomo «esteriore» o di quello «interiore», ma nel rivendicare ambedue il proprio diritto sull’uomo concreto dovettero necessariamente scontrarsi” (R. Fröehlich, Storia della Chiesa, Casale Monferrato 1993, 78). Tale confronto è destinato a continuare fino a quando il fenomeno religioso ed il fenomeno politico avranno luogo, sicché può dirsi che la formula dello Stato “laico” vuole delineare il quadro complessivo di fondo entro il quale gli ordinamenti contemporanei intendono collocarlo, onde incanalarlo entro le forme che essi considerano fisiologiche e connaturate a se stessi per la  risoluzione delle relative tensioni sociali.

In questo contesto, il carattere peculiare della formula dello Stato laico sembra consistere in questo, che essa, da un lato potrebbe storicamente figurare come uno sbocco particolare prodotto dal principio della distinzione fra sfera religiosa e sfera civile: e difatti la dialettica tra sfera secolare e sfera temporale, tra fede della comunità e fede dell’individuo costituirebbero propriamente i “concetti base e paradigmi i quali … formano comunque il sostrato di ciò che sinteticamente può esser denominato l’occidente ebraico-cristiano” (S. Sicardi, Protestantesimo, potere politico, libertà di coscienza, in Diritto e società 1998, 79). Dall’altro lato, invece, detta formula si presenta come il risultato di una soluzione di continuità rispetto agli assetti concreti che la storia del mondo occidentale cristiano ha sino ad un certo momento conosciuto, intendendo segnare, deliberatamente, la distinzione fra lo Stato cristiano «unionista-confessionista» proprio dell’esperienza medioevale e dell’ancien régime e la nuova forma di Stato appunto «laico» scaturito dall’affermazione dei principi politici liberali. E difatti, intesa in questo senso, e cioè come deliberato superamento del precedente assetto proprio dell’antico regime, l’esperienza dello Stato laico nell’Europa contintentale si sarebbe in via generale “affermata e sviluppata costantemente in antitesi agli orientamenti e alle strutture della Chiesa cattolica” (C. Cardia, Stato laico, Enc. Dir., XLIII, Milano 1990, sub voce, 879, 890).

Stato laico come ricerca di fondamento solo all’interno di sé.

Il rifiuto progressivamente affermatosi dallo Stato moderno sino a quello liberale di rinvenire un fondamento esterno all’ordinamento giuridico, e la pretesa speculare ed opposta di fondare la legittimazione propria e delle proprie istanze costitutive esclusivamente all’interno di sé, sono però caratteri dell’ordinamento che non possono non avere quale ultimo effetto quello di far dipendere il rapporto fra pubblici poteri e fenomeno religioso dalle forme con le quali questo rapporto è vissuto come fisiologico e naturale all’interno dalle stesse componenti del corpo sociale. La circostanza spiega le diverse interpretazioni del principio della laicità dello Stato, le quali, pur se movendo dal presupposto comune della distinzione fra la sfera religiosa e quella civile, giungono poi a predicare il concetto in termini differenti. Le istanze più pregnanti di separatismo liberale – che nella costituzione italiana si fondano in particolare sul disposto degli articoli 8, primo comma, 19 e 20 – sembrerebbero quindi, da un lato, avere implicato uno svolgimento del principio di laicità in un senso radicalmente neutralista nei confronti non soltanto del fenomeno religioso, ma finanche delle svariate possibili concezioni dell’esistenza, anche non religiosamente fondate, e comunque delle manifestazioni di ogni natura del sentimento interiore. Difatti, la completa equiparazione delle manifestazioni del sentimento religioso ad ogni altra espressione di sentimento interiore, proprio in quanto unita al principio della indifferenza dello Stato verso le fedi religiose, doveva condurre, per forza sua propria, ad una sorta di necessaria “neutralità degli apparati pubblici dinanzi alle istanze emergenti di tempo in tempo dalla comunità” a prescindere dalla loro intrinseca natura e dal loro contenuto (F. Rimoli, Laicità (dir. cost.), Enc. Giur., vol. XVIII, Roma 1995, sub voce, 2). Dall’altro lato, la valorizzazione del principio pluralista ed il recupero del specificità del fenomeno religioso in quanto tale – che nella costituzione italiana si alimentano in particolare sul disposto degli articoli 7 e 8, secondo comma  – avrebbero invece determinato “il passaggio dalla concezione negativa della libertà religiosa … ad una concezione eminentemente positiva” con il conseguente intervento fattivo dello Stato  nella regolazione degli istituti attraverso i quali si estrinseca la religiosità dei consociati tramite “una legislazione sempre più attenta e minuziosa … che da un lato attiva a livello comunitario le libertà dei singoli e dall’altro legittima le diversità, religiose ed ideologiche” (Cardia, op. cit.), implicando necessariamente non la neutralità dell’ordinamento, ma invece la sua apertura al radicamento di valori per la qualificazione dei suoi scopi (S. Mangiameli, La «laicità» dello Stato tra neutralizzazione del fattore religioso e «pluralismo confessionale e culturale», in Diritto e società 1996, 51).

Le due letture potrebbero indicare la difficoltà di accedere ad una determinata visione del principio di laicità prescindendosi da una valutazione del fenomeno religioso in sé e per sé considerato, le conclusioni divergendo a seconda che si ritenga che da esso derivi un apporto prezioso per lo svolgimento della vita associata e per la stessa evoluzione dell’ordinamento giuridico, ovvero si rinvenga in esso in via preminente un fattore di potenziale instabilità e di divisione sociale.  Per quanto lo stesso principio della neutralità religiosa possa assumere significati diversi – come l’esperienza separatista nordamericana sembrerebbe dimostrare – non ci si sottrae alla sensazione che molti richiami alla neutralità finiscano appunto per implicare la premessa che “le scelte religiose della persona sono senz’alcun dubbio legittime, ma assumono una loro rilevanza solo nell’ambito privato, senza trascendere (e a condizione che non trascendano) nel pubblico e nel socialmente rilevante” (A. Bettetini, Sulla relazione fra religione, diritto canonico e diritto politico in una società dopo-moderna, in Il diritto ecclesiastico 2003, 903 ).

Di contro la laicità intesa come attitudine dello Stato a favorire l’esercizio della libertà religiosa e di culto sembra talvolta passare per una sorta di svalutazione della attitudine della comunità civile a fornire autonome risposte di senso alle questioni che pone la vita associata, donde la necessità del recepimento di soluzioni elaborate negli ambiti delle comunità confessionali.

La conclusione che le diverse concezioni della laicità non sarebbero in realtà neutre rispetto al fenomeno religioso sarebbe rilevante anche per la considerazione dei punti critici delle relative costruzioni logiche, in quanto la formula dello Stato laico come Stato “neutrale” pone il problema della adesione sostantiva dell’ordinamento alla relativa concezione dell’individuo, problema che si risolve, invece, presupponendosi una visione fondata appunto sul postulato individualistico-liberale; mentre, dall’altro lato, la tesi della laicità come riconoscimento “attivo” del pluralismo religioso pone in ombra il problema della inconciliabilità delle visioni del mondo che dalle diverse fedi possano discendere, problema che si risolve, invece, presupponendosi che il confronto non possa che condurre al riconoscimento dell’esistenza di una verità data sull’uomo, che, in quanto tale, deve valere per tutti.

La laicità come principio supremo dell’ordinamento costituzionale

Della diversità di ricostruzioni non può non risentire la laicità in quanto principio supremo dell’ordinamento costituzionale, in quanto, se da un lato, il suo carattere di limite invalicabile rende auspicabile la individuazione puntuale del contenuto, dall’altro lato la stessa natura di principio supremo opera quale elemento ostativo ad una tale compiuta delineazione. Accolti nella costituzione al fine proprio di fondare ogni ulteriore svolgimento normativo, i principi supremi non possono trovare sopra sé stessi alcuna regolazione in grado di fornir loro giustificazione, e devono ricercare il proprio fondamento nell’ordine naturale e metagiuridico nel quale la costituzione affonda le sue radici, nei fini basilari e valori predominanti coltivati all’interno del corpo sociale, dei gruppi e delle forze che intimamente lo animano. Dovendo continuamente ricercare la propria ragione nel complesso delle opzioni il cui confronto costituisce la trama del vivere sociale, i principi supremi finiscono per costituire il punto di contatto fra costituzione materiale e costituzione formale, conseguendone il carattere impalpabile della linea di demarcazione fra atto di conoscenza giuridica e atto di volontà politica nella determinazione del loro contenuto, in un contesto nel quale come il riferimento al principio costituzionale diventa un elemento necessario del confronto politico-sociale, così il riferimento ai valori della vita reale opera quale elemento della interpretazione costituzionale. Anche per via del fatto che il principio di laicità viene indirettamente dedotto da una articolata serie di disposizioni costituzionali aventi un contenuto svariato, la conseguenza è che la nozione della laicità come principio supremo non può non risentire fortemente dei modi concreti con cui nella collettività, nei singoli e nei gruppi che la compongono, viene avvertita la rilevanza del fenomeno religioso, il posto che esso deve occupare nella vita sociale, il senso dei rapporti fra i fedeli delle diverse confessioni fra loro, dei rapporti dei credenti con i non credenti e con la comunità nel suo insieme organizzata a Stato.

Anche l’invito di Giovanni Paolo II ad inserire nella costituzione europea il riferimento alle radici cristiane del continente andrebbe letto in questa luce. Esso, difatti, non vorrebbe valere soltanto quale richiesta di una determinata formulazione costituzionale, ma anche quale testimonianza del carattere vivo del sentimento cristiano europeo, e come sollecitazione al contempo rivolta ai fedeli affinché questo sentimento continui ad innervare le comunità dei popoli dell’Unione.

Laicità e  legge sulla procreazione medicalmente assistita

Ne viene naturalmente interessata, infine, la soluzione delle diverse questioni che interrogano il principio di laicità, poiché la legittimità della pretesa dei singoli credenti e delle relative confessioni religiose di influire sui contenuti della legislazione sarà valutata ben diversamente a seconda che si intenda la formula dello Stato laico come rigorosa neutralità della sfera pubblica rispetto alle opinioni religiose, ovvero come apertura dello Stato agli apporti di senso sulle questioni fondamentali che il sentimento religioso può fornire. Delle diverse questioni concrete che hanno recentemente vivacizzato il dibattito in Italia, sembrerebbe che quella relativa alla legge “in materia di procreazione medicalmente assistita” sottoponga in particolare a tensione la concezione della laicità come neutralità della sfera pubblica rispetto alle opinioni religiose dei singoli. E difatti, il riconoscimento che, per propria natura, ogni decisione si traduce in una scelta compositiva di interessi secondo una gerarchia di esigenze e di valori autonomamente fatti propri dagli organi competenti, chiarisce il significato proprio del principio dello Stato laico, quale comunità organizzata che, movendo dalla recisione dei legami storici particolari coltivati con la Chiesa cattolica, non riconosce più, né ad essa, né ad altri soggetti o enti operanti all’interno o all’esterno da sé, il compito di individuare la scala degli interessi e dei valori da tutelare all’interno dell’ordinamento, essendo tale opera di discernimento riservata alle stesse istituzioni pubbliche, quali esponenti di una comunità esistenziale soggettivamente distinta dalle diverse comunità operanti nel corpo sociale. La costituzione fonda sì da un lato, il principio dell’autonomia dei singoli e dei loro gruppi, la relativa potestà di autoorganizzazione e di indirizzo dei comportamenti degli aderenti secondo le opzioni prescelte, ma anche, allo stesso tempo, e proprio per il riconoscimento della indipendenza reciproca dei relativi ordinamenti, fonda il principio della competenza dello Stato nell’opera di regolazione della vita dei suoi consociati pure in settori tradizionalmente interessati da valutazioni etiche, religiosamente motivate o meno, ove ne ravvisi la necessità o l’utilità secondo gli interessi pubblici ritenuti meritevoli di tutela, restando del pari di competenza dei pubblici poteri la valutazione sul punto della previsione, nel caso, degli specifici istituti della obiezione di coscienza.

Poiché peraltro la comunità statuale, a differenza degli ordinamenti confessionali, non pretende di rinvenire un proprio fondamento diverso dal consenso e dal sostegno continui dei singoli e dei gruppi che compongono il relativo corpo sociale, ne consegue che è in essi che le pubbliche istituzioni devono ricercare la giustificazione ed il senso delle singole decisioni adottate, secondo un grado di partecipazione delle forze sociali al processo della decisione pubblica che è man mano più incisivo in corrispondenza del grado della decisione medesima. Le decisioni pubbliche non possono dunque non riflettere le opzioni di senso coltivate all’interno del corpo sociale, e se il processo decisionale è costruito in forme tali da consentire il confronto e favorire la sintesi delle diversità fisiologicamente esistenti al riguardo, ciò non significa necessariamente la ricerca di un compromesso, bensì esprime la fiducia dell’ordinamento che un tale libero e pubblico confronto – svolto con onestà di intenti – costituisca il procedimento adeguato per la ricerca comune del vero e del buono da perseguire in ogni momento considerato.

Certo, il riconoscimento del principio pluralistico nell’ordinamento esige da parte dei consociati, in altissimo grado, rispetto delle altrui appartenenze particolari, proprio perché è naturalmente insita nelle stesse una sorta di pressione socialmente organizzata nei confronti delle pubbliche istituzioni perché orientino l’azione dei pubblici poteri nel senso giudicato conforme ai propri interessi ed alla propria concezione della vita in comune. Ma una tale influenza, poiché non rivolta a riempire meccanicamente le decisioni pubbliche di contenuti stabiliti altrove, bensì rivolta ben diversamente a costituire il substrato materiale della concorrenza delle forze sociali alla autonoma adozione da parte delle istituzioni pubbliche delle diverse regolazioni di loro competenza, non può essere vista come un affievolimento del principio della laicità, bensì propriamente come il naturale svolgimento di corollari della forma di Stato laico a democrazia pluralistica.

Laicità e affissione del crocifisso nelle aule scolastiche

La questione della costituzionalità della disciplina normativa sulla affissione del crocifisso nelle aule scolastiche mette invece alla prova la concezione della laicità come fattiva cooperazione dello Stato nella soddisfazione dei bisogni religiosi dei credenti delle diverse confessioni, proprio in quanto, prescrivendo la presenza in edifici pubblici del simbolo di una sola confessione religiosa, tale disciplina determinerebbe una posizione di favore incompatibile non soltanto con la neutralità quanto piuttosto con la stessa imparzialità dello Stato nei confronti delle confessioni religiose. In concreto la vicenda si è presentata in termini ancor più aggrovigliati di quanto i nodi che la compongono avrebbero di per sé soli implicato, sia a  causa della normativa risalente ad epoca precostituzionale, sia a causa dei modi con cui la rimozione del crocifisso è stata richiesta, che hanno finito per farla avvertire da un largo strato della popolazione come una sorta di aggressione ai suoi valori e riferimenti religiosi tradizionali.

La decisione dello Stato di depurare o meno dei riferimenti simbolici, religiosi o di altra natura, i luoghi ove si svolge la vita pubblica non può non formarsi sulla base della sua storia e delle concrete condizioni sociali nelle quali si svolge la vita dell’ordinamento. Non sembra che la costituzione vieti alle pubbliche istituzioni di avvalersi di un linguaggio simbolico, il problema di conformità costituzionale riguardando piuttosto i contenuti del simbolo. Il carattere necessariamente unitario del simbolo indica  però l’importanza attuale che la collettività deve annettere ad esso per giustificare e sostenere la sua esposizione, non soltanto in quanto simbolo religioso, ma anche come portatore di significati cui si annette valore preminente, tanto sotto il profilo del messaggio ideale che esso esprime, quanto sotto il profilo del riconoscimento dell’apporto della relativa fede nell’edificazione della vita pubblica. Il carattere religioso del simbolo, inoltre, rimandando per sua natura ai principi della libertà religiosa e del pluralismo confessionale, non può pregiudizialmente ostare – a pena di una dichiarata rinuncia al principio della laicità – alla esposizione di simboli di altre fedi religiose o di altre convinzioni ideali o filosofiche, qualora queste abbiano saputo dimostrare, nel tempo, una pari fecondità di apporti ed una pari espressione di valori significativi per la vita della Nazione, a partire da quelli accolti e protetti nella sua legge fondamentale.

Così intesa, la previsione della esposizione del crocifisso in pubblici locali, pur se forse contrastante con una nozione della laicità intesa come rigorosa neutralità dello Stato verso le fedi, non contrasta necessariamente con la diversa concezione della laicità che non preclude il riconoscimento del valore e del rilievo del fenomeno religioso nella sfera pubblica, ferma restando la necessità di verificare il valore attuale che la collettività annette ai significati espressi nel suo complesso dal simbolo, nonché l’inesistenza di una pregiudiziale chiusura verso simboli significativi di altri apporti rilevanti e avvertiti come comuni in ragione del relativo contenuto.

Stabilire che la costituzione non impedisce, in questi termini, l’esposizione di un simbolo religioso in locali pubblici, significa consentire che le relative, delicate e significative valutazioni siano riversate in decisioni discrezionali degli organi esponenziali della comunità, adottate sulla base del terreno comune alle diverse concezioni della laicità che si sono raffrontate, terreno comune che pare esistente sia sul versante del riconoscimento fondante del pari valore e della pari dignità di ciascun individuo quali che siano le sue opzioni di senso sulla vita, sia sul versante del riconoscimento della attitudine della comunità organizzata a Stato a determinarsi in autonomia nella scelta dei propri riferimenti di vita.

(26/04/2004)


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