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Il fine giustifica i media

di Andrea De Petris
(Dottore di Ricerca in Teoria dello Stato e Istituzioni Politiche comparate, Università "La Sapienza", Roma)

La Corte Suprema della California ribalta con una propria sentenza la decisione della Corte d’Appello dello Stato sul caso Intel vs. Hamidi, concludendo una vicenda giudiziaria iniziata nel 1995 tra l’azienda informatica Intel e il suo ex dipendente Kourosh Kenneth Hamidi (v. la descrizione del fatto in De Petris, Internet e libertà d’espressione – Una relazione pericolosa?, su questo sito).

La Corte d’Appello della California aveva confermato la sentenza di primo grado, riconoscendo nell’invio effettuato tra il 1995 ed il 1997 di sei messaggi e-mail a dipendenti della Intel da parte di Hamidi il reato di Trespass to chattels, una particolare forma di Trespass in cui la violazione indebita della proprietà privata arrechi alla stessa anche danni o deterioramenti.

Nei suoi messaggi Hamidi aveva criticato la Intel per trattamenti occupazionali considerati iniqui e offrendo l’assistenza legale dell’associazione di cui era membro (FACE-Intel, Former and Current Employees of Intel) a chi tra gli attuali dipendenti della Intel si fosse trovato in situazioni simili alla propria.

La contestazione della Intel riguardava non tanto l’uso non autorizzato da parte di Hamidi di caselle di posta elettronica dell’azienda (caso che configurerebbe una semplice violazione della proprietà privata tout court), ma soprattutto il contenuto dei messaggi inviati, giudicati come la causa del danno arrecato alla sua proprietà, consistente sia nella demoralizzazione e conseguente perdita di produttività del personale, che nelle misure tecniche assunte per tentare di bloccare le comunicazioni incriminate.

In realtà, la causa intentata da Intel si estrinseca su due piani, per poi ricongiungersi nella richiesta di applicazione del rimedio previsto per il Tort di Trespass to chattels: da un lato l’utilizzo da parte di Hamidi delle caselle elettroniche del sistema informatico interno dell’azienda, e dall’altro l’asserzione che quei messaggi, polemici verso l’azienda, avessero provocato in alcuni una demotivazione legata alla presunta incertezza del proprio posto di lavoro, tradottasi in un calo di produttività del personale stesso ed in un conseguente danno economico per l’impresa informatica.

Riguardo al primo aspetto, la sentenza non ravvisa da parte di Hamidi violazioni o danneggiamenti delle barriere di sicurezza telematiche innalzate dalla Intel per farlo desistere dalla sua iniziativa, e sottolinea come ciascuna delle sei comunicazioni offrisse la possibilità a chi lo desiderava di essere cancellato dalla lista dei destinatari delle mails per l’avvenire. Né le comunicazioni causarono danneggiamenti materiali alla rete informatica interna, o limitarono la possibilità della Intel del suo libero utilizzo. Hamidi ammise solo di essere riuscito ad eludere le barriere informatiche della Intel con vari espedienti (ad es. inviando le proprie comunicazioni da terminali diversi), ma sempre senza arrecare danno al sistema di computer, ed utilizzando le informazioni contenute in un floppy disk fattogli pervenire a suo dire in modo anonimo per comporre la propria mailing-list di dipendenti: la controparte non fornì comunque prove contrarie a questa asserzione. A ciò si aggiunga che la Intel aveva comunque consentito ai propri dipendenti l’utilizzo delle e-mail aziendali non solo per finalità esclusivamente interne, ma anche per ricevere comunicazioni esterne e a carattere privato da altri soggetti presenti su Internet.

Hamidi, dunque, utilizzò i terminali telematici della Intel – sia pure non essendovi stato autorizzato – come strumento per comunicare con i suoi ex colleghi: la rete informatica interna dell’azienda rappresenta cioè nella vicenda solo il mezzo scelto da Hamidi per far pervenire agli effettivi destinatari le proprie mails, e nulla di più. Prima di pervenire alla seconda parte della questione, ricordiamo che, affinché possa configurarsi il reato di Trespass to chattel ipotizzato dal ricorrente, sia necessario che l’introduzione in una proprietà privata causi alla stessa danneggiamento o malfunzionamento che non possa essere arrestato se non con un’ingiunzione dell’autorità giudiziaria.

La Intel ha sistematicamente ribadito di ravvisare il danno subito nel generale clima di incertezza riguardo al proprio posto di lavoro e alla  demoralizzazione che avrebbe colpito vari dipendenti, con presunta diminuzione della loro produttività, successivamente alla lettura dei messaggi spediti da Hamidi: per ammissione della stessa Intel, dunque, l’illiceità del comportamento di Hamidi non consisterebbe (tanto) nell’invio di messaggi non autorizzati al sistema informatico, ma piuttosto nel contenuto critico dei messaggi stessi. Ciò che si persegue, pertanto, è la censura di comunicazioni, contenenti osservazioni critiche nei confronti del loro datore di lavoro indirizzate ai propri dipendenti, da parte di un soggetto esterno: il fatto che questi lo faccia attraverso la rete di computer interna dell’azienda è un fatto meramente secondario, quanto meno nella fattispecie di reato ipotizzata nel giudizio in questione.

Nel caso in esame, i beni di proprietà del ricorrente sono i computer della Intel e questi, a detta della stessa Intel, non hanno subito danneggiamenti dalle e-mails inviate da Hamidi. Sono i dipendenti della Intel ad aver subito conseguenze dalle comunicazioni ricevute, ma, ricorda opportunamente la Corte citando una giurisprudenza precedente, i dipendenti non sono proprietà dell’azienda: qualunque possa essere l’interesse della Intel nel prevenire i propri dipendenti dal ricevere comunicazioni negative, non si tratta di un interesse collegato alla proprietà privata, e dunque quello previsto per Trespass to chattel non è il rimedio appropriato per proteggerlo. Nell’inviare le sue e-mail, Hamidi non ha fatto altro che servirsi del sistema di comunicazioni telematiche approntato dall’azienda per comunicare con i suoi ex colleghi, senza con ciò arrecare alcun danno al funzionamento della rete stessa.

Andando oltre il caso contingente, la Corte Suprema della California si domanda nella sentenza fino a che punto sia possibile estendere rimedi giurisprudenziali sorti per regolare fattispecie proprie della realtà materiale, concreta, reale, ad un contesto virtuale come quello del cyberspazio, nel quale si ravvisano inoltre interessi e bisogni differenti, da contemperare con estrema cautela con le esigenze che l’ordinamento giuridico tende abitualmente a riconoscere.

Nel rifiutare l’estensione del rimedio di trespass to chattel alla vicenda in oggetto, la Corte riconosce infatti che ad essere in gioco non è solamente la pretesa inviolabilità – di per sé assolutamente legittima - di un sistema informatico privato, ma soprattutto la possibilità di restringere la libertà di comunicare messaggi personali via Internet: con l’ufficiale motivazione di proteggere la proprietà privata, dunque, si rischierebbe di giustificare una censura della comunicazione telematica attraverso un espediente apparentemente tecnico in una porzione della Rete. In altre parole, attraverso un condizionamento del mezzo (il flusso di elettroni attraverso il quale si muove la comunicazione su Internet), si finirebbe di fatto per controllare il messaggio (ovvero i contenuti che il mittente, attraverso quel flusso di elettroni opportunamente decodificato, mira a far pervenire al suo destinatario).

Come molti sanno, il termine “Internet” significa “Rete delle reti”: con ciò si intende una realtà articolata, composta di vari ambiti, sia pubblici che privati, ma tutti inevitabilmente connessi tra loro, e proprio in questa connessione incoercibile si sostanzia la sua peculiarità, la sua forza, la sua democraticità, fino a quando la comunicazione resta libera di raggiungere ogni angolo di tale realtà senza vincoli censori. Una separazione di Internet tra “reti pubbliche” e “reti private”, con la conseguente pretesa di una legittima delimitazione degli spazi di libera circolazione degli elettroni o (ciò che in tale contesto è lo stesso) del messaggio che essi portano, ne avvierebbe uno snaturamento irreparabile, e probabilmente un annientamento irreversibile, da cui la sentenza della Corte californiana ci tiene al riparo – per il momento.

(24/07/2003)

N.B. Documenti e materiali sulla vicenda possono essere rinvenuti anche sul sito di Hamidi: www.intelhamidi.com


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