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L'insostenibile pubblicità dei lavori parlamentari (a proposito dei pianisti)

di Michela Manetti
(Straordinario di diritto costituzionale nell'Università di Siena)

1.Nella seduta del 6 novembre u.s. il Presidente del Senato ha tracciato la distinzione tra il senatore "autenticamente pianista" e colui che sostituisce nel voto il collega presente in Aula. Mentre il primo terrebbe un comportamento deprecabile, e passibile di sanzione disciplinare, il secondo non commetterebbe illecito, né invaliderebbe il voto così espresso.

Sembra che il fondamento di tale distinzione vada rintracciato nella deliberazione adottata dal Consiglio di Presidenza l'11 luglio 2002 (" Normativa in tema di disciplina della ritenuta sulla diaria per assenze nonché sul fenomeno delle votazioni "sostitutive" "), in base alla quale il Presidente dispone il ritiro della tessera di votazione, allorché essa risulti utilizzata "nonostante l'assenza in Assemblea del senatore titolare". Da ciò si desumerebbe appunto che quando il senatore stesso si trova in Aula, l'uso della sua tessera da parte di altri è consentito.

In tal modo, una disposizione dettata per scoraggiare, sia pure blandamente, il "pianismo" , viene usata al fine di legittimarlo, avvalorando l'idea che esso sia vietato solo quando avviene in contrasto con la volontà del sostituito - il che rappresenta più che altro un caso di scuola -.

In ogni caso, come ha rilevato Leopoldo Elia, questa interpretazione priva la disposizione in esame di qualsiasi rilievo pratico, dal momento che nel brevissimo tempo a disposizione per la votazione elettronica nessuno riuscirebbe a stabilire se il titolare della tessera è in altra parte dell'Aula, o fuori di essa.

Fatto sta che a termini della sentenza n. 379 del 1996 la distinzione tracciata dal Presidente del Senato è perfettamente valida, o meglio deve presumersi tale, al pari della dichiarazione con la quale egli ha dichiarato la legittimità del procedimento di approvazione della legge "Cirami", nonostante l'intervento dei pianisti. Entrambe queste valutazioni, secondo la Corte costituzionale, ricadono infatti nell'autonomia dell'Assemblea - nonostante la deviazione dal principio costituzionale di personalità del voto, e a prescindere dalla "fonte" nella quale essa si esprime : il regolamento parlamentare, la delibera del Consiglio di Presidenza, la prassi, o l'episodica volontà dell'Assemblea e dei suoi organi -.

Su queste basi, il richiamo della Corte al senso di responsabilità delle Camere - con cui si concludeva la stessa sentenza - non poteva che rivelarsi illusorio. La scelta non tanto di ribadire, quanto di rifondare consapevolmente alla luce della Costituzione repubblicana, nei termini dell'alternativa tra legalità-giurisdizione e autonomia delle Camere, una dottrina che rimonta agli albori del parlamentarismo, mostra oggi tutta la sua miopia.

 

2.La "verità" dell'Assemblea - che nello schema degli interna corporis è manifestazione del suo prestigio - si misura ora con l'"evidenza" immediata e omnidiffusiva di un filmato televisivo.

Logico che la diffusione del filmato sia intesa da molti membri delle Camere come un attentato alla sacralità dell'Istituzione, come una bieca manifestazione di antiparlamentarismo. E difficile condividere le ragioni di altri membri, che non hanno contestato le votazioni al momento opportuno, per servirsi poi della pubblicità che la trasmissione televisiva aveva assicurato. (E' chiaro infatti che solo con la vigilanza costante di tutti i parlamentari il "pianismo" può essere contrastato, denunziandolo al momento del voto).

E' ormai risaputa, del resto, la capacità manipolatoria del medium usato, o più banalmente la decontestualizzazione che qualsiasi avvenimento, intimo o pubblico che sia, subisce nel divenire immagine teletrasmessa. Anche se sarebbe superficiale, da parte dei soggetti politici, trascurare il fatto che "Striscia la notizia" ha ricevuto proprio in questi giorni un premio per la sua opera informativa.

In realtà, sembra che le Assemblee non possano temere le riprese televisive, come fonte di discredito, e al tempo stesso ricorrervi o accettarle, quando esse riescono ad enfatizzarne il ruolo (ultimo esempio eclatante, la trasmissione del discorso tenuto dal Pontefice alle Camere riunite). Esse debbono piuttosto dimostrare che il Parlamento è sempre in grado di sostenere il peso della pubblicità, che gli è coessenziale.

A tale scopo non appare congrua l'incriminazione dei pianisti a norma del codice penale, che sembra voler piegare ad un "uso alternativo" disposizioni aventi tutt'altra natura e funzione.

Si tratta invece di riconoscere semplicemente che i pianisti violano la Costituzione (sia o meno presente in Aula il sostituito), e di impedire con tutti i mezzi che ciò avvenga : al limite, con l'introduzione del voto tramite il rilevamento delle impronte digitali (sistema di controllo ultimamente invocato per altri soggetti, che pure debbono presumersi "galantuomini", fino a prova contraria), e in mancanza, con la dichiarazione di incostituzionalità delle leggi viziate.

In alternativa, le Assemblee potrebbero vietare le riprese televisive delle sedute, sancendo esplicitamente la prevalenza della loro "verità", e insieme il distacco dell'istituzione Parlamento dalla modernità (ormai, dalla post-modernità). Ritornando direttamente alle origini degli interna corporis, quando il Parlamento inglese puniva come breach of privilege la riproduzione a stampa dei dibattiti e dei procedimenti parlamentari avvenuta ad opera di estranei all'Assemblea : non solo per timore di travisamenti, ma anche per non subire la "pressione della pubblica opinione".

(18/11/2002)


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