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Disinvolte "sciabolate" politiche

di Beniamino Caravita
(Professore ordinario di istituzioni di diritto pubblico nell'Università La Sapienza di Roma)

(26 febbraio 2002)

Il prof. Leopoldo Elia, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, interviene nel sito dell'Associazione su una grande pluralità di temi politico-istituzionali, in cui il dato comune sarebbe dato dal fatto che "la regola costituzionale , o meglio, la sua osservanza, viene concepita sempre più come un optional, cui si può deferire o meno secondo convenienza e opportunità".
I temi toccati sono tanti e, volendoli minimamente approfondire, sarebbe necessario uno spazio ben maggiore di una pagina e mezza e non è questa la sede. Ma è proprio vero che il dato che accomuna alcuni (molti, tutti?) eventi della attuale fase, differenziandola da altre, è la mancata osservanza delle regole costituzionali? Se non vogliamo fare di ogni erba un fascio, scegliendo però le erbe secondo la propria personale preferenza e sistemandole nel modo più gradito, credo proprio di no o comunque non più di altri (aurei?) periodi.

Iniziamo a dare uno sguardo, partendo dalla presunta "mancata copertura, secondo diritto vigente, di 13 seggi di deputato". Elia sottace - certo, per dare rapidità e incisività al suo scritto - il fatto che il "diritto vigente" è costituito da una disposizione contenuta in un regolamento governativo (pur controfirmato dall'attuale Capo dello Stato, allora Presidente del Consiglio): credo che nessuno possa dubitare del fatto che in materia elettorale esiste una riserva di legge assoluta, tale per cui tutte le scelte (anche quella relativa al numero degli scrutatori) devono essere assunte dalla legge; come pensare allora che la decisione parlamentare sulla distribuzione dei seggi - che costituisce il cuore delle scelte elettorali - possa esser effettuata applicando un atto subordinato alla legge? Per evitare il blocco - che pur si va prefigurando - occorrerebbe, con serenità, trovare criteri già presenti nella legge elettorale e da essi prendere le mosse.

Quanto alla mancata elezione dei due giudici costituzionali - responsabilità che ricade su tutta la classe politica - si tratta di un fenomeno grave, gravissimo, ma non isolato nella storia costituzionale della nostra Repubblica. Pur se su tutte le questioni è sufficiente che la Corte sieda con almeno undici giudici e le decisioni assunte da tredici o dodici giudici non sono meno legittime di quelle assunte da quindici o quattordici giudici, è comunque vero che la politica dovrà porsi seriamente il problema di come rispondere al forte invito del Presidente Ruperto.

Quanto al Titolo V, chi scrive queste notarelle condivide la necessità di interventi attuativi della riforma del Titolo V, che oggi è la Costituzione vigente, tanto da aver richiamato, a tal fine, anche l'obbligo di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione. Non ci si può però nascondere il fatto che raramente si era visto un testo costituzionale scritto in maniera così scombinata come il testo uscito, con il voto favorevole della sola maggioranza di centro-sinistra, dal Parlamento della XIII Legislatura; e di questa difficoltà di attuazione partecipa la problematica integrazione della Commissione Bicamerale per le questioni regionali e anche da essa derivano "le gravi avvisaglie di tendenze neocentralistiche", notate da Diamanti. Forse è, allora, da chiedersi se l'attuazione della riforma costituzionale appaia oggi straordinariamente complessa e difficile, non tanto per cattiva volontà, quanto per la complessiva fragilità dei sistemi politici e amministrativi regionali, non in grado di sopportare tutte le competenze loro affidate sulla carta. E, ancora, forse è egualmente da chiedersi se la strada preferibile non sia quella di un regionalismo asimmetrico e differenziato, tanto aborrito dai teorici del cd. "regionalismo cooperativo", poche essendo le Regioni in grado di svolgere adeguatamente competenze e funzioni traslate dalla riforma del Titolo V. Domande delicate, alle quali devono essere date risposte ponderate, operando per la ricerca di soluzioni condivise tra (attuale) maggioranza e (attuale) opposizione, tra centro e periferie.

Quanto al pluralismo televisivo, è auspicabile che la nomina nel Consiglio di Amministrazione della televisione pubblica di un Presidente Emerito della Corte costituzionale possa soddisfare le esigenze espresse nella importante giurisprudenza costituzionale in tema televisivo e i richiami al pluralismo informativo effettuati dal Capo dello Stato.

Di alcune questioni, infine, vorrei poter parlare come professore di diritto pubblico, e non lanciando o raccogliendo slogans: ma, in un paese in cui un quotidiano ha l'ardire di pubblicare l'esito di un sondaggio sul fatto se la Svizzera abbia fatto bene o meno a non ratificare (rectius, a non effettuare lo scambio delle ratifiche) del trattato sulle rogatorie internazionali (spero, facendo porre la domanda da un professore di diritto internazionale in grado di spiegare almeno cosa vuol dire "ratifica", "scambio degli strumenti di ratifica", "rogatoria"), è evidente che ci sono argomenti in cui le posizioni dottrinali appaiono inevitabilmente destinate ad essere lette in funzione delle appartenenze di schieramento.

Dietro le "sciabolate" di Leopoldo Elia appaiono, appena dissimulate, chiare valutazioni politiche. Ma, al di là delle evidenti (e legittime, spero per tutte le parti) differenze di giudizio, l'interrogativo di fondo è se il sito Internet dell'Associazione Italiana dei Costituzionalisti (che è e deve rimanere "casa comune" di tutti i professori ordinari di diritto costituzionale) debba essere il luogo dello scambio di disinvolte "sciabolate" politiche ovvero la sede della riflessione scientifica - anche se non paludata - sulle delicate, complesse, articolate questioni, che si agitano nei nostri tempi nella realtà istituzionale italiana e europea.

 


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