Attività | Organizzazione | Link | Redazione web e cont@tti
Home
Associazione Italiana dei Costituzionalisti
 
Cronache

 

Home :: Cronache :: Giurisprudenza costituzionale

Intervento della Corte costituzionale in materia di reati elettorali

di Andrea Ridolfi - andrerid@libero.it
(Dottore di Ricerca in Teoria dello Stato ed Istituzioni Politiche Comparate ed Assegnista di ricerca in Diritto Pubblico Comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)

Con la sentenza n. 394/2006, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 100, comma 3, del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione della Camera dei deputati), come sostituito dall’art. 1, comma 1, lettera a), della legge 2 marzo 2004, n. 61 (Norme in materia di reati elettorali), e dell’art. 90, comma 3, d.P.R. 16 maggio 1960, n. 570 (Testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle Amministrazioni comunali), come sostituito dall’art. 1, comma 2, lettera a), numero 1), della legge n. 61/2004. Come è noto, il d.P.R. n. 361/1957 ed il d.P.R. n. 570/1960 prevedevano due diverse figure di reato, concernenti rispettivamente il falso documentale relativo alle elezioni politiche e quello relativo alle elezioni amministrative, assoggettati ad una sanzione diversa (la reclusione da 1 a 6 anni nel caso delle elezioni politiche; la reclusione da 2 a 5 anni nel caso delle elezioni amministrative; qualora, però, il reato fosse stato commesso da un appartenente all’ufficio elettorale, era prevista, in entrambi i casi, la reclusione da 2 ad 8 anni, oltre al pagamento di una multa). La legge n. 61/2004 ha innovato sul punto, enucleando dalle figure di reato già previste una nuova fattispecie criminosa, e cioè la falsa formazione di liste di elettori o di candidati, ovvero la falsa autenticazione delle sottoscrizioni delle suddette liste, assoggettandola ad una sanzione decisamente più lieve (l’ammenda da 500 a 2.000 euro). Dubbi sulla nuova normativa erano stati immediatamente avanzati dall’autorità giudiziaria, che aveva provveduto con una serie di ordinanze di rimessione (rispettivamente, il Tribunale di Firenze il 15 aprile 2004, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pescara il 10 maggio ed il 9 giugno 2004, il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Pescara il 27 maggio 2004, e il Tribunale di Roma il 18 novembre 2004) ad investire della questione la Corte, la quale ha deciso con una sentenza che presenta non pochi punti di interesse per la complessità e la copiosità delle argomentazioni svolte.
In primo luogo, la Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità, per carenza di adeguatezza delle motivazioni addotte in ordine alla rilevanza della questione proposta, delle questioni di legittimità costituzionale sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 27, comma 3, Cost., dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Pescara e dal Tribunale di Roma, a proposito dell’art. 90 d.P.R. n. 570/1960, e dell’art. 1, comma 2, lettera a), numero 1), secondo capoverso, della legge n. 61/2004.
In secondo luogo, sulla base di una propria consolidata giurisprudenza (sent. nn. 148/1983, 826/1988, 124/1990, 167 e 194 del 1993, n. 25/1994, e ord. nn. 433/1998 e 95/2004), la Corte ha affermato che lo scrutinio di costituzionalità, anche in malam partem, delle c.d. norme penali di favore non contrasta con il principio di legalità in materia penale: a suo avviso, infatti, questo scrutinio si connette alla fondamentale esigenza di evitare zone «sottratte al controllo di costituzionalità, entro le quali il legislatore potrebbe di fatto operare svincolato da ogni regola, stante l’assenza di uno strumento che permetta alla Corte di riaffermare il primato della Costituzione sulla legislazione ordinaria. Qualora alla preclusione dello scrutinio di costituzionalità in “malam partem” fosse attribuito carattere assoluto, si determinerebbe, in effetti, una situazione palesemente incongrua: venendosi a riconoscere, in sostanza, che il legislatore è tenuto a rispettare i precetti costituzionali se effettua scelte di aggravamento del trattamento penale, mentre può violarli senza conseguenze, quando dalle sue opzioni derivi un trattamento favorevole». Di conseguenza, «il principio di legalità certamente impedisce alla Corte di configurare norme penali; ma non le preclude decisioni ablative di norme che sottraggano determinati gruppi di soggetti o di condotte alla sfera applicativa di una norma comune o comunque più generale, accordando loro un trattamento più benevolo».
Dopo avere illustrato la natura di norme penali di favore delle disposizioni impugnate, la Corte ha affrontato il problema degli effetti sul piano processuale del sindacato di costituzionalità su di esse. In particolare, richiamando la sentenza n. 161/2004, la Corte dichiara «l’intangibilità del principio in forza del quale nessun soggetto potrebbe essere condannato, o condannato a pena più severa, per un fatto che, nel momento in cui è stato commesso, non costituiva per legge reato, o costituiva un reato meno grave». Tuttavia, prosegue la Corte, nei casi oggetto delle ordinanze di rimessione, non viene in questione il principio di irretroattività della norma penale sfavorevole, ma il distinto principio di retroattività della norma penale più mite, che «ha una valenza ben diversa»: mentre, infatti, il primo si connota come «valore assoluto, non suscettibile di bilanciamento con altri valori costituzionali», con la conseguenza che la contrarietà a Costituzione di una norma penale non può comportare «l’assoggettamento a pena, o a pena più severa, di un fatto che all’epoca della sua commissione risultava, in base alla norma rimossa, penalmente lecito o soggetto a pena più mite: derivandone, per tale aspetto, un limite al principio di privazione di efficacia della norma dichiarata costituzionalmente illegittima», il secondo ha un fondamento costituzionale non nell’art. 25 Cost. (a questo proposito, la Corte richiama le sent. nn. 164/1974, 6/1978, 80/1995 e l’ord. n. 330/1995), ma nel principio di eguaglianza (art. 3 Cost.), che «ne segna, peraltro, anche il limite: nel senso che, a differenza del principio della irretroattività della norma penale sfavorevole – assolutamente inderogabile – detto principio deve ritenersi suscettibile di deroghe legittime sul piano costituzionale, ove sorrette da giustificazioni oggettivamente ragionevoli» (a questo proposito, la Corte richiama le sent. nn. 6/1978, 74/1980 e l’ord. n. 330/1995). Secondo la Corte, «il principio di retroattività della norma penale più favorevole in tanto è destinato a trovare applicazione, in quanto la norma sopravvenuta sia, di per sé, costituzionalmente legittima», poiché non è ammissibile che «una norma costituzionalmente illegittima – rimasta in vigore, in ipotesi, anche per un solo giorno – determini, paradossalmente, l’impunità o l’abbattimento della risposta punitiva, non soltanto per i fatti commessi quel giorno, ma con riferimento a tutti i fatti pregressi, posti in essere nel vigore dell’incriminazione o dell’incriminazione più severa».
Entrando nel merito della questione, le argomentazioni della Corte si sono, in particolare, incentrate sull’irragionevolezza della normativa impugnata. Nel prendere in considerazione la fattispecie della falsa autenticazione delle sottoscrizioni di liste di elettori o di candidati, la Corte sottolinea che vi è «una palese dissimmetria tra il trattamento sanzionatorio riservato a dette falsità e quello previsto, in termini generali, dalle norme del codice penale in tema di falso, richiamate a fini di descrizione delle condotte incriminate». Né si potrebbe invocare, come è stato fatto in sede di discussione parlamentare, una presunta minore offensività della condotta punita con la sola ammenda. Secondo la Corte, infatti, i reati di falso «hanno natura tipicamente strumentale»: oltre a tutelare un bene strumentale-intermedio quale è la c.d. fede pubblica, essi sono volti a tutelare ulteriori beni, i quali «ben possono contribuire a qualificare, sul piano del disvalore, le differenti ipotesi di falso». In tal senso, il bene finale tutelato dalla figura di reato previsto dalla legge n. 61 del 2004 è «di rango particolarmente elevato», in quanto «intimamente connesso al principio democratico della sovranità popolare»: la regola in forza della quale le candidature e le liste di candidati debbono essere presentate da un numero prefissato di elettori «risponde ad una esigenza di tutela dell’ordinato svolgimento delle operazioni elettorali, evitando un’abnorme proliferazione di candidature palesemente prive di seguito o, peggio, volte artatamente a disorientare l’elettorato». Di conseguenza, il falso nelle autenticazioni, «consentendo la partecipazione alla competizione di candidati o di liste che per legge non avrebbero potuto prendervi parte, si traduce in un artificio idoneo ad inficiare nel suo complesso la regolarità delle operazioni di voto». Del pari irragionevole, sempre ad avviso della Corte, è la distinzione introdotta, sul piano sanzionatorio, «tra le condotte di falso inerenti alle firme delle dichiarazioni di presentazione di candidati, da un lato, e le condotte di corruzione, attiva e passiva, violenza o minaccia e abuso di attribuzioni da parte di soggetti pubblici o ministri di culto, finalizzate all’ottenimento delle medesime firme, dall’altro, posto che queste ultime integrano tuttora delitti puniti con pene detentive di apprezzabile severità».
Considerazioni simili sono state svolte dalla Corte anche nei confronti dell’altra fattispecie contemplata dalla legge n. 61 del 2004, e cioè la falsa formazione di liste di elettori o di candidati: anche in questo caso, infatti, lo scarto della risposta punitiva è, secondo la Corte, «di dimensioni tali da apparire manifestamente irragionevole», né è possibile «fondare la macroscopica differenza di sanzioni» sulla «pretesa distinzione tra falsità rispettivamente inerenti alla fase “preparatoria” del procedimento elettorale, ed alle fasi “costitutiva” e di verifica dei risultati di esso», dal momento che «le falsità nella formazione delle liste non esauriscono il novero dei possibili falsi incidenti sulla fase preparatoria; che tale considerazione non verrebbe comunque a giustificare lo scarto sanzionatorio rispetto alle figure di falso del codice penale», e che, infine, in relazione alle altre forme di interferenza illecita (quali abuso di poteri, violenza, minaccia, e corruzione), il d.P.R. n. 361/1957 ed il d.P.R. n. 570/1960 equiparano «le dichiarazioni di presentazione delle candidature all’espressione del voto e all’astensione da esso, senza operare, dunque, alcuna cesura tra fase preparatoria e fasi successive».

(12/11/2006)


Home
Attività | Organizzazione | Link | Redazione web e cont@tti
Dibattiti | Cronache | Dossier | Materiali | Novità editoriali | Appuntamenti