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L'ordinanza della Corte costituzionale sul divieto di diagnosi preimpianto

di Alessandro Gigliotti - alessandro.gigliotti@uniroma1.it
(Dottorando di ricerca in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”)

La Corte costituzionale, con l’ordinanza n. 369 del 2006, si è pronunciata sulla legittimità costituzionale dell’art. 13 della legge n. 40 del 2004 (meglio conosciuta come legge sulla fecondazione medicalmente assistita), dichiarando la questione manifestamente inammissibile sulla base della decisione adottata nell’udienza pubblica del 24 ottobre scorso; le motivazioni dell’ordinanza (redatte dal giudice Romano Vaccarella, mentre il relatore era stato Alfio Finocchiaro), depositate presso la cancelleria della Corte il 9 novembre, sono quindi disponibili ed è finalmente possibile conoscere quali siano state le argomentazioni attraverso le quali la Corte è giunta a prendere una simile decisione.
Prima di tutto, è necessario riepilogare i fatti. Il tutto parte da una coppia di coniugi che, causa sterilità, tempo fa era ricorsa all’iter di procreazione assistita, chiedendo che venisse effettuata la diagnosi preimpianto dell’embrione come condizione necessaria affinché acconsentisse all’impianto dell’embrione stesso, essendo i coniugi portatori sani di beta-talassemia. Il primario della struttura ospedaliera presso la quale era stata realizzata la procedura di fecondazione assistita si era però rifiutato di effettuare detta diagnosi, invocando la disposizione di cui all’art. 13 della legge n. 40, la quale consente solo interventi sull'embrione aventi finalità diagnostiche e terapeutiche volte alla tutela della salute ed allo sviluppo dell'embrione stesso (comma 2 dell’art. 13), impedendo quindi la diagnosi richiesta. La coppia, di fronte al categorico rifiuto espresso da parte del primario, aveva deciso di ricorrere al Tribunale di Cagliari sulla base dell’art. 700 del codice di procedura civile, e aveva chiesto, in via cautelare, una declaratoria del diritto di ottenere la diagnosi preimpianto, sollecitando l’adozione di un decreto che imponesse al primario di effettuare la diagnosi, sulla base di quanto stabilito dal secondo comma dell’art. 669-sexies del codice di procedura civile. Era necessario, in effetti, che i tempi fossero brevi, poiché la fecondazione era già avvenuta e gli embrioni realizzati erano stati nel frattempo crioconservati. La coppia di coniugi, peraltro, era già ricorsa tempo addietro a una simile procedura di fecondazione assistita, ma la gravidanza conseguente era stata interrotta per motivi terapeutici, in quanto il feto era risultato affetto da beta-talessemia. La decisione di interrompere la gravidanza in corso, pertanto, era scaturita dall’evidente malattia che il feto presentava, in quanto la coppia desiderava portare a termine una gravidanza al fine di dare alla luce un bambino non affetto da alcuna grave patologia. L’aborto praticato, tuttavia, aveva causato alla donna uno stato ansioso-depressivo, motivo per cui la decisione di ricorrere per una seconda volta alla procedura di procreazione assistita era stata presa con molta cautela e la coppia, come detto, pretendeva come conditio sine qua non la diagnosi preimpianto. La mancata previsione di tale possibilità, alla luce della legge n. 40 del 2004, comportava secondo i ricorrenti l’illegittimità costituzionale delle disposizioni ivi previste, alla luce dell’art. 2 e dell’art. 32 della Costituzione.
Sulla base di ciò, il Tribunale di Cagliari aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 13 della legge n. 40 del 2004, per violazione degli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione, poiché l’articolo in questione non consente di verificare, attraverso la diagnosi preimpianto, se gli embrioni da trasferire nell'utero siano affetti da malattie genetiche, delle quali i genitori sono portatori, allorché l'omissione di suddetta diagnosi metta a repentaglio la salute psico-fisica della donna. Nell’ordinanza di rimessione, il Tribunale aveva fatto notare come la questione fosse estremamente delicata: la fecondazione assistita era già avvenuta e gli embrioni erano stati prodotti, ma la donna rifiutava categoricamente l’impianto senza la preventiva diagnosi; ciò comportava una situazione per la quale la salute della donna era seriamente minacciata, e allo stesso tempo gli embrioni risultavano essere temporaneamente crioconservati. La normativa vigente appariva al Tribunale alquanto contraddittoria, poiché vieta la diagnosi preimpianto in caso di ricorso alla fecondazione assistita, mentre nel corso della gravidanza consente la diagnosi sul nascituro e persino l’aborto. Il diritto dei genitori a conoscere lo stato di salute del nascituro, pertanto, è riconosciuto nel corso della gravidanza ma è precluso nella fase di procreazione assistita, cosa che comporterebbe la violazione dell’art. 3 della Costituzione.
Nel corso del giudizio vi era stato anche l’intervento dell’Avvocatura generale dello Stato, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio, che aveva fatto presente come la diagnosi preimpianto avrebbe la finalità di realizzare una forma di selezione eugenetica degli embrioni, in violazione del comma 3 dell’art. 13 della legge. Del resto, la stessa legge prevede espressamente che le coppie che decidano di fare ricorso alla procedura di procreazione assistita debbano essere adeguatamente informate, sulla base di quanto disposto dal decreto del Ministro della giustizia e del Ministro della salute 16 dicembre 2004, n. 336. Né, tanto meno, il ricorso poteva ritenersi fondato sulla base della pretesa della coppia di avere un figlio sano, pretesa assolutamente priva di alcun fondamento giuridico. In virtù di ciò, secondo l’Avvocatura dello Stato la questione di legittimità costituzionale si presentava del tutto infondata.
La Corte costituzionale ha rigettato la questione, senza tuttavia entrare nel merito della presunta incostituzionalità dell’art. 13 della legge n. 40: è importante sottolineare, infatti, che la pronuncia della Corte non è una sentenza di rigetto, bensì un’ordinanza di manifesta inammissibilità, emessa in ragione della contraddittorietà dell’ordinanza di rimessione, nella quale il giudice a quo deve motivare i due requisiti della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione. Il divieto di diagnosi preimpianto nei confronti dell’embrione, sottolinea la Corte, non deriva solamente dall’art. 13, ma dall’impostazione complessiva della legge: è da un’interpretazione sistematica di tutta la legge n. 40 che deriva il divieto di effettuare una diagnosi sull’embrione da impiantare. A tale riguardo, è interessante notare che l’art. 13, peraltro, non prevede espressamente tale divieto, essendo questo esplicitato, invece, nelle linee guida approntate con decreto ministeriale 21 luglio 2004 dal Ministro della Salute, sulla base del rinvio operato dall’art. 7 della legge n. 40. La decisione della Corte, comunque, è fondata sull’incoerenza delle motivazioni contenute nella stessa ordinanza di rimessione emessa dal giudice a quo, poiché viene sollevata una questione di legittimità costituzionale nei confronti di alcune disposizioni, dalle quali si deduce una norma che però scaturisce non solo da predette disposizioni, ma dall’impianto complessivo della legge e anche da altre disposizioni, le quali non sono state impugnate. Che il divieto derivi non solo dall’art. 13, peraltro, è una tesi che viene fatta propria persino dal giudice a quo nel corso dell’ordinanza di rimessione, la cui motivazione si presenta, pertanto, per la Corte altamente contraddittoria e comporta la manifesta inammissibilità del ricorso, sulla base di una giurisprudenza consolidata per cui la Corte rigetta la questione in casi di questo genere.
Il fatto che la Corte si sia espressa in questi termini, secondo molti osservatori, lascia la questione ancora aperta, per via del fatto che da un lato i giudici non hanno escluso la presenza di elementi di incostituzionalità nei confronti delle disposizioni impugnate, dall’altro perché l’ordinanza di manifesta inammissibilità, dovuta all’incoerenza dell’ordinanza di rimessione del giudice a quo, dà la possibilità di effettuare altri ricorsi in futuro, attraverso i quali la Corte potrebbe essere nuovamente investita della questione e decidere, in via definitiva, sulla legittimità del divieto di diagnosi preimpianto.

Secondo un’opinione contrapposta, sostenuta dal Presidente del Movimento per la Vita, Carlo Casini, la Corte ha in un certo qual senso anticipato un indirizzo giurisprudenziale, tendente a ritenere la questione infondata non solo dal punto di vista formale, ma anche nel merito: è, infatti, previsto che laddove la Corte dichiari incostituzionale una disposizione di legge, essa provveda a dichiarare l’incostituzionalità di tutte quelle disposizioni connesse a quella colpita dalla pronuncia (art. 27 della legge n. 87 del 1953). Secondo questa tesi, laddove la Corte avesse effettivamente ritenuto incostituzionale il divieto di diagnosi preimpianto, avrebbe emesso una sentenza di accoglimento, estendendo gli effetti anche alle altre disposizioni da cui si deduce il principio.

(29 novembre 2006)


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