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La sede del partito può ospitare il domicilio di un parlamentare

di Federico Girelli - federicogirelli@yahoo.it
(Dottorando di ricerca in Diritto costituzionale e diritto pubblico generale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università «La Sapienza» di Roma)

La sentenza n. 58 del 2004 pdf accoglie il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dalla Camera dei deputati in relazione ai decreti di perquisizione e sequestro emessi il 17 e il 18 settembre 1996 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona. Con tali provvedimenti era stata disposta la perquisizione dell’abitazione del signor Corinto Marchini e di un locale di cui lo stesso disponeva nella sede nazionale della Lega Nord a Milano in via Bellerio 41. Tale locale, però, secondo l’assunto della Camera ricorrente, si trovava «nell’effettiva disponibilità dell’on. Roberto Maroni»; sarebbe stata dunque violata la prerogativa dell’inviolabilità del domicilio del parlamentare ex art. 68, comma 2, Cost. in quanto la Procura non aveva preventivamente richiesto la prescritta autorizzazione alla Camera competente.

Durante la perquisizione della sua abitazione il signor Marchini aveva dichiarato che una copia dell’elenco dei componenti della cosiddetta “Guardia nazionale padana” era custodita in un locale che utilizzava come ufficio ubicato nella sede della Lega Nord. Il giorno successivo allora, il 18 settembre 1996, la polizia giudiziaria si recò presso la sede di partito dove, però, l’on. Maroni si oppose alla perquisizione affermando che il signor Marchini non aveva alcun ufficio e che anzi persino lui stesso, che era un parlamentare, non ne disponeva. Il funzionario procedente quindi contattò telefonicamente il Procuratore della Repubblica di Verona il quale emise il secondo decreto con cui la perquisizione veniva estesa al locale indicato dal signor Marchini. Gli ufficiali della Polizia di Stato a questo punto, vinta la resistenza di alcuni parlamentari, entrarono nella sede del partito e si spinsero fino ad un corridoio sulla cui porta d’accesso era affisso un cartello con la scritta «Lega Nord - Segreteria politica - Ufficio dell’Onorevole Maroni». Di nuovo il funzionario procedente contattò per telefono il Procuratore che confermò l’ordine di eseguire la perquisizione. Gli agenti così entrarono nel corridoio e di lì nel vano, che il sig. Marchini aveva dichiarato di usare come ufficio, la cui porta recava un cartello con la medesima dicitura di quello apposto all’ingresso del corridoio.

Seppure da questi fatti siano trascorsi diversi anni la Corte dichiara comunque ammissibile il conflitto richiamando la sent. n. 116 del 2003, con la quale aveva statuito che «non esiste alcun termine per sollevare i conflitti di attribuzione tra poteri» in ragione dell’«esigenza […] di favorirne al massimo la composizione, svincolandola dall’osservanza di termini di decadenza». Nel merito la Consulta chiarisce che l’art. 68, comma 2, Cost. «intende garantire al parlamentare l’inviolabilità della sua residenza ed anche di spazi ulteriori identificabili come domicilio, in vista della tutela dell’interesse del Parlamento al pieno dispiegamento della propria autonomia, esplicatesi anche nel libero esercizio del mandato parlamentare, rispetto agli altri poteri dello Stato». La lesione della prerogativa si produce «per il solo fatto» che una perquisizione nel domicilio di un parlamentare sia disposta o eseguita senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza e la sede di partito può ospitare il domicilio di un parlamentare. Di fronte alla situazione, che «segnalava» la disponibilità da parte di un deputato del locale da perquisire, «onde poteva costituirne domicilio», l’autorità giudiziaria avrebbe dovuto sospendere l’esecuzione e chiedere alla Camera dei deputati l’autorizzazione prescritta dalla norma costituzionale anziché confermare verbalmente l’ordine di perquisizione. Nella convinzione che il cartello «costituisse un sotterfugio» non si è curata di effettuare «alcuna verifica sul punto», ma la violazione dell’attribuzione costituzionale ha «carattere oggettivo» e prescinde dalla «sua soggettiva percepibilità da parte del potere che la commette». Non spettava dunque alla Procura della Repubblica di Verona far eseguire la perquisizione del locale di cui il parlamentare Roberto Maroni aveva la disponibilità.

La Corte costituzionale, invero, già si era pronunciata su quanto accaduto in occasione della perquisizione all'interno della sede della Lega Nord di Milano. Con la sent. n. 137 del 2001, infatti, aveva annullato le deliberazioni camerali che avevano sancito l’insindacabilità della condotta tenuta dai deputati allora presenti, i quali, passando alle «vie di fatto», avevano tentato di impedire ai funzionari di polizia di procedere alla perquisizione stessa. Il procedimento penale allora pendente davanti alla Corte di appello di Milano, ove i parlamentari interessati erano imputati per i reati di resistenza e di oltraggio a pubblico ufficiale ex artt. 337, 339 e 341, comma 4, c. p., e dai cui atti, invero, risultava che il vano in questione era stato assegnato provvisoriamente all’on. Maroni, è poi proseguito davanti alla Corte di Cassazione - Sezione sesta penale - che si è pronunciata con sentenza 9 febbraio-9 marzo 2004, n. 10773.

La legge 20 giugno 2003, n. 140 recante le disposizioni per l’attuazione dell’art. 68 Cost. (su cui vedi, su questo sito, A. Pace, Immunità politiche e principi costituzionali), già sottoposta al vaglio della Corte costituzionale (vedi, sempre su questo sito, G. D’Alessandro Per la Consulta non è incostituzionale la disciplina «sostanziale» di attuazione dell’art. 68, primo comma, Cost.), si trova ancora una volta sub iudice in quanto la Corte di Cassazione – Sezione quarta penale – con ordinanza 4 febbraio-9marzo 2004, n. 10772 ne ha censurato gli artt. 6 e 7 relativi alle intercettazioni di comunicazioni cui abbiano preso parte membri del Parlamento.

(03/06/2004)


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