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I Québécois come Nazione. Una mozione della House of Commons canadese riconosce i Québécois come Nazione all’interno del Canada unito

di Giuseppe Martinico – martinico@sssup.it
(Perfezionando in diritto costituzionale presso la Scuola Superiore di Studi Universitari e Perfezionamento Sant’Anna di Pisa)

Lo scorso 27 novembre la Camera dei Comuni canadese ha approvato a schiacciante maggioranza - 266 voti contro 16 - una mozione con cui riconosce i “Québécois come Nazione all’interno di un Canada unito”. La mozione è stata sottoposta all’approvazione parlamentare dopo essere stata presentata il 22 novembre dal Primo Ministro Harper in risposta ad un’altra che avrebbe presentato il giorno successivo (23) il Bloc Québécois che chiedeva a sua volta il riconoscimento dei Québécois come Nazione senza altro aggiungere.
La mossa di Harper ha stupito i giornali locali che hanno parlato, in seguito all’approvazione parlamentare, dell’abilità del Premier nel disinnescare una potenziale bomba che poteva riaccendere gli spiriti secessionisti della Bella Provincia:

“Quebeckers ... know they've participated in the founding of Canada and its development and in its greatness. They know that they've protected their language and unique culture, but they've also promoted their values and interests within Canada".
 
All’indomani dell’approvazione, però, non sono mancati i dubbi e le perplessità sul valore giuridico e l’opportunità di una tale scelta.
È nota l’”Odissea costituzionale” (sulla scia del titolo della famosa opera di Peter Russell) che il Canada ha conosciuto negli ultimi anni, successivi allo strappo costituzionale del 1982, quando fu modificato il testo costituzionale con il Constitution Act. In quella occasione mancò il consenso del Québec, sulla scia di una interpretazione discussa della Corte Suprema canadese che distinse fra il diritto per tutte le Province a partecipare al processo di riforma costituzionale e la necessaria unanimità del consenso finale (Re: objection by Québec to resolution to amend the constitution, 1982, 2 SCR, 793).
In seguito vi furono molteplici tentativi di “rimpatriare” il Québec tramite proposte di modifica del testo costituzionale, con l’intento di adeguare la costituzionale formale a quella materiale e di rinnovare il patto valoriale alla base della comunità canadese: è il momento delle “mega constitutional politics” (P.Russel, Constitutional Odyssey, 1993, 75) e delle illusioni di tanti giuristi e politici, fase storica in cui i “lawmakers believed they could reach the final destiny of this historic expedition with a single victorious stride by crafting grandiose constitutional solutions that were thought to encapsulate the overarching identity and common principles of the Canadian body politic in its entirety, thus binding Canadians together as a people at long last” (M.Simpson, Peter Russell. Constitutional Odyssey: Can Canadians Become a Sovereign People? Third Edition. Toronto: University of Toronto Press, 2004. Review).
I fallimenti degli accordi di Meech Lake (1987) e Charlottetown (1992)- questo ultimo condito anche da un clamoroso “no” popolare in un referendum nazionale- hanno segnato la fine delle illusioni; eppure non mancavano interessanti previsioni in quegli accordi: le disposizioni sul contenimento dello spending power federale, il riconoscimento del Québec come “società distinta”, il diritto di veto sugli emendamenti costituzionali, la concessione di maggiori poteri alle Province nell’ambito dell’immigrazione, l’attribuzione alle Province della competenza di nominare i giudici della Corte Suprema (Meech Lake). Nel testo del 1992 venivano poi riconosciuti anche i diritti degli aboriginal people e l’eguaglianza delle Province nel rispetto delle diversità. La difficile parentesi del costituzionalismo canadese annovera ovviamente anche i due tentativi di referendum in Québec, nel 1980 (sul progetto della “sovranità- associazione”) e nel 1995 (sul progetto della “sovranità- partenariato”). Dopo il 1995 il governo federale chiese alla Corte Suprema di esprimersi sull’ammissibilità di una secessione unilaterale di una Provincia e la Corte, sulla base di un ragionamento che partiva dai grandi principi (anche non scritti) della costituzione canadese (democrazia, rispetto delle minoranze, principio di legalità etc.) si espresse per la inammissibilità di tale opzione anche se nel caso di una chiara posizione popolare favorevole, formatasi su un quesito altrettanto chiaro: questo perché, come fu ricordato, la democrazia, se letta nel contesto degli altri valori costituzionali, è molto più della semplice regola della maggioranza:

“A political majority at either level that does not act in accordance with the underlying constitutional principles puts at risk the legitimacy of its exercise of its rights, and the ultimate acceptance of the result by the international community”
(Re: secession Québec, 1998,2 SCR, 217)

Allo stesso modo dal voto popolare favorevole alla secessione unilaterale non potrebbero evincersi obblighi per le altre Province. Sulla scia della pronuncia della Corte a livello federale è stato adottato il Clarity Act del 2000 che ha assegnato alla Camera dei Comuni il controllo sui quesiti referendari secessionisti secondo un modello che esige la chiarezza e la nettezza del quesito secondo una logica in/out dal Canada che non permetterebbe soluzioni intermedie come quelle previste dai quesiti dei precedenti referendum québécois (partenariato o associazione successiva). Nello stesso atto è stata inoltre stabilita la necessità di una supermaggioranza necessaria per la vittoria (si parla di una “clear victory” che dovrà poi essere accertata dalla stessa Camera dei Comuni). La secessione, comunque richiederà un emendamento costituzionale e, ai negoziati, dovranno partecipare tutte le Province. Tutte queste condizioni rendono difficilissima la richiesta di un ulteriore referendum, dato che la maggioranza dei québécois riconosce l’impossibilità di tagliare definitivamente i rapporti con il “resto” del Canada.
In risposta ad una mozione che avrebbe presentato il Bloc Québécois, che chiedeva di riconoscere il Québecois come Nazione senza fare riferimento all’unità nel Canada, il 22.11.2006 il Premier Stephen Harper presentava il testo della mozione che sarebbe poi stata approvata, anticipando la mossa del Bloc québécois:

“Mr. Speaker, tomorrow the Bloc Québécois will present the House with an unusual request that we here at the federal Parliament define the Québécois nation. As a consequence, with the support of the government and with the support of our party, I will be putting on the notice paper later today the following motion”.

Harper sottolineava la presunta strategia del Bloc:
 
“Mr. Speaker, the real intent behind the motion by the leader of the Bloc and the sovereignist camp is perfectly clear. It is to recognize not what the Québécois are, but what the sovereignists would like them to be.
To the Bloc, the issue is not that Quebec is a nation—the National Assembly has already spoken on that subject; the issue is separation. To them, “nation” means “separation”. We saw its true intent on October 27, when it said that the NDP had recognized for decades that Quebec was a nation, but that every time there was a referendum its actions contradicted the positions it had taken.
In other words, if you recognize that the Québécois form a nation, you have to vote yes in a referendum on separation. The attempt by the leader of the Bloc to persuade Quebeckers of good faith to support separation despite themselves brings to mind what his mentor, Jacques Parizeau, said about lobster traps. Quebeckers are not taken in by these clumsy tactics”.

Dopo un lungo discorso cosi concludeva il Primo Ministro:

“The real question is simple: do the Québécois form a nation within a united Canada? The answer is yes. Do the Québécois form a nation independent of Canada? The answer is no, and it will always be no”.

In un primo momento il Bloc rispondeva a muso duro alle affermazioni del Primo ministro, sostenendo, con uno dei suoi leader, Duceppe, la mancanza di fondamento delle accuse del Premier (e di gran parte dell’aula invero):

“Mr. Speaker, both the Prime Minister and the Leader of the Opposition can make all the accusations they want and try to change the subject, but the question was very clear. We will be asking the elected members of this House to vote on a motion to recognize that Quebeckers form a nation. Official recognition of the Quebec nation by the House of Commons is more than a symbolic issue. It is, in fact, the most fundamental issue there is for Quebec. It is also a fundamental issue  for Canada”.

Duceppe sottolineava anche il paradosso centralista contenuto nelle parole di Harper: accettare la condizione racchiusa nell’espressione “all’interno di un Canada unito” significava piegare l’esistenza della nazione québécoise ad una opzione politica ben precisa.
Nei giorni precedenti al voto anche la posizione del Bloc sarebbe cambiata ed il suo sostegno alla mozione non sarebbe mancato il 27, come riconosciuto dallo stesso Harper, contribuendo alla vasta maggioranza descritta sopra. È questo forse il risultato più significativo di un dibattito che, come vedremo, nelle sue linee essenziali, si è concentrato principalmente su cosa intendere per “Nazione” e sul rapporto fra tale riconoscimento ed il carattere aperto del federalismo canadese.
Pur nella vastissima maggioranza che ha accolto la mozione di Harper, non sono mancati in aula i dubbi sui termini della questione sollevata: cosa si intende per Nazione in questo contesto? Qual è il rapporto fra il riconoscimento del Québecois come Nazione e la sovranità del Canada tutto?
Come ricordava in quell’occasione Mario Silva:

“I spent much of my last week consulting with eminent constitutional and international scholars on the nature of today's debate. One thing is clear: no precise or globally accepted definition of the word “nation” exists. Indeed, in January of this year 35 member states of the Council of Europe concluded that it was impossible to define the word “nation” at all in constitutional terms…”

Al centro della discussione anche il riconoscimento del cambiamento di opinione del Bloc che da una posizione di ostilità era passata ad appoggiare la mozione, come riconosciuto anche dal Ministro dell’Industria, Maxime Bernier, impegnato a rispondere anche alle critiche di chi chiedeva di estendere il riconoscimento dello “status” “di” Nazione anche agli aboriginal people:

 

“Mr. Speaker, I would simply say that the first nations are in the Constitution. What we are debating right now is only Quebeckers as a nation and not Quebec as a nation. There is a big difference. I hope my colleague is going to vote with us on that, considering that the first nations have their recognition in the Constitution”.

Il riconoscimento di questo “status” ai québécois faceva discutere relativamente al suo impatto sulla nuova stagione del federalismo canadese, più aperto e flessibile, a dispetto di quello che sarebbe stato per il Québec in passato: ovvero una tecnica di accentramento del potere. Nelle parole di Peter MacKay:

“Canadian federalism is not—as the Bloc Québécois would have us believe—a yoke that has hindered the development of Quebec. Rather, it is an open and flexible system that is constantly evolving. Quebec is inextricably bound up in the Canadian dream”.

Come è stato efficacemente detto dai giornali l’approvazione della mozione rappresenta solo un placebo nazionalista che non costituisce prescrizione per la federazione.
Nonostante le parole del Premier del Québec Jean Charest- “It changes the way our laws are interpreted. It changes the way Quebecers will see their future because the recognition of Quebec as a nation is a way for us to occupy the place that is owed us in Canada and elsewhere in the world”- secondo i maggiori costituzionalisti intervistati (Peter Russel, Peter Hogg, e Patrick Monahan) la mozione non ha alcun effetto vincolante ma solo un valore simbolico (dalla dubbia opportunità per giunta).
Una prima considerazione riguarda gli effetti “indesiderati” che tale mozione potrebbe avere quando i québécois realizzeranno la sua inutilità. Vi è, a questo proposito, un precedente storico “scoraggiante”: nel 1995, infatti, il Parlamento riconobbe, con una risoluzione (dimostratasi priva di effetti), il Québec come “società distinta”; nella stessa risoluzione si istruì il governo federale affinché tenesse conto di ciò nel corso della sua azione. Nessun tipo di istruzione al governo si accompagna, invece,  alla mozione commentata.
Ironicamente tuttavia, molti commentatori hanno sottolineato i primi effetti della mozione: le dimissioni di un infuriato ministro degli Affari intergovernativi Michael Chong.
Chong, dimettendosi, ha sottolineato che il riconoscimento della nazione del Quebec fornisce argomenti agli indipendentisti. Proprio questi ultimi hanno annunciato l’intenzione di organizzare un terzo referendum sull'indipendenza della provincia francofona se ritorneranno al potere nella Bella Provincia.

(30 gennaio 2007)


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