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Nasce presso il Ministero dell’Interno la Consulta per l’Islam italiano

di Antonella Ratti – rattiantonella@yahoo.it
(dottoranda di ricerca in Discipline giuridiche pubblicistiche sulla tutela dei diritti fondamentali, Università degli studi di Teramo)

Con decreto del 10 settembre 2005, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 250 del 26 ottobre, il Ministero dell’Interno ha istituito nel suo seno la Consulta per l’Islam italiano. L’organismo, avente funzioni consultive, secondo quanto dispone l’art. 1 del decreto stesso, è sorto con l’obiettivo “di favorire il dialogo istituzionale con le comunità musulmane d'Italia”, per cui si auspica “un armonico inserimento … nella società nazionale, nel rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica”. A presiederlo è il Ministro dell’Interno, che potrà avvalersi dell’apporto di personalità altamente qualificate di cultura e religione islamica per lo studio e l’analisi delle principali problematiche di integrazione che verranno presentandosi. Alle sedute della Consulta, che sarà convocata ordinariamente tre volte l’anno, nonché ogni qual volta se ne dovesse ravvisare l’opportunità, potranno prendere parte il Capo di Gabinetto del Ministero dell'Interno, il Capo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione e, per la trattazione di specifiche questioni, esponenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dei Ministeri di volta in volta interessati (art. 2, § 2 e 3).

L’iniziativa, unica nel suo genere nel quadro dei rapporti tra Islam italiano ed istituzioni governative, non è tuttavia nuova alle esperienze di altri Paesi dell’Occidente europeo, chiamati già da tempo a gestire le relazioni con il culto islamico entro adeguati canali rappresentativi. Flussi migratori di antica data, connessi ai forti legami storico-culturali delle popolazioni musulmane con le società ospitanti, hanno infatti facilitato in questi contesti l’emergere progressivo di istanze interlocutorie dotate di una certa stabilità. Nel caso della Francia, tentativi in tal senso sono stati intrapresi sin dall’inizio degli anni ’90, quando l’allora Ministro dell’Interno Pierre Joxe promosse la costituzione di un Conseil de Réflexion sur l’Islam en France (Corif), un collegio di quindici membri, che godevano di una certa visibilità nel panorama islamico francese, con il compito di assistere il ministro nell’affrontare le questioni più concrete del culto musulmano. Al fallimento di questa esperienza, a causa delle proteste suscitate dalla più gran parte delle organizzazioni islamiche del Paese, che ne contestavano la scarsa rappresentatività e la chiara impronta dirigistica, in quanto frutto di un’imposizione dall’alto, non sono seguite iniziative di genere analogo fino al maggio 2003 – se si eccettua la parentesi costituita dall’adozione, nel 1994, della Charte du culte musulman en France, un documento di quindici articoli adottato dal governo, d’intesa con l’Institut musulman de la Mosquée de Paris, che prevedeva la creazione di un Consiglio rappresentativo dei musulmani in Francia – quando le principali reti associative islamiche francesi presero parte all’elezione del Conseil français du culte musulman. Si tratta di un organismo istituito quale referente privilegiato con i poteri pubblici per la gestione di alcune delle principali istanze avanzate dalla comunità islamica, che vanno dalla costruzione delle moschee, alla formazione degli imam, alla celebrazione della festività del Ramadan. Si distingue dal Conseil de Réflexion sur l’Islam che lo ha preceduto, per la maggiore rappresentatività dei membri che lo compongono, in quanto eletti da delegati delle moschee. Ancor più significativo da questo punto di vista è, tuttavia, il caso belga. Quale ultima tappa di un lungo e difficile processo di organizzazione del culto islamico, iniziato fin dal 1974, anno in cui l’Islam ottenne in Belgio lo status di religione riconosciuta, nel dicembre del 1998 si sono aperte le operazioni elettorali – a cui hanno preso parte tutti i musulmani residenti nel Paese da più di cinque anni – per la costituzione di un supremo organo di culto della comunità islamica belga. Nel gennaio del ’99 una “costituente” di 68 membri ha così eletto il Consiglio dei rappresentanti della comunità islamica che, forte di un mandato decennale, figura quale interlocutore ufficiale del governo, con poteri consultivi, per tutte le questioni inerenti al culto. La felice riuscita dell’esperimento – in parte intrapreso già nei primi anni ’90 con la formazione dell’ “Esecutivo dei musulmani del Belgio”, promossa dal Centre pour l’égalité des chances e le lutte contre le racisme di Bruxelles – è stata accolta con estremo favore dall’opinione pubblica belga, avendo consentito, attraverso la formula delle libere elezioni, una rappresentanza temporale del culto islamico.

L’antico istituto della concertazione fra tutti i fedeli musulmani si è così adattato alla tradizione democratica europea, offrendo nuovi, interessanti spunti per il dibattito sulla laicità, non più concepita come un qualcosa di assolutamente inconciliabile con la religione islamica.

Su basi assolutamente diverse, la figura comparsa di recente nello scenario pubblico italiano non si pone affatto come il frutto di una politica di costruzione graduale della rappresentanza islamica. L’art. 2, § 1, del decreto di istituzione della Consulta, con il disporre che il Ministro dell'Interno nominerà con un atto successivo i componenti dell’organismo, scegliendoli tra soggetti di accertata affidabilità ed esperienza, a prescindere da qualsiasi criterio di appartenenza e rappresentatività, lascia piuttosto presagire il rischio della formazione di un collegio elitario, avulso dal vissuto concreto della comunità musulmana, funzionale alla risoluzione di problemi di sicurezza interna. D’altronde, l’estrema eterogeneità etnica dei fedeli, la relativa novità delle dinamiche migratorie, nonché la pluralità delle organizzazioni sviluppatesi nel Paese, costituiscono un concreto ostacolo alla spontanea emersione di un’istanza realmente rappresentativa dell’Islam italiano. Questo spiega il perché della reticenza delle istituzioni statali ad addivenire alla stipulazione di un’intesa con la confessione, ex art. 8, III comma, Cost. È infatti evidente la mancanza di un soggetto autorizzato dall’intera comunità religiosa a figurare quale legittimo rappresentante della stessa innanzi allo Stato, così come è evidente l’impossibilità di concludere tante intese quante sono le organizzazioni che ne fanno richiesta, essendovi dietro le loro divisioni ragioni ideologico-politiche, piuttosto che dogmatiche. Proprio la complessità del quadro prospettato, spiega la cautela espressa dal Ministro dell’Interno il quale, in un recente intervento, ha precisato che la nomina dei membri della Consulta, ormai prossima, non avrà alcuna pretesa di rappresentanza. Permane la consapevolezza che i tempi per una legittimazione istituzionale di un unico ente esponenziale della confessione musulmana non sono probabilmente ancora maturi.

(29/11/2005)


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